Sognando California

Un sogno eterno, ammesso abbia senso, buono per tutte le generazioni e le stagioni.

Oltre le fiamme, oltre certi presidenti autoritari, stampella istituzionale dei riccastri, oltre le facili suggestioni delle canzonette. Non mettetele alle strette.

Sognare California, paradiso terrestre, della Libertà e del Libero Amore, del cambiamento – necessario, vitale – sognare un paradiso, per noi.

Ci hanno raccontato spesso che l’umano si è evoluto – mister Darwin, suppongo – perché la sua peculiarità più spiccata, la migliore (l’unica?) sia – stata? – la capacità di adattarsi alle mutevoli e cangianti circostanze; di sicuro, non la forza, probabilmente, non l’intelligenza. Considerando il lasso, non dei cowboys, l’arco temporale dalla pandemia in poi, lecito nutrire, più che mai, la sana arte del dubbio.

Arte dei più illuminati – pochi – arte dei più sensibili, arte di coloro che sanno scandagliare da diversi, originali, innovativi punti di vista le situazioni, l’essenza delle persone, della storie e della Storia, della vita.

Così, senza logica ferrea, senza interconnessioni razionali – o forse sì – improvvisamente, dal nulla, da una duna di sabbia, da una palma di un’oasi onirica, si materializzano (si percepiscono) abbagli che inducono a spogliarsi: spoglio, non di voti e giuramenti, spoglio dalle nostre pesanti maschere, dalle sovrastrutture che ci imprigionano, che ci condizionano, che ci rendono automi serventi, senza volontà né coscienza.

Così, all’improvviso, eteree emozioni mi fanno accostare il nuovo film di Roberto Andò, il nuovo disco dei Baustelle, il ritorno dopo mezzo secolo del disco volante di Ufo Robot. Sono pazzo, lo so, ma non vorrei concludere la frase con il blues partenopeo di Pino Daniele.

Non potrei immaginare operazione cinematografica più rischiosa del raccontare il Risorgimento, la spedizione dei Mille salpati da Quarto e degli ideali che animavano davvero alcuni di quei protagonisti; Roberto Andò si affida per la scrittura a sé stesso, a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e sullo schermo all’ormai collaudato trio Toni Servillo, Salvo Ficarra e Valentino Picone. Compulsato doverosamente e con ammirazione sugli sguardi penetranti e intensissimi di Servillo e sulla ormai acclarata bravura della coppia sicula Ficarra/Picone, mi astengo dal dichiarare riuscita l’impresa. Non sono degno. Nemmeno troppo velatamente, il regista rende omaggio alla Grande Guerra di Monicelli, per delineare una porzione di Storia patria con accenti e sfumature lontane dall’iconografia classica (o attuale), a parte il Garibaldi arruffa popolo, ma non troppo umano, con poncho e cavallo bianco, nemmeno fosse lo spot Vidal. In certi dialoghi, si coglie una critica feroce nei confronti dell’oggi, delle logiche politiche e sociali che hanno ridotto questo paese a vassallo dei ‘potenti’, nella flebile speranza finale che, prima o poi, la comunità possa, voglia, sappia ridestarsi dall’abbaglio.

Anche i Baustelle, ,trimurti’ toscana dei ‘lavori in corso’, composta da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ritrovano voce, suoni e colori dopo due anni: per ‘spogliarsi’ delle brutture del presente, per perseguire rinascita e ribellione, per spezzare una volta e per sempre le pesanti, invisibili catene che ci legano a una modernità conformista, triste, deludente però letale. Per ritrovare quella creatività, quella energia che ci faceva sognare la California, l’Italia, il mondo intero affrancati finalmente dal tossico vuoto contemporaneo. Per vivere liberi, in armonia, in pace comunitaria.

Infine, Ufo Robot. Dopo quasi 50 anni, solcherà di nuovo i nostri cieli e tornerà ad essere la nostra ‘sentinella nel blù’. Archiviata la pessima manovra di marketing e riposizionamento orchestrata e gestita dagli arabi sauditi – stupisce che Go Nagai abbia fornito assenso e supervisione – Duke Fleed riabbraccerà i suoi amici terrestri e rinvigorirà quel legame affettivo e valoriale indissolubile di un tempo lontano. Sempre su Mamma Rai, sempre tra ‘capoccioni e operai’. Non sono ancora noti i particolari sulla messa in onda, ma Goldrake – perdonatemi l’euforia e l’esagerazione – è come il greco e il latino, come il liceo classico: gli sciocchi dicono che non serve a niente, i saggi sanno che contiene l’universo e i suoi meravigliosi meccanismi.

