Colui/lei che apre porte

Sembra facile, a scriverlo.

Colui o colei, non una portiera di professione, o omologo; non una donna gentile, un uomo galante, anzi, come usava un tempo – una volta (una soltanto?) – un cavaliere. Per tacere del magnifico esemplare: l’equino.

Bisognerebbe prima chiarire i termini della questione, comprendersi; come diceva un tizio molti anni fa: famo a capisse. Solo questo potrebbe scatenare – non l’inferno, si spera – il subbuglio totale. Per la cronaca, nessuno riuscì a decifrarlo: il tizio.

Intanto: porte. Non quelle delle stanze – esistono culture che non le prevedono, lungimiranti – o degli edifici. Ne esistono altre, miriadi: eteree, incorporee, metafisiche. Penso (cosa volessi dire, non sono sicuro di saperlo). Le più complicate da individuare, aprire, attraversare.

Colei, colui che apre porte; non il gesto fisico, ma la creazione dal nulla (un po’ divina, senza sconfinare nella blasfemia), dal niente o dall’infinitamente piccolo delle suddette. Apertura della porta, quindi – della mente, la nostra – di un passaggio, di un sentiero: verso l’inesplorato, verso l’inconosciuto.

Ci soccorre, ci sostiene il Latino, lingua classica ritenuta defunta, mai viva come ora; puerta del Sol, idioma iberico, ma l’etimo è lo stesso. Da portare, ovvero sollevare. Se sostiamo anche un intero minuto a riflettere, ci accorgiamo di quanto sia bella questa accezione: una porta – o portale – che ci rende immuni alla gravità, ci permette letteralmente di volare verso un agognato, sospirato, sognato altrove, ove vivere in una realtà varia, multicolore, non omologata agli standard del mercato.

A proposito – o sproposito – di etimo, sconosciuto, meschino: porto, poro, parallelo all’antico (anche lui) greco perao: attraverso. Un passaggio, dunque, meglio se segreto, celato alla vista comune, ai ricettori di social e simili, disponibile per chi sviluppa uno sguardo curioso, attento all’armonia, al bello, ai dettagli: poco appariscenti, fondamentali.

Imposte, per accedere a un luogo chiuso; il perché lo saprà esso, le medesime riconoscono i meritevoli, meritori, i portatori sani di fantasia, pronti a compiere il fatidico passo (non matrimoniale, non solo).

Jane Austin, chi era costei? Autrice meravigliosa e generosa; non paga di offrire ai suoi simili adoranti le storie immaginate dalla sua fecondità, su tambureggiante richiesta, non solo dischiudeva soglie incantate, ma raccontava le vite – reali – dei personaggi romanzeschi, una volta esaurite e chiuse le pagine dei libri.

Infine, esiste la Sublime Porta – Porta Regale appare quasi una banalizzazione -, la più importante di tutte quelle che possiamo localizzare, attraversare; con tutto il rispetto per la cultura e la religione musulmane, non si tratta dell’uscio fregiato con frammenti della Pietra Nera o con indumenti di Maometto;

come scrive Marco Steiner, depositario e raffinato continuatore della poetica di Hugo Pratt: cosa rimane alla fine, quando tutto sembra concluso, esaurito, consumato? Quando – esempio casuale – un personaggio sopravvive al suo creatore?

Una sorta di miracolo, magia se preferite.

Resiste sempre l’immaginario, quella famosa porta forgiata dal papà di Corto Maltese che ci consente di affacciarci al mondo onirico, non per fuggire, sottrarci ai problemi, alle nostre responsabilità, ma per realizzare in noi, attorno a noi un mondo migliore.

Curiosi, coraggiosi, finalmente liberi.

Per davvero.

Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.

Non passaggio

Pagina dei luoghi, tutti, nei quali effettui il non transito; se preferisci: il non passaggio.

Non passaggio, ovvero non concedo il trasporto agli sconosciuti; ma come potrò mai conoscerli se non comincio a frequentarli? I luoghi e gli sconosciuti.

Certo, tra i non luoghi, il non passaggio, i non umani, diventa complicato viaggiare, anche fosse solo con l’immaginazione; o con la non immaginazione? Negazione per sé stessa, uguale a negazione al quadrato o affermazione convinta? Convinta poi da chi, a fare cosa, appare arduo capirlo.

Mi incarto, faccio il regalo in anticipo, evito di comprendere ove voglia trasportarmi la scrittura; meglio così, pensare troppo fa male – dicono – soprattutto a chi possiede materia grigia e la restituisce intonsa: il cervello è un bene primario in comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarlo inutilizzato.

