Shooting Star

Ready, my UFO robot in the space
(Pronto, il mio ufo robot nello spazio)
And change your body in your face
(E cambia il tuo corpo nel tuo viso)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)

Fly my UFO robot in the sky
(Vola, il mio ufo robot nel cielo)
Against the monster of the night
(Contro il mostro della notte)
My UFO robot in the sky
(Il mio ufo robot nel cielo)
My UFO robot in the sky (Il mio ufo robot nel cielo) 

Testo: Luigi Albertelli; Musica: Vince Tempera; Basso: Ares Tavolazzi

Essere un dio greco, ma, pedalando sulla pedemontana, immaginare di tramutarsi in Ares.

Ares, altra divinità dell’Olimpo, figlio di Zeus ed Era; bellicoso e ribelle, cacciato dal consesso divino dopo essere stato sorpreso in attività fornicatrici con Afrodite, decise di ritirarsi in Tracia, limite estremo della Grecia classica, ritenuta terra abitata da genti barbare e spesso animose.

Ares, non solo violenza e continue gazzarre, anche poesia, musica, gioia e rivoluzione. Stagioni memorabili, indimenticabili, con un basso – strumento musicale, per fugare eventuali maldicenze – nell’Area del rock d’avanguardia, rock sperimentale, rock progressivo, con l’obiettivo dichiarato di “superare l’individualismo narcisistico, per giungere a una musica totale, di fusione e internazionalità“.

Incontrare un altro ellenico, di nome Demetrio, dio della voce e di tutti i linguaggi arcani e magici che nella voce si mimetizzano; imparare da lui, grazie a lui “a coagulare diversi tipi di musica – jazz, pop, mediterranea, mediorientale, elettronica e contemporanea – , per giungere all’abolizione delle barriere tra musica e vita, per trarre spunti dalla realtà, dalla strada“.

Pedalare, rigorosamente in salita – ascese a qualche monte ventoso – e immaginare un bimbo degli anni ’70, del secolo scorso; un bimbo rapito, in senso buono, dai suoi primi, sconfinati sogni, completamento perso nei suoi sogni, così vividi e concreti da tramutarsi nella sua realtà quotidiana.

Nell’appartamento dove viveva quel bimbo, assieme ai suoi genitori, c’era uno sgabuzzino, minuscolo e buio – oscuro? – che conteneva però un piccolo armadio misterioso; era, per chi lo sapeva riconoscere e attivare, un varco dimensionale che permetteva di volare nelle immensità astrali dello spazio, nelle ere temporali più varie e impensabili, da mente umana raziocinante.

H: controllo di essere da solo, i miei genitori dovrebbero ancora essere impegnati in ufficio. Con cautela e circospezione mi avvicino allo sgabuzzino e poi entro deciso. Mi chiudo la porta alle spalle. Esso è qui, lo so, lo percepisco. Non la sua struttura fisica, materiale, ma il suo potere. Mi lascio fagocitare e trasportare nello spazio. Freddo, buio. Poi, appaiono puntini luminosi, un mulinello iridescente, nuvole gassose nivee, corpi celesti sconosciuti (immaginari? no, li vedo, sono a poca distanza da me). Lentamente, la temperatura è divenuta gradevole. Vortici di luci caleidoscopiche, sensazione di leggerezza, incorporeità, di fusione con l’universo, con i suoi mondi più lontani.

H: avverto dei suoni. Non rumori dissonanti occasionali, ma una vera e propria musica, una melodia affascinante, ipnotizzante, conducente (che conduce, instrada, che guida): Una musica nello spazio, attraverso lo spazio, dallo spazio, elemento edificante, cullante, protettivo. Curioso, so per istinto infantile che è stata creata, composta, assemblata da tre terrestri per narrare, svelare, disvelare l’odissea spaziale di Duke Fleed, Actarus, se vi garba di più. Non so come sia possibile, ma io vedo e provo gli stessi sentimenti del Principe che comanda il robot (Goldrake), potente macchina da guerra, eppure straordinario strumento e simbolo di pace.

Auguri, usanza molto terrestre (oggi, ne abbiamo necessità, più che mai) per il tuo primo mezzo secolo di vita – almeno, secondo i nostri parametri – e, come direbbe il buono e saggio Nonno Ermes, “cosa sono 50 anni, al cospetto dell’eternità?“.

