Augusto in ferie

Un tempo – cribbio, nostalgia paleolitica? – nemmeno troppo lontano, almeno l’ostica matematica era un punto fermo e imprescindibile.

Magari, spesso – rei confessi e vergognosi – non sapevamo (sappiamo!) maneggiarla, non la capivamo, la rifiutavamo, a priori, ostentatamente. Però, non solo nei proverbi popolari o nelle mutevoli sentenze da osteria, era lì, punto fermo e immarcescibile.

Nel frattempo, in un paio di decenni, gli ultimi, anzi, i più prossimi, come usa dire, tutto è cambiato. Tranne l’uomo e i suoi difetti, quelli peggiori.

Perfino la geografia non è più la stessa (lo è stata mai?): mi spezzo e mi spiego; il nostro derelitto (colpe nostre) pianeta è un magnifico organismo, vivente e mutevole. Ma si sta alterando, per così scrivere; non ci sarebbe bisogno nemmeno della certificazione scientifica, lo esperiamo ogni singolo giorno, notando – si spera – cambiamenti meteorologici, climatici, morfologici che mai avevamo registrato nella nostra vita: del passato.

In letteratura, per fornire un esempio, la geografia è sempre stata un’opinione; almeno, da quando Cervantes, con il suo Don Chisciotte, inaugurò l’era del romanzo (dato per defunto e sepolto già troppe volte) e della creatività applicata con fervore alle nozioni geografiche; partendo magari da dati veri, incontestabili, l’autore, meglio, le donne e gli uomini con l’ardire e il desiderio di cimentarsi con carte, penne e calamai, spesso e volentieri, preferirono/preferiscono inventare e/o modificare l’ambiente. Creando scenari nei quali i loro personaggi potessero/possano agire in totale, o quasi, libertà, autonomia. Il mondo ‘fantasy‘ del Signore degli Anelli, per citarne uno vagamente noto, rappresenta, dice qualcosa, in proposito?

Se posso osare, una distopia geografica, senza confini.

Emulando Pindaro, per confermare il perdurare della nippo mania italica, un bel Yamato (Grande Armonia) non si nega a nessuno, in Valle d’Aosta, presso il Forte di Bard, hanno pensato bene di organizzare una grandiosa mostra: Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo. Tema quanto mai interessante e stimolante, anche se, ingenuamente, potremmo chiederci: Aosta ricade sotto la giurisdizione, l’influenza culturale del Sol Levante? Possiamo trovare soluzione ai nostri dubbi fino al 30 novembre, ma, da subito, potremmo renderci conto che in un avvincente percorso, dai ninja a Ufo Robot, questa scheggia montana occidentale, condivide molti aspetti e valori con il “lontano e misterioso Oriente“.

Nella sempre più insopportabile, insostenibile calura agostana, mi colpiscono come mai, le ricorrenti, non collegabili tra loro, celebrazioni di fatti legati a epoche lontane, eppure così coinvolgenti nei nostri percorsi quotidiani.

Potrebbe apparire bizzarro, sconveniente, stupido accostare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, con le loro conseguenze ineliminabili, non solo per il popolo giapponese, ma per l’intera umanità (altro che reattori di 3° generazione e di quartiere), al vacanziero – chi può permetterselo – e mondano Ferragosto. 

Siamo tutti vittime e carnefici, lo resteremo fino a quando non ci voteremo al redde rationem, alla resa dei conti con le nostre coscienze – uh, che concetto desueto, superato – , fino a quando non diventeremo un’unica, variegata entità, in connessione, armonia, rispetto con la Terra.

Chissà se Augusto, imperatore astuto, inventore dei festeggiamenti e delle celebrazioni per la fine dei grandi lavori agricoli (soprattutto, per onorare se stesso, somma casualità), pensò, intuì, prefigurò anche inconsciamente, le derive, non balneari, – vamos a la plaia? – attuali.

Ferie d’Augusto, lo celebriamo e lo ringraziamo, a distanza di 2 millenni;

auspichiamo siano memorabili, meglio: non atomiche.

La Cosa

Pagina dell’indeterminatezza.

Sono, quasi con certezza, una cosa, alla latina (non latrina, per carità); derivo da causa, ho a che fare con ambito giuridico – non chiedetemi perché – ma essendo materiale e immateriale, significo tutto e, soprattutto, nulla.

