Augusto in ferie

Un tempo – cribbio, nostalgia paleolitica? – nemmeno troppo lontano, almeno l’ostica matematica era un punto fermo e imprescindibile.

Magari, spesso – rei confessi e vergognosi – non sapevamo (sappiamo!) maneggiarla, non la capivamo, la rifiutavamo, a priori, ostentatamente. Però, non solo nei proverbi popolari o nelle mutevoli sentenze da osteria, era lì, punto fermo e immarcescibile.

Nel frattempo, in un paio di decenni, gli ultimi, anzi, i più prossimi, come usa dire, tutto è cambiato. Tranne l’uomo e i suoi difetti, quelli peggiori.

Perfino la geografia non è più la stessa (lo è stata mai?): mi spezzo e mi spiego; il nostro derelitto (colpe nostre) pianeta è un magnifico organismo, vivente e mutevole. Ma si sta alterando, per così scrivere; non ci sarebbe bisogno nemmeno della certificazione scientifica, lo esperiamo ogni singolo giorno, notando – si spera – cambiamenti meteorologici, climatici, morfologici che mai avevamo registrato nella nostra vita: del passato.

In letteratura, per fornire un esempio, la geografia è sempre stata un’opinione; almeno, da quando Cervantes, con il suo Don Chisciotte, inaugurò l’era del romanzo (dato per defunto e sepolto già troppe volte) e della creatività applicata con fervore alle nozioni geografiche; partendo magari da dati veri, incontestabili, l’autore, meglio, le donne e gli uomini con l’ardire e il desiderio di cimentarsi con carte, penne e calamai, spesso e volentieri, preferirono/preferiscono inventare e/o modificare l’ambiente. Creando scenari nei quali i loro personaggi potessero/possano agire in totale, o quasi, libertà, autonomia. Il mondo ‘fantasy‘ del Signore degli Anelli, per citarne uno vagamente noto, rappresenta, dice qualcosa, in proposito?

Se posso osare, una distopia geografica, senza confini.

Emulando Pindaro, per confermare il perdurare della nippo mania italica, un bel Yamato (Grande Armonia) non si nega a nessuno, in Valle d’Aosta, presso il Forte di Bard, hanno pensato bene di organizzare una grandiosa mostra: Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo. Tema quanto mai interessante e stimolante, anche se, ingenuamente, potremmo chiederci: Aosta ricade sotto la giurisdizione, l’influenza culturale del Sol Levante? Possiamo trovare soluzione ai nostri dubbi fino al 30 novembre, ma, da subito, potremmo renderci conto che in un avvincente percorso, dai ninja a Ufo Robot, questa scheggia montana occidentale, condivide molti aspetti e valori con il “lontano e misterioso Oriente“.

Nella sempre più insopportabile, insostenibile calura agostana, mi colpiscono come mai, le ricorrenti, non collegabili tra loro, celebrazioni di fatti legati a epoche lontane, eppure così coinvolgenti nei nostri percorsi quotidiani.

Potrebbe apparire bizzarro, sconveniente, stupido accostare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, con le loro conseguenze ineliminabili, non solo per il popolo giapponese, ma per l’intera umanità (altro che reattori di 3° generazione e di quartiere), al vacanziero – chi può permetterselo – e mondano Ferragosto. 

Siamo tutti vittime e carnefici, lo resteremo fino a quando non ci voteremo al redde rationem, alla resa dei conti con le nostre coscienze – uh, che concetto desueto, superato – , fino a quando non diventeremo un’unica, variegata entità, in connessione, armonia, rispetto con la Terra.

Chissà se Augusto, imperatore astuto, inventore dei festeggiamenti e delle celebrazioni per la fine dei grandi lavori agricoli (soprattutto, per onorare se stesso, somma casualità), pensò, intuì, prefigurò anche inconsciamente, le derive, non balneari, – vamos a la plaia? – attuali.

Ferie d’Augusto, lo celebriamo e lo ringraziamo, a distanza di 2 millenni;

auspichiamo siano memorabili, meglio: non atomiche.

Planare

Volo a planare, con levità: sui 55.

Vogare con leggerezza a bordo di una barca lignea, come volare in mezzo alle acque stranamente placide e smeraldine di un lago, come fosse la scena più onirica e struggente di un capolavoro  del Sensei Miyazaki.

Capolavoro nipponico, non friulano; ogni singola vita è uno splendore, anche quella in apparenza più modesta, più bersagliata dagli strali del destino.

Vogare alacremente, con le ali, sulle acque fatate e lacustri di Braies; seguire il periplo del lago, sul sentiero protetto da abeti meravigliosi, ciascuno caratterizzato da una propria sfumatura di verde; con tortuose ascese e discese, di varia lunghezza e intensità.

Tre chilometri soltanto, di cammino, o un’ora e mezza, con lo zaino sulle spalle e lieti pensieri, nella mente libera, eppure avvinghiata magneticamente – CVD, come volevasi dimostrare – alla bellezza inusitata, rivitalizzante, di questa località magica e misteriosa.