Come racconta lo scrittore Marco Steiner, allievo e soprattutto amico d’avventure di Hugo Pratt, viaggiare per anni – una vita, più vite – in compagnia di una persona, calcando gli stessi sentieri di un personaggio immaginario vissuto (?) un secolo fa; accorgersi all’improvviso che quel personaggio è aria pura, pura fantasia e malgrado questo, o forse proprio per questo, proseguire nell’impresa; con la voglia indomita di non finire mai, con “ribellione, ruvida poesia e immaginazione“.

La poesia, come il racconto, può essere ruvida o delicata; meglio la prima soluzione, però, se davvero vuoi carpire qualche segreto alla vita, se davvero aneli a trovare le piccole pepite dell’esistenza: senza ipocrisie, senza infingimenti, senza materiale grezzo che offusca e appesantisce.

Anche il non voto dovrebbe preoccuparci, dovrebbe preoccuparci la salute dei bipedi e quella della democrazia di cui sono – in teoria – titolari, inamovibili, per restare in tema; se la democrazia non scalpita, non sussulta, non si agita e di conseguenza, non ci fa vibrare, non serve: è elementare svuotarla dall’interno, truccarla, lasciare intatto e inalterato il suo nome, ma instaurare – tra applausi e cori di quanti non capiscono – vari tipi di regimi. Che poco o nulla vogliono spartire con le libertà sociali e i diritti.

Paragrafo del movimento, in teoria – anche questo – contrario (o: il contrario) del non passaggio, nel senso di passeggio; potrebbe essere non solo il moto di un corpo fisico o di un oggetto, ma quello dell’anima o, significato sociologico importante, fenomeno di aggregazione e mobilitazione di più individui al fine di raggiungere un obiettivo comune. Movimento, vita, piena e appagante.

Fermo (e Lucia?): non passaggio, del resto; non passano gli altri – non deambulano – non passo io; però sbiadisco, appassisco, forse concludo il mio ciclo vitale (non subito).

Immobile, come una guardia svizzera, come una guardia reale di Buckingham Palace, come un menhir dell’Armorica, mentre qualcuno suona con l’armonica a bocca uno struggente tango che rievoca tutti gli amori infelici del mondo.

Chissà poi perché.

Africa, bici, Antonio (più Mario)

Si chiama Antonio, viene dall’Africa, grande madre di tutti noi.

Arriva su un piroscafo, accompagnato da una bicicletta; è tutto quello che possiede.

Non chiede altro, non vuole di più: si sente bene, la ricchezza non gli si addice.

Quel semplice mezzo lo rende felice, lo rende libero, gli permette di scoprire tutte le bellezze del Mondo.

Quando avverte stanchezza si ferma e si riposa, ma non è solo, mai: c’è la sua bicicletta, alla quale racconta tutti i suoi reconditi pensieri, le sue sensazioni, le sue speranze, i suoi progetti; dalla quale ascolta i racconti di tutte le contrade che può ancora percorrere nel suo transito terrestre.

Antonio mi ha insegnato a pedalare, tanto tempo fa; mi ha insegnato ad apprezzare, rispettare, amare la bicicletta, una vita fa.

Antonio mi ha insegnato che la bicicletta è il mezzo più umano per recarsi ad incontrare le altre persone, le più diverse, le più lontane: geograficamente, fisicamente, culturalmente.

Antonio è in apparenza un uomo semplice, in sella non teme i tranelli della vita, non teme i limiti: sa che ogni colpo di pedale è un grande passo evolutivo, sa che ogni metro in avanti è un balzo verso l’alto, verso il Cielo.

Devo, voglio menzionare Mario: silente, non ininfluente. Mi ha seguito nei primi, barcollanti tentativi, mi ha insegnato a perfezionare non solo le pedalate, il colpo d’occhio, la guida della bici; mi ha fatto capire l’importanza di essere buoni, gentili, comprensivi: con tutti, soprattutto i più scorbutici. E’ stato, sempre sarà uno degli uomini più generosi e altruisti che abbia mai conosciuto; del resto, capito durante il primo incontro agonistico di pugilato che i suoi pugni avrebbero potuto essere armi letali, decise di dedicarsi con ‘trasporto’ alla pacifica due ruote.

Antonio e Mario, mio padre e mio prozio materno: uomini in sella a una bicicletta; uomini consapevoli – forse per destino, forse per istinto – che conducendo una bici, l’essere umano comprende i segreti più importanti del suo Universo.

Uomo e bicicletta: un binomio inscindibile, una somma molto più grande delle singole parti:

un risultato finale eclatante, migliore in tutto e per tutto.

Passione inscalfibile, gratitudine eterna.