Vorrei essere Franco Battiato che da solo imparò a scindere le energie fini da quelle grossolane, seppe astrarsi e giungere al nirvana con la meditazione, amando, da pari a pari, insetti, animali, alberi; vorrei essere Franco Cordero, insigne maestro di procedura penale, che forse era un gemello di Kafka e, tra le altre innumerevoli imprese della Parola, coniò il soprannome Caimano per riferirsi a un certo imprenditore brianzolo.

Certo, non si può negare, la possibile – auspicabile, ma per chi? – identificazione con la Cosa dei Fantastici Quattro (come i Moschettieri del Re, per chi tiene a bada certe ricorrenti assonanze, somiglianze): Ben Grimm, amico fraterno di Reed Richards, insieme a lui fondatore del gruppo super eroistico, nonché mutato in uomo dal cuore e dai possenti muscoli di pietra, causa prolungata esposizione alle radiazioni cosmiche; fossero state comiche, avremmo assistito a belle pantomime. Questo, a partire dal 1961.

Non affrontiamo poi il capitolo, vastissimo, dell’Indeterminatezza cromatica e filosofica delle genti nipponiche: un valore enorme, imprescindibile; per non complicarci un’esistenza già molto turbolenta così.

Potrei trasferirmi in Giappone e diventare il Re dell’Indeterminatezza: anzi, per essere precisi e sul pezzo – di cosa? beata ignoranza – l’Imperatore del Sol Levante e del nulla eterno. Del nulla, eterno, ma imperatore. Figura simbolica e cerimoniale, però almeno assisa sul trono del crisantemo e, scusate se vi appare poco, sovrano celeste.

Sarei nell’impero dei sensi – o dei sensei – dei manga, delle anime; non sarebbe il Paradiso, come si evince da molti racconti dei grandi Maestri, ma l’Inferno (La Divina Commedia) sì, tanto per non citare una delle opere più importanti di Go Nagai (Durante degli Alighieri, chi era costui?);

una vita d’inferno, tra manga e anime, seguendo però i riti shintoisti, come consiglia la favolosa scrittrice a colori Laura Imai Messina, nipponica per scelta: sua e della vita.

Grazie a Flavia per avermi salvato da un ictus un anno fa;

grazie perché (non mi riferisco alla nota canzone) mi salva dai miei infiniti limiti, ogni giorno;

grazie, infine, perché, forse, sono un fattapposta (alla foggiana, non app), una cosa imprecisata, ma viva e amante della Vita.

Comete, Halley permettendo

Pagina dell’ultima volta.

Intendiamoci: ultima volta del deambulare sopra le nostre teste di quella di Halley Edmond, la cometa.

Correva l’anno – per recarsi dove? – del Signore (Lui lo sa?) 1986 e noi più che osservare il cielo per individuarla, scrutavamo angosciati verso l’alto perché non volevamo ravvisare la nube tossica e radioattiva proveniente da Chernobyl. Oggi non accadrebbe mai, infatti autorizziamo il Giappone – un dolore infinito – a sversare acque radioattive in mare, ma in totale sicurezza: per la salute umana e per l’ambiente.

Cometa magnifica, immaginifica parola latina di etimo greco che allude alla chioma, quella di certi corpi celesti, meglio astrali, che ruotano attorno al Sole e quando appaiono ad occhi vagamente umani sembra sfoggino una indomita capigliatura luminosa.

Super Luna – perigeo, questo sconosciuto nuovo eroe, anzi: eroina (senza sensi mimetizzati) – e Luna Blu (ero rimasto fermo alla Laguna Blu, o forse al laghetto della Trota Blu) non hanno un preciso equivalente scientifico, anche se la scienza contemporanea assomiglia più a un reality con annesso reparto marketing; sono però molto popolari quindi vox populi, vox dei. Un dio minore: basta sapersi accontentare.