Tu continui a volare nello spazio lassù, sempiterna sentinella contro il mostro della notte;

quaggiù, ho il vago sospetto, emulandoti, toccherà a noi ridare vita ad una società planetaria, finalmente umana e pacifica.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.

Sole invitto (Natalis Dies)

L’immotivata frenesia contagia l’umanità – quella con i piedi caldi – e io, per non smentirmi, mi complico le ultime ore del 2024.

Sole invitto, chi è codesto Carneade? Invitto al Sole, non è invitato, nemmeno inviso, spero; ardentemente.

Invitto, invictus: non vinto, invincibile. Come dicono a sproposito ora i soloni, solare. Luminoso come Elio, il concetto. Quindi, scavando appena un po’, con l’unghia, senza troppa fatica, Natalis die – da non confondere con dies irae, ce ne scampi (boni) e liberi – rappresenta il giorno d’inizio di un evento. Importante, fondamentale.

Modesti per indole e natura, furono gli imperatori romani ad appropriarsi dell’espressione; natale di Tito, natale di Adriano, ad esempio, servivano a indicare, rammentare al popolo, a tutti che nel giorno indicato si celebrava il compleanno del ‘potente’ di turno. Natale di Mercurio (casuale) o di Minerva, bontà loro, cioè degli stessi imperatori, erano invece giorni dedicati alle celebrazioni degli dei o dei templi ad essi consacrati.

Non parliamo poi del Natale di Roma. Caput mundi, solo per citare le due definizioni più note e ricorrenti.

Eppure, forse non ci crederemmo, il più famoso festeggiato celebrato era proprio il dies Natalis Solis Invicti, ideato e calendarizzato dall’imperatore Eliogabalo (uno che il Sole non lo gabbava di certo), anche se ufficializzato da Aureliano.

In seguito, della ricorrenza si appropriò il Cristianesimo e già solo questo fatto dovrebbe indurci a interrogarci, a riflettere, a ponderare; quali sono gli eventi che passano alla Storia, quali personaggi i protagonisti. Al netto della fede, della religiosità, di ogni altra umana sincera convinzione.

Luce, radiosità, gioia ma anche il volo, il folle volo di Icaro. La pericolosa curiosità dell’uomo, l’ardimento di innalzarsi oltre i propri limiti, naturali, insuperabili. Dilemmi che da sempre ci tormentano e che forse mai troveranno risposte chiare, definitive.

A proposito di un dies Natali, citerei il 4 aprile 1978. Comprendo eventuali critiche, appunti, distinguo. La prima apparizione televisiva – catodica – di Ufo Robot (Goldrake) creato dal leggendario Go Nagai. In volo sul Giappone da ottobre 1975, giusto per sfiorare la pignoleria. Poi, nulla fu più lo stesso. Anche le generazioni seguenti, potenza di un vero mito, sono state conquistate dalla nostra sentinella nel blu.

Come si fosse avverato uno dei sogni di quel bambino del ’70, strenna natalizia 2024, imperdibile, è planata nelle italiche librerie la versione tradotta dal francese del poderoso – mai aggettivo fu più calzante – romanzo disegnato Goldrake (in originale Goldorak, autori Xavier Dorison, Denis Bajram, Brice Cossu, Alexis Sentenac e Yoann Guillo, per i tipi delle edizioni Kana); la vicenda con i personaggi originali della serie e con la benedizione del nume tutelare – onnipotente? – Go Nagai, riprende 10 anni dopo la dolorosa vittoria sulla truppe di Re Vega. Come se Ufo Robot non avesse mai lasciato la Terra. Di fatto, è andata proprio così.

Il regalo è addirittura doppio (San Nicola/Santa Claus ha voluto esagerare): Luca Papeo, artista italiano, autore di storia e disegni, per lo Studio Itaca – petrose rimembranze? – ha immaginato l’incontro/scontro tra Jeeg e il robottone pilotato da Duke Fleed. Una vicenda epica, mozzafiato che incanterà/incatenerà ‘anziani’ e giovani fanatici delle anime nipponiche, in particolare di quelle create dal maestro nato a Wajima.

Nesso forse inesistente tra la ricorrenza religiosa della cristianità e i mecha dal Sol Levante, ma a Natale, talvolta, le fantasie sfrenate, oniriche giungono a compimento. In qualche modo.

