Senza titolo

La temperatura tropicale – tropicana? – ha inaridito ogni fonte, quindi anche il titolo del pezzo è evaporato.

Non solo, anche gli altri titoli, a cominciare da quelli di studio in giù (o in su), si sono rinsecchiti; ammesso avessero mai goduto di vitalità, di esistenza, di resistenza.

Nel mio nomadismo culturale, mi imbatto nella ‘bellezza inquieta‘ delle bromelie e subito finisco spiaggiato, fuori pista, in crisi. Omelie pretenziose di pretini baciapile – come avrebbe detto, senza complimenti, nonna Erminia – , crasi (saperla) tra bromuro e sacrestia? La mancanza oceanica di titoli, o, più semplicemente, di vera competenza, ottiene l’effetto di smantellare il palco; perché anche il proverbiale, incolpevole, arguto asino ride al cospetto delle mie gravi lagune: lacune, per meglio dire.

Fischiettando per darmi un tono (non un titolo, purtroppo), per simulare disinvolta indifferenza – mentre avvampo di vergogna – scopro che la su scritta (la vegetale, intendo) esiste, pianta verde e andina, non ondivaga, dal corpo carnoso, vagamente inquietante. Non è razzismo, è botanica.

Esaurita la premessa, il preambolo, l’incipit – cosa sarà mai? – esaurito me stesso, mi accorgo della mia fase prolungata di stasi, sullo stesso punto. Prima o poi, il resto del mondo transiterà da qui, auspico. Già stanco, io, ma anche la variopinta, variegata umanità.

Non per ingannare il Tempo – utopia fine a sé stessa – ma per renderlo rigoglioso e fecondo, vorrei essere la cantante teutonica Ute Lemper; non solo impersonarla, essere lei. Per un’estate, questa. Interpretare così ancora una volta il progetto artistico Neruda Songbook, perché ora più di sempre abbiamo bisogno di scoprire, riscoprire, come mantra salvifico, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.

Questo nostro tempo si sente perduto e alla continua ricerca di un vero scopo, di uguaglianza, giustizia e umanità. Mentre il nostro tempo, perduto, ribadisco, continua a reinventare simboli nazionalistici che alimentano l’odio e la mancanza di rispetto verso coloro che sono diversi“.

Vorrei essere l’intellettuale Angelo Floramo, distillare e instillare cultura come solo lui sa fare, condividendola a profusione, senza superbia, né acrimonia.

Come lui, rinnegare il culto dei confini, maschi patri guerrafondai; proiettarmi verso frontiere, femminili, luoghi aperti alla possibilità di dialogo tra diverse culture, frontiere pacifiche, fattive, pronte sempre a edificare il presente e il futuro, comunitario e armonioso. Umano.

Se in questa calura, posso sognare per salvarmi, per rigenerare le fonti, voglio sognare in grande:

trasformare il Sogno in progetti concreti, ispirandomi alla generosa magnificenza muliebre:

altrimenti mi prosciugherò nell’aridità del marketing globale.

Allegra donna con cappello

Sotto il cappello, un mondo; di più – molto di più – i mondi, gli universi.

Donna, una e trina: almeno. Per iniziare.

La Donna è mobile, ma non qual piuma al vento, piuttosto quale pensiero cangiante, quale cambiamento continuo tendente se non alla perfezione – dannazione totale – all’equilibrio, all’armonia.

L’importante è rubare, ma solo il meglio, il sacro, la bellezza; a chi, se non a una donna, anzi, alle Donne, all’eterno, inscalfibile, creativo femminino?

Ecco perché attingo a Isotta Canciani, perché è Donna colta, libera, antifascista: perché è friulana, ma di rito intelligente, sa beneficiare dei piccoli e grandi piaceri della Vita, traendo sempre nuove esperienze e un tratto di saggezza in più. Non importa che sia esistita, esista o debba presto nascere, non importa se si tratti di personaggio d’invenzione; è una Donna: vera, entusiasmante, magnifica.

