Dipingere il silenzio

Mio nonno Ermes lo ripeteva spesso – non proprio, considerando la sua loquacità parsimoniosa – : un bel tacer non fu mai scritto.

Se non avete mai udito – non un silenzio immane – ma il silenzio fuori ordinanza, eseguito in modo magistrale dal trombettista jazz Nini Celeste Rosso, è inutile compulsare vane parole. Le mie.

Silenzio in sala, si accende la magia – divina? – del teatro, della musica, del cinema.

Si fa presto a dire silenzio, ma ne esistono molti tipi, tutti mutano al cambiare degli esseri umani, come singoli o come collettività, comunità, popolo. Un silenzio può essere assordante, un silenzio può sembrare muto se noi stessi ci troviamo nelle condizioni mentali, psicologiche di recepirlo così.

La folla ferita che accompagnava il corpo martoriato di Jan Palach era muta di dolore, disperazione e rassegnazione o lanciava un umanissimo grido di rabbia, ribellione, vitale speranza verso il cielo della primavera di Praga?

Ancora, la gente italiana che celebrava le esequie pubbliche delle vittime del terrorismo, rosso e nero anche se Stendhal non c’entra (la sua illuminata ironia intellettuale farebbe comodo, oggi e sempre), era silenziosamente sconfitta o rinasceva rumorosamente dalle ceneri della violenza?

Insisto, sono tignoso, da anziano, invece di girovagare per cantieri, mi faccio spuntare le pigne in testa: negli ultimi 13 anni i nativi Guarani, Brasile, si sono suicidati con una frequenza venti volte maggiore rispetto alle popolazioni cittadine e triplicata rispetto al decennio precedente; per loro, il furto e la devastazione della terra è una tragedia, vera. “Noi indigeni siamo come le piante – diceva la signora Marta Guarani (tratto dall’articolo ‘Il suicidio dei Guarani – quando il divorzio tra uomo e natura incide sulla psiche’, traduzione di Valeria Guerrieri) – come possiamo vivere senza la nostra terra, senza il nostro suolo?“. Il loro silenzio è sinonimo di vita o di morte? Più definitivo di una denuncia, di una sentenza di colpevolezza.

Giacomo Leopardi, autore molto social, lo ha scritto nello Zibaldone: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore“. Dello stupore al cospetto dell’infinito.

Sempre deambulando nel campo della poesia, la magnifica Alda Merini sosteneva che, grazie al silenzio, con il silenzio, era in grado di reperire il coraggio necessario per permettere al cuore di dire quello che mai il cuore sarebbe stato capace di comunicare.

Dunque, cos’è questo silenzio arcano, multiforme? Da dizionario, assenza di ogni forma di rumore, suono o voce. Eppure, secondo le persone più sagge, il silenzio non sarebbe l’opposto o la negazione della parola, del suono, ma il perfetto, necessario contesto nel quale gli stessi fioriscono, si delineano, trovano la loro precisa collocazione, l’identità.

Il silenzio, il silenzio del mare, il silenzio degli innocenti; quanto è presente nella cinematografia, nella letteratura, nella poesia, nell’arte, nella psicologia. L’Urlo di Munch o il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich contengono suoni o immaginano realtà ‘afone’? Come avrebbe detto tempo fa uno bravo, ‘ai poster l’ardua sentenza‘. Se mi concentro sul dipinto, se esercito la forma più alta di astrazione e immedesimazione, non posso non udire le parole disperate, ma mute dell’uomo sconvolto dalla sua solitudine esistenziale, i suoni attutiti ma presenti della natura che circonda il viandante, fino a ridurlo a una piccola parte del tutto universale.

C’era chi da bambino sognava di dipingere il vento – uno a caso, Emilio Salgari – e chi, una volta adulto, è riuscito con immagini, parole, suoni a immortalare il silenzio, meglio, un aspetto simbolico di esso.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice“. Vorrei essere il postino di Neruda, recare questo messaggio a ognuno, in ogni dove:

forse riusciremmo a reimparare a vivere.