Illudersi di divenire un cercatore d’oro nel Klondike, conscio che non il lucore, né i carati rendono ricchi nel viaggio terrestre, non pepite infinite – o trasformazioni alchemiche – rendono degna una vita, la Vita.

Illudersi di essere in grado di parlare, parlamentare, contrattare, con i leggendari, arcigni abitanti della valle, duri custodi dell’oro delle montagne circostanti. Illudersi di essere gli abili ambasciatori, capaci di convincere gli indigeni a donare quell’oro ai poveri allevatori montani, privi di risorse, di mezzi di sostentamento: per se stessi, per gli animali.

Illudersi, volersi illudere, ancora – Miyazaki sorride sornione, con labbra silenti a foggia di Sol Levante – di essere capaci di navigare sul lago, per raggiungere l’ingresso segreto, il portale che conduce  al mitico Regno di Fanes, le cui memorie arcane sono custodite gelosamente dai Ladini. Illudersi di discutere da pari a pari con i rappresentanti dei Fanes, infine, dimostrare loro che la via della pace è l’unica, la sola foriera di benessere per tutti i Popoli; mentre anche le fantastiche marmotte dell’altopiano, si abbandonano al giubilo e alla festa campale, per l’armonia ratificata del mondo.

Le aquile mi innalzano fino al Sass dla Porta, fino a planare con esattezza millimetrica sulla maestosa Croda del Becco, per respirare l’aria finalmente pura, la vera gioia;

in fondo, si tratta solo di speranza, di un magnifico sogno, a occhi spalancati e consapevoli.

O no?

Mendicare

Fingersi pazzi, talvolta è necessario;

spesso, il più delle volte, è una grande comodità: permette di agire nei modi più inopportuni, incongruenti, ma splendidamente funzionali, divertenti, perfino utili: per noi.

I più colti direbbero: come Amleto. Il principe di Danimarca agì in modo empio causa sopraggiunta pazzia, o, invece, fingendosi preda della follia, ebbe mani libere per compiere misfatti e delitti?

Lo sostiene, con convinzione, Oscar Grillo, artista argentino di Lanus; disegnatore, illustratore, artista visivo, fumettista. “Per vivere ho dovuto occuparmi di pubblicità, ma con una matita in mano sono felice. Tornavo a casa la sera e disegnare era, è una stanza tutta per me (come avrebbe detto e scritto Virginia Woolf)“. Mendicare tempo da dedicare al disegno, mendicare nella accezione più positiva del verbo. Non per caso, Grillo ha ottenuto una Palma d’Oro a Cannes, per il corto Seaside Woman; non per caso, ha spesso collaborato ai progetti di Paul e Linda McCartney, o a quelli della Pixar, per il lungometraggio Monsters & Co. Non per caso, infine, da quella stanza uscirà un libro ambizioso, magico, incentrato sulla storia di Amleto: “Voglio mettermi nei guai, è il testo della mia vita, per disegnarlo, realizzarlo seguirò la voce del Bardo“.

Vale sempre l’impegno, sfogliare il dizionario etimologico: si scoprono sempre sfumature, significati impensabili che ci arricchiscono, che rendono più colorata e interessante la nostra strada.

Mendicare, da mendicus, povero, senza risorse, senza beni materiali. Esclusivamente una condizione, anche temporanea, non una qualità, una caratteristica identificativa, una peculiarità di una persona. Cercare di ottenere qualcosa per sostentarsi, attraverso parole e gesti umili.

Lasciarsi condurre dai sogni, forse il solo modo per camminare appieno nella vita. E inseguire stelle e desideri, unico valido sistema, non per raggiungere un obiettivo – come usa adesso – ma per conoscersi, trasformarsi, evolvere.

Mendicare, desiderare: particella de unita a siderare, fissare attentamente le stelle.

Chiedetelo a Peppe Millanta, altro artista ‘incatalogabile, inclassificabile‘: scrittore, sceneggiatore, animatore culturale, artista di strada. Autore, per i tipi di Rizzoli, di Il pescatore di stelle, libro che narra l’avventura e l’incontro di Manuel con uno ‘strano’ pescatore, la cui barca è piena zeppa di stelle e di sogni. Appunto.

Da bambino chiesi a mio padre cosa ci differenzia dagli animali, cosa ci rende umani, senza mai ottenere risposta“. Non una condanna, ma un atteggiamento comune a molti padri, convinti che frasi assertive e, per loro, definitive, plachino la sete di risposte, di spiegazioni vere dei figli; in particolare, quelle che concernono le questioni rilevanti del nostro girovagare terrestre. Forse Millanta ha intrapreso il sentiero d’artista per ottenere quelle risposte, per offrirle a chi sa, a chi vuole ascoltarle. Soprattutto i bambini.