Come sostiene la dottissima scrittrice Andrea Marcolongo, “la cultura classica è l’unico antidoto contro la velocità e la superficialità della nostra epoca“;

senza dimenticare il sogno, tutti in California – ovunque – arrivano da qualche altra parte.

dal libro di Bila Copellini

Anime nomadi

Pagina dell’Altrove, pagina della Primavera che intanto tarda ad arrivare.

Ci si dibatte sempre, ci si agita, si anela continuamente un altrove, perché la situazione presente scontenta, lo status quo è la stasi (rammenta qualcosa anche a voi?), l’immobilità, la morte civile e anche laica. Per chi crede, a tutti e a tutto.

Pagina di coloro che sono sempre in cammino, di quelli che, magari, sbagliano le mete – momentanee – ma non falliscono mai la direzione.

Venti, Rosa dei Venti: hanno bisogno di una direzione chiara – le correnti d’aria e gli umani – incontrovertibile; un luogo forse minuscolo o un incontro, meglio con persone ‘piccole’, umili, semplici. In America Latina, in Asia o comunque al Sud. Sempre al Sud.

Sì, viaggiare; perché la vita è un viaggio interminabile, anche rimanendo nella stessa stanza, anche volando, solo con la fantasia, perché gli occhi possano abbracciare tutto il Mondo. C’è chi naviga in lungo e in largo per i 7 mari, senza muoversi mai dallo stesso porto, eppure quell’approdo, insignificante, possiede tutte le caratteristiche più belle dei più nodali scali del Pianeta.

Dio è morto, anche noi non ci sentiamo troppo bene, l’importante è che chi di dovere, sappia comprendere e non censuri; Radio Vaticana a volte vede oltre, quello che i benpensanti non vedono, non vogliono vedere, non ammettono, nemmeno e soprattutto se si tratta di evidenze: universali.

Dio non esiste e provate a trovare voi un idraulico disponibile durante la fine della settimana: solo una delle situazioni è vera al 100%, scegliete voi quella giusta, poi, eventualmente, discutetene con il vicino, quello identico a Woody Allen.

Viaggiare d’estate in costiera romagnola e credere di essere in California (esiste differenza?), incontrare molte persone, le più varie, rimanere colpiti e fermarsi a parlare con un giovane e barbuto nomade di Novellara, terra di contadini, poeti, artisti. Scoprire piano piano, parola dopo parola, passo di seguito al passo, le comuni passioni per il disegno e per gli alberi, possenti e protettivi. Intuire dopo ogni movenza, accurata e sicura, un’estensione vocale particolare e prodigiosa, da autentico mattatore delle scene e dei palchi; padrone dei palchi, senza mai essere padrone delle vite altrui: una benedizione del Cielo.

Quel 13 giugno 1963, Riccione assomigliava davvero tanto a Las Vegas – senza essere California! – i giovani inseguivano, come fanno i ragazzi di tutto il globo, l’ennesimo altrove (che mai deve essere raggiunto, altrimenti è un imbroglio) e nella balera sulla spiaggia nasceva inconsapevolmente una leggenda: del resto, tra la Via Emilia e il West, queste cose sono rare, non certo impossibili. La sottile differenza tra Emilia e Romagna stabilitela voi, se ne siete capaci e non temete confronti.

Le risposte, le soluzioni possono essere semplici, mai facili; rispecchiano la realtà: insieme infinito di complessità. In fondo, è quello che inseguiamo sempre: infinite possibilità per riuscire a essere persone finite, anzi, risolte; ma con la data di scadenza.

Anime nomadi sempre, anime vagabonde mai: non saprebbero dove andare. Un nomade erra, per definizione: non pretende dimora stabile, sbaglia spesso, indovina – sempre – la direzione.

Come Augusto, Beppe, Bila, Dante, Danilo e i circa 30 nomadi musicisti.

Importante, fondamentale: percorrere continuamente sentieri e strade, stringere nuove mani, restare con curiosità in cammino; anche senza palco, anche senza porto:

anche da fermo, per sfiorare qualcosa che c’è, senza raggiungerla mai.

Virus o meteo

Siamo transitati a nostra insaputa, dal modello Giuditta, a quello matematico. Un modello che da variabile è diventato come il diamante della reclame: ora e per sempre. Nessun senso, nessuna correlazione.