Liberiamoci, dalle feste (rovine metaforiche)

Pagina del: “Arriva qualcuno? Sia festa, sia sacro”.

O viceversa.

Pagina della Liberazione: da tutto, da tutti; soprattutto, dagli obblighi, dalle imposizioni, da chi non si rende conto di essere schiavo e non vuole festeggiare.

Sia festa, ma vera e grande: chi non vuole accogliere, essere accolto, essere sacro, lo faccia pure, ma in altro paese, su un altro pianeta. Se lo trova.

Bandiamo i banditi – scontato, troppo facile – bendiamo i bendati, non affliggiamo gli afflitti (e nemmeno: gli affitti, i fittavoli, i locatori, qualunque significato abbiano); liberiamo le energie migliori, i repressi.

Riflettiamo, sdraiati – adagiati – mollemente, pigramente sul talamo: oibò, che sarà mai? Il talamo, ovvio. Il letto ove si incontrano lascive volontà, o quella parte di cervello (averne!) che rende la memoria valore stabile, eterno finché dura, condiviso?

Fasi lunari e cambiamenti climatici, esiste un nesso scientifico? Se potessimo mitigare la stupidità, sarebbe un successo.

Si invecchia con velocità sorprendente, ci si rende conto che una vita non equivale allo stesso tempo per due individui distinti, però ci s’illude di poter smettere quando si vuole: o ci si prova, trastullandosi tra rovine metaforiche.

Per sperimentare su sé stessi la libertà, o almeno il senso della medesima, bisognerebbe pedalare, su due o su tre ruote, com’era all’inizio della straordinaria avventura; come gli scrittori, drammaturghi, gli artisti di fine 800, del diciannovesimo secolo. La bicicletta era bambina, nuova fiammante, non solo novità e moda, ma strumento per annullare le catene (imprigionanti!), vere o metaforiche. Arthur Conan Doyle, per citare un Sir famoso e conosciuto (si spera), pedalava molto prima e meglio di partorire l’infallibile Sherlock Holmes. Lo stesso Emilio Salgari, padre nobile squattrinato della patria, era un provetto ciclista – lo garantisce Claudio Gregori in Vagamondi, Scrittori in bicicletta (per i tipi di 66thand2nd) – e partecipava a tutte le gare tricolori molto prima di inventare il celebre, venerato isolotto malese di formidabili pirati. Molto prima di immaginare mari, battaglie, mondi asiatici – e non solo – più reali del reale.

Maurice Leblanc, papà di quel gentiluomo con il vizietto dei furti firmati Arsenio Lupin, era possessore e utilizzatore di un biciclo, si scarrozzava con frequenza e soddisfazione tra la Normandia e Parigi e dei suoi viaggi sull’insolito mezzo, scriveva sui giornali; con dovizia di particolari e felicità.

Perfino Samuel Beckett, scoprì la bicicletta e la elesse suo strumento – forse “assurdo” – quasi esclusivo per gli spostamenti;

del resto, in attesa di Godot, della Giustizia, della Libertà e della Liberazione:

meglio pedalare.

El Bandolero no global, stanco

Meglio trovare, ritrovare in fretta il bandolo della matassa: di Arianna;

prima che qualcuno utilizzi una bandoliera – pallottole e/o siringhe – per stanarci, in modo definitivo.

Ancora una volta anche nel Mondo Dopo abbiamo dimenticato il Futuro, dietro le spalle, sotto i tappeti non più volanti, dentro discariche colme di monnezza, soprattutto immorale. La politica, ignava collusa, confidava prima sui fedeli manganelli di stato, adesso sul virus che impone sacrifici estremi in nome della salute.

Genova per noi era una magnifica Cassandra che aveva indicato in modo chiaro e indiscutibile tutte le degenerazioni criminali di un modello di sviluppo economico marcio all’origine; degenerazioni cristallizzate, cui hanno solo cambiato nome e colore sulla copertina dei dossier riservati, nei palazzacci del potere.

Genova ribelle, abbarbicata sul Mare, Genova caleidoscopio di vite affamate di equità e giustizia, Genova multietnica ché il dialogo il confronto l’incontro non sono – mai – il problema, Genova da marciapiede, sotto braccio a Don Gallo il prete della strada: solo se cammini nel Mondo abbracci tuoi simili, calpesti i sentieri nelle loro stesse scarpe, lo osservi con i loro occhi; Genova musicale, eravamo tanti lillipuziani ma un Pianeta diverso era ancora possibile, danzando insieme, mai clandestini sulle note delle canzoni di protesta di Manu Chao.

