Il futuro resta ipotesi, anche se era ieri

Nemmeno il futuro è più semplice; frase equivoca, lo ammetto.

Il futuro immaginato, eoni fa: c’era Capitan Futuro, viaggiavamo nello spazio siderale, sognavamo a occhi aperti, avevamo molti domani, istoriati, screziati, declinati con tutti i colori dell’universo e non ci spaventavano, li anelavamo. Erano i nostri, lo sarebbero stati, sempre e comunque.

Se uno non si avverava, ne avevamo a disposizioni miriadi, anche vari, contemporaneamente, perché la fantasia è uno spazio infinito, senza limiti; le briglie servivano più a noi, per mantenere la rotta scelta, che a Lei, principessa di ogni sogno possibile, credibile; perfino di quelli impossibili, perfino, anzi, meglio, di quelli irrealistici, irrealizzabili.

Era bello, mai facile, declinare – non rinunciare, va da sé – il verbo, quello con la b minuscola, ma che ci affascinava, ci conquistava, ci proiettava in avanti, con entusiasmo, allegria.

Il futuro era (è?) un’ipotesi, gorgheggiava un cantastorie meneghino; forse, sul serio, era solo il prossimo alibi, per giustificare i nostri fallimenti e le nostre rinunce vigliacche.

Il futuro era (è?) una scusa, per ripensarci poi, per abbandonarsi, crogiolarsi nella malinconia, nella mestizia, per crogiolarsi nella irresolutezza, sport, vizio nazionale, sempre in voga, malgrado l’incedere, quello sì risoluto e inarrestabile, delle epoche.

Il futuro era (è?) una voglia, non potremmo, sapremmo dire se sincera; magari, lo spazio di un mattino, un attimo, un battito di ciglia durante la fase rem, un’ansa del continuum spazio temporale, che all’improvviso balenava e finiva. Eppure, abbacinante, concreta.

Il futuro era (è?) una donna che probabilmente sperava; ora, persino lei, si è rassegnata allo spaesamento globale, alla paura – non più vaghe fobie dell’orsa minore – all’insensatezza che non sappiamo definire, nominare, battezzare, per poi, giustamente, archiviarla, definitivamente, e proseguire; insieme, umanità finalmente matura, adulta.

Eppure, rammentiamo un tempo che sapeva disegnare il futuro, sapeva plasmarlo, sapeva indicarci i sentieri, i cammini per raggiungerlo, entrarci pienamente, senza infingimenti, senza inganni, mostrandoci i rischi, le contraddizioni connesse.

Era un tempo cinematografico, sembrava puro divertimento, invece si trattava di visioni divinatorie, sciamaniche: E.T., Blade Runner, Poltergeist, Tron, Conan il barbaro, Star Trek II, Interceptor II. Gli stessi autori, forse, non se ne avvidero, eppure. Donne e Uomini, con difetti, limiti, talvolta grettezze varie e assortite, ma con il potere incommensurabile di immaginare.

Anche un eroe ‘improbabile’ come Paperinik ha saputo creare il futuro: dei fumetti; della realtà, la nostra. Sembrava la consueta trasformazione del personaggio sfortunato, ma simpatico, in supereroe misterioso che sconfigge i criminali più intraprendenti e i dispetti più sofisticati della malasorte; ma, 30 anni fa – un’era geologica – , gli avversari del papero mascherato più popolare sono diventati “galattici”, portando lui e noi in nuove, altre dimensioni. Ora, il multiverso lo creiamo nel giardino di casa, ma, 3 decadi orsono, significava spalancare l’uscio su un futuro ‘rivoluzionario – perché, come diceva Walt Disney, “è bello innovare, restando nella tradizione” – senza rete (di protezione, a scanso di equivoci), perché senza rivoluzione non esiste vero futuro.

Il nostro futuro, più che mai, resta un’ipotesi:

ma quella Donna, continua a sperare, contro ogni logica perversa; per buona sorte nostra.

Fino a quando, chissà?“.

Questi anni sono deserto

Le lingue – gli idiomi, da non confondere con il muscolo – sono l’unica cosa che non muore.