Non nasciamo noi stessi, ma siamo chiamati a diventarlo, un po’ alla volta; abbandonando, come Abramo, una concezione orizzontale del vivere, per passare a quella verticale, dedita ai desideri e alla vita vera. Desiderare, il sentimento che ci ha permesso, ci permette di non arrenderci alla realtà così com’è, ma di diventare co-creatori (l’altro è Dio, o chi per Lui, come avrebbe detto Lucio Dalla); desiderio non di obiettivi, ma come arte della trasformazione, in un continuo, affascinate viaggio di scoperta, svelamento e sorpresa“.

In mala tempora, disumanizzanti, di intelligenze artificiali e di app – qualunque cosa siano e facciano – per noi presunti adulti, diventa fondamentale reimparare, o meglio, imparare a desiderare:

per costruire noi stessi, per edificare, mattoncino accanto a mattoncino,

la concreta società equa e cooperante degli esseri umani.

La montagna incantata

Pedalo in montagna senza fretta, senza illusioni agonistiche fuori tempo – il mio – , progettando, vagheggiando escursioni naturalistiche: per osservare, ammirare, farmi ispirare, inspirare ciò che resta dell’aria sana, dell’atmosfera azzurra e fresca, simile a una sorta di ideale purezza.

Miraggio, chimera.

Salire in alto, sempre più in alto, diceva qualcuno; contro il logorio della vita moderna – rispondeva un autentico gentiluomo – non resta che sedersi in mezzo al traffico e bere l’amaro calice, che sia estratto di carciofo o altro intruglio. Nel frattempo, il logorio si è tramutato in nevrosi, patologia deflagrante in questi caotici giorni contemporanei.

Un secolo fa, avremmo potuto inerpicarci sul Monte Ventoso, come Petrarca (in sella o senza il fidato velocipede), verso il Mortirolo, verso lo Zoncolan, lato non professionistico, quindi, ancora più difficile e faticoso; imbatterci nei ruderi, abbandonati all’oblio, di un antico sanatorio, riflettere sui flussi e riflussi, sulla risacca della storia e su come l’uomo, definito prima di Cristo, con molto ottimismo, ‘animale sociale‘, ripeta gli stessi orrendi errori e regredisca, a uno stadio non calcistico, non belluino (rispetto per le belve), ma di sciocco, crudele, senz’anima, manichino.

Non a caso – mai per caso – due giganti dell’intelletto umano, Sigmund Freud e Thomas Mann, davano alle stampe, al pubblico dominio, nello stesso fatidico triennio (1921 – 1924), due opere fondamentali, capolavori che preannunciavano all’Europa e al mondo il miserevole, miserabile crollo dell’Occidente; ecco perché, magari in altura, forse sarebbe utile e doveroso rileggere con la giusta attenzione la ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io‘ e ‘La montagna incantata‘. Per non finire vittime sacrificali di imbonitori lestofanti, capaci di mandare al massacro interi popoli, per lucro personale. Inutile vergarne i nominativi. Famigerati più che mai.

Nessun uomo, essere umano, è un’isola; o una baita solitaria, restando in quota. Lo scrisse in un suo famoso poema John Donne (poeta, saggista, religioso), nel 1624 (!): il significato intrinseco, anzi, esplicito, è chiaro e incontrovertibile: le nostre vite individuali, le nostre voci, acquistano senso, dignità, importanza solo calate nell’arcipelago dell’umanità. Non siamo tristi monadi, non siamo soli al cospetto della pervasività della tecnologia e della potenza extra legale delle multinazionali (che ormai hanno surclassato i sistemi legali dei singoli stati nazionali), ma siamo forti, in quanto comunità umana cooperante e attiva, fattiva. Spesso non lo sappiamo, o ci inducono a dimenticarlo, a travisare, eppure è così.

Dovremmo ritrovare le forze per esercitarci nuovamente con la metafisica, non astrattismo filosofico fine a sé stesso, ma strumento valido ed efficace, lo sostiene il filosofo Vittorio Possenti; per combattere il nichilismo, per non arrendersi inermi al temibile ‘così va il mondo’, di chi sguazza nello status quo.

Ci travolgono con incessanti mutamenti che non offrono stabilità, abbiamo perso la forza della speranza; ma sono ottimista, credo nel ritorno all’eterno e non nell’eterno ritorno: mette in gioco la libertà del singolo“. Nel consesso, nella società ormai globale.

Speriamo che gli schiaffi gentili del vento d’alta montagna sappiano, possano ridestarci alla vita;

appena in tempo, prima del tracollo:

ultimo e finale.

Giardino delle delizie

Buen retiro: un obiettivo, un progetto, uno svolazzo onirico; perché no?

Anche buenos dia, buen viaje, buen camino – non quello da cui dovrebbe passare ogni anno Babbo Natale (con o senza renne?) – ma il cammino, passo dopo passo, goccia dopo goccia di sudore, gioia dopo fatica, di Santiago.