Si dice, dopo 20 anni: è cambiato tutto, la rete da pesca virtuosa che connetteva i movimenti popolari e i collettivi degli attivisti si è dissolta, è rimasta solo quella virtuale, becera volgare foriera di odio sociale; la tragedia non greca, moderna: tutto è cambiato per restare fermo, non siamo cambiati noi quanto e quando avremmo dovuto, abbiamo ceduto, siamo regrediti, ripiegati in ordine sparso dalle piazze, ripiegati su noi stessi, dentro il nostro guscio vuoto di valori, monadi egolatriche, terrorizzate, a sciami vaganti uggiolanti, con un orizzonte che non supera il tinello di casa o il terrazzino, affacciato su conglomerati urbani, disumani; già solo il quartiere di residenza – appartenenza no, troppo impegnativa – appare un’inaffrontabile prateria celeste, immensa sconfinata pericolosa, come la nazione dei Nativi nordamericani.

I semi di Porto Alegre, Seattle, Napoli, Genova non moriranno, la memoria resta, non si uccide la Vita; non si canta l’Amore, perché l’Amore è il canto stesso.

Vent’anni dopo non è solo un romanzo di Dumas, ma una festa celebrativa, declinata nelle forme e nei modi più stravaganti e personali: nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere – esempio non casuale – servitori con una idea distorta e malsana della funzione rieducativa della pena, hanno organizzato una mattanza contro i detenuti, forse con il pensiero fisso alla Scuola Diaz (macelleria messicana) e al carcere ligure (lager) di Bolzaneto. Peccato che alcuni pseudo politici quando devono scegliere con chi schierarsi, scelgano sempre il lato oscuro della forza e mai, nemmeno per sbaglio, la grande bussola chiamata Costituzione (nella quale tra l’altro troverebbero le argute risposte a ogni dubbio laico, ma non sono adusi alle letture buone e giuste).

Il vecchio Bandolero rivoluzionario è stanco, gli pesano la bandoliera le botte le ferite – soprattutto dell’Anima – le mille battaglie, quelle perdute e forse più amare quelle vinte, quando poi attorno ai falò sotto la grande Luna piena rossa d’orgoglio e meraviglia, si riponevano progetti comuni e comuni ideali, per azzuffarsi sulle virgole e gli aggettivi dei racconti e dei poemi, poco epici, piccini assai nelle miserrime rivendicazioni personalistiche. Il decrepito ribelle per scaldare almeno le budella se non antiche passioni, vorrebbe ora scolarsi in pacifico silenzio almeno un ottimo whisky, ma con l’aumento impetuoso della febbre terrestre, l’inopinato scioglimento di poli e ghiacciai gli ha annacquato anche l’ultima consolazione, quella super alcolica (grazie, Massimo Bucchi).

Una notarella ambientale merita sempre un po’ di spazio: altro che spillover – salto di specie dei virus, ormai il bistrattato Pipistrello cinese è stato scagionato – il vero problema resta lo spill, tradotto in gergo popolare: il continuo sversamento in cielo mare e terra delle schifezze inquinanti derivanti dalle attività insostenibili e criminali – nonostante l’ampio utilizzo di vernice verde – a cura delle multinazionali dell’energia fossile. A cura dei loro profitti. Stop.

Voi g8, noi 8 miliardi: uno degli slogan dei gruppi no global, così etichettati dai soliti sciatti impresentabili media, andrebbe rispolverato e tenuto a mente oggi, per mandare a monte, in soffitta definitivamente il liberismo criminogeno; coniare sciocche classificazioni è un empio, scellerato tentativo di liquidare senza pagare l’opportuno dazio del caso: idee o persone foriere di idee altre dal conformismo imperante, dallo status quo dei soliti famigerati: così gli anni ’70, fermento prezioso e variegato, sono stati bollati nelle cronache dei dominatori nell’ombra, quali anni di piombo, confinando nel dimenticatoio i grandi progressi sociali, le molteplici iniziative e correnti solidali culturali artistiche.

Come scrivono in questi giorni gli emeriti infaticabili mai arrendevoli amici di Altreconomia, da Genova ripartiremo per rammentare rammendare riannodare con nodi marinareschi il Futuro, prenderemo il largo da Genova, su bastimenti carichi traboccanti stracolmi: di Futuro, stavolta indelebile come i Sogni di Piazza Alimonda, come i piani di viaggio di Brignole stazione centrale, salpando e veleggiando grazie all’energia dei Giovani che non hanno bisogno di spiegazioni sul mai estinto conflitto sociale cre-attivo (Popoli versus Regime multinazionale), perché lo incarnano.

Come diceva il mai troppo citato, seguito Don Andrea Gallo:

Le parole di Gesù sono tremende: maledicono tutti coloro che non lavorano per la giustizia sociale e il bene comune.