Dietro casa

Avrete certo incontrato anche voi un distinto fenicottero rosa che, calmo e placido, dopo piacevole, garbata conversazione, vi avrà consigliato di raggiungere Marzamemi.

Piccolo porto o baia delle tortore: l’antico toponimo resta un mistero, mentre la bellezza del luogo inebria e trasporta in altre dimensioni. Nemmeno troppo distanti: Vendicari, Calamosche, Noto.

Liquefarsi nel tramonto di Marzamemi – perché sei tu, Trinacria? – e risolidificarsi immantinente al cospetto del Sol Levante. Altre dimensioni, altri mondi. Culturali, geografici, spirituali.

Vagare per Tokio, avvertire il vago sentore che forse non è come deambulare allegramente per i campi, arati o selvaggi, di Pozzo. Imbattersi in strani – per me, di sicuro – personaggi, tra cui un nipponico che somiglia (potenza dei sogni, anche senza essere in un film di Akira Kurosawa San) davvero tanto, troppo, a Georges Simenon. Rimanendo, lui, uno scrittore chiaramente indigeno.

Forse mi ha rivolto la parola, sconosciuta quanto l’idioma locale, ma non mi preoccupo: il lessico dei sogni è meglio dell’esperanto. Matsumoto, nome proprio di narratore, dedito a storie thriller, nelle quali abbondano intrighi, corruzione, omicidi, nelle quali emerge il marciume che compone in parte l’umano e a nulla vale, non come scusante, parziale o totale, che le vicende siano generate da un ambiente in faticosa, angosciosa ripresa dopi i lutti, i disastri, le tragedie del II conflitto mondiale.

Se la Dalia, originaria del Messico o del Sud America, fiore estivo che ama la luce e l’acqua, fosse nera – non lo sapremo mai, ma l’immaginazione degli uomini è tossica – , se sia stata uccisa a Hollywood o nella capitale di Yamato, decidetelo voi: nella memoria rimarrà “il suo debole“, tenace, sorriso, anche alla fine prematura, innaturale, del viaggio, decretata, come troppo spesso accade, da un misero bipede.

Abbandonata in fretta o con esasperante lentezza Tokyo – questa o quella, per me pari son, nelle visioni oniriche – e instradarmi per perdermi in una valle oscura, mutata d’incanto nel bosco segreto di Kengo, altro rappresentante del Sol Levante (i miei sogni sono stati e continuano a esserlo, ad alta gradazione nipponica). Un atipico, nato in Scozia; prima game designer, ora ‘fumettaro’ vecchia scuola: matita, carta, inchiostro, pazienza e capacità di osservare infinite, immaginazione allo stato brado.

Poche, scarne, rarefatte parole: bastano la magia e la meraviglia create dalla Natura; perfino Oberon, Titania e la loro folta schiera di folletti birboni sarebbero d’accordo. Ancora una persona in cammino, ancora una persona solitaria – fisicamente, mentalmente a causa della tecnologia – ancora una persona che, grazie a un cane, scopre all’improvviso quanto sia affascinante entrare nel mistero, nella luce, nelle atmosfere naturali; condividere le scoperte con altri umani, magari incontrati per caso, diventa parte integrante, fondamentale del processo di crescita, di apprendimento. Con l’esempio e i consigli di una nonna, perché, se si è fortunati, esiste sempre una nonna speciale che sembra ricoprire il ruolo di faro del Pireo.

Poi, alberi, tanti, bellissimi (in un bosco che si rispetti, capita d’incontrarne), custodi silenziosi e affidabili di tutti i nostri segreti; fonti d’amore, vero, naturale, in quanto depositari delle energie necessarie, essenziali per tutti i viventi attorno, o vicini a loro, in qualche modo.

Camminare, osservare – sognare, forse – condividere:

il segreto della Vita probabilmente si (ri) trova nel bosco dietro casa.

Ceneri

Novembre incombe su di noi (molte nubi minacciose).

Mi correggo, si appropinqua: a falcate ampie e sicure.

