Umanesimo estremo

Umano, estremista: sei il primo della lista.

Né insulto, né minaccia: viviamo già in un mondo complicato, da noi.

Si tratta della soluzione – non semplice, ma realistica, possibile, necessaria con urgenza – che gli esseri umani potrebbero, dovrebbero adottare per uscire dall’imbuto che conduce all’estinzione e, finalmente, camminare di nuovo in verticale, insieme, per rimirare le stelle, il Sole, l’intero universo. Averne finalmente cura.

Idea e parole del professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, storico collaboratore della rivista Altreconomia; perché svelare le magagne – per essere cauti – non basta più (non è bastato mai), bisogna fornire progetti, obiettivi, traguardi. Da raggiungere con fatica, passo dopo passo. Senza demoralizzarsi, senza arrendersi quando, come adesso, le avversità appaiono insormontabili, disseminate da ‘forze oscure’, dominanti e imbattibili.

Forze dominanti, certo, oscure non tanto: solo per chi sceglie di chiudere gli occhi o coprirli con le mani, ché le proverbiali fette di prosciutto costano troppo. Sono quelle che muovono i fili dell’economia globale , anzi ‘finanziarizzata’, o peggio ancora, militarizzata. Descrive bene gli effetti pratici di tutto questo, Stefano Massini con il suo trafiletto su Robinson; Marco Polo, 700 anni fa, si recava a Samarcanda, descrivendola “come una città magnifica, in cui convivevano saraceni e cristiani“. Oggi, l’avanzatissima Lombardia, è costretta a ‘importare’ personale infermieristico dall’Uzbekistan, perché dottori e infermieri indigeni fuggono verso mete estere, per ritrovare considerazione, dignità e salari decorosi. Si tratta delle famigerate ‘porte girevoli’ che costringono uzbechi, o brasiliani per citare altri alla affannosa ricerca di una vita decente, e lombardi – tutti noi comuni mortali, per sintetizzare – che si “inchinano”, volenti o nolenti, al mostro, all’idolo, al Leviatano: “Nostra Signora Economia“.

Questo è il punto centrale, anzi, il nodo gordiano che dobbiamo sciogliere o recidere. Un altro esempio, purtroppo lampante e tragico, è la vicenda che ha portato all’annientamento di Gaza: distruzione del territorio e genocidio del popolo. Mentre adesso i mostri, i criminali festeggiano e vengono osannati e celebrati da quasi tutti i media planetari – senza spendere una parola o illustrare una prospettiva per i sopravvissuti – noi tapini restiamo afoni, incapaci di sollevare un dito per proporre meditazioni che dovranno essere quanto mai, più che mai, approfondite e propositive.

Anche perché, altro pessimo segnale, molta gente, disinformata e traviata da un sistema mediatico servile, applaude i carnefici, gli stessi che, prima o poi, troveranno una ragione, magari partorita dall’idiozia artificiale, per sbarazzarsi di loro, eliminarli in quanto individui non graditi, oggetti ingombranti, inutili.

Dunque, la nostra risposta può essere solo una reazione: positiva, pacifica, riconciliatrice; elevando all’ennesima potenza la nostra umanità: dobbiamo evolverci, in fretta, da subito, diventando umanisti estremi. Non c’è altra via, nessun sotterfugio.

Umanesimo, sì; non possiamo certo aspirare a diventare novelli Socrate o Cicerone, né pretendere di ergerci al centro del Creato – ci siamo già troppo posizionati su un piedistallo di alabastro, senza essere statue scolpite da Fidia – ma esseri finalmente umani che abbracciano la coralità, la giustizia e l’equanimità in ogni settore, che riscoprono l’importanza fondamentale dell’istruzione per offrire alle menti orizzonti vasti e sconfinati, coltivare “la speranza che ispira l’azione” (virtuosa), agire per il bene comune per alimentare, senza fine, la speranza.