Deambulare placidi nel mitologico Giardino delle Esperidi, con tranquillità visitarlo accuratamente in loro compagnia – delle Esperidi, che forse sono tre, cinque o sette, a seconda di chi narra o delle esigenze del momento – , scoprire i segreti magici di questo luogo, collocato in nord Africa, tra Marocco e Algeria; in alternativa, o in aggiunta, deambulare per i meravigliosi giardini pensili (non prensili) di Babilonia, altrettanto mitologici, in quanto mai davvero collocati geograficamente, anche se furono una delle sette Meraviglie del mondo antico;

Babilonia o Ninive? Assiri e Babilonesi; Assiri o Babilonesi? Dilemmi amletici, esistenziali e la Storia stessa, l’esistenza, più che prove tangibili e incontrovertibili di sussistenza, esigono prove di fede, con cautela e rispetto digitando.

Oggigiorno, potremmo accontentarci – se così vi garba che io compulsi – non (solo) del giardino dei Finzi Contini, ma dei giardini all’italiana, o all’inglese, perché sempre la presunta e già menzionata Storia si schiera con chi è più furbo nell’accaparramento delle idee migliori, più redditizie; consideriamo che folleggiare nei giardini fiorentini di Boboli costituisce sempre un notevole e confortante procedere. Non bastasse tutto questo, organizzare un viaggio in Normandia, per bearsi tra le meraviglie floreali del giardino creato da Monet – per esempio – , o volare nel Paese del Sol Levante, per ammirare estasiati i giardini Korake-en, a Okayama; prima il dovere, poi abbandonarsi languidamente ai piaceri più delicati e raffinati. Non pensate male, per favore: mai.

Probabilmente – la mente è sempre centrale e fondamentale – non deve essere facile coltivare giardini e sogni, soprattutto facendolo da bambini, bambini della Sicilia, profonda e autentica; issarsi su un carrettino motorizzato, rinunciando alla formazione scolastica, e andare in giro a vendere arance e limoni, per aiutare il proprio padre a rendere accettabile e sostenibile il bilancio familiare. Eppure, tra realtà e mito, come spesso accade alle vicende in Trinacria, questa è la storia della vita di Venerando Faro, il cui solo nome già meriterebbe racconti, romanzi, spettacoli teatrali, lungometraggi.

Antonio Gnoli di La Repubblica, scrivendo di lui su Robinson, lo definisce “vivaista, imprenditore del verde, visionario“. Solo un ‘creattivo’, un visionario avrebbe potuto realizzare a Giarre, Catania, il più grande vivaio d’Europa dedicato alle specie mediterranee.

Un uomo mite che, con la saggezza maturata in decenni di frequentazioni arboree, – “gli alberi andrebbero chiamati con i loro nomi (carrubo, olivo, arancio), perché i nomi creano il bene più prezioso, l’identità e la diversità” – ora, pacatamente, può dire: “So che si sogna soli, ma la realizzazione dei progetti onirici avviene solo insieme agli altri“.

Il parco è stato battezzato Radicepura, qui si difendono con umiltà e semplicità, la bellezza e la memoria, del territorio e del mondo stesso; con la stessa tenacia degli alberi, delle piante: “senza ostilità, una pianta non preda, non uccide, non odia; ha solo bisogno di luce, acqua e terra, può vivere migliaia di anni“.

Qui, ogni anno, oltre ai visitatori, “giungono giovani progettisti vivaisti da ogni latitudine del pianeta, desiderosi di rendere concrete le loro idee in sintonia con il paesaggio mediterraneo“.

Qui è delizioso smarrirsi da soli, in solitudine sognare le fantasie più belle, più consolanti, più feconde;

qui è fantastico ridestarsi in compagnia e, con la forza e l’energia che derivano dall’agire per il bene comune, vivere in armonia e vigore, come il Popolo degli Ent, immaginato da Tolkien;

non a caso alberi, ma dotati di ontologia e poteri magici.

Concerto senza fine

Sarebbe magnifico, non vivere per sempre, ma risorgere: forse non a livello fisico, ad un livello più alto; anime risorte.

Anche solo immaginarlo.

Magari, essere ridestati da una melodia arcana, da una musica magica, da un suono indefinito e indefinibile, che abbia il potere di sollecitare, riattivare, ricaricare quella parte di noi ineffabile, non concreta, eppure fondamentale.

Programmare un lungo, strano, viaggio, come avrebbero detto i Grateful Dead, band che scrisse a note infuocate le coordinate dell’immaginario psichedelico, basandosi sugli esperimenti a base di Lsd, targati Albert Hofmann.

Del resto, nell’era del post panglobalismo – superamento di tutte le teorie globali, o globalizzanti, fondate o meno – potremmo aggrapparci tenacemente a quelli che furono i dettami post spirituali e post religiosi; come scrivono i tipi di Robinson, senza ricorrere agli eccessi, scevri anche delle utopie, con giudizio (buonsenso?).