Forse non passeranno le comete più luminose in formazione celebrativa – o forse sì – ma mezzo secolo fa si congedava dalla Terra di Mezzo (e da tutti gli altri mondi) il Maestro Tolkien, JRR, per raggiungere l’empireo e riposarsi, finalmente; magari dedicandosi alla lettura dei romanzi fantasy e del suoi numerosi emuli. Certo, suona strano che con tutte le latitudini e longitudini disponibili, solo nell’ex Belpaese le sue opere siano divenute miti per i destrorsi italopitechi. Mentre ovunque hanno nutrito, educato, conquistato popoli di pacifisti e di hippie. Qualcuno non ha capito e difficilmente ritengo si tratti del Professor John Ronald. Comunque, solo per la cronaca, lo spietato Saruman era un tecno capitalista e noi tolkeniani parteggiamo, sempre e comunque, per nostra grazia: la Natura.

La cometa, quella di mister Halley, è periodica, come certi numeri o certe persone, forse presenze; ogni 77 anni torna qui da noi, ci osserva, ci predice il futuro e riprende il viaggio. Pronuncia profezie sempre più arcane e stringate, la prossima volta potrebbe anche restare muta. Ammutolita, più che altro.

La prossima volta chissà che Terra ritroverà, chissà se ci saremo: 2061.

Copertina di Robinson, 20 maggio 2023

Giocare, sognare (con) Go

Pagina del riscatto, della rivincita, della vittoria: totale e definitiva.

Pagina del “lo dicevo, io“; mezzo secolo dopo – anno meno, anno più – siamo vintage, ma classici, un dato sempreverde che nessuno osa più contestare.

Da bambino non mi è mai capitato di immaginare nel traffico che la Prinz si trasformasse in un gigantesco robot, dotato di forza ed energia portentose, in grado di fare di me un demone o un dio, in grado di rendermi il padrone del Mondo. Al massimo, in una saponetta e per di più senza freni: la Prinz, ovvio.

Eppure, che ci crediate o meno, la mitologica Prinz, a suo sgraziato modo, assomigliava molto a Mazinger Z; il secondo calava dall’alto come un fulmine (buono) “quando udrai un fragor a mille decibel/ su dal ciel piomberà Mazinger“; la prima, la sentivi chilometri prima che arrivasse, specie dopo qualche anno di glorioso ed eroico servizio.

Fortuna che Go Nagai, sensei – maestro, vero maestro – del fumetto nipponico, appassionato di Dante Alighieri (dell’Inferno, in particolare) e di Osamu Tezuka, ‘il dio dei manga’, intrappolato nella sua utilitaria, in mezzo al caotico traffico indigeno, lentamente immaginò che all’auto crescessero delle gambe, per allontanarsi dalla calca, senza più difficoltà.

Fu la genesi di Mazinga Z (e della stirpe dei robottoni, grazie anche al merchandising, ma questa è un’altra storia), grazie anche alle opportune frequentazioni con Astroboy e con il meraviglioso, storico illustratore Gustave Dorè. Dimostrando plasticamente, per l’ennesima volta, l’importanza di potersi accostare a certi Autori, l’importanza di collezionare certe opportunità.

Fortuna – nostra, cioè degli appassionati sfegatati della letteratura disegnata – che Go (gioco con scacchiera di origine cinese, ma siamo liberi dalla geo politica) da bambino abbia optato per l’universo manga, nonostante la genitrice avversasse questo sogno in ogni modo (orfano di padre da piccolino); fortunato che sia coetaneo di mia madre, anche se non sono sicuro che il dato incida; o forse sì.

Kiyoshi, vero nome di Nagai, è – oltre ogni dubbio e considerazione – l’erede di Tezuka e l’autore contemporaneo più importante e influente dei fumetti del Sol Levante; le tematiche e soprattutto i personaggi, dai robot, ai demoni, ai ‘semplici umani’ sono moderni, nel senso di sempre attuali, in perenne bilico, in perenne lotta tra bene e male, tra vizio aberrante e virtù.

Potrei divagare e baloccarmi molto e con soddisfazione su Mao Dante e sulla CommediaDivina, cos’altro? – nagaiani, ma eviterò, per rispetto delle mie esigue lettrici e dei miei folli e (elettronici) lettori.

L’opzione migliore, l’unica:

continuare a giocare a Go, anzi, con Go; continuare a sperare, sognare che i ritrovati tecnologici ultra moderni servano a costruire la casa comune, la pace definitiva;

sognare che gruppi di adolescenti, ovunque sul Pianeta, siano – sempre per sempre – più maturi e più intelligenti degli adulti.