Peccato sia obsoleto – fuori moda? Fosse solo così – e inadeguato. Ci basiamo per stessa ammissione dei responsabili su modelli previsionali (che dovrebbero poi attivare la complessa macchina di allertamento e intervento) ampiamente inadatti alla realtà geofisica del nostro paese. Per tacere del fantomatico leggendario piano di messa – cantata ma funebre – in sicurezza del territorio, anche questa ferma, bloccata, paralizzata in una clessidra guasta e soprattutto mai attuato. Ci sono però, immancabili puntualissimi corvacci del malaugurio, gli occupanti delle istituzioni che inviano il loro cordoglio e le loro promesse di pronto aiuto da parte dello stato. Quale e quando non è dato sapere, sarebbe anche scortesia porre domande.

Ci si accapiglia per la scapigliatura energetica, ma se avessimo ripassato la storia – anzi, se la Storia ci avesse fornito una giusta e vigorosa ripassata – sapremmo che l’energia, sarà stata certo utile alla crescita economica/tecnologica, ma da subito, proprio dall’800 più 1000, è stata foriera di terribile impatto sul pianeta; organizzate una seduta spiritica (ci sono ancora politicanti molto abili in materia) e chiedete a qualche londinese dell’epoca: nebbia oscura per le strade, sporcizia, malattie respiratorie, tutto in nome del dio carbone. Alle anime belle piacerà conoscere la vera vita, la vita vera di Viki il Vichingo, impavido guerriero dei Mari, costretto però ad abbandonare la Groenlandia nel Quattrocento: per timore di un nemico più potente? In senso molto lato, la cupidigia umana che spesso sfocia in idiozia: la mancanza di legname a causa di eccesso di abbattimento di alberi, la terribile crisi del legno, ante litteram.

Non si tratta di avere ragione o torto, non siamo alle sagre di paese di una volta con la giostra del Sarracino o l’Albero della cuccagna o il palio del Cinghiale; qui, purtroppo, non ci saranno vincitori, solo sommersi e arsi. Chiedetelo al fiero popolo Klamath, tribù di nativi un tempo padroni a casa loro dei territori rigogliosi tra California e Oregon. Chiedetelo al grande lago omonimo, ormai praticamente arido, a causa dell’innalzamento esponenziale della temperatura e delle conseguenti, inarrestabili tempeste di sabbia. La siccità da attività industriali antropiche modifica la quotidianità, i territori, mette a rischio estinzione la vita stessa. Perfino di coloro che mettendo – è il caso di dirlo – la testa sotto la sabbia, si rifiutano di ammettere la crisi climatica. Una morte asciutta, di bagnato e salato solo le lacrime, forse.

Sembrerebbe una banalità, eppure, spesso, dobbiamo ricorrere alle antiche, voluminose – a volumi, infatti – enciclopedie cartacee, o ad altri oscuri oggetti dell’arredamento: i libri. Uno di Telmo Pievani ci rammenta dal titolo che la Natura è più grande di noi; siamo entrati incoscienti nell’emozionante era delle pandemie, ma noi stessi siamo un coacervo – non una mandria di cervi al galoppo, magari – di batteri e virus, addirittura a miliardi. Cerchiamo affannosamente nuove potenziali super Terre nelle profondità dell’Universo, chiediamo alla scienza la formula alchemica dell’eternità, ma nel 2200, con i ritmi attuali, la temperatura sarà mediamente più alta di circa 8 – 10 gradi centigradi. Se non fossimo sciocchi, vedremmo in faccia la realtà: dal 1970 a oggi, il 60% di mammiferi, uccelli, pesci e rettili è sparito dalla nostra piccola, fragile casa comune. Ci illudiamo che le sofferenze e le morti per mancanza di cibo, acqua, cure, catastrofi avvengano solo e sempre a degli imprecisati altri, lontani e lontano da noi; ma come cantava Umberto Tozzi, gli altri siamo noi. Non dimostriamo di essere animali intelligenti. Organismi meno appariscenti ci superano in materia grigia: api, vespe, termiti e formiche, solo per citarne alcuni, imparano e evolvono insieme all’Ambiente. Noi siamo come i modelli matematici dell’incipit: fermi, paralizzati nella nostra arrogante presunzione di superiorità.