Scaldarsi le mani

Alexander Platz, cammino per le strade di Berlino.

Non c’è la neve, si vive come si può – non credo bene, almeno i mortali come me – non incontro Franco Battiato, Milva, Bertolt Brecht, Fabio Stassi.

Non in carne, ossa, intelletto; solo con l’immaginazione, dentro la mia mente: sì, per fortuna. La mia.

Molto spaziosa, la mia mente (del resto, è vuota), può contenere infinite persone, infiniti mondi.

Improvvisamente: siamo tornati non nel giardino della pre esistenza, ma nella Germania del 1933, in Bebelplatz. Dovrebbe rammentarmi qualcosa, dovrebbe risuonare un diapason sensibile al pericolo: imminente, terribile, letale.

Ho freddo, il gelo mi paralizza i pochi, scombinati pensieri; non conosco l’idioma germanico, ma qualcuno mi dice, ghignando: “Scaldati le mani al rogo dei libri“.

Sguardo inebetito, mi avvicino tremante alle fiamme. Guardo intontito migliaia di pagine, milioni di parole trasformarsi in tristi farfalle nere, poi in cenere. Non ci credo. Forse, anche per noi sarà così, forse, svaniremo in una folata di vento selvaggio.

Non comprendo la ragione, ma tremo di più, in modo incontrollabile.

Decine di migliaia di persone mi circondano, tutte recano libri, appaiono invasate e urlano: “Morte alla cultura, morte ai nemici e ai traditori della patria“. Dopo il rito fiammeggiante, un uomo tetro in divisa sale su un palco e arringa la folla: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere“. Ovazioni, acclamazioni, applausi.

Mi allontano in fretta, come se la mia passione per le parole stampate fosse scritta – come confessione, come auto da fé – sulla mia faccia; come se la mia indole mi condannasse senza appello ad ardere eternamente al centro dell’Inferno.

Nemmeno un Pape Satan cui rivolgere una disperata richiesta di clemenza, nemmeno un povero diavolo per condividere l’incubo.

Il mio sguardo vaga ovunque alla ricerca di un segno, anche minimo, anche flebile, di speranza, ma nota con sgomento che perfino le opere di Emilio Salgari, “un volgare antimperialista internazionalista“, sono lanciate nel fuoco distruttore. Di sogni, di idee. Di domani.

Voglio ridestarmi, devo ridestarmi, non voglio vivere in un continente dove l’aria è ammorbata da miasmi di benzina e cenere.

Madido, ansante, afferro La linea della vita, nuova avventura di Corto Maltese: subito recupero energia e ottimismo.

Ancora scombussolato, tra me e me, sussurro: “Assurdo, impossibile. Ci siamo già passati“.

Fabio Stassi, però, dal suo libro più recente, mi ammonisce e mi dice:

Rammenta le parole di Primo Levi: se qualcosa è avvenuto, può avvenire di nuovo“.

Liberiamoci, dalle feste (rovine metaforiche)

Pagina del: “Arriva qualcuno? Sia festa, sia sacro”.

O viceversa.

Pagina della Liberazione: da tutto, da tutti; soprattutto, dagli obblighi, dalle imposizioni, da chi non si rende conto di essere schiavo e non vuole festeggiare.

Sia festa, ma vera e grande: chi non vuole accogliere, essere accolto, essere sacro, lo faccia pure, ma in altro paese, su un altro pianeta. Se lo trova.

Bandiamo i banditi – scontato, troppo facile – bendiamo i bendati, non affliggiamo gli afflitti (e nemmeno: gli affitti, i fittavoli, i locatori, qualunque significato abbiano); liberiamo le energie migliori, i repressi.