L’Uomo delle Stelle (vela gialla)

Integerrimi, integri o integralisti? Basta distrarsi per un momento ed è un attimo ritrovarsi nella categoria sgradita.

Pane e pasta integrali o tradizionali? Ardua sentenza: quanto logora optare, soprattutto se non hai nemmeno un grammo di pane e pasta.

E’ davvero caro agli dei chi vince una guerra? E se poi gli dei mutevoli e capricciosi si fanno cogliere dall’invidia – mosca dispettosa, però divina – e al presunto potente sottraggono ogni onore gloria favore? E’ davvero potente e illuminato chi dispone di armi formidabili e le utilizza per annientare nemici e amici sospetti, o chi rinuncia a profitti e celebrazioni per dismettere, smantellare armi e odj?

Chissà quale mastice, quali fragili sottili fili di seta tengono insieme gli amanti? Quali equilibri, dinamiche, motivi formano la formula alchemica dell’attrazione – puro istinto animale? – e soprattutto della persistenza nel tempo, simile alla resistenza di un antico maratoneta. In fondo, come dare torto a Don Abbondio: Carneade, messaggero di missive amorose, chi fu costui?

Sai Chiara, quanto ti ammiro e invidio, nell’accezione migliore e positiva del verbo? Bramo senza bramire ogni tua competenza, ogni tua intuizione, tutta la tua enorme, variegata cultura: i tuoi scherzi intellettuali, la tua capacità di mutare punto d’osservazione, premesse, conclusioni, proposte, progetti, previsioni; il mare d’inverno è come l’eternità, qualcosa che la mente non considera – magari desidera – e il nostro passaggio terrestre come l’affiche di un vecchio film d’essai, ingiallita dal tempo (il manifesto e anche la pellicola), scollata dai muri, trascinata alla ventura, dal caso e dalle raffiche del vento. Eternità spalanca le tue braccia, se esisti: sei una dimensione dello spazio o del tempo, sei una dimensione senza dimensioni, un’entità non euclidea?

Emigrare a bordo della zattera floreale nipponica, formata da fitti petali di ciliegio, seguendo la placida corrente del Fiume dei Sogni: l’immortalità mai – sarebbe immorale e anche tediosa – ma l’approdo alla Terra delle volontà finalmente buone e comuni, questo sì.

Vorrei affidarmi a Yuri, primo vero cosmonauta terrestre (russo, anzi sovietico, con la sigla CCCP stampata sul casco), primo uomo delle stelle: a lui chiederei qualche rassicurazione, se non conferme, né improbabili, impossibili certezze.

Dimmi, è vero che i sogni sono utopie da trasformare in progetti e non luci fatue come le stelle, raggi laser cosmici di corpi celesti ormai senza vita? Messaggi senza codice a rammentarci, ammonirci sulla nostra natura fragile, transitoria, transeunte.

Partire infine con lui, su una cosmonave, gialla come la vela di una magnifica imbarcazione chiamata Saba (Regina?), per tingere di giallo il mare, per distinguerci bene – ritrovarci? – dall’immensa distesa ondosa, ondulata, dallo stordente Assoluto fisico, metafisico:

intorno a noi, il silenzio estremo della quiete.

300, Portoghesi, gialli

Pagina bianca domenicale degli Oporti aperti, mentre qui ci blindano, ci impongono – mani manrovesci regolamenti continui e mutevoli – ci controllano con droni killer e app scivolose, come capitoni riottosi alle tradizioni natalizie.

Oporti aperti mentre ci chiudono tassano tartassano le attività indigene, oporti aperti sì, ma solo ai portoghesi, i quali, per storica usanza o diceria, si sa, non pagano mai i biglietti d’ingresso.

Si potrebbero imporre balzelli balzelloni d’uscita.

Portoghesi come Yanez, le Roy vero: avercene; Porthos Athos Aramis filosofeggiano filo solfeggiano filo fraseggiano sul senso della vita e sulla Vita come segno – anche di spada e cappe di antiche cucine, certo – , mente D’Artagnan guasconeggia, senza mascherina né maschera di ferro, per recuperare i preziosi gioielli della Regina. Più Rodomonte il giovin moschettiere o il suo immenso papà letterario, Alexandre Dumas? Se 300 opere, cartacee, e 500 figli presunti, vi sembrano pochi, in una vita di 68 anni.