Sia Natale allo spuntare del Sole invitto, alba del cambiamento in meglio, luce della nascita, della rinascita di ognuno di noi.

Sia Natale per chi crede nell’equità, nella fratellanza, nella pace.

Lo vogliamo davvero?

Archimandrita

Pagina dell’Archimandrita, prima o poi capirò chi, cosa o anche casa sia.

Archimandrita da non confondere con l’Arcimandrillo, perché – viene da sé – un paio di maniche, il guidare le greggi (le Leggi?), altro, davvero altro genere, in mezzo alle greggi, baloccarsi.

Il Vincastro dell’Arcimandrita: prima o poi l’Acca, muta – muta d’accento e di pensier – ma burlona, la finirà di tendere tranelli e gli insulsi blogger smetteranno di compulsare lemmi incomprensibili (appunto, CVD).

Archimandrita delle greggi popolari popolane – le Popolane sono belle – tu che sbraiti arringhi le folle virtuali invocando onore per le vittime del virus, auspicando mordacchia, museruola, ludibrio pubblico, gogna coram populo, forse rogo nella piazza, per chi non la pensa – obtorto collo (se il collo ha sempre obtorto, la ragione dove dimora? Forse poco più in là) e anche mente – come te; tu che non menzioni mai, non concedi mai un minimo di pietas per i danneggiati i dannati i caduti sul glorioso cammino poco lastricato del magico siero, tu che parli spesso di te stesso e lodi sperticandoti le mani e le tonsille le tue luminose eccelse ineguagliabili qualità, tu hai almeno il Vincastro in regola? Omologato, senza rate arretrate del bollo?

Altri Arcimandrilli, nella jungla poco urbana, offrono paragoni letterari inusitati: le dosi del miracoloso rimedio – miracoloso, davvero per chi lo fabbrica e smercia sulle piazze del Mondo Dopo – sono come i Moschettieri, tre nel titolo ufficiale, ma quattro o un esercito nella realtà; non come i deludenti Fantastici QuattroMamma, deciditi a rivelarmi finalmente come dormono – che saranno anche fantastici, ma quattro restano, come i gatti nel vicolo dei Miracoli e gli amici al bar che ancora credono, tra una chiacchiera e una barzelletta, di avere il potere di cambiare il Pianeta.

Esiste una grammatica archimandrita della Malinconia? Magari servirebbe a orientare, orientarsi, trovare di nuovo, o un nuovo – tout court – Oriente; se malinconia deve essere, vesta almeno colori pastello, come diceva Fellini al giovane Piovani: malmostosa, ma capace di non prendersi troppo sul serio, auto ironica, musicale, perché anche nell’Amore non contano le parole – mica sono numeri, anche se numeri e numerologia restano fondamentali per l’architettura generale – conta solo la Musica. Musica pericolosa se le permetti di oltrepassare la corazza del suono, se lasci che diventi una vibrazione cosmica da incontrare affrontare esplorare senza tuta, spaziale ma per tutelare l’Anima.

Se potessi scegliere un mio Archimandrita personale – personal Jesus trainer, senza offesa – opterei per Gianni (Morandi? Rivera? Anche), in primis Rodari; a Lui chiederei lezioni nel peripato, deambulando sereni ciascuno con la propria copia della Grammatica, quella della Fantasia e non solo perché ‘anta/e litteram’ prese le difese della nostra sentinella nel Cosmo (Grendizer, grazie sempre Go Nagai). Non avrei paura, né onta, né terrore di sbagliare, perché se sbagliando s’impara, sbagliando spesso e volentieri, alla grande, s’inventa: la Fantasia della nostra mente/cervello sa creare sempre sentieri imprevedibili invisibili inaspettati.

In quattro, sempre e solo in quattro, con o senza Archimandrita – a proposito, ma Peppiniello di Capua può essere considerato l’Ammiraglio molto ammirevole dei Fratelli Abbagnale? – anche i Cavalieri dell’Apocalisse, sul calesse siderale; se posso, dovrebbero sbrigarsi a consegnarla, l’Apocalisse: quella vera, non il disastro finale, a quello stiamo già provvedendo da noi; no, servirebbe come il Pane quella etimologica, una bella sana robusta Rivelazione di Verità;

ci faremmo bastare anche solo un piccolo raggio, capace di filtrare da una impercettibile crepa sul muro nero.