Non sono Marcel, mi mancano i baffi a manubrio.
Per tacere della sua cultura, della sua sapienza tout court, della sua maestria letteraria. Della sua bicicletta.
Mi permetto, incauto, di scherzare: con i veri grandi si può.
Tra le innumerevoli sindromi, potendo optare, sceglierei la ‘sindrome di Proust‘ (da non confondere, con quella di Prost): gli stimoli sensoriali che mi accerchiano quotidianamente, hanno l’immenso potere di riattivare in me – come credo accada a ognuno di noi – reminiscenze che reputavo perdute. Invece, non per forza grazie al profumo di una madeleine, sono ancora presenti e costituiscono parte integrante, fondante della mia personale ontologia.
Se la bicicletta di Proust non è mai esistita come oggetto materiale, ha percorso spazi infiniti e aperto sentieri inimmaginabili, quale espediente letterario; la bicicletta consente di esplorare il mondo esterno, ma anche, soprattutto, il nostro mondo interiore, i nostri pensieri, consci o inconsci essi siano.
In questo periodo, ‘novembrata suprema‘ che ha rimpiazzato la leggendaria ottobrata (romana e non), pedalando senza affanni, sovente, mi accade di osservare le meraviglie terrestri attorno a me e rivivere, magicamente, letterariamente, fisicamente, le rituali, immancabili passeggiate che la Maestra delle Elementari organizzava per noi: appuntamento decisivo, per insegnarci a osservare le variazioni stagionali della Natura, per farci comprendere la necessità e la bellezza dei mutamenti, quanto la nostra presenza sia importante, ma connessa, inserita nei meccanismi naturali che, oggi, paiono separati da noi, talvolta minacciosi, addirittura letali.
Nulla è paragonabile all’ascesa a Madonna del Monte di Marsure: dona fatica fisica, ma impagabili sensazioni di gioia, libertà, purezza, valore intrinseco e non barattabile della memoria. Come se il fisico in salita, proiettasse l’anima verso l’altro, molto più in su, in dimensione metafisica.
Il tempo, lo spazio sbiadiscono, i muscoli tesi e doloranti si dissolvono, si concretizzano memorie antiche che permettono di varcare la soglia invisibile di riflessioni selvagge, non catalogabili, anticonformiste.
Non vergherò, né leggerò 7 tomi – come le sette stelle dell’Orsa Maggiore? – non ne ho la forza, la costanza, le capacità, culturali, motivazionali, ma non lo escluderei; in potenza. O desiderio recondito di formazione.
Mi accontenterei di occhi nuovi – o nuove, rivoluzionarie lenti, come ne Il nome della rosa – per scoprire, riscoprire, sottrarre alla polvere, implacabile, nuove terre; soprattutto, persone nuove. Abbiamo bisogno di una nuova umanità, per entrare, per fondare un nuovo, vivo, giusto ed equo Pianeta Azzurro.
Un’eresia, un sogno, una chimera, un progetto, attuale e realizzabile che incorpora tutto questo?
Scherzi delle biciclette, dei libri; la fiducia – mi assolverà Jean Paul Sartre – è come il sudore: si guadagna goccia a goccia, si perde a litri.
Per consolarsi, meglio abbandonarsi, ancora una volta, una volta in più, totalmente al flusso ipnotico delle parole, lasciarsi cullare e trasportare dalla corrente letteraria, non volere che il tempo della lettura abbia una fine, perché, come scrive Melania Mazzucco:
“il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato“.
Poco lontano, ci siamo anche (ancora) noi.