Aggiungerei, senza coraggio: di osare, di volare. Oltre.

Si potrebbe cominciare andando tutti quanti allo zoo comunale – bioparco, va bene lo stesso? – per constatare lo stato di salute delle bestie feroci, delle fiere, e poi farsi sorprendere dal Re Leone in fuga che, appurata l’incerta, precaria situazione del genere (post, non social) umano, mosso a compassione, pietà, ruggisce: aiuto, sono scappati gli uomini. Da sé stessi.

Per non allontanarci troppo, per deambulare ancora in zona Enzo Jannacci e Dario Fo – chi furono costoro? – fallita la spedizione animalista, potremmo tentare con visite, guidate, al re, all’imperatore, al vescovo, ai ricchi sempre più ricchi e padroni, delle ferriere e non solo; poveri tapini, potremmo soccorrerli organizzando per loro un nuovo fantastico Live Aid e vedere l’effetto che fa. Si sa, i poveri, quelli veri, risolvono sempre i presunti problemi dei multi miliardari.

Corroborati dai primi insperati successi, partire, propositivi, entusiasti per Voghera. Partire davvero e lasciare le mamme? Restare, soprattutto fermi, ancorati ai propositi iniziali? Infine, dove arriviamo, se partiamo? Dilemmi amletici; forse, anche meno.

Ingarbugliati – intruppati, come avrebbe detto Luana, mia cugina – in questo mondo sempre più ingarbugliato, per colpa nostra, ché questo malefico, complicato garbuglio non riusciamo a dirimere; lanciare i dadi, ricorrere alla morra cinese, affidarci alla cabbala, alla numerologia, ai riti alchemici, al caso, al destino, alla fortuna?

Potremmo intonare i ritornelli delle canzoni di Lino Toffolo, attore, cantautore, cabarettista e pure molto altro (era una persona semplice, umana, coltissima); non risolveremmo i problemi, forse, ma impareremmo a riflettere, in allegria, re impareremmo a relazionarci, a collaborare alacremente per un fine comune, per il bene comune, universale.

Sarebbe magnifico – di nuovo, ancora – rinfrescarci le teste, ristorare le menti ‘su le nuvole‘, mentre i piedi restano saldamente depositati ‘su na gondola‘, che ci farebbe scoprire la laguna, Murano, i canali, il nostro magnifico mondo. Prima che sia troppo tardi, inutile.

Anche in preda alle visioni mistiche, varie ed eventuali, generate da suggestioni sonore, l’unica certezza è la permanenza, ostinata e non contraria, dell’amore;

siamo compagna e compagno, oltre la condivisione del pane quotidiano:

Tu sei diventata la Vita stessa, elemento fondamentale, ontologico, irrinunciabile dell’esistenza.

Un concerto senza fine.

Belvedere in Costiera

Salire in alto, più in alto: fisicamente.

Si perdono i dettagli, ma, in teoria, la visione d’insieme, non dovrebbe sfuggire. Avete presente il film di una manciata di anni fa – perbacco, sono anziano – Piazza delle cinque lune, di Renzo Martinelli? Donald Sutherland, nei panni di un magistrato illuminato, pronuncia argomentazioni molto interessanti, al proposito.

Se l’operazione funzionasse anche a livello mentale, saremmo a cavallo; lasciando in pace l’equino, riceveremmo conferma che la materia grigia non solo è integra, ma funziona ancora. Nonostante tutto e tutti.

Sempre caro mi fu questo (codesto colle?) eremo sopra elevato, o erano le bianche scogliere di Dover? Fondo, mi confondo, forse passeggiavo con proverbiale, ontologica indolenza sulle sinuose, magnifiche contrade della Costiera, amalfitana, guardingo, per non finire triturato dall’incessante traffico: veicolare, inquinante, disumano.

La capa gira, per la veduta sontuosa, per l’inaffidabilità del povero cervello, ora sono sicuro – di cosa, poi, non saprei scriverlo – : era una terrazza abusiva sul Bosforo e io sognavo, trasognavo, mi cullavo con le dolci, splendide immagini di Costantinopoli – Bisanzio, per i fedeli alla classicità – e con le gesta (eroiche?), immaginarie, immaginifiche, illusorie, eppure reali, presenti, concrete, diverse e lontanissime dalle mie.

Belvedere, luogo tanto elevato, di derivazione latina – il lemma, non il luogo – da dove ammirare l’ameno paesaggio; così ameno (andrà tutto bene, scrivevano gli ingenui) che qualcuno ora invoca la presenza di vari Superman, per aggiustare un pochino le varie questioni mondiali. A parte il fatto che sarebbe una scorciatoia che non meritiamo: i gineprai li abbiamo creati noi, noi dobbiamo assumerci l’onore e la responsabilità di districarli. Per quanto concerne l’Uomo d’Acciaio, temo che dovremo accontentarci dell’ennesimo ritorno cinematografico, imminente; si sa, ormai, per lui (e, soprattutto, per noi, la realtà è più letale della kryptonite.