Riflettiamo, sdraiati – adagiati – mollemente, pigramente sul talamo: oibò, che sarà mai? Il talamo, ovvio. Il letto ove si incontrano lascive volontà, o quella parte di cervello (averne!) che rende la memoria valore stabile, eterno finché dura, condiviso?

Fasi lunari e cambiamenti climatici, esiste un nesso scientifico? Se potessimo mitigare la stupidità, sarebbe un successo.

Si invecchia con velocità sorprendente, ci si rende conto che una vita non equivale allo stesso tempo per due individui distinti, però ci s’illude di poter smettere quando si vuole: o ci si prova, trastullandosi tra rovine metaforiche.

Per sperimentare su sé stessi la libertà, o almeno il senso della medesima, bisognerebbe pedalare, su due o su tre ruote, com’era all’inizio della straordinaria avventura; come gli scrittori, drammaturghi, gli artisti di fine 800, del diciannovesimo secolo. La bicicletta era bambina, nuova fiammante, non solo novità e moda, ma strumento per annullare le catene (imprigionanti!), vere o metaforiche. Arthur Conan Doyle, per citare un Sir famoso e conosciuto (si spera), pedalava molto prima e meglio di partorire l’infallibile Sherlock Holmes. Lo stesso Emilio Salgari, padre nobile squattrinato della patria, era un provetto ciclista – lo garantisce Claudio Gregori in Vagamondi, Scrittori in bicicletta (per i tipi di 66thand2nd) – e partecipava a tutte le gare tricolori molto prima di inventare il celebre, venerato isolotto malese di formidabili pirati. Molto prima di immaginare mari, battaglie, mondi asiatici – e non solo – più reali del reale.

Maurice Leblanc, papà di quel gentiluomo con il vizietto dei furti firmati Arsenio Lupin, era possessore e utilizzatore di un biciclo, si scarrozzava con frequenza e soddisfazione tra la Normandia e Parigi e dei suoi viaggi sull’insolito mezzo, scriveva sui giornali; con dovizia di particolari e felicità.

Perfino Samuel Beckett, scoprì la bicicletta e la elesse suo strumento – forse “assurdo” – quasi esclusivo per gli spostamenti;

del resto, in attesa di Godot, della Giustizia, della Libertà e della Liberazione:

meglio pedalare.

Nuvole Fenice

Quando nel cielo d’inverno, terso e lucido, compaiono nuvole a forma d’ala di fenice, forse è giunto il momento fatale di risorgere o almeno ravvivare le braci sotto la cenere.

Le tue mani sopra di me, mi convinci a risorgere – hai presente Nosferatu di Wilhelm Murnau, con la sinistra apparizione/ascensione verticale obliqua? – un ottimo auspicio, da cantare in coro, anche se siamo soli, tu con io e viceversa: soprattutto se il diretto interessato è già auto convinto, soprattutto se da lustri, oggi confortato dalla scienza ufficiale: il corpo anche dopo la morte continua a vivere per almeno un anno; l’ingenuo individuo – nell’accezione e con l’accento migliore – cogita che come epitaffio gradirebbe una dichiarazione d’intenti: non escludo il ritorno.

Se dopo ci sarà qualcosa, vi avvertirò; Nonna Erminia lo diceva sempre ridendo, propensa a restare qui, in questo lato del Mondo, a lungo, senza porre limiti alla provvidenza, né alla Provvidenza. Poi, un giorno, senza dire perché, né spiegando il come, è partita. Non ci ha ancora ragguagliato sui dettagli dell’oltre Terra, però si manifesta spesso e volentieri, con scherzi birboni che recano la sua inconfondibile firma ironica, talvolta beffarda.

Incontrare altri occhi, ma con la mascherina: no museruola, mascherina nera, elegante, da dandy d’altri tempi, 1940 o giù di là. Abito blu di foggia preziosa, cravatta rossa e cappello fedora – potrebbe sembrare il titolo d’una tragedia greca, non lo è, credo – in tono, puro Spirito di Will Eisner, molto concreto, per replicare a tono – tono su tono, talvolta anche tuono – alla criminalità, soprattutto alle ingiustizie dei tempi.