Cosa o chi saranno mai i/le sedicenti Archistar, stars senza stripes ad archi, magari celestiali? Archimandrita, Archi navata, Arci mandrillo? Anche archibugio, archicembalo, arci povero diavolo!

La vita nova comincia on line, abbandoniamo una volta e per sempre quelle sciocche obsolete fuorvianti pratiche di ascese a monti ventosi, soprattutto se Eolo s’è dato, fortezze Albornoz disperse tra le nuvole, immersioni abluzioni abnegazioni ablazioni in fiumi, sperando non siano nel frattempo inariditi o resi letali da pestilenziali liquami.

Cielo plumbeo su, foglie gialle rosse aranciate giù, entro in una chiesa chiusa e prego: chissà se la California del III millennio, magari senza roghi, a roghi estinti, resta un sogno praticabile o anch’esso vietato, una terra franca affrancata con cartoline da francobollare per i parenti, lontani per amore per forza per decreto, anche un po’ de cretino.

Il giallo è tornato di moda, incerate da lupi di mare, infiorate barocche a Noto, stivaloni e pastrani da pescatori, della domenica; pescatori di anime, animati consessi in caffé desolati, pesci dalle pinne azzurre, per variare un po’; gialli, certo, ma di Simenon e Scerbanenco, tutta un’altra sfumatura, tutto un altro gusto.

Club del Giallo, il dimenticato giallo del bidone giallo taxi, vedo che il tuo giallo è sporco quanto il mio ma più tascabile, la pia inventrice dell’apple pie, miss Marple, contro Sherlock Holmless, un cielo giallo come limone ma di Costiera amalfitana, giallo Cina o Giappone pari non sono, converrete: si fa presto a dire giallo, ma nella tavolozza tricolore tutto diventa opinabile, auspicabile, variopinto assai perché prima o poi, nella realtà diminuita, dai fatti e dalle menti, tutto si trasforma in oppinabile dei popoli; per tacere di genti tribù, soprattutto fazioni.

Il Pernacchio è un’Arte catartica che ristabilisce giustizia ed equità, sbeffeggiando presunti potenti sempre nudi e impotenti; peccato avere perso le tracce dei Maestri. Anellidi danzano sfrenati sabba samba – Sambigliong, anche Tu ci manchi, tanto – sinuosi, al ritmo della Terra.

Siamo passati in un amen da Get back a cashback, non è detto anzi cantato, che si tratti di un progresso. Totò le Mokò, lui sì sarebbe un vero faro nella kasbah dei Popoli, tra deserto mare cielo.

Ci condannano senza prove, senza domande a piacere o di riserva sull’ultima spiaggia, al massimo qualche trascurabile indizio – trascurabile come le controindicazioni del farmaco, però miracoloso – alla cattività cattiva natalizia, tutti più ripiegati dentro i propri gusci come Mork da Ork, senza possibilità di schiusa o di sgusciare;

come ci hanno insegnato Saverio De Maistre e Rita Levi Montalcini, l’angusto perimetro di una stanzetta può trasformarsi nella più portentosa via di fuga: – ci vietate le città e gli incontri? Ci avete lasciato l’intero universo.

Dentro le nostre teste, quando accese: come luminarie di Natale.

L'immaginazione di W. Blake

Fauci del Drago o Hikikomori

Pagina Bianca, pagina dei loculi giapponesi.

Lo spazio essenziale, quello minimo necessario a contenere un corpo umano; da anni migliaia di adolescenti nipponici avevano capito e anticipato la nuova tendenza di moda: vivere – o suo simulacro surrogato succedaNeo – reclusi, auto reclusi, in clausura coatta ma volontaria, dentro un anfratto degli appartamenti bonsai, delle città formicaio, del brulicante mondo. Iper connessi alla rete, però sconnessi scollegati separati senza soluzione di continuità o prossimità dagli Altri, pericolosi infidi contagiosi letali; scissi da sé stessi.