In alternativa, potremmo rivolgerci – filosoficamente, ma non solo – o potremmo vagheggiare di diventare super uomini, quelli teorizzati da Friedrich Nietzsche. Concetto tra i più fraintesi, equivocati, strumentalizzati della storia umana: in realtà, eterno ritorno – concetto della Grecia antica, tanto per gradire – e super uomo sono indissolubilmente connessi. Super uomo non rappresenta un supereroe di fumettara tradizione statunitense o un ariano nazista – peggio mi sento – ma colui che “è in grado di dire sì alla vita, come è in eterna ripetizione“. Non voglio, né posso ergermi a maestrino di quartiere, ma l’idea cardine del pensatore teutonico mi appare agli antipodi, lontana anni luce dalle sue degenerazioni, dai suoi sciocchi feticci.

Affacciato su un balcone in Costiera, osservo vulcani ritenuti spenti tornare in attività, colate laviche inarrestabili che ci spronano a ritornare, o a sposare, una nuova vita corale; non più monadi egoiste e orbate (cieche), ma persone che vogliono vivere e crescere insieme, socialmente e perfino politicamente.

Come scrive Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, “coralità significa che l’identità di singoli e comunità matura solo in dinamiche di comunione e ospitalità. E’ urgente rispondere alla pulsione sadico-paranoica dei poteri dominanti“.

Le sfarzose, arroganti, spadroneggianti nozze di Jeff Bezos, feudatario di Amazon, a Venezia; il decreto sicurezza dell’ipocrisia che trasforma la protesta pacifica in reato – Gandhi, Martin Luther King e Danilo Dolci inorridiscono – ; il boicottaggio con spregio della legge europea sul ripristino della Natura (compie un anno in questi giorni, è operativa e vincolante, non prevede lassi di tempo per essere recepita), sono solo lampanti esempi della sempre più sconfortante e perniciosa deriva.

Non vorrei un giorno, sempre più prossimo, guardare un’alba amalfitana, anche solo con l’immaginazione, da dietro le sbarre e a pagamento.

Non fermate questo tram

L’uomo è intelligente perché ha le mani.

Lo diceva il filosofo greco e antico Anassagora.

Forse sarebbe necessaria un’analisi – anche logica, o voi razionali – della frase e un excursus sulla biografia dell’autore; chiedo venia, non sono degno e, in particolare, in grado. A Grado.

Accontentiamoci delle suggestioni che suscita, tante, molto al di là della sua semplicità e della sua brevità.

Rammentiamo, o scopriamo, che fu un presocratico (Anassagora, chi altri?), portò, importò la filosofia nella mitica Atene del V secolo a.C. – quella governata da Pericle, per intenderci, ma noi italopitechi moderni lo sappiamo a menadito – papà del nous (mente, intelletto, ragione) creatore e dell’archè, magma originario dal quale si separarono i semi che, grazie all’azione vorticosa dell’intelletto, si sparsero ovunque, dando vita a ogni cosa, o essere esistente. Chiedo venia e pietà per le sciocchezze compulsate. Ex professoresse e professori del liceo prima innominato, in seguito, Leopardi: grazia su di me, per me.

Danielle Cohen-Levinas, sconosciuta alla maggioranza silenziosa, nonché ignorante (io in testa, per una volta), musicologa e docente di filosofia alla Sorbona di Parigi – non all’ateneo del quartiere, con rispetto ironizzando – ne parla dottamente e diffusamente nel saggio ‘La saggezza del desiderio’, pubblicato dai tipi di Mimesis: “Viviamo in una società post-consumistica, ma la società del consumismo sfrenato, con la bramosia inestinguibile di cose inutili, ci ha privati anche del desiderio; o meglio, ha fatto nascere in noi il desiderio crescente dell’assenza“.

Una filosofa, colta e appassionata di musicologia, non può non annoverare tra i suoi riferimenti il cielo stellato, “che speriamo sia sempre lì, ma capita che l’uomo non riesca più a contemplarlo. Il lemma desiderio è composto dalla particella privativa de e da sidus, stella. La nostra cecità (momentanea?) ci impedisce di vedere ciò che è vicino (gli altri) e ciò che è lontano (le stelle)“.

A proposito di tram chiamato desiderio, potrei citare il celebre dramma di Tennessee Williams, da cui fu tratto il film del 1951, interpretato da Marlon Brando e Vivien Leigh. Opera teatrale e lungometraggio vinsero rispettivamente il premio Pulitzer e quattro statuette dorate alla notte degli Oscar, solo per sottolineare che scrittura e parole sono strumenti potenti e anche profittevoli, nel modo buono e giusto.