Vita e futuro: dobbiamo pretenderli – il pane e le rose – e il modo migliore non è restare inerti confidando nelle elites, ma costruirli da soli, cominciando dalla “risocializzazione delle persone, delle comunità, delle istituzioni“;

non c’è più tempo, non possiamo affogarenell’illusione di salvarci senza o contro gli altri“.

Serve una concezione globale condivisa dell’Uomo, dell’Essere umano; rammentandoci che l’Umanesimo “ha una tradizione vecchia di duemilacinquecento anni, e che ha avuto esordio con i profeti nel mondo occidentale e con gli insegnamenti buddisti in Oriente. Quali sono i principi fondamentali di quest’umanesimo? La concezione può essere così sintetizzata: uno, fede nell’unità della specie umana, in quanto non v’è nulla di umano che non sia reperibile in ciascuno; due, accentuazione della dignità umana; tre, affermazione della capacità di autosviluppo e auto perfezionamento dell’uomo; quattro, importanza attribuita alla ragione, all’obiettività, alla pace“.

Lo scrisse Erich Fromm, psicologo, psicoanalista, filosofo tedesco, nel 1971, nell’opera Dalla parte dell’uomo; nel millennio passato.

Sperando non sia, non diventi:

il nostro epitaffio.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.

Belvedere in Costiera

Salire in alto, più in alto: fisicamente.

Si perdono i dettagli, ma, in teoria, la visione d’insieme, non dovrebbe sfuggire. Avete presente il film di una manciata di anni fa – perbacco, sono anziano – Piazza delle cinque lune, di Renzo Martinelli? Donald Sutherland, nei panni di un magistrato illuminato, pronuncia argomentazioni molto interessanti, al proposito.

Se l’operazione funzionasse anche a livello mentale, saremmo a cavallo; lasciando in pace l’equino, riceveremmo conferma che la materia grigia non solo è integra, ma funziona ancora. Nonostante tutto e tutti.

Sempre caro mi fu questo (codesto colle?) eremo sopra elevato, o erano le bianche scogliere di Dover? Fondo, mi confondo, forse passeggiavo con proverbiale, ontologica indolenza sulle sinuose, magnifiche contrade della Costiera, amalfitana, guardingo, per non finire triturato dall’incessante traffico: veicolare, inquinante, disumano.

La capa gira, per la veduta sontuosa, per l’inaffidabilità del povero cervello, ora sono sicuro – di cosa, poi, non saprei scriverlo – : era una terrazza abusiva sul Bosforo e io sognavo, trasognavo, mi cullavo con le dolci, splendide immagini di Costantinopoli – Bisanzio, per i fedeli alla classicità – e con le gesta (eroiche?), immaginarie, immaginifiche, illusorie, eppure reali, presenti, concrete, diverse e lontanissime dalle mie.

Belvedere, luogo tanto elevato, di derivazione latina – il lemma, non il luogo – da dove ammirare l’ameno paesaggio; così ameno (andrà tutto bene, scrivevano gli ingenui) che qualcuno ora invoca la presenza di vari Superman, per aggiustare un pochino le varie questioni mondiali. A parte il fatto che sarebbe una scorciatoia che non meritiamo: i gineprai li abbiamo creati noi, noi dobbiamo assumerci l’onore e la responsabilità di districarli. Per quanto concerne l’Uomo d’Acciaio, temo che dovremo accontentarci dell’ennesimo ritorno cinematografico, imminente; si sa, ormai, per lui (e, soprattutto, per noi, la realtà è più letale della kryptonite.

In alternativa, potremmo rivolgerci – filosoficamente, ma non solo – o potremmo vagheggiare di diventare super uomini, quelli teorizzati da Friedrich Nietzsche. Concetto tra i più fraintesi, equivocati, strumentalizzati della storia umana: in realtà, eterno ritorno – concetto della Grecia antica, tanto per gradire – e super uomo sono indissolubilmente connessi. Super uomo non rappresenta un supereroe di fumettara tradizione statunitense o un ariano nazista – peggio mi sento – ma colui che “è in grado di dire sì alla vita, come è in eterna ripetizione“. Non voglio, né posso ergermi a maestrino di quartiere, ma l’idea cardine del pensatore teutonico mi appare agli antipodi, lontana anni luce dalle sue degenerazioni, dai suoi sciocchi feticci.