Sant’Ambrogio non credo sia l’omonimo fabbricante nonché dispensatore di quegli (possiamo dirlo?) orridi souvenir da bancarella turistica: ambrogini placcati oro con annessa Madunina del duomo, magari nei pressi della Scala. Teutonico (gallo!) di nascita, meneghino d’adozione ed elezione, pare fosse umile, saggio, intransigente; abile oratore, convertì Agostino, mise al suo posto – non solo in senso figurato, ma letterale anzi fisico – l’imperatore Teodosio. Amatissimo non solo dai cristiani convinti, ma dagli stessi eretici, amatissimo dalle genti di estrazione popolare. Nonostante tutto questo, qualche malalingua si ostinava ad insinuare: facciamogli il test della cadrega, tel chi l’è un terun; non solo in qualche remota mescita con cucina nella nebbiosa Brianza.

Le nuvole Fenice a quale velocità si spostano nel cielo? Si fa presto a dire velocità della luce, ma non siamo tutti Nembo Kids o Nembo Boys. Né di solito possiamo estrarre dalla tasca l’Enterprise, o qualche altra nave spaziale, magari una di quelle immaginate da Salgari – sì, l’Emilio fu anche autore (fautore) fantascientifico! – nel suo Le meraviglie del Duemila (scritto nel 1907, ambientato nel 2003). Alla velocità della luce volerai se e solo se prima saprai immaginarla, saprai trovarla, fabbricherai le parole per raccontarla, quindi grazie infinite all’astronomo Ole Christensen Romer che il 22 novembre del 1676 al cospetto dell’Accademia delle Scienze della corte reale di Parigi illustrò in modo incontrovertibile il metodo definitivo per imprigionarla dentro un calcolo, matematico. Senza di lui, addio fantascienza, addio eroi più o meno super, addio hi tech astronautico.

L’Uomo che aspirava a perlustrare il mondo da capitano di vascello e per colmo di sventure e paradossi non andò mai oltre Verona e Torino, inventò con la fantasia mondi meravigliosi, passati e futuri; preconizzò con la preveggenza dei veri geni ‘un Eden tecnologico, i cui comfort non solo non hanno risolto, ma anzi hanno incrementato solitudine e alienazione‘ (Stefano Massini su Robinson di La Repubblica).

Meglio, molto meglio anelare, essere una nuvola a forma di ala bianca di Fenice: non si raggiungerà mai la velocità della luce, non si sbarcherà su pianeti alieni, ma si potrà volare liberi e soprattutto in armonia nello stormo.

Atomica, Rossa

Pagina Rossa, di vergogna o voglia di Natale (-7, per pignoleria).

Rossa com’era la Passione o il Peccato docg denominazione di origine controllata e garantita, rossa, come i conti in passivo del paese che mai si decide a fare i conti: con la propria coscienza, di solito, sporca.

Italia in rosso, così, se il Babbo nordico arriverà, almeno cromaticamente non ravviserà mutazioni. Zona rossa, lanterne rosse, rosse case chiuse; blindate isolate, ermeticaMente (e se lo scrivo io).

Comunque, possiamo stare tranquilli, ci hanno garantito non solo che il governicchio non cadrà – non era già stremato? – ma, addirittura, pensa; il governetto pensa, finalmente una notizia da prima pagina, antiche nove colonne: quali siano i frutti di tutte queste elucubrazioni circonvoluzioni evoluzioni circensi, non è dato sapere. Del resto, siamo o non siamo la Penisola, isole comprese, dei misteri irrisolti?

Sanzioni ai cattivi, una pura formalità: non siate ingenui, mentre noi ci dilaniamo con dotte dissertazioni da buonisti, tutti gli altri ci superano in curva – tipo Il Sorpasso, compreso l’epilogo – e realizzano incassi da ‘la capagira’, continuando a intrallazzare, a vendere armi, a sversare rifiuti tossici sotto i piedi dei poveracci: tanto, tra morire di fame o di libero mercato, meglio se, nel frattempo, i soliti noti, anzi famigerati, non più sospetti, ma rei con fessi, si arricchiscono ancora un po’.

Pagina della Dama Rossa di Fausto Coppi, scandalo nelle quiete vite degli italiani, tutti casa (sempre chiusa, meglio rammentarlo) e chiesa (…) del Mondo Prima, cittadini pii, come da pollaio del fu Principe di Metternich; ora che metto meglio a fuoco i colori, la Dama di Coppi era Bianca. Comunque, con una dose minima, assai economica, di chinino di china di coca cola, avrebbero potuto e dovuto salvare il Campionissimo.

Rossa Enciclopedia, quella che tenta di contenere comprimere comprendere l’intero Alfabeto Simenon; letteratura alimentare enorme variegata onni gustosa, centinaia di romanzi e racconti, di tutti i generi, generosi con i lettori, mentre lo Scrittore nella teca di vetro sul tetto del Rosso Mulino delle Tentazioni – si può ancora scrivere: che gambe, quelle Ballerine? – solo con i suoi occhiali, la sua pipa, la sua macchina per e/o da scrivere, osserva con sguardo ironico e disincantato il mondo, con spirito da entomologo socio antropologico; fuori dall’antro, dentro la Vita.

Rosso di sera, rosso infuocato, arancia rossa siracusana, bel tempo Kalimera, salentina ellenica. Buongiorno o Bella Contrada, si spera, anche se, come da atavica lezione, la Dea Speme non rappresenta il massimo dell’affidabilità e spesso fugge.

Rossa Rossana, cugina splendida e tentatrice, a Tua insaputa, sei dolce bella croccante come una caramella dall’elegante confezione; al fin della licenza, la punta del mio naso – che mi precede e preannuncia – per un Tuo bacio, giuro che non apostroferò più alcuno, nemmeno a fil di penna.

Gli Uomini Rossi erano davvero liberi, una nazione aspra ma con regole giuste, beati territori di caccia, nei Cieli, ma per vivere in pace santa, finalmente.

A proposito, lo sapevate che Emilio, Conte di Roccabruna, signore di Ventimiglia e di Valpenta, aveva un fratello che si faceva chiamare Corsaro Rosso?

Cappuccetti Rossi – non quelli spregevoli dell’Alabama – quelli alternativi, del meraviglioso Cous Cous Clan, rosso ClanDestino, giusto per rammentare a noi stessi che non esistono esseri umani illegali.

Tutto è relativo, anche il Rosso. ReAttivo, meglio un monarca impegnato di un ReAttore, ché poi non si sa mai come finiscano certe recite e soprattutto certe scorie.

Da ragazzino sognavo l’Atomica – non quella del film di Kubrik e del Dottor Stranamore – l’Unica Vera Irresistibile Gilda (non nel senso delle Arti e dei Mestieri, o forse anche): Rita Hayworth, la Latina Regina di Hollywood.

Just around the corner, Remember the promise You made: a mezzanotte va la Ronda del Piacere – più o meno dannunziano – a mezzanotte sai che io ti penserò.

Ah no, quella girovagava nel Mondo Prima, oggi serpeggia quella dei vigilantes anti assembramento, anti fughe dagli Alcatraz regionali.

Allarme: rosso, va da sé. Occhio ai vecchi trucchetti di Madre Natura.

Torna, Atomica, torna e coroneremo il sogno di vivere, insieme, nel Giorno Dopo:

ballando il Flamenco, mangiando fragole non più rosse, bionde.

M

Pagina della Ripresa: borgomastro o borgoMostro?

M, il mostro del borgo; i mostri sono cattivi o sono vittime di spregevoli campagne di stampa invidiosa?

I mostri, come le risposte ai dilemmi esistenziali, sono dentro di noi, talvolta sono sbagliati se non hanno limiti, talvolta sono mostruosi nell’accezione etimologica originale e possono condurci verso territori mistici, geografici inesplorati, grandiosi, rigeneranti.

Ripresa del tema, ripresa cinematografica, ripresa economica – nuovi barzellettieri unitevi! – ripresa per i fondelli, ma anche per il bavero, salvifica o sanzionatoria: bavero color zafferano, sia chiaro!

A proposito, sapevate che la mirabolante spezia presto diventerà un retaggio un miraggio un monitoraggio del passato, del tempo che fu, forse esisteva, e oggi non torna più? Siamo riusciti nella nostra corsa criminosa all’ecocidio a estinguere: non i debiti inaccettabili, iniqui, inumani dei paesi poveri (depredati?), ma lo Zafferano, lo zaf, lo zar non russo, il veterano del Regno delle Spezie, dei Profumi e dei Sapori, originali naturali non chimicamente sintetizzati.

Meglio il vero Zafferano o il surrogato chimico che promette miracoli culinari – come un poli vaccino polivalente chissà quanto valente – qualsiasi?

Ti trasformerai, ma con dolore, no pain no gain, caro George Minami Tekkaman, sarai anche Cavaliere dello Spazio, ma per combattere contro i ‘mostri’ chissà quanto alieni, devi sottoporti al potenziamento tipo tortura da inquisizione, quella riservata agli eretici peggiori più socialmente pericolosi, quelli in grado di destabilizzare i consessi più ingiusti e crudeli, però così tranquilli ordinati lindi e pinti, con fondali di cartapesta, cemento, aria sempre più inquinata.

Tutto è in comodato d’uso, utilizzo non sempre comodo né semplice, ma, perdincibacco, i cervelli possiamo, anzi, dovremmo restituirli usurati per eccesso di sfruttamento: solo quelli.

Tamponi processati, in contumacia? Chiedo ai tuttologi dell’informazione della scienza del Diritto – nelle mani dei veri dritti! – , i tamponi hanno diritto ai 3 gradi di giudizio? Possono ricorrere al tar, al presidente della repubblica, alla corte di Strasburgo e financo a quella suprema universale? Meglio sapere in anticipo, perché se i tamponi intentassero causa civile contro l’Umanità, sai che risarcimenti in caso di sconfitta in giudizio.

I gradi (quelli della superficie terrestre e degli strati dell’atmosfera meglio non chiederli) di separazione – nelle controversie matrimoniali? – sono ancora 6? E una dose d’Anima di 21 grammi, quanto costa, magari sulle bancarelle a Spaccanapoli?

Il MiTu arriva tardi, predica e razzola post litteram, quando ormai i Dinosauri sono fuggiti anzi estinti: in Perù 9.000 anni fa – non Al, 9.000 – Donne e Uomini erano pari e patta nelle prime rudimentali forme di organizzazione tribale; entrambi erano investiti della responsabilità di portare in tavola, o in taverna caverna spelonca, costate e tagliate di brontosauro, quello vero! Dopo cruenta caccia, naturale; giovani ominine e ominini sono recenteMente stati rinvenuti da alcuni paleontologi sepolti avvinghiati a lance archi clave, strumenti che tutto sommato possono tornare utili anche per i viaggi oltreTomba.

Confortante sapere che anche l’Amicizia tra canidi e ominidi sia nata nella Preistoria: la preistoria sarebbe il prequel alla mesta storiella del Mondo Dopo? Comunque, i primi esploratori partiti dall’Asia nel paleolitico decisero di portare con loro i fedeli quattro zampe, distanze rischi ossa abbondavano per soddisfare gusti esigenze capricci: i più varj e bestiali!

Vanna Marchi e il celebre mago Do Nascimento (Rinascimento, dei gonzi) furono vittime di una terribile congiura ordita orchestrata perpetrata dai Berluscones: la loro unica terribile colpa? Essere comunisti; magari mangiavano bambini ma sempre con delicatezza e poi erano veri filantropi, roba da fare diventare verde di bile virale Bill Gates.

Popolino ottuso bue sciocco, devi credere nella Scienza, perché è la Tua sola risorsa contro ogni male satanico, non essere superstizioso, schiodati dal Medioevo; ma se la Scienza ti ammonisce contro i mutamenti climatici è farlocca furfantesca eterodiretta da Greta menagrama propugnatrice di decrescita infelice, sappilo!

Nel frattempo, è uscita la ristampa di lusso del salgariano capolavoro I Misteri della Giungla Nera, in versione riveduta e aggiornata al Mondo Dopo.

I temibili terribili sicari Thugs del III millennium bug sconcertati al cospetto della loro indiscussa Padrona:

alla Dea Kalì – traumatizzata da tutte le castronerie, bestialità, minchionate udite solo negli ultimi 8 mesi – sono cadute le braccia, TUTTE.

Disperata, avrebbe chiesto aiuto a M, ex mostro di Dusseldorf in meritata maritata malcelata pensione, ma Peter Occhioni Spalancati Lorre, al momento, pare faccia orecchie da mercante.

SALGARI, LA NONNA E LA BRISCOLA

Ogni tanto, molto di rado, qualche anima bella, qualche scriba dei quotidiani locali, tirava fuori la trita storiella: per carità, bravo è bravo, ma non corre, nel calcio moderno nessuna squadra può permettersi giocatori fermi…

BradHypo tra le varie caratteristiche caratteriali non annoverava la permalosità: – Nel calcio c’è chi corre e io lo ringrazio, di cuore; e c’è chi pensa: io penso.

Le sue risposte somigliavano ad aforismi filosofici (o a certe battute dei film di Sergio Leone) e di solito avevano il potere di disarmare gli interlocutori più critici e polemici. In fondo, alla fine, tutti o quasi gli volevano bene e cominciavano a prenderlo in simpatia.

Solo una volta in effetti lasciò tutti noi interdetti esclamando una specie di simil blasfemia: – Zio Canaco, ho sbagliato carico!

Durante una finale del torneo annuale di briscola tra le osterie locali, si lasciò sfuggire, conscio dell’imminente disfatta, questa imprecazione che sembrava più una citazione geo letteraria: lo era. Con umiltà e senza sfoggio, raccontava che era stato dai tempi dell’infanzia un salgariano doc, anzi docg; quindi l’esclamazione era da ritenersi un omaggio al popolo dei Canachi, a Sandokan, ai Tigrotti della Malesia. Al Sandokan letterario, protagonista del ciclo malese (per Brad, la nostra squadra era una sorta di romantica Mompracem del calcio) e a quello cinematografico, l’unico: quello impersonato da Kabir Bedi nei lungometraggi – per il nostro fuoriclasse ‘accuratissime ricostruzioni storiche’ – dirette da Sergio Sollima.

Per le sconfitte sul campo di pallone, non si arrabbiava, mai: – E’ solo un gioco, Ragazzi…

Quella volta però al tavolo da briscola, sembrò, non potrei definirlo turbato, ma pacatamente contrariato, sì: – Come diceva mia Nonna Epifania (ennesima Figura mitica, da lui considerata eterna fonte d’ispirazione) chi ha una strategia vincente con le Trevigiane, ha una strategia vincente per la Vita.

Fu così che per un punto Martin BradHypo non perse la cappa, né la capa, ma la partita e l’ambita confezione da 6 bottiglie di Ribolla Gialla, messa in palio come premio finale per i Campioni di Briscola, sì.

BradHypo era questo e molto altro. Un tipo straordinario, ma che non lo dava a vedere; un tipo unico e originale, senza averne l’aria, senza darsi arie, senza farlo pesare sugli altri.

(Continuerà???)