Forse per questo motivo, mi sento κόνις, cenere; in greco antico (κόνις), sensazione – come direbbero i neo modernisti – contemporanea.

Siamo cenere, torneremo alla cenere: magari ce lo segniamo (previa gesti apotropaici), per non incorrere nella dimenticanza.

Il concetto è il medesimo –  cinis, cineris – ma la derivazione, se preferite, l’etimologia, è latina. Alla faccia degli zombi, delle lingue ritenute, incautamente, morte.

Cenere, quella sostanza polverosa grigia che si produce in seguito a combustione di legna, carbone, carta e altri, svariati, innumerevoli materiali. Bigio, cinereo (non cine reo), cenerino (non canarino): tonalità di colore che somiglia alla cenere, come i miei vetusti capelli.

Tra i sinonimi, cenerognolo che non è un nano o il compagno furfante che conduce alla rovina – ridurre in cenere, annientare – burattini lignei, eppure parlanti. Altresì, potrei citare un’altra variante, non troppo allegra, né ottimista: andare in cenere, in senso letterale e anche figurato. Del resto, secondo la fede che va per la maggiore, è la fine cui tutti siamo destinati.

Con esiti diversi, magari, eppure, tanto per citare un titolo letterario: la fine è nota.

Un’urna cineraria, ideale, metaforica, ci accoglierà tutti, tappa intermedia, forse, prima di spiccare il balzo verso nuove, sconosciute destinazioni, dimensioni.

Lungi dall’assumere pose da artista tormentato, esistenzialista e transalpino – qualcuno potrebbe rammentare uno spassoso numero di Gigi Proietti – urge digitare che la cenere in realtà si presta ad usi assai interessanti: fertilizzante naturale, repellente per insetti e lumache, coadiuvante per la pulizia domestica, oltre a essere ricca di minerali (potassio, fosforo – servirebbe a certe/certi smemorati selettivi), calcio), per nutrire le piante e combattere l’acidità del terreno.

Penso al clamoroso furto ai danni di Napoleone (“tutti i francesi sono ladri? no, Bonaparte“…), rettifico, del Louvre e penso che con la cenere, gli audaci ladri – Arsenio Lupin o Lupin III? – potranno lucidare l’argenteria. In alternativa, lasciare cenere da masticare, amara, alle disorientate forze dell’ordine.

Panna montata, per innervare autostima e forza d’animo, ma monta anche la nostalgia: che tempi meravigliosi quelli della Pantera Rosa e dell’ispettore Clouseau. Per tacere dell’eleganza naturale e della signorilità di David Niven.

In una società sempre più “militarizzata e finanziarizzata“, la bulimia da energia, ci colpisce come un ciclone e presto ci affonderà, definitivamente; ce lo spiega bene Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale, presso l’ateneo di Trento. Astrofisico, nonché divulgatore appassionato e accattivante, ci parla di tutto, dalla creazione fino alla probabile “morte termica del cosmo“. Se possiamo osare, ci parla anche della cenere che resterà di noi e dopo i nostri disastri. “Dietro ogni pensiero, dietro ogni emozione, dietro ogni flusso di coscienza esiste un flusso di energia“. L’approccio dell’accademico non si limita agli ineludibili aspetti pragmatici, ma è anche filosofico, con in mente il bene comune, come approdo finale. Chi controlla l’energia, controlla il destino stesso delle comunità umane, ma, forse, non si rende conto che le società possono collassare “se eccedono la capacità di carico energetico del proprio ambiente“.

Battiston ci ammonisce con chiarezza, senza ricorrere a frasi ammiccanti o ipocritamente ottimiste, edulcorate: “Dobbiamo riallinearci con i flussi naturali di energia – sole, vento, acqua – in sinergia con gli ecosistemi, senza più accumulare stock di energia antica immagazzinata nelle rocce“. Potremmo vivere armoniosamente, con la Natura e tra di noi. Presto, subito.