Prometeo (pro meteo?) oggi verrebbe incatenato a Chernobyl o a Fukushima (scegliete voi l’incidente nucleare sicuro e verde che vi garba di più), o forse, versione più credibile, si auto incatenerebbe per protesta: ho rubato il fuoco per voi, ma voi siete riusciti a spegnere perfino il Sole, quello dell’intelligenza. Virus, meteo, inquinamento: opta di quale morte dobbiamo perire, tanto, come dice il principe degli Esegeti, siamo tutti potenziali funerali.

Nel gran finale, non ci serviranno l’inglese e nemmeno l’esperanto, temo; speriamo almeno di apprendere sul gong l’arte della Crisalide: se non diventeremo farfalle nell’Uno universale, potremmo almeno aspirare a diventare coma la Luna di Saturno, scoperta da Galileo, quella che dopo l’esplosione in miliardi di frammenti, originò i caratteristici anelli del pianeta gassoso.

NUVOLE&PENSIERI, ANCHE SENZA MESSICO

A chi appartengono le Nuvole?

A coloro, eccellenze dell’Umanità, che le hanno inventate:

Aristofane Fabrizio De André John Constable.

Per interposta concessione di Andrea, Mantegna, che nelle fantasiose bizzarre forme cumulonembi ravvisava, con immaginazione e sensibilità, lineamenti originali fattezze superbe di volti, umani naturali cangianti.

Noi siamo come le Nuvole, vaghiamo nelle tenebre: forse, nonostante il buio, ho preso un abbaglio, Lucciole per lanterne – e considerati i mostruosi rincari delle bollette energetiche, sarebbe soluzione ottimale, finalmente davvero ecologica, sostenibile.

Unica pecca – non pec, peccarità – trovarle, le Lucciole: un tempo di quel Mondo Antico che fu, andando allo stadio del calcio in allegra combriccola cantante, ne osservavi in quantità, lungo la storica strada Pontebbana, giungevano a sciami nella fresca vegetazione e nei sentieri ai lati del tracciato principale; alcune, perfino in camper. Globalizzazione, della virale idiozia, ha danneggiato anche Loro, colpo di spugna senza anima a un universo bucolico, più umano perfino nelle sofferenze, nelle nequizie – non liquirizie, purtroppo – sociali.

Ai grandi media, auto incensati auto proclamati, sfugge la comprenzione (idioma triestino, spero sempre che le Mule di San Giusto cantino con rinnovato, indomito ardore), in primis della realtà: annaspano, delirano di sedicenti galassie, nebulose per essi incomprensibili inintelligibili, di scettici rispetto al Dogma imperante, composte solo – incredibile visu et auditu (non esiste peggiore ‘sordillo’, di chi non intende audire) – da Persone, alcune simili a noi (!), che ogni giorno camminano lavorano soffrono, si battono per sopravvivere in mezzo al frastuono e al caos, creati dalla bolgia dei rozzi cibernetici; discettano del Futuro, meno male che per benedizione cosmica, essi non ci saranno. Il Futuro sarà. Semplice, naturale.

Ci mancano gli anelli, le compagnie degli anelli al naso e degli anelli di congiunzione, tra noi e le Scimmie, o più probabilmente, viceversa; abbiamo fondato questa sciocca pseudo civiltà occidentale sulle non culture dello sfruttamento infinito, dello spreco e dell’emergenza permanente, ma oggi, ipocritamente ri convertiti a una (in) vocazione verde, ci raccontiamo la fandonia della ‘transazione ecologica’, con durata variabile dai 15 ai 30 anni – a insaputa della crisi climatica, ovvio – fidandoci e affidandoci agli stessi cialtroncelli criminali che si sono ingrassati, come nemmeno Creso, grazie alle bieche strategie del capitalismo fossile. Una risata, amara, ci seppellirà.

Giornata del Sogno e speriamo della Grande Tribù dei Sognatori, quelli che auspicano vagheggiano vaticinano viaggi e avventure infinite, come HP, come Corto Maltese, come Marco Polo, e anche come Marco Steiner; sognare di piantare Alberi sulle Nuvole, ricadrebbero poi sulla Terra sotto forma di pioggia e crescerebbero ovunque, per la buona salute del Pianeta e dei suoi abitanti, spesso ignavi incauti inconsapevoli. Come dici figliuolo caro, non è possibile piantare alberi sulle nuvole? Forse non per chi accecato dal profitto li uccide con motoseghe e fiamme dolose anzi dolorose, ma almeno una Donna saprebbe farlo: biologa, attivista keniota di etnia kikuyu, Wangari Muta – mai – Maathai, Nobel per la Pace 2004, ha speso donato dedicato la propria vita al popolo arboreo, alla difesa e sviluppo della Vita e della cultura vegetale; forse risulta difficile presso civiltà che invece di privilegiare giganti della categoria, quale è il Generale Sherman (Sequoia Gigante della California, alta come un palazzo di 20 piani) consegna nelle mani dei generali, fusti forse ma in divisa mimetica, la salute delle persone. ,