Non comprendo il motivo – o forse sì – però personalmente, accanto a queste figure gigantesche ed emblematiche, rammento con nostalgia un treno fantascientifico, un treno che viaggia di notte, su binari sospesi nelle profondità dell’Universo, in una realtà vera, anche dura, eppure onirica: creata da Leiji Matsumoto, papà di Capitan Harlock e Queen Emeraldas, Galaxy Express 999 ci/mi conduce verso Andromeda, dove, forse, il viaggio terminerà e noi, volenti o nolenti, saremo chiamati a scegliere i nostri nuovi corpi, a decidere quale tipo di futuro vorremmo edificare. Per noi stessi, per l’umanità.

Auspico sempre, desidero che il vagabondaggio universale non trovi mai epilogo.

La professoressa auspica, invece, invoca appunto “la saggezza del desiderio“, quella energia inarrestabile che ci consenta di recuperare la vista, perché “non si può ritrovare l’uno senza l’altro“. Considerando il momento storico e la temperie, ne avremmo – ne abbiamo, senza se e senza ma – bisogno, con disperata urgenza.

Senza pessimismo.

Continuando a osservare le stelle per non smarrire la rotta.

Immortali, come i Faraoni

Omaggiatemi con un rotolo – di prezioso papiro, a scanso di equivoci – e vi solleverò il mondo.

O almeno, accederò ai suoi arcani più misteriosi, fitti, insondabili. E non sto compulsando della foresta amazzonica, o di quel che ne rimane.

Vorrei essere un dono del Nilo, come il limo: per la mia compagna, per le persone alle quali voglio bene, perfino per gli sconosciuti di buona volontà, essere quello che lo storico Erodoto tributava ammirato all’antica terra degli Egizi. Capaci, per celebrarne la grandezza (del sovrano, ovvio), di edificare una piramide orientata in modo perfetto, perché ogni anno i raggi del Sole filtrassero in essa illuminando la statua dorata del faraone, proprio durante il giorno del suo genetliaco; faraone emigrato nel frattempo nella dimensione dei trapassati.

Un dono del Nilo, un gingillo mnemonico, almeno un souvenir del più modesto e popolare Noncello.

Ci reputiamo intelligentissimi e progrediti perché ci siamo sommersi di telefonini, intelligenze artificiali e droni, ma non siamo ancora in grado di dirimere le questioni più semplici riguardo gli Egizi: come hanno davvero potuto spostare i blocchi di pietra per erigere le piramidi? come hanno potuto all’interno delle stesse riprodurre fedelmente i meccanismi del nostro sistema solare? come sono stati in grado – forse – di vincere a scacchi e a dama la sfida con Madama Morte, per vivere in eterno?

Vivere in eterno, o sapere come vivere appieno: optare per la soluzione migliore. Quanto sarebbe bello, opportuno, importante.

Una delle verità che rifiutiamo sugli Egizi e sulla vita: ne conosciamo poco, o niente.

Tra le innumerevoli vite che non sono la mia e che ogni tanto immagino di selezionare (come se ne avessi la facoltà), c’è senza dubbio quella del Battista: Giovanni Battista, Belzoni il Grande, esploratore, avventuriero, archeologo, ingegnere idraulico e chissà cosa e quanto altro ancora. Nacque a Padova da una famiglia umile di Roma, fu cittadino del mondo, celebrato in Europa, Regno Unito in particolare per le sue imprese e le sue eccezionali scoperte in Egitto. Senza dubbio, conosceva più segreti lui sulla civiltà dei Faraoni di quanto ne sappiano oggi; o di quanti ne siano contenuti al GEM (Grand Egytian Museum) nuovo, immenso, fantasmagorico museo dedicato all’antica società dominata dai faraoni, che sarà inaugurato tra poco a Giza (3 luglio) e già preso d’assalto dalle prenotazioni di orde di turisti, da ogni latitudine. E attitudine.

Un giorno da grande, un solo giorno da Belzoni e l’autentico record sarei io.

Mentre Ramses II, approdato a Londra, per merito suo – di Giovanni Battista – veglia sul nostro operato, sorride enigmatico e dice: la tomba non è la fine di tutto, ma il portale da dove inizia un nuovo viaggio.

Nel volgere di una manciata di millenni, siamo passati dall’erigere un’imponente architettura funeraria, alla costruzione di impianti dedicati al gioco del calcio, ma non solo; dai cancelli verso l’aldilà, agli stadi che celebrano ed esaltano lo sport, dunque, la gioia della vita terrena, stadi di nuova generazione, meglio, nuova concezione; l’evento sportivo è centrale, ma non è più la sola funzione: concerti, uffici, centri congressi e di formazione, negozi, musei e chi più ne escogita, più ne aggiunga. Facce della stessa medaglia? Strutture distanti tra loro – a partire dal momento cronologico – eppure in connessione? Chissà.