Riabilitata la cenere, sarebbe sempre l’ora di riabilitare il consesso umano, perché, antichi modi di dire a parte (“Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere“…), o meglio:

urge che il consesso umano si riabiliti da sé, prima di auto annientarsi, possibilmente diventando comunità cooperante e ‘trasformandosi’ da padrone a custode della Natura.

Qualcuno lo ha già detto e scritto.

Belvedere in Costiera

Salire in alto, più in alto: fisicamente.

Si perdono i dettagli, ma, in teoria, la visione d’insieme, non dovrebbe sfuggire. Avete presente il film di una manciata di anni fa – perbacco, sono anziano – Piazza delle cinque lune, di Renzo Martinelli? Donald Sutherland, nei panni di un magistrato illuminato, pronuncia argomentazioni molto interessanti, al proposito.

Se l’operazione funzionasse anche a livello mentale, saremmo a cavallo; lasciando in pace l’equino, riceveremmo conferma che la materia grigia non solo è integra, ma funziona ancora. Nonostante tutto e tutti.

Sempre caro mi fu questo (codesto colle?) eremo sopra elevato, o erano le bianche scogliere di Dover? Fondo, mi confondo, forse passeggiavo con proverbiale, ontologica indolenza sulle sinuose, magnifiche contrade della Costiera, amalfitana, guardingo, per non finire triturato dall’incessante traffico: veicolare, inquinante, disumano.

La capa gira, per la veduta sontuosa, per l’inaffidabilità del povero cervello, ora sono sicuro – di cosa, poi, non saprei scriverlo – : era una terrazza abusiva sul Bosforo e io sognavo, trasognavo, mi cullavo con le dolci, splendide immagini di Costantinopoli – Bisanzio, per i fedeli alla classicità – e con le gesta (eroiche?), immaginarie, immaginifiche, illusorie, eppure reali, presenti, concrete, diverse e lontanissime dalle mie.

Belvedere, luogo tanto elevato, di derivazione latina – il lemma, non il luogo – da dove ammirare l’ameno paesaggio; così ameno (andrà tutto bene, scrivevano gli ingenui) che qualcuno ora invoca la presenza di vari Superman, per aggiustare un pochino le varie questioni mondiali. A parte il fatto che sarebbe una scorciatoia che non meritiamo: i gineprai li abbiamo creati noi, noi dobbiamo assumerci l’onore e la responsabilità di districarli. Per quanto concerne l’Uomo d’Acciaio, temo che dovremo accontentarci dell’ennesimo ritorno cinematografico, imminente; si sa, ormai, per lui (e, soprattutto, per noi, la realtà è più letale della kryptonite.

In alternativa, potremmo rivolgerci – filosoficamente, ma non solo – o potremmo vagheggiare di diventare super uomini, quelli teorizzati da Friedrich Nietzsche. Concetto tra i più fraintesi, equivocati, strumentalizzati della storia umana: in realtà, eterno ritorno – concetto della Grecia antica, tanto per gradire – e super uomo sono indissolubilmente connessi. Super uomo non rappresenta un supereroe di fumettara tradizione statunitense o un ariano nazista – peggio mi sento – ma colui che “è in grado di dire sì alla vita, come è in eterna ripetizione“. Non voglio, né posso ergermi a maestrino di quartiere, ma l’idea cardine del pensatore teutonico mi appare agli antipodi, lontana anni luce dalle sue degenerazioni, dai suoi sciocchi feticci.

Affacciato su un balcone in Costiera, osservo vulcani ritenuti spenti tornare in attività, colate laviche inarrestabili che ci spronano a ritornare, o a sposare, una nuova vita corale; non più monadi egoiste e orbate (cieche), ma persone che vogliono vivere e crescere insieme, socialmente e perfino politicamente.

Come scrive Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, “coralità significa che l’identità di singoli e comunità matura solo in dinamiche di comunione e ospitalità. E’ urgente rispondere alla pulsione sadico-paranoica dei poteri dominanti“.