Nulla è impossibile ai Sognatori, quando trasformano un’apparente utopia, in progetto concreto: e buonanotte, a chi non ci crede.

Datemi una leva – non sulla testa, grazie – e forse, non riuscirò ad acchiappare le Nuvole per la coda, ma tenterò di sollevarmi dal Mondo, sul Mondo:

a patto chiaro – amicizia lunga – che la leva in questione non sia renitente.

Né vino, né miele, forse Oceano

Pagina della Pagina, ontologicamente sufficiente auto bastante sostenibile a sé stessa, di per tra fra.

Appena puoi rammenta di respirare profondaMente, come un’agile salamandra; senza polmoni, con tutta l’epidermide a disposizione e prega che mai finiscano umidità e cicli della Natura; diventa, come la piccola lucida brillante salamandra, un arrampicatore – rampicante? – arboreo, scala con calma la sequoia millenaria più alta del mondo, 90 metri o su di lì, dalla cima scruta l’orizzonte, la baia frastagliata, le insenature sinuose coperte di candide avvolgenti nebbie, cugine di primissimo grado delle Nuvole. Respira più che puoi, fino a quando potrai, ossigena la Mente, allarga espandi i Tuoi confini fino a comprendere il Cielo, se ci riesci; non temere il fallimento, sarà bello anche quello. Rinasci, in ogni istante.

Se non puoi essere giaguaro coguaro Alvaro, diventa saguaro, alto forte resistente, e nonostante il deserto canterai, anche perché il deserto sarà quello della Sonora; non mancheranno note Sole e gli immancabili sogni e chimere, prodotti docg dell’Arizona – ari zona, n’artra vorta???

Esimio Friedrich Wilhelm, costolette di saguaro al debutto ufficiale di Nosferatu il 4 marzo 1922, presso la Marmorsaal dello zoo di Berlino, per ospiti eleganti raffinati danarosi, ma alla fine la società di produzione del capolavoro andò comunque in malora, rovinata dalle spese per la causa legale sui diritti del romanzo, promossa dagli eredi di Bram Stoker, padre letterario del nobile vampiro. Non so dire né digitare se le letture sui simbolismi esoterici psicologici sessuali fossero messaggi presenti nella Tua storia, certo, se mi chiedessero a chi affiderei la gestione e l’organizzazione della sanità mondiale per contrastare le pandemie, risponderei convinto: Nosferatu, principe della Notte; almeno non lucrerebbe su mascherine e rimedi, sull’esito finale, purtroppo non leggo nella nosferatu di cristallo.

Raggiungere la baia estrema del Far West, senza più desperados pistoleri trafficanti di armi e whiskey da inseguire contrastare combattere; cercare i pescatori del villaggio, intitolato a qualche santo – perché in estreme condizioni climatiche esistenziali, bisogna risolversi a votare/votarsi a qualche alto locato – e chiedere la cortesia di raggiungere il punto più vicino al talamo marittimo delle Balene Grigie; qualcuno rifiuterà, ma i mas locos accetteranno di buon grado la proposta, di buon buzzo e buona lena, con il motore gracchiante e sputacchiante fuori bordo, condurranno volentieri i Semplici i Puri gli Ingenui al rendez vous con i grandi cetacei:

le Balene sagge saranno liete di incontrare umani pacifici, mostreranno tutta la loro mitezza socievolezza empatia.

Né vino, né miele, come canti Tu, Amico Danilo: forse Oceano, forse una nuova Babele planetaria di Tutti gli esseri e gli Enti viventi, un’Arca dell’Alleanza e dell’Armonia universali; ci guarderemo negli occhi, finalMente, quando alla fine ognuno spiccherà il volo, da soli o in formazione compatta, lungo l’eterna migrazione, chiamando i nomi delle Persone amate;

nemmeno uno resterà più indietro, nemmeno uno cadrà, nelle tentazioni nelle illusioni nelle miserie.