Affacciato su un balcone in Costiera, osservo vulcani ritenuti spenti tornare in attività, colate laviche inarrestabili che ci spronano a ritornare, o a sposare, una nuova vita corale; non più monadi egoiste e orbate (cieche), ma persone che vogliono vivere e crescere insieme, socialmente e perfino politicamente.

Come scrive Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, “coralità significa che l’identità di singoli e comunità matura solo in dinamiche di comunione e ospitalità. E’ urgente rispondere alla pulsione sadico-paranoica dei poteri dominanti“.

Le sfarzose, arroganti, spadroneggianti nozze di Jeff Bezos, feudatario di Amazon, a Venezia; il decreto sicurezza dell’ipocrisia che trasforma la protesta pacifica in reato – Gandhi, Martin Luther King e Danilo Dolci inorridiscono – ; il boicottaggio con spregio della legge europea sul ripristino della Natura (compie un anno in questi giorni, è operativa e vincolante, non prevede lassi di tempo per essere recepita), sono solo lampanti esempi della sempre più sconfortante e perniciosa deriva.

Non vorrei un giorno, sempre più prossimo, guardare un’alba amalfitana, anche solo con l’immaginazione, da dietro le sbarre e a pagamento.

Sogni (veri) vs dolore

Vade retro (da me), dolore.

Non voglio compulsare – ci sono in giro già troppi adepti, contenti loro – l’apologia del dolore. Chissà poi perché. Non mi azzardo a formulare ipotesi (opinioni personali), mi limito a constatare.

Vivere con una sensazione che affligge, dal latino dolor, derivante dal verbo anch’esso latino (per la cronaca e per i puntigliosi): doleo; sento male – non c’entra l’udito – mi dolgo.

Mi pento e mi dolgo, mi rimbrotto da solo per la malaugurata iniziativa di affrontare l’argomento, la vexata quaestio.

Altresì, dal latino, ora e sempre presente, crescere: inteso come fare, produrre, creare. Soprattutto, aumentare di massa e di estensione in qualsivoglia verso, specialmente in altezza; aumentare di numero, d’intensità, financo di gagliardia. Fosse possibile, magari.

Come sosteneva PPP, il Poeta: sviluppo e progresso non sono sinonimi, anzi; nonostante oggi quasi tutti indichino l’importanza dello sviluppo e sia stata bandita la parola, parolaccia, progresso. Il paradosso o, se vi solletica di più, l’umorismo della situazione, nonostante i due concetti siano inconciliabili, senza la realizzazione del primo, molto difficilmente – o mai – si avvererà il secondo.

Affermo dai tempi dei primi, rudimentali ragionamenti che prediligo – teoricamente, ammesso intuisca i termini della tenzone – la crescita allo sviluppo, mentre negli anni ho rinnegato, rifiutato, esecrato al pari di una maledizione, forse ineliminabile ma non necessaria, il dolore.

Il dolore esiste, si verifica, va contrastato, combattuto, superato per scongiurare, evitare che si tramuti in sofferenza perenne, ma non lo considero viatico fondamentale, fondante per un incedere armonioso sui sentieri, già di loro accidentati, della vita. Rigetto il dolore quale architrave per edificare una persona buona e giusta.

Mutatis mutandis, inutile sottolineare il perché, come analizza il professor Roberto Mancini (pura omonimia), il capitalismo insiste nell’annientamento di vite umane e del mondo, ossessionato dal profitto, “rivelando la sua natura bellica e necrofila“; avendo ormai sostituito il riassorbimento delle istanze di contestazione con la repressione, dura e violenta. Mentre, i movimenti che ancora si battono e dibattono di pace come condicio sine qua non – da non tradurre con ‘siamo qua noi’ – e per un’economia finalmente libera dai diktat del neoliberismo capitalista, risultano spaesati, scombussolati. Unico modo per renderli – le idee e i movimenti – vincenti, celebrare la loro unione indissolubile, senza paura. Senza più dubbi né distinguo capziosi sulla collocazione e perseguimento della verità.