Le sfarzose, arroganti, spadroneggianti nozze di Jeff Bezos, feudatario di Amazon, a Venezia; il decreto sicurezza dell’ipocrisia che trasforma la protesta pacifica in reato – Gandhi, Martin Luther King e Danilo Dolci inorridiscono – ; il boicottaggio con spregio della legge europea sul ripristino della Natura (compie un anno in questi giorni, è operativa e vincolante, non prevede lassi di tempo per essere recepita), sono solo lampanti esempi della sempre più sconfortante e perniciosa deriva.

Non vorrei un giorno, sempre più prossimo, guardare un’alba amalfitana, anche solo con l’immaginazione, da dietro le sbarre e a pagamento.

Vuoto (creAttivo?)

Un vuoto di paglia.

O forse no?

Un vuoto creativo, ma non sono in grado di compulsare sui massimi sistemi.

Mi sento vuoto, spero non a perdere, ma non è scritto sia un male.

Vuoto filosofico o vuoto fisico? Saperlo non sarebbe male, come punto – filosofico e fisico – di partenza. Verso dove?

Avverto la stessa radice di vaacus, vuoto, concavo; però, come diceva qualcuno, un po’ più titolato e colmo di talenti di me, il vantaggio è che posso contenere moltitudini. Ammesso le sappia interpretare, poi. Una difficoltà alla volta.

In realtà, prestando fede assoluta al sacro tomo dell’etimo, risulta sfizioso e assai divertente apprendere, oltre alla palese derivazione latina (davvero?), quelle dal serenissimo veneziano e dal magnifico mecenatismo senese. Altrettanto balocchevole leggere quanto una voce così breve, abbia innescato una dotta tenzone tra sapienti – e sapientoni – per rintracciare il vero e giusto capostipite dell’etimo in questione.

Carri, granai e casse – del tesoro – sono vuoti e tristi, resta la speranza di colmarli con le appropriate, gustose sostanze; materialisti va bene, siamo materia anche noi, magari labile e transeunte, ma ogni tanto cimentarsi, raffazzonare, non alla carlona, qualche discorso sostanzioso non farebbe male, né a noi, noi all’umanità. Tutta.

Sacco vuoto non sta in piedi, ma pieno di deliziose, croccanti, dorate (non d’oro) patate si regge alla grande, diventa una meraviglia, della natura e oltre. Ne converrete.

Vorrei essere un minuscolo insetto, curioso, capace di volare nella sala stampa vaticana, sorvolando il Conclave e i convocati, ignorando scientemente segreti inconfessabili e miasmi; mi piacerebbe assistere in segreto al dialogo tra Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la Vita, e Guido Tonelli, fisico tra i più noti al mondo, anche perché ha incidentalmente contribuito alla scoperta del bosone di Higgs (no eggs). Solo per compulsarlo, mi si sono attorcigliate le dita e i rarissimi neuroni funzionanti.

A chi verrebbe in mente che il famosissimo Big Bang – anche senza diretta on line – è una metamorfosi del vuoto? Con grande sorpresa mia personale, di piccolo uomo insignificante, apprendo che la cosmologia e la teologia si intersecano, si abbracciano e il loro rapporto, dialogo se preferite, è molto stretto, fittissimo, produttivo. Si rincorrono, si abbracciano.

Credere o non credere alla creazione non è importante, perché da un osservatorio teologico o scientifico l’uomo rimane un essere minuscolo al cospetto dell’Universo e questo accresce la sua responsabilità nei confronti della Terra: siamo ospiti, non padroni assoluti, non predatori totali.

Tonelli chiama il tutto Natura, Paglia Creato, eppure le conclusioni sono complementari; “Il vuoto non è il nulla. E’ uno stato materiale che ribolle di possibilità“; “E’ un umanesimo planetario. L’uomo scopre la fraternità che lo lega alla polvere, al fango, alle montagne. Tutto è fratello e sorella“.

Meglio un momentaneo vuoto – lapsus? – di memoria che un vuoto d’aria, magari quando viaggi a bordo di un aereo o stai pedalando (le due attività possono essere connesse);

tutto risulta migliore e financo auspicabile, tranne essere una testa vuota.

Al limite, una testa d’uovo.

Se fossi un dipinto

Vorrei essere un dipinto, dotato, però, di pensiero e parola.

Avrei intanto una qualità in più rispetto ai miei doni – ottimista senza limiti – natali.

Creato per essere appeso e fissato, potrei osservare, riflettere, interloquire: salace e sagace, come il calabrese Vincenzo Talarico. Nessuno o pochi lo rammentano, eppure fu uno degli intellettuali, protagonista della stagione capitolina più bella, tra Via Veneto e Piazza del Popolo.

I grandi si sono estinti, abbiamo saputo sostituirli con brutte copie e i luoghi stessi, inorriditi, hanno imboccato il viale – se così si può scrivere – della rovina; effetto finale, non cause strutturali: sulle quali prima o poi, dovremo piangere lacrime amare, sulle quali dovremo intervenire. Senza alcuna certezza sulla nostra futura salvezza. O redenzione.

Il tempo non esiste, forse; il problema è che non ne abbiamo più per trastullarci, dividerci (ancora?), polemizzare sulle cause della crisi climatica e sugli interventi immediati che dobbiamo attuare: tutti, oltre i paesi nazionali, oltre gli egoismi personalistici. Alimentati, nemmeno troppo in segreto, dai ribaldi storici.

Dovremmo fidarci di chi, ad esempio, ci sprona ad un primo cambiamento importante, quello prospettico; che ci trascinerebbe in modo naturale verso il mutamento retorico. Parlare non più di Pianeta Terra, ma di idrosfera e di pianeta d’acqua, ci aiuterebbe subito a ideare proposte concrete e individuare visioni di un futuro che sta bussando in modo prepotente alla nostra porta. Come del resto fa Jeremy Rifkin con il suo saggio più recente, Pianeta Acqua, affermando senza perifrasi che “sarà il cambiamento climatico – e non le manovre geo militari economiche di poche multinazionali o folli (non sono la medesima cosa?) – a stabilire le regole del gioco“.

Ulteriori illuminazioni potremmo rintracciarle – cito spesso libri, non credo sia un caso – grazie alla storia degli Uomini Pesce, rettili anfibi antropomorfi, avvistati a Ferrara e nel Delta del Po; come fu avvistato in seguito H. P. Lovecraft, desideroso di appurare l’esistenza degli strani esseri e di scriverne racconti. Leggende, forse, ma che innervano il nuovo romanzo di Wu Ming 1 che a questa vicenda molto personale, una saga familiare sui generis, ha pensato per 10 anni: vergando poi di resistenza partigiana, amicizia, famiglia e altri misteri, compresi quelli – segreti di Pulcinella – ambientalisti, con tutte le loro drammatiche ricadute. Lo documentiamo, purtroppo, ogni giorno.

Un romanzo su un territorio cyborg, il basso ferrarese, esito di immani bonifiche, ingegnerizzato, dipendente da tecnologie che lavorano costantemente per tenerlo emerso. Impresa che, col clima che muta rapido e drastico, sarà sempre più difficile. Gli uomini pesce è anche una fotografia dell’Italia appena uscita dalla pandemia di Covid. È l’estate del 2022, tutti i personaggi sono ancora feriti e traumatizzati per quanto accaduto a loro, al Paese e al pianeta nel biennio 2020-2021“, disserta Roberto Bui, alter ego umano dell’autore. O viceversa.

Vorrei essere un dipinto, ma non tramutarmi nell’Urlo di Munch: non essere quell’uomo sul ponte che subisce la rabbia, il livore della Natura – i fiordi norvegesi irrequieti durante un tramonto rosso fuoco – e reagisce con angoscia, disperazione, solitudine; sottolineata dall’indifferenza dei due personaggi sullo sfondo. Tetri. Rammenta qualcosa?

Se arte devo diventare, preferirei Venere che nasce dalle acque (La nascita di Venere): sarei un essere superiore, una donna, una dea, sarei tetragona custode, grata per sempre alla fonte della Vita;

non solo la mia.

Bestie (bestiario)

Pagina delle bestie: magari fossero gli Animali.

Animali, siamo noi: in teoria e nella filosofia di livello, sociali. Nella realtà, tutto un altro paio di maniche, rimanendo nell’allegoria modaiola e senza citare guerre, inquinamento, mercato. Tutto un altro bestiario, parlando chiaro: anzi, a muso duro.

Giusto scriverlo, considerando l’argomento.

Bestiario mitico, quello che nei tempi andati – belli, nelle rimembranze dei nostalgici, anche se mi permetto di essere scettico – fu libello (o tomo?) medievale che trattava in modo didattico le ‘nature’ e gli ‘animali’, per trarre insegnamenti di tipo morale o religioso.

Prendere spunto dalla Natura, dalle cosiddette bestie perché esse assurgono (assurgevano) a simboli di quanto il Creatore (per chi crede o anche no) vuole – vorrebbe (avrebbe voluto?) – comunicarci tramite tutte le sue creazioni, le sue creature.

Da qualche parte, il meccanismo si è inceppato: non impariamo più niente, siamo refrattari, oppure renitenti; abbiamo abbandonato i remi, non voghiamo più, lasciamo che il natante, la fatidica zattera prosegua senza rotta, preda inconsapevole delle correnti, dei flutti, della nostra dabbenaggine. Per bontà. Magnanimità. Nei confronti della dabbenaggine.

I bestiari riccamente illustrati con preziose miniature ebbero grande popolarità, soprattutto in area anglosassone, e furono di ispirazione anche per l’arte pittorica e scultorea; oggi le bestie e le miniature siamo noi, noi bianchi occidentali nordici. Non necessariamente in quest’ordine, anche sparso va bene, cioè male.

Il Pianeta e gli altri Popoli non ringraziano.

Sarebbe bello, opportuno se dedicassimo quotidianamente delle belle mezzore al pensiero, alla cultura considerata ormai cosa superflua, con cui non ci si nutre; sarebbe meraviglioso ingaggiare la Signora Elvira Sellerio in qualità di tutrice/educatrice di quella parte di umanità che ha obliato sé stessa, i valori fondamentali della vita, per imparare, stavolta per sempre, a campare in armonia con gli Altri, con la Natura e i suoi cicli. Impareremmo a leggere (o acquistare) ogni libro presente in casa, impareremmo a creare un giardino ‘cosmogonico’, impareremmo a infondere la grazia e l’incanto degli scritti migliori nei nostri gesti più comuni, impareremmo che forse il confine tra la parola scritta e la realtà è solo convenzione. Perché siamo spuri, di coraggio, di occhi, di braccia. Accoglienti.

Uscire dalla nostra ferinità, dal nostro “homo homini lupus” (da Plauto a Hobbes), spogliarci dal nostro egoismo liberista e pervasivo, divenire – noi nord occidentali, quelli di prima – Donne e Uomini. Semplicemente.

Come asserisce il professor Nello Cristianini, “ci pensavamo eccezionali, ma è arrivata l’IA“; l’abbiamo creata noi. “Dobbiamo decidere quale ruolo assegnarle: marginale o preponderante, quindi con potere su di noi. Amiamo chiamarci vincitori, ma dimentichiamo i costi. Dimentichiamo la vastissima platea degli sconfitti che la nostra storia purtroppo ha reso invisibile“.

Meglio intervenire adesso, ieri, che sorprendersi come Tristan Bernard (giurista, giornalista, commediografo):

per l’intelligenza degli animali (la fauna), per la bestialità degli uomini (in teoria, l’umanità)“.

Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Inizio, non nuovo

Pagina dei mutamenti.

Il più importante: cambiare radicalmente noi stessi, ma pare sia impossibile.

Pagina dell’arretramento delle terre emerse: le acque dal mare avanzano e la terra ferma – ammesso esista – diminuisce sempre più velocemente, perché i cambiamenti climatici sono ormai irreversibili, anche avessimo un interruttore in grado di bloccare da subito la produzione dei gas serra. Potete tranquillamente non crederci, questo intimo convincimento non migliorerà la realtà, né noi stessi.

Dovremmo pianificare l’utilizzo delle nuove tecnologie per contenere, limitare quanto più possibile gli stravolgimenti che ci minacciano e non imperniare la nostra pia illusione di salvezza globale su modelli che si basano sul passato; la Terra è entrata a velocità luce dentro una nuova era, per colpa nostra: sarebbe meglio attuare le opportune contromosse. Invece di ‘trastullarci’ con impossibili ponti di Messina – non ho scritto Messalina, con rispetto compulsando – , con armamenti, con combustibili fossili. Optate voi cosa sia peggiore.

Per chiarezza e onestà – non so se sia intellettuale, o globale – non lo sostengo (solo) io, ma lo dice con energia, argomentazioni, convinzione lo scienziato Marco Marani, responsabile Centro studi sugli impatti dei Cambiamenti climatici dell’Università di Padova a Rovigo; il tentativo, molto concreto poco velleitario, è quello di progettare un mondo a prova del clima che verrà. Magari se i popoli, tutti gli scienziati, i politici collaborassero, si potrebbe fare: prima e meglio.

Nuovo inizio è bello, confortante, ottimista; di origine latina – ammesso abbia una valenza – non significa solo cominciamento, ma andare in, entrare: affondare alla radice delle cose, capirle intimamente, applicare il massimo impegno per modificarle, se e quando necessario. Nuovo inizio come fondamento, base, occasione, per edificare un pianeta davvero bello, davvero giusto.

Come scrive il saggio Maurizio Maggiani non adiriamoci con il mondo: sporco mondo, mondo boia, porco mondo; tutto nasce dalla nostra vanagloria, dal crederci superiori, migliori di tutto e superiori a tutti i viventi e non. Invece mondo, tornando al nostro prezioso latino è duplice, per sua natura, è sostantivo – universo – e aggettivo, pulito lindo splendente.

Anche Nada Malanima, cuore di ragazza in inverno, neve di un giorno, lo digita, per combattere il buio stringente, soffocante: ci crediamo i primi, i privilegiati, i padroni, ma siamo poi così diversi da coloro e quanti dipendono dai cicli della ineffabile Natura?

Le paure, le fragilità, un po’ di freddo o, tanto per insistere sul tema, di alta marea, ci scaraventano di nuovo, sempre per sempre, al nostro posto:

quello giusto.

Sul fondo, molto in fondo.

Comete, Halley permettendo

Pagina dell’ultima volta.

Intendiamoci: ultima volta del deambulare sopra le nostre teste di quella di Halley Edmond, la cometa.

Correva l’anno – per recarsi dove? – del Signore (Lui lo sa?) 1986 e noi più che osservare il cielo per individuarla, scrutavamo angosciati verso l’alto perché non volevamo ravvisare la nube tossica e radioattiva proveniente da Chernobyl. Oggi non accadrebbe mai, infatti autorizziamo il Giappone – un dolore infinito – a sversare acque radioattive in mare, ma in totale sicurezza: per la salute umana e per l’ambiente.

Cometa magnifica, immaginifica parola latina di etimo greco che allude alla chioma, quella di certi corpi celesti, meglio astrali, che ruotano attorno al Sole e quando appaiono ad occhi vagamente umani sembra sfoggino una indomita capigliatura luminosa.

Super Luna – perigeo, questo sconosciuto nuovo eroe, anzi: eroina (senza sensi mimetizzati) – e Luna Blu (ero rimasto fermo alla Laguna Blu, o forse al laghetto della Trota Blu) non hanno un preciso equivalente scientifico, anche se la scienza contemporanea assomiglia più a un reality con annesso reparto marketing; sono però molto popolari quindi vox populi, vox dei. Un dio minore: basta sapersi accontentare.

Forse non passeranno le comete più luminose in formazione celebrativa – o forse sì – ma mezzo secolo fa si congedava dalla Terra di Mezzo (e da tutti gli altri mondi) il Maestro Tolkien, JRR, per raggiungere l’empireo e riposarsi, finalmente; magari dedicandosi alla lettura dei romanzi fantasy e del suoi numerosi emuli. Certo, suona strano che con tutte le latitudini e longitudini disponibili, solo nell’ex Belpaese le sue opere siano divenute miti per i destrorsi italopitechi. Mentre ovunque hanno nutrito, educato, conquistato popoli di pacifisti e di hippie. Qualcuno non ha capito e difficilmente ritengo si tratti del Professor John Ronald. Comunque, solo per la cronaca, lo spietato Saruman era un tecno capitalista e noi tolkeniani parteggiamo, sempre e comunque, per nostra grazia: la Natura.

La cometa, quella di mister Halley, è periodica, come certi numeri o certe persone, forse presenze; ogni 77 anni torna qui da noi, ci osserva, ci predice il futuro e riprende il viaggio. Pronuncia profezie sempre più arcane e stringate, la prossima volta potrebbe anche restare muta. Ammutolita, più che altro.

La prossima volta chissà che Terra ritroverà, chissà se ci saremo: 2061.

META(meteo)CRONISMO?

Pagina dell’Impero delle Tenebre, collocato nel mezzo del cammino (camino) del Cielo.

Eppure, puré, la Luce c’è, sempre: magari Nera, ma c’è.

Pagina delle serate domestiche da Incubo, da cancellare, anche no: certo, se apparissero Bem tre dita, Dylan Thomas Dog e Edgar per gli amici Allanpoe, forse gli stessi incubi, cubi di Kubrik con arance meccaniche, risulterebbero più divertenti, interessanti, perfino auspicabili.

Ragazzo, che aspetti? Incominciano ora non i Fumetti in TV ma gli incubi, al tuo stesso desco, disco, ring o per l’Estate – se mai tornerà – disco volante freesbee vespertino, tra folate di fatale Ponentino.

Non lamentarti non fuggire non inseguire, respira a pieni polmoni, metabolizza lezioni nel Peripato incantato (sii gentile con le Peripatetiche) in presenza dal vivo a vivo, una vera delizia una rarità ancestrale un immane privilegio.

Tutto è andato – bene, no? – morire è solo un passaggio roseo… , un esodo Esiodo coatto;

codesto modesto Mondo Dopo, anzi questa Post Umanità, è diventata migliore, si è evoluta su sé stessa, ha imparato (un po’ troppo a memoria), certaMente non sprecherà la nuova fiammante ultima grande Opportunità: infatti difatti anfratti, continua a ignorare la Tragedia ambientale e a seguire ipnotizzata circuita irretita gli ordini le direttive gli spot imposti dai Letali Pifferai del Piffero, anzi del pil.

Come insegna Krishna, se vuoi vivere in serenità, impara a vedere con gli stessi Occhi gioia e dolore, successo e fallimento;

sulle vette tibetane sferzate dal gelo, Anime rarefatte trasmigrano più facilmente.

In fondo, quanto pesa un’Anima, anche in pena, senza peana celebrativo? Mia Signora: 21 grammi al netto, senza più tare. Mio Devoto, l’Essere, quello resta anche senza Kundera un fardello insostenibile.

Sostiene Sylvain che non si profanano i Sogni (e gli Incubi) con le chiacchiere; soprattutto, aggiunge il paria scribacchino olografico, quelle inesistenti ammorbanti asfissianti, via a-social virtuali, mai virtuosi, vetero modernisti.

La Vita e la Natura sono perfette sincroniche senza morali false moraleggianti, esiste e accade tutto ciò che sempliceMente deve.

Stalagmiti di misteri appaiono ogni giorno dal suolo a lastricare di trabocchetti il nostro sentiero, il nostro incerto incespicante imbarazzante incedere.

Quanto è bello l’Autunno rosso porpora, con i falò apotropaici e la sporogenesi di Lune d’argento, quanto è bello chiamare con l’ocarina Il Pirata cosmico, Capitano dell’Arcadia:

la sua Bandiera è ora e sempre il nostro vessillo di Libertà.