Vorrei perdermi nelle Cento vedute di luoghi celebri di Edo, nei giardini dove trionfano susini bianchi, dove la bellezza dei ciliegi in fiore ti stordisce e ti indica i sentieri verso le dimensioni insondabili fisicaMente; Vincent anche Tu cadesti vittima, per una volta consapevole, della sindrome del Sol Levante? Negli ideogrammi per Haiku un destino auspicabile di sintesi grazia garbo sobrietà, in alcune pennellate sinuose di Hiroshige l’eterno mistero femminile, Colei che dona la vita, ma ha il potere di negartela; Monte Fuji dove ancora si riuniscono sette segrete per sciogliere enigmi atavici, vorrei la tua benedizione, la tua sacra tutela, la tua forza.

Influenza stagionale scomparsa dalla faccia della Terra – eh Signora bella, non esistono più stagioni mezze stagioni, mezze maniche (ma dove le tengono oggi?) e perfino le influenze:

non lo dicono i ‘negazionisti’ (???), lo dice WHO! Who is who, il grande imperdibile preziosissimo almanacco degli uips, unione insignificanti però scoccianti, per conoscere i fatti intimi di tutti, tranne i codici di esistenza e evoluzione? No WHO, world health organization, Ognuno tragga – se può, se desidera – le conclusioni, le più personali razionali originali.

Quanta nostalgia complottista delle avventure del Dottor Who – con tutto il rispetto, altro che Doc – e anche della omonima rock band.

Il nuovo genere fantasy del III millennio: se ancora ce la fate, sfogliate i quotidiani; il racconto bellico della pandemia, le gesta leggendarie delle eroine e dei martiri nei laboratori delle multinazionali che da quasi un anno – giorno e notte – con i loro alambicchi stanno creando a tempo record la panacea taumaturgica che salverà l’intera Umanità.

Anche se Fauci Spalancate, il potentissimo Necromante, già avverte: precauzioni da seguire per anni, distanziamento&mascherine, no alla vita sociale! Non abbracciatevi, ma spendete tutti i vostri risparmi, è il must per chi davvero vuole bene al pil globalizzato globalizzante glebalizzante.

Il Maestro Borges lo diceva: scrivo la mia letteratura, non la leggo, l’ambizione è diventare un classico, perché come sosteneva De Chirico “è brutto, quindi è moderno”; dovremmo tutti riflettere, il Labirinto non è simbolo del caos, perché nasce da un ragionamento lucido; è simbolo di un ordine che vuole generare Kaos, ma nel Mondo Prima era prossimo al centro di ogni cosa, mentre nel Mondo Dopo, per confondere ominidi già atterriti di loro, ha aggiunto circolarità concentriche e intersecate, per imbrogliare matasse, rimestare anime torbide, rigurgitare parassiti malevoli, allontanare fastidi, disperdere punti di riferimento, orientamenti, orienti di mondi segreti.

Meglio il calendario Pirelli degli anni ’60 o le accoglienti riscaldate ampie fauci del Drago Rosso, Smaug dalla corazza corallina, auspicando che non precipiti, non smarrisca la mappa della Terra di Mezzo e del Tesoro e non sia di Luna traversa, iroso iracondo fumantino, ma non parente di Fu Manchù?

Comunque ritirarsi a fare l’eremita il survivalista o l’hikikomori, finalmente affrancato da internet e dalle agora virtuali, sul palato dello scarlatto Drago, potrebbe risultare un’ottima soluzione: pare che l’alito di Smaug – così narrano antiche leggende di Hobbit e Nani – sia un formidabile anti virale.

p.s. Non ditelo ai mercati e alle borse.

Nel vortice dei petali

Pagina della Collina dei Papaveri, fuori stagione.

Collina dei Papaveri e delle Papere, Collina degli Stivali e vecchi scarponi, Collina del Vento, talvolta munita di gallerie di e per Eolo, collina mai arbitraria, colle dal latino tardo, non a caso sede di austeri palazzi istituzionali.

Collina dei Ciliegi, la più celebrata, ma non di Battisti, quella nipponica: vi sarete certo dedicati anche voi all’incantevole tradizione dell’hanami, anche voi avrete scelto come simbolo del vostro percorso di vita il sakura, coraggio purezza lealtà caducità, ma bellezza sublime e ciotole di riso in abbondanza.