Non l’Isotta Fraschini automobili, certo, né, tantomeno, Isotta la compagna di Tristano; Isotta Canciani, udinese agèe, degli anni 30 del 1900, le cui godibili, memorabili gesta sono nate nella testa e per la penna – letteralmente – di Paola Zoffi, originaria di Romans d’Isonzo, ma vivace intellettuale di San Giorgio di Nogaro. Chi mai potrebbe raccontare la storia di una propria creazione o di una città durante la belle epoque attraverso una serie di simpatici, semplici rebus distribuiti a Lettrici e Lettori? Chi potrebbe tratteggiare con sagace ironia protagonisti, comparse, oggetti misteriosi che racchiudono segreti – e non solo – caffè e osterie storici, viaggi in treno, attraverso un escamotage così brillante e coinvolgente?

Presentando alla Libreria Einaudi di via Vittorio Veneto in Udine la sua ultima pregevole fatica letteraria, Paola Zoffi ha rivelato un’indole con caratteristiche simili – non identiche – alla signora Isotta Canciani e animando in modo coinvolgente una delle tre serate della manifestazione culturale La notte dei Lettori (decima edizione, con approccio per fortuna ancora appassionante e lontano da logiche ‘multinazionali’); la trilogia si snoda attraverso titoli e scrittura magnetici: Essenza di tabacco e robinie, Del giovedì e altre disgrazie, Tutta colpa dei tarli. Per tacere, con discrezione e amichevole accoglienza, del padrone di casa, nonché coraggioso editore, Paolo Gaspari.

Il bello delle allegre Donne con cappello è che sanno annientare con un motto di spirito le frontiere: divisioni del territorio nate dagli interessi particolari, dalle opportunità geopolitiche – in accezione peggiore e disumana – dalle sofisticazioni a tavolino; frontiere che non somigliano in nulla e per nulla ai confini naturali, quelli che stimolano i vari Ulisse a superare i propri limiti e le tante, diverse Isotta a parlarsi, confrontarsi, imparare: per migliorare, crescere, per fondare un Mondo nuovo sul bene comune.

Come dice e realizza da una vita il professor Angelo Floramo, – altro illustre esponente delle tre notti friulane – persona colta e sensibile che saprebbe farsi capire anche nelle peggiori osterie ai limiti del Pianeta;

con un sorriso, molti racconti e infiniti bicchieri di vino.

Buone letture, buone bevute, buoni viaggi: con e in tutti i sensi.

Cut up, Tarzan, Piave

Pagina del cut up, del check up, del kechup.

Jungla e dintorni, Tarzan con il coltello, tra i denti – difficile saltare da una liana all’altra e anche emettere il potente grido di richiamo per gli amici Animali – Batman nella notte, nero pipistrello, molto elegante e poi, si sa, il total black sfina ché con l’età anche il povero pipistrello di Wuhan avrà qualche maniglia dell’Amore, nella sua spelonca;

William S. (mi interrogo sempre sul misterioso complottistico significato di queste maiuscole con il punto) Burroughs cosa penserà, cosa inventerà, cosa scriverà, per noi?

Rimpiango tutto della mia vita mortale, anche quegli improbabili barrocci baracchini sghembi e sgarrupati, anti pandemici per forza e per miracolo etilico, parcheggiati in servizio continuato senza alternative, all’esterno degli stadi – mitologiche arene del Mondo Prima, atte a ospitare eventi sportivi e/o artistici, per il sollazzo baloccamento delle folle da distrarre dai temi importanti – con friggitrici sempre pronte a sfrigolare sanissime ciambelle o griglie di Vulcano, mai pulite mai disinfettate, per potenziare al massimo i sistemi immunitari, ove sfilavano trionfi di hamburger e hot dog, ripieni traboccanti esplosivi di check up (quello, nel caso qualche ora dopo l’ingurgitamento) anzi kechup e maionese di dubbie origini.

Mi è apparso un Angelo, ha sussurrato parole arcane; non al Cane, a me. Parole astruse incomprensibili inimmaginabili, per il sottoscritto scrivente: anche perché di solito il Messaggero sono io; certo, lavoriamo per ditte di posta e telecomunicazioni concorrenti, però: attento alle rivoluzioni, attento a chi promette di cambiare tutto – soprattutto in un/con un click (potrebbe trattarsi di suono onomatopeico del grilletto di una Colt45) – attento a chi la butta in caciara senza condividere pane e caciotta, attento agli spargitori effonditori di ammuina; rivoluzione è sì cambiare, tornando però alle Origini, ai Valori fondativi.

Innovare ma conservando le Basi, potenziando la Memoria: dei neuroni e degli anticorpi.

Avviso ai medicanti, ai naviganti, agli inquisitori in servizio permanente effettivo: anche i bersagli mobili, prima o poi, nel loro intimo s’incazzano; o si scassano, questo evento sarebbe da considerare peggiore del primo: un fortunale – chissà quanto fortunato o foriero di doni – si sfoga da solo, si esaurisce e si consuma nella sua stessa furia, un vascello avariato, naviga pazzo e pericoloso, incontrollato ingovernabile, per il vasto Mare.

Finire come Mastro Geppetto, incatenati al letto, con i pensieri fuggiti dalla testa come un nugolo di galline dall’aia; non sono cattolico né marxista credo solo alle poche cose che mi allietano la vita, credo nell’acqua e nella luce del Sole, nelle rondini e nelle lucciole che nonostante l’ecocidio si intestardiscono a tornare; mi guardo dentro la crisi e vacillo sul nulla, sono solo un corpo e come corpo morto, prima o poi, cadrò; ci vorrebbero nuovi geniali racconti dal confine, dai confini tra noi e l’irrealtà; Costanza tu sia marchiata o meno con l’infamia degli ominicchi, necessiterei di carta, penna d’oca sul cappello che noi portiamo, inchiostro nero virato seppia, calamaio, meglio sarebbe Calamandrei: abbattere ogni gerarchia, iniqua opprimente oppressiva, per instaurare un costituzionalismo sociale;

inutile negare, negare sempre, soprattutto le evidenze, la Verità non ci piace abbastanza, non è resiliente, non incrementa il pil, non garantisce la verde transizione, non è sexy;

alla patria, preferisco Madre Gea, alla nazione, il Mondo paese.

Sarò disertore, eretico, ma al falò delle vanità dei guitti di regime, anteporrò sempre e comunque La Leggenda del Piave, la sacralità di quella canzone, baluardo della nostra memoria e delle Vite di quei Ragazzi, Ragazzi per sempre.

A Loro insaputa.

Jungle of Stone

Cedo alla dura legge – ma legge? – del marketing:

infarcire il testo, scritto o parlato per me pari (non) son, di inglesorum, giusto per restare in disparte, occultato, occulto, mimetizzato, travisato – nel volto e nelle mie esternazioni – e osservare, decifrare, interpretare l’effetto che fa.

O il suo contrario.

Jungle of Stone, Heart of Stone, Age of Stone, età evo del vetusto mondo litico: ho calato subito il tris, resto in mutande o foglia di fico, anche se temo che non basterà a coprire le vergogne della sedicente civiltà umana occidentale.

La giungla di pietra; benvenuti nella giungla urlavano i Guns n Roses qualche annetto fa o anche più: non solo in fuga da NY, molto presto gli esodi programmati, subito alternati a nuove clausure globali – seguendo l’agenda del nuovo regime politicamente scorretto – diventeranno la quotidianità.

Quotidianità mesta dal cuore di pietra, narrata cantata celebrata da quei rapper, un tempo ribelli anti conformisti atei, improvvisamente caduti sulla via della pandemia – hanno visto la luce – improvvidaMente ri convertiti alle vie del Signore (a Sua solenne insaputa); lieti di averla scampata, per celebrare la loro incrollabile fede, dichiarano odio eterno e guerra senza quartiere a tutti coloro che magari pensano in altro modo o semplicemente coltivano ostinatamente l’arte del dubbio e del dialogo; forse questi fu rapper hanno confuso equivocato scambiato Dio con il lucido lucente apotropaico cornetto vermiglio partenopeo, parte napoletano.

Insomma, qualcuno asserisce di essere entrato in contatto con l’Altissimo, grazie al covid: Grazia, Graziella la bicicletta e grazie ar… covid che hai visto l’Altissimo, aggiungerei se fossi ancora cittadino romano; nel mio piccolo, senza ausilio virale, solo dopo serata molto eolica e nipponica, con bicicletta da corsa su è giù per la Pedemontana ho avuto un’autentica visione: mi è apparsa la Madonna, dietro un castello, dentro un’edicola, votiva – votiva l’edicola, non l’urna elettorale, giusto per chiarezza e precisione.

Si resta di sasso, talvolta, per le grandi scoperte della scienza; per la prima volta, ritrovato su un’isola dell’Indonesia – dove sarà mai? – il Dna completo di una donna vissuta in un gruppo umano arcaico litico, risalente a 7.300 anni fa: un’inezia per l’Universo, un lasso enorme – attenti a non farsi accalappiare – per noi bipedi miserelli; rinvenuto il codice genetico, ora tenteremo di interpretarlo, magari chiedendo lumi in una seduta spiritica ad Alan Turing.

Persiste la vaga sensazione che resuscitare resti un enigma insolubile, non liofilizzabile; le conferme sono tante: pare che la decrittazione sia riuscita solo una volta, Frankenstin a parte.

Gli scazzoni – pesci di acqua dolce, senza doppi sensi – sono scomparsi dai nostri fiumi; erano sentinelle e ambasciatori di corsi fluviali sani e puri; del resto, la nuova frontiera dell’ambientalismo governativo prevede trivelle verdi, prevede a Capri fonti di energia completamente rinnovabili e ecologiche, ma a partire – forse – dal 2036 (fuga dai Faraglioni, o Faraglioni in fuga dalla nostra stupidità): prima, disco verde, ma alle vecchie pratiche distruttive, con lasciapassare allo sversamento dei veleni di ogni tipo in mare. Altri paesi, nella scia esemplare di Danimarca e Costarica, certo meno moderni sviluppati avanzati di noi, hanno formato una lega – non quella che vorrebbe costringere a pagare chi sbaglia, dimenticando selettivamente i 49 milioni che deve allo stato, ma la Boga (Beyond Oil and Gas) – per uscire definitivamente dall’economia fossile e dalle sue logiche perverse; poverini.

Sarebbe bello aggregarsi al triumvirato della Cultura: Angelo Floramo, Alessandro Venier, Mauro Daltin;

in viaggio su Molly, adorabile scalcinato furgone reduce dagli anni ’80 del 1900, con il fiume a bordo, seguendo tragitti fluviali, dalla sorgente alla foce; discutendo amabilmente sul genere dei fiumi – femmina o masculo? – scoprendo la vera carta d’identità oro geografica e le storie affascinanti delle Persone che vivono attorno a quei percorsi (Tagliamento e Isonzo); apprezzare la Metafora del Ponte, ovvero la necessità di sviluppare nella propria esistenza la peculiarità di sapersi distruggere e ricostruire, proprio come certi fantastici passaggi sopraelevati, utili a congiungere rive che si fronteggiano senza contatto;

capire, infine, di essere ontologicamente pre socratici, socratici, pre moderni:

in buona sostanza, convintamente paleolitici.

Dogmi Dei Colori

Quando i dogmi vacillano, ecco il segnale dell’imminente, irrefrenabile caduta degli dei, di certi dei.

A Valle e sui sentieri, cartelli verticali verticalisti verticistici con l’avviso di pericolo: attenzione, caduta dei, non urlare – meglio cadano gli dei e non le funivie le funicolari le seggiovie i ponti.

Sembra un racconto fantasy: i messaggeri non possono tramutarsi in codice magico, invece poi, con o senza anello, con o senza rito formula incantesimo, i postini – hobbit elfi cavalieri? – si trasformano nella misteriosa doppia elica alchemica che origina gli esseri viventi.

Se la scienza diventa dogma, nega la propria natura ontologica; la scienza dovrebbe andare sempre a braccetto con l’umanesimo, dovrebbe come primo nuovo passo recuperare la propria vocazione galileiana. La scienza è osservazione, la scienza è metodo, ognuno il proprio; se diventa religione tradisce sé stessa e condanna l’intera Umanità a brancolare ancora e sempre nelle tenebre: questo almeno consentirebbe di osservare di nuovo in perfetta visibilità Luna, Astri, Lucciole.

Il dogma, come Mastro Etimo insegna, per quanto autorevole, per quanto illuminato, per quanto pilastro di un sistema filosofico, scientifico, religioso, resta Opinione. Forse indiscutibile, ma opinione.

Andare a caccia, ma con gli occhi, come l’estroso artista Giovanni da Udine; andare per boschi selvatici compatibili con la propria indole silvana e selvatica, selvaggia ma impareggiabile; retine come camere da ripresa, memoria visiva come lastre in un laboratorio di sviluppo: dipingere in modo perfetto Natura e Animali, così vicini alla vera perfezione, che sfogliando pagine illustrate o ammirando tele, la sconcertante impressione è quella di trovarsi di persona, al cospetto delle creature; il gran Facitore può riposare tranquillo, se catastrofe sarà, avrà i modelli per rigenerare tutto e tutti, ex novo, più fedeli dell’originale.

Sampei, grandi orecchie a sventola – che sventola! non si può più dire, per non precipitare tra le grinfie iraconde e funeste delle Neo Parche Moire o Erinni 4.0 – sorrisi di Sole grazie alla tua canna piena di magia (stigma sociale contro la canne dei Pescatori, ma il web pullula di foto di tizi con aghi infilzati nelle braccia), però amico mio, attento: se peschi un Sanpietro o se lo cerchi al mercato ittico o al ristorante, verifica che come spesso gli capita, non abbia dimenticato tutte le chiavi in tasca; risulterebbe poco digeribile, anche con molta Citrosodina a seguire. Idem con patate per gli integralisti della linea – fedeli alla linea – anche ordinando Sanpietrini, il rischio di appesantirsi esiste: magari sono piccoli, ma è come tentare di metabolizzare pietre, come certe parole scagliate con la fionda.

Dice il Saggio che la pandemia contiene il veleno più potente e letale nella coda: avrebbe distrutto la nostra capacità di percezione del limite, innescando deleterie frenesie e non solo per la villeggiatura; sono conscio di essere un minuscolo laico principiante, ma nella mia limitata comprensione, il virus ha moltiplicato all’ennesima ‘potenza un delirio di onnipotenza’ che già imperversava tra noi nel Mondo Prima.

Dio somiglia a un Pozzo dei Desideri – pozzo all’incontrario, dal basso verso l’alto, per una volta? – o il Pozzo dei Desideri, ammesso sia reperibile individuabile disponibile, è prova ontologica dell’esistenza di Dio? E del nostro istintivo bisogno di spiritualità? AI Gospel l’ardua ardita audace risposta, sonora armonica, in cantica cantata.

Angelo, aiutaci Tu: a comprendere la Commedia, a lasciarci travolgere dalla Meraviglia e dal Bello delle pagine dei Volumi degli artisti Amanuensi che nel Medioevo trascrivevano e illustravano l’opera di Dante per ricchi committenti; come dici Tu, all’epoca i banchieri si compravano intere città d’arte, ad esempio Firenze, oggi sarebbe impensabile e impossibile, ma in quegli anni bui credevano ai Draghi.

Capire la maestria di una miniatura, di una calligrafia; l’importanza di affilare le penne d’oca con un preciso taglio a 45° perché gli scrittoi lignei dell’epoca erano inclinati con quell’angolo, sussurrare la parola scriba per cogliere non la sciocca ironia, ma l’identità onomatopeica del ruolo, come una penna mentre verga parole o immagini sulla magnifica superficie di una vera pergamena.

Leggere la mappa, la cartina geografica contenuta nei rarissimi preziosi colori: blu oltremare dalla Persia, verde smeraldo dagli Urali, oro dall’Aurum elemento ardente, simbolo del Sole e del principio primo metafisico.

Aiutaci a trovare la via:

dalla magnificenza del cristologico Pavone, allo stupore alla grazia alla Verità dell’umile Pettirosso.

Forse così, solo così, noi, saremo: se non salvati, salvi (savi).