Egizi, abbiamo lance, spade, mortaretti, tricche tracchi e castagnole. E con queste armi spezzeremo le reni a Maciste, a Rocco e ai suoi fratelli. Armatevi e partite!“.

Il principe De Curtis, nel lungometraggio Totokamen, aveva capito tutto, tanto da dispensare saggezza a suon di battute, lazzi, schiamazzi, ‘guittonerie’ – tra le sue mani, arte – partenopei;

a profusione.

In attesa del passaggio.

Tutto si trasforma

Lo sosteneva qualcuno, con convinzione, con ottime conoscenze; nel senso di cultura.

Stéphane Mallarmé citato da Jorge Luis Borges, o viceversa; poiché io, certo non loro – l’oro? – sono il vanto dell’ignoranza crassa.

Aggiungeva Brodskij, infine, che il male politico è sempre un cattivo stilista. Chi legge, chi sa narrare, sviluppa in modo naturale un raffinato gusto per il bello, sa distinguere tra le verità e il kitsch, tra le verità e il fake; non si accontenta dell’acrimonia immotivata generata dagli sciatti, vuole le storie delle persone che tratteggiano i volti, respinge al mittente le teorie che vorrebbero cancellare la nostra umanità. Raccontare dona il super potere più grande, più prezioso, l’unico davvero imbattibile: l’empatia.

Garantisce e spiega questo, nei dettagli, entusiasmanti per chi ama la letteratura, il poeta e scrittore Georgi Gospodinov, autore di una formidabile lectio magistralis; viviamo in un’epoca dura, disumana, che mai nella storia si era verificata: annichilimento del mondo, annichilimento della memoria. Come in The neverending story, il nulla assoluto tritura tutti e tutto. Leggere e scrivere ci salveranno, ci regaleranno non solo speranza nel futuro, ma progetti concreti, perché le parole sono le paladine di pace che sanno conferire ordine al caos dell’universo.

Come in una canzone di Franco Battiato e Giusto Pio, tutti cerchiamo un’altra vita, anche se siamo soli, spaventati, quasi completamente arresi: le telenovelas di sottofondo a divani abbandonati a telecomandi in mano e sulle strade la terza linea del metrò che avanzano inesorabili sono bazzecole, eppure acuiscono le frustrazioni e il nostro senso di disagio, inadeguatezza, inutilità. Un’altra vita, vi prego, il mio regno per un’altra vita. Magari la stessa, ma dall’inizio. Vergine.

L’orbe terracqueo si è tramutato in un gigantesco porto – lo è sempre stato? – e noi, illusi privilegiati nordoccidentali, affacciati alla finestra crediamo di assistere allo spettacolo di arti varie, variegate della multiforme umanità. Come scrive Filippo La Porta, l’ideale stilistico di Italo Calvino era un’acqua limpida – ora, difficile anche solo immaginarsela – così trasparente da consentire un’osservazione perfetta della storia, come appunto una finestra sul porto. Manuel Agnelli, languidamente steso su un balcone, obietterebbe che il porto sembra un cuore, nero e morto (cuore di tenebra?), che però ci sputa una poesia. Ennesimo dono della parola e dell’inventiva. Della facoltà umana di creare, quando non siamo sconnessi dalle nostre peculiarità.

L’intellettuale francese Edgar Morin, sociologo e filosofo, sconfitto il tempo cronologico, 103 anni d’età (anacronico), pubblica il suo primo romanzo: L’anno ha perso la sua primavera (Guanda). Conservato in un cassetto dal 1948, “per pudore, perché non sapevo se avessi abbastanza talento per scrivere un buon romanzo“. Lezione da imparare a memoria, metabolizzare. Ci ammonisce, ci sferza, ci incoraggia, lui può: “Le tragedie si susseguono con differenze e tratti comuni. Ciò che si ripete è il sonnambulismo dei governanti e dei popoli quando si vive e si subisce la corsa verso i disastri“. Ormai, non c’è più nemmeno l’orchestrina sul Titanic, e noi, temo, non l’ascolteremmo distratti da miriadi di sciocchezze, banalità – la cui somma provoca tragedie.

Al limitare del sentiero, forse prossimi a raggiungere l’agognata altra esistenza – o qualunque altra forma sussista – così raccontano quelli che sono stati vicini ai ‘congedanti’: perdono ogni interesse per questa vita terrestre. Morin a parte, ma scriviamo di veri fenomeni. Anche loro, però, sanno che narrare una storia impedisce al mondo di finire; anzi, lo rigenera.

Ecco che, alfine, si avvera la ‘profezia‘ di Mallarmé, quella del titolo, finalmente completa:

tutto, prima o poi, si trasforma in libri. E ci rende liberi di volare, ovunque, senza limiti.

Anche contro, oltre i mali peggiori: propaganda, odio, Apocalisse. Proprio come scrive Gospodinov.

Leggere e scrivere, per vivere in eterno.