Godzilla è un dinosauro geneticaMente modificato a causa delle radiazioni nucleari o un lucertolone eversivo? Pronto – in tavola, da surf! – a invenzioni a prova di Bomba H e di Guerre Fredde, proprio oggi che i poli si sono ‘liquesi’ come ghiaccioli all’Equatore? Radiato a vita millenaria, mille in aria, stasera non è aria da mille e non più mille (l’interpretazione è sempre settaria) dalla sua Setta?

Massa e potere, potere delle masse, attento amico il potere ti ammassa, tutti soli ammassati senza più cervelli né anime migrate trasmigrate migranti; psicologia delle masse e analisi dell’Io Tu Egli Es Ego? Stendiamo una tovaglia da pic nic anche se non si potrebbe, perché i focolai sono ormai nelle famiglie e dove dovrebbero essere collocati altriMenti, vostra disGrazia? Qualcuno ha interpellato i Lari e i Penati (forieri di pene, a senso unico e non doppio?), oppure abbiamo lanciato in aria la solita monetina da 100 lire come si faceva per scegliere in modo scientifico matematico scevro di dubbi la facoltà universitaria? Lari, Larici piangenti, anzi Salici Sapienti.

PierPaoloPasolini sapeva, tutto e/o comunque troppo, ma senza prove, oppure stava accumulando dati date riscontri incontri pericolosi, in attesa di pubblicazione? Orde di nemici della Verità, orda di ordalie, non fate l’orda che poi tracima; dopo secoli di ordalie coatte, ora ci sottoponiamo a quella dei tracciamenti – tamponi tampinati tamponamenti – esperimenti esasperamenti, ma per il bene comune; nell’avanzatissimo III millennio avrà altri nomi, ma siamo rimasti all’ordalia, all’autodafé, al rogo mediatico sanitario sociale sociopatico politico, anche vagaMente antropologico.

Se sei non catalogabile, sei contagiato contagioso contaminante, vera mina vagante, lucciola dentro la lanterna.

Da Hokinawa a Hokkaido, sulle tracce invisibili eterne di Hokusai e Basho, volando in un vortice di petali di ciliegio, cercando pietendo in una tazza di profumato té la propria identità, il proprio ruolo nell’Universo, o anche solo un ramo su cui appollaiarsi appisolarsi appigliarsi. Con questi spifferi, è un attimo scompaginare scompigliare scomparire, dentro orizzonti incerti tremolanti balbettanti.

Avevamo i famosi tre colori – verde bianco rosso, eddai! Edda lo sai, come vorrei – sono stati sostituiti dal rosso arancione giallo; la battaglia dei colori primari, per approdare al rosso assoluto, passando tra rosso relativo e eventuali sfumature, non quelle improponibili illeggibili imbarazzanti di romanzetti frustrati frustranti, da frustare, letali per l’Eros; quanto ci mancano le lascive compulsive compiante Lanterne Rosse Rivoluzionarie; qui sventola la zona gialla, per fortuna ignoriamo che nel linguaggio del Mare non segnala da secoli antiche balere, ma navi in quarantena, con a bordo belle epidemie in corso in corsa con regale patente di corsa, Epidemie Corsare, soprattutto di stupidità.

Nei prossimi lunghi inverni del nostro scontento, il mondo adotterà il colore unico;

come sarebbe confortante udire il fischiettio e il canto dei Venti, chi hanno in Rosa i Venti (? fantacalcio ?), Rose nel Vento in cerca di lievito, Madre da quando i Padri hanno abdicato.

In fondo, abbiamo tutti un po’ abdicato, da noi stessi e dall’Umanità, ma i crudeli tempi moderni impongono misure draconiane, misure per misure (misura alla seconda?), misure ottenute con il metro algoritmico, per non ammettere che le nostre riforme epocali valgono meno di ectoplasmi di ribaldi logaritmi, schiuma dei 7 Mari.

Sensei Kobayashi, aiutami illuminami insegnami Tu:

“Poni fine ai lamenti, o insetto/ non vi è Amore senza Addio/ nemmeno tra le Stelle/”.

Sono pronto, Capitano Haddock: salpiamo con l’ultimo esemplare del Liocorno e andiamo alla ricerca del Rosso, non su verdi tavoli di case casse casette di gioco azzardato, ma del Tesoro di Rakam il Rosso.