Più che mai, più di sempre nella Storia, aneliamo sogni da realizzare – fossero quelli di Kurosawa e Miyazachi, meglio ancora – non dolore né sofferenza;

come ripete costantemente lo stesso Mancini:

i sogni ci insegnano mentre dormiamo quello che non riusciamo a capire da svegli“.

Incredulità

Pagina della Luna o delle innumerevoli, multiformi Lune; non solo nostre.

Lune storte, come il mondo, quando si sveglia dal lato sbagliato: arduo capire quale sia il lato giusto di un corpo sferico, più o meno.

Luna illuminata al 65%: avete qualcosa in contrario, da obiettare? Prendetevela con l’obiettivo, quello dei fotografi o al limite, limitare, con i responsabili dell’illuminazione su Selene; potrebbe funzionare come per il cioccolato, il migliore, quello fondente; percentuale di cacao, più è alta la percentuale, più è amaro: ottimo per chi sta dalla parte giusta, della percentuale.

La sospensione dell’incredulità è il meccanismo narrativo più antico dell’universo, ma negli ultimi 2 anni abbiamo esagerato un tantinello – fuori e dentro il tinello – ne converrete.

Una sciocchezza, una falsità, un’idiozia ripetuta migliaia di volte al giorno, h24 come si usa in voga, attraverso tutti i media a disposizione, in modo ossessivo compulsivo invasivo, diventa vera in un battibaleno (ribadisco, non ho mai capito cosa sia davvero): milioni, miliardi di persone, ipnotizzate dalla reiterazione perversa della falsa informazione, si arrendono e si convincono sia una verità. Tanto poi, i vari poteri – o anche solo uno dei tanti della scala gerarchica – in caso remoto di malcontento popolare generalizzato o locale, offriranno in pasto alle masse qualcuno da odiare, per ricompattare il popolo e, soprattutto, rinvigorire la fiducia nelle decisioni – le più abiette, le più inique, le più repressive – del governicchio di turno. Tutto ricomincerà in allegra armonia.

Incredulità: dolce chimera sei tu, inebriante passione, fortissima fragilità.

Le verità, i fantasmi delle verità – verità fantasma o ectoplasmi guardiani delle verità – si trastullano in un piccolo castello abbandonato, dismesso, quasi un rudere; un castelletto celato alla vista dei più, in ombra dietro l’imponente mole della cattedrale cittadina, castelletto che appare e scompare a giorni alterni, come certe targhe, come certe viste individuali, selettive: sulle mura, anzi sui mozziconi residui di merli (litici), cercando con attenzione e libertà – di animo, pensiero, sguardo – è possibile notare un piccione, guardiano e messaggero, delle antiche mura e dei segreti in esse contenuti.

Le verità non interessano, come avviene per la cultura: ormai ai popoli pare più appetibile l’intrattenimento, anche di infimo livello. Le verità impegnano, costringono alla presa non per i fondelli, ma di coscienza e conseguenti – queste sì – responsabilità.

Tutto sommato, meglio sospendere a tempo indeterminato l’incredulità, ormai al futuro non crediamo più – non lo sappiamo coniugare – potremmo tentare con la futurità inventata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire: il vero avvenire accade quando si regala un’esperienza di bene condiviso.

Anche perché la sua Pedagogia degli Oppressi, sempre attuale, rischia di tramutarsi in opera eterna.

Utopie? La grande risorsa umana è stata quella di trasformare le utopie in progetti concreti: come le umili biciclette dei Paesi Bassi, mezzi di trasporto che riescono a diventare cultura condivisa, cultura per il bene collettivo, ponte meccanico tra gruppi sociali, religiosi, etnici storicamente divisi.

Se l’altra realtà, quella dei soliti oppressori, risultasse infine indigesta, per ottenere realtà alternative o almeno confortevoli, confortanti – per 30 secondi – ci si potrebbe affidare, ultima ratio, ai creativi del marketing.

Con respiro sempre più corto.