Gli anni si dissolvono, i manufatti artistici, le opere dell’ingegno umano, quelle prodotte dai cervelli attraverso la dedizione e le mani, diventano polvere, dispersa nel vento cosmico.

Denari, presunte ricchezze materiali, terre rare, perfino quelle proletarie, sono pura illusione, meglio di quelle proposte magicamente da Mandrake.

Lunga è la marcia dell’Uomo, lunga e secondo le leggende, inarrestabile; eppure, abbiamo già attraversato forche caudine, eppure siamo stati dominati, sterminati. Siamo ripartiti, ignorando i nostri vizi, i nostri limiti congeniti, soprattutto la vicenda e le conseguenti batoste di Ulisse.

Chiediamo consigli al Popolo libero, agli Indiani d’America, gli unici autentici nativi di quelle terre settentrionali sconfinate, in origine lussureggianti, pure, se così posso compulsare. Chiedetelo, chiediamolo alla Tempesta: nel 1986, prima di scatenarsi in tutto il mondo, cantò la storia dei Cherokee. Vivevano in armonia con la Natura e con i propri simili, ma il contatto con la ‘civiltà anglosassone’ – società evoluta dell’uomo bianco – li costrinse a intraprendere il sentiero delle lacrime infinite. Le promesse, i trattati si rivelarono bugie, ipocrisie, carta arsa nel fuoco della sete inarrestabile di lucro. Attraversarono pianure, foreste, montagne, ma impararono a proprie spese, versando il proprio sangue, che non esisteva posto nel quale tornare, che tutto era crollato irrimediabilmente; anche la fede nel magico e nel sacro.

Poggiamo ancora i piedi su quel suolo, abbracciamo il Popolo libero, se possiamo – siamo in grado – suggiamo la loro sapienza, facciamoci ispirare dal loro modo di vivere (non accontentiamoci di vivacchiare), non facciamoci abbindolare dai soliti quattro, o giù di lì, gaglioffi patentati. Riconoscibilissimi, nonostante i trucchi.

Per non farci ingannare, mortalmente, chiediamo lumi non agli Enciclopedisti – gente che, comunque la si voglia considerare, trafficava volentieri con le ghigliottine – ma a Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa; anche il saggio e buono Gian Antonio Stella, giornalista integerrimo del Corriere della Sera, invoca il leggendario giudice di Berlino, per consegnare, finalmente, un po’ di vera giustizia: al mugnaio di Potsdam e agli indomabili Sioux. Prima che anche gli sparuti eredi cavalchino nelle Celesti Praterie.

Nella presunta confederazione delle libertà – solo per chi può lautamente permettersele – una sentenza ‘della legge’ ha inflitto a Greenpeace una sanzione pecuniaria pari a 345 milioni di dollari; per risarcire una ‘povera’ multinazionale petrolifera, ‘danneggiata’ da manifestazioni di protesta pacifiche dei Nativi e degli Ambientalisti contro il progetto che prevede di costruire un oleodotto lungo 1.172 miglia (1.886 km circa, se siete affezionati al sistema metrico decimale indigeno), per collegare i giacimenti tra il North Dakota e l’Illinois.

Io odio i nazisti dell’Illinois“, diceva un irresistibile John Belushi al compagno di ‘missione trascendentale’, Dan Aykroyd, vestendo i panni dei Blues Brothers; frase sempiternamente valida, andrebbe scolpita, ovunque sul Pianeta. Oggi più che pria. “Danneggiamento e inquinamento delle falde acquifere, attraversamento dell’antica riserva indiana, profanazione di siti sacri vietata, tra l’altro, dalla legge federale, attacco diretto contro l’identità spirituale e il riposo degli Avi del popolo Sioux“. Non si dovrebbe, ma oggi sarebbe ingenuo non considerare le simpatie politiche dell’inflessibile togato, convinto che la “condotta petrolifera” abbia diritti superiori e intangibili rispetto a quelli invocati dai Nativi e dagli Ambientalisti; che, con ammirevole tenacia, insistono e hanno presentato ricorso alla Corte Suprema dello Stato.

Come sottolinea il noto cronista, purtroppo, non andrà meglio, o diversamente: il quintetto è tutto composto da repubblicani; fino al 1998, almeno un giudice, era di estrazione democratica, ma, conclude Stella, “erano ancora vivi Jack Lemmon e Walter Matthau“.

Ennesima dimostrazione plastica di quanto le sorti delle genti siano in balia dei capricci criminali degli ultra plutocrati, che pecunia olet, eccome; anzi, assai.

Come sostiene con lucida amarezza Lea Melandri, storica femminista italiana, “le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni – questi? i nostri – è stato deserto“.

Dove sono, ora, gli striscioni che pronosticavano:

andrà tutto bene?

Ombre Rosse

Nel tiepido, insolito preludio primaverile, siamo ancora sospesi – non da qualche preside inflessibile – tra color che son… sospesi.

Tra la speranzosa gioia di una stagione migliore, fruttifera, foriera di lieti, lievi, anche minimi, doni e il lungo, rigido inverno dei nostri scontenti. Per così dire.

Crogiolandoci nei raggi più luminosi di Elio sorridiamo, beati, ma non riusciamo, non possiamo ignorare le lunghe, al momento indelebili, ombre rosse che ci perseguitano. Ombre rosse, non cito né l’epico lungometraggio diretto da John Ford, né la bevanda più in voga nei bacari veneti, per innaffiare con brio i golosi cicchetti.

Come riflette Yasmina Reza, drammaturga e scrittrice, francese di nascita, il nostro passato è, come sottoscriverebbe Gianrico Carofiglio, una terra straniera: lei si riferisce al dilemma di “non avere nessuna tradizione, né luogo d’origine, né patria” (parola ormai abusata, consunta, senza più significato); più modestamente, anche molto mestamente, invece, per il sottoscritto, da qualche anno – dalla pandemia in poi, ‘tutto non è andato per niente bene’ – non abbiamo un bagaglio, un rimasuglio, fosse solo un frammento, di ieri.

Lei, almeno, trova cittadinanza e voce nella grande letteratura, noi, chissà: un tempo, eoni fa, utilizzavamo i libri come soprammobili, ora, chi sa cosa siano e può permetterseli, come ciocchi per il caminetto, come coriandoli, come oggetti contundenti.

Siamo senza memoria, vaghiamo su terreni instabili, friabili, senza coordinate, senza punti di riferimento; mentre tecnologie e presunte intelligenze artificiali compiono balzi evolutivi giganteschi, noi barcolliamo e non possiamo nemmeno esclamare, come i ‘ciocchettoni’ (senza perifrasi, ubriaconi) più tenaci, “barcollo, ma non mollo“. Il fiasco, inteso come bottiglia che custodisce il nettare alcolico e come insuccesso, sconfitta, debacle, clamoroso.

Molto rumore per nulla; saturiamo l’etere di dissonanze, ma non riusciamo a creare nulla di sostanziale, di decisivo, di veramente innovativo, per la comunità umana, per il piccolo Pianeta che ci ospita. Sempre più scontento di noi, sempre più sfigurato dalla nostra dabbenaggine, poco ingenua, molto criminale.

Come fossimo prede di un virus, inatteso, infettivo, viscido, che ci confina, idealmente, a letto, con l’illusione sinistra di fare mille cose, di essere oberati da impegni, obblighi, incombenze impossibili da evadere, opprimenti.

Per trovare senso, per affibbiarne uno, ci siamo perfino ‘inventati’ passati recenti – ormai abbiamo una mente più labile, debole delle amebe (da bambino, conoscevo a menadito la sua definizione scientifica) – ai quali attribuiamo la dignità di età dell’oro, ma dopo ventiquattrore, siamo di nuovo al palo e ricominciamo, schiavi della falsità dei social, della realtà virtuale, financo di quella aumentata. Aumentata, di sicuro.

Potrei blaterare delle ipocrite olimpiadi invernali – tregua (meglio pace, se proprio volessimo compiere molti passi in più) olimpica, cos’era ‘costei’? – , delle decine di guerre sul globo che ci stanno devastando, in tutti i modi. Giusto per limitarmi. Potrei, non voglio, non sono capace. Contengo moltitudini, non sapienza, né saggezza. Magari.

Se fossi, se potessi, emulare, somigliare, anche solo un pochino, a Guido Paduano, docente emerito alla Normale di Pisa – filologo, storico del pensiero antico e moderno, scrittore – mi tufferei arditamente nelle opere di Shakespeare, nelle sue tragedie, nelle sue commedie, nelle sue poesie: per ammirare una volta di più la “celestiale armonia tra bellezza sublime e disperazione“. Per capire, carpire “dall’impressionate ventaglio di caratteri umani e passioni“, dall’incredile “varietà di registri che all’improvviso sfocia nella metafisica, per poi scartare nel campo filosofico e in quello antropologico“, cosa sia quel mistero ancora irrisolto chiamato ‘essere umano’.

Forse, come ci dice il Professore: “tutti i sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo“;

teniamo presente che due grandi folli – solo letterari? – Re Lear e Don Chisciotte, “sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità“.

Come se il compulsatore si immergesse nella Fossa delle Marianne per ripescare e donare la Primavera all’Umanità.

Altra, ennesima follia, o sogno?

Se la memoria fosse un inganno

Molto citata – senza essere Cita – spesso e volentieri a sproposito: invocata, auspicata, incensata; chissà poi perchè.

Si fa presto a dire, evocare la memoria: quale?

Niuno lo sa, niuno la conosce: davvero.

Memoria (forse, memorie) umana o memoria artificiale, quella dei computer che già hanno conquistato il sopravvento, in attesa, molto breve, di rimpiazzarci; ecco il primo bivio fatale, fatidico, decisivo.

Bivio non casuale, bivio del destino.

Il destino, inesorabile, bussa alle porte: impossibile non aprirgli, o simulare l’assenza, magari il sonno, financo un malaugurato scambio di persona, una sfortunata omonimia.

Il destino, anche senza titoli accademici – dottore? certamente mi confondo – è dotato di una memoria formidabile, senza necessità di artifici, senza ausilio di quella tampone, senza abbisognare di espansioni di quella definita RAM (dagli esperti, di cosa non si sa).

La Quaresima spalanca le sue braccia ampie e avvolgenti, ma il folle, ilare, burlone Carnasciale – con o senza scialle, con maschera d’ordinanza – resta in agguato; la memoria, talvolta faceta come Lui, agisce per confonderci, per indurci in errore, in tentazione e ridere della grossa, di noi, dei nostri buffi errori, della nostra ingenua credulità.

Del resto, non è semplice districarsi tra memoria sensoriale, a breve o lungo termine; ognuna possiede sue caratteristiche, ognuna si dispiega – dipana? – in circostanze e ambiti molto precisi, idonei, appropriati.

Di solito, ma anche no.

Potrei autocitare un aneddoto minimo, trascurabile, per carità, ma esemplificativo: per anni, ammiratore della Lady del Giallo, Agata Christie, vidi innumerevoli e svariate volte il lungometraggio tratto dal celebre romanzo Assassinio sul Nilo, ma sempre solo ed esclusivamente il primo tempo. Nei meandri della memoria, personale e fallace, nonché birbona, si sono accumulati decine di inconvenienti che, nel flusso del tempo – regolare o meno – , mi impedivano un tranquillo assistere al valzer degli eventi, fino all’agognata, auspicata, trionfale conclusione; epilogo, se preferite.

Tutto questo si è protratto, replicato con insolite varianti, per un decennio almeno – doppio piano quinquennale, senza essere mai stato confinato in Siberia; per ora – , con il dubbio, sempre più cocente, mai angosciante, che gli ostacoli alla visione completa del film fossero solo una pia, chimerica illusione. O uno scherzo della vulcanica, pur non essendo etnea – Erminia, non il vulcano – Nonna trinariciuta: amena (non armena) e brillante più che pria, più che mai, più di sempre.

La memoria, dunque: solida, sfuggente, multiforme? Molti la descrivono così, come un puzzle, con incastri mutevoli; non una ‘cosa’ unitaria, piuttosto “una collezione di sottocomponenti che interagiscono tra di loro“. Potremmo affermare, anche senza essere o crederci siffatti, esperti e studiosi, che esistono molto e varie memorie, distinte e dissociabili o, viceversa, complementari e componibili; se così, posso compulsare.

Scherzi di memoria, rinfrescare la memoria, scrivere le proprie o altrui memorie, annotarsi una memoria, memoria da elefante, o, al contrario, da pesce; mandare a memoria (come l’Ave Maria, si diceva, eoni fa), richiamare alla memoria, mandare a memoria (non a spasso o peggio), memoria di Pico della Mirandola, o Giobbe, se vi risulti più biblicamente simpatico; a memoria d’uomo, alla memoria, anche se al momento – evento naturale e impossibile da evitare – , come disse qualcuno – preferirei di no.

Potrei ulteriormente divagare e perdermi negli antri di questa funzione cognitiva del nostro cervello, della nostra intelligenza (in senso lato, molto diretto); potrei complicarmi il post, se non la vita, citando “argutamente, dottamente“, Sigmund Freud, la sua psicanalisi, la sua definizione di memoria, “non come semplice registrazione del passato, ma come un processo dinamico e ricostruttivo, centrale nella teoria psicoanalitica”. Potrei, lo voglio?

Ricostruzione, rimozione e inconscio, ricordi di copertura, traumi, amnesia infantile, terapia per recuperare i ricordi rimossi ed evitare la coazione a ripetere. Mi sento ubriaco, la capa gira, la piccola mente fallace è fuori causa per iper accumulo. Potrebbe andare peggio, potrebbero piovere reminiscenze.

Esistono anche persone che dispongono per predisposizione – la memoria si può allenare, in palestra o su strada? – di un ampio, incredibile Palazzo della Memoria, ma si tratta di ‘personaggi da romanzo‘.

Come scriveva Lewis Carroll, in Alice nel paese delle meraviglie: “è una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro“.

Sia come sia, quando, nel giardino della pre esistenza, hanno assegnato e distribuito le memorie/i cervelli, sulla mia teca era appiccicata una targhetta, con sopra scritta una definizione incomprensibile;

qualcosa tipo:

AB NORMAL.

Le parole, la metafisica

Un uomo in bianco e nero, in bilico sulla erigenda darsena di Milano.

Fuma tranquillo la sua pipa, con volto sicuro osserva lontano, non avverte pericolo nella situazione precaria – in piedi, sulla terra smossa – tiene le mani nelle ampie tasche del cappotto; chissà quali pensieri attraversano veloci la sua mente, chissà se sono considerazioni sui lavori in corso – baustelle – o tracce di nuovi romanzi, con i quali mettere a nudo la fragilità, la reale psicologia dei lettori, della critica. Di tutte e tutti noi, anche dopo decenni dal suo naturale congedo, anche se le ‘intelligenze artificiali’ deturpano implacabili il nuovo, vecchissimo millennio.

Senza concessioni, senza ipocrita pietà. Espirando nuvolette di fumo.

Sguardo che squarcia, limpido – malgrado l’ombra della tesa del copricapo – al quale, volenti o nolenti, non ci si può sottrarre; nemmeno lui, se disponesse di un piccolo specchietto da tasca.

Oltre l’effimero – ogni città ‘grande’, è portatrice di una quota, sana o perniciosa – , perché solo utilizzando parole scarne diventa possibile radiografare l’anima delle persone. Senza infingimenti.

Metafisica: la filosofia, il movimento d’avanguardia, forse la nostra essenza, in bilico perenne – qui comincia la neve perenne, antica ‘freddura’ – tra pulsioni molto terrene (terra terra? non si tratta dell’urlo di entusiasmo del marinaio di vedetta delle tre caravelle) e dimensione incorporea, insondabile.

Metafisiche, tutto quello che esiste dopo, anzi, forse prima delle cose fisiche; le cause prime (di chi?) e la natura ultima – senza essere in gara – della realtà, o di quella che crediamo tale. Deambulare nei giardini della pre esistenza, cercando la nostra identità ontologia, liberi dalla soma, dalla zavorra dell’esperienza sensibile e materiale.

Uomo silenzioso e immobile, eppure vivo, vivissimo; uomo in apparenza sospeso nel tempo e nello spazio concreto del suo piccolo pianeta, uomo che con gli occhi scandaglia l’ipotetica realtà, per scoprirne i veri segreti, per appurare il senso: ultimo, definitivo.

Come solo una donna/nonna – versione evoluta – saprebbe fare; con somma saggezza, per istinto, anche sprovvista di bagaglio (culturale) e con fianco scoperto (senza marito).

Potrebbe, quindi, accadere – chissà quante volte è già avvenuto, chissà quante ricapiterà, con altre modalità, presso altre culture – che una giovane donna di Parigi, disinibita e di successo (qualunque cosa significhi), accolga in appartamento, in qualità di convivente, la semisconosciuta nonna materna, sfrattata dalla casa che sarà abbattuta per lasciare spazio a nuovi progetti, nuove speculazioni edilizie.

Poco a poco, la vegliarda, mentre crollano i muri dell’abitazione di una vita, con lemmi semplici, farà crollare la “vita indipendente e sregolata” della nipote; le parole dell’anziana hanno il potere “di mettere a fuoco ogni paura e ogni fragilità, di darvi corpo“. Fisico, non metafisico. Facendo cambiare radicalmente tutto.

Possiamo fingerci forti, possiamo fingerci esseri superiori, ma, come sosteneva Fedor Dostoevskij, “è solo nelle parole che le cose accadono“. Infatti, fino a prima dell’era delle nuove pandemia, il più alto tasso di suicidi si registrava in società tribali primitive, dove le persone non conoscono vocaboli per esprimere i propri disagi interiori.

Le parole pronunciate costringono a guardare quello che prima si ignorava“, ma esisteva;

costringono a agire, forse, a rinascere:

nuovi e consapevoli.

Labili tracce

Abili tracce, se poi dovessero risultare anche agili, meglio.

Tracce, orme da lasciare sul terreno, casomai, seguire o inseguire; tracce, titoli di temi (non tematiche), da svolgere, anche riavvolgere, quando il nastro della audiocassetta si è ingarbugliato e la colonna – non manzoniana, non infame – sonora della tua vita, suoni inascoltabile. Ora.

Un’immagine immortala un momento dinamico, di vita reale, quotidiana; una famiglia di quattro persone – tre persone più una, la quarta si intuisce, impallata dal padre in primo piano (come i Moschettieri di Dumas, padre?) – con zaini in spalla e bagagli a rotelle (difficile siano quelli il loro mezzo di trasporto) camminano velocemente, forse per giungere in tempo al capolinea di un qualche veicolo pubblico. Sono visibilmente di fretta, con la scomoda compagnia dell’ansia di mancare l’imbarco. La strada di cemento sembra lunga, grigia quanto basta, lambisce una strada commerciale sulla quale transitano mostruosi autotreni statunitensi; in lontananza edifici di un centro, abitato, non si sa se da macchine o persone. Un cielo imbronciato e minaccioso, con uno squarcio di azzurro, assiste implacabile alla scena.

Chissà se il fotografo o la fotografa, nello slancio creativo, ha voluto attribuire allo scatto una qualche intenzione politica, sociologica – siamo tutti migranti, tutti in viaggio, tutti persi nell’affannosa ricerca di qualcosa, soprattutto quando abbiamo le possibilità di farlo – ; oppure, cadiamo mani e piedi nell’abile tranello delle immagini, alle quali attribuiamo, noi, da osservatori non passivi, ma buggerabili, senso ricavato dai nostri pensieri, dalle nostre convinzioni, dalla nostra dimensione ontologica.

Persi, dispersi, nell’affannosa ricerca, perlustrazione, indagine perfino, per rilevare labili tracce di noi stessi, per cercarci nelle dimensioni spazio temporali, o in quelle indefinibili, inafferrabili; per tornare a edificare, per costruire ex novo, la comunità umana.

Nei cumuli dei nostri rifiuti, nel nostro pattume, nelle nostre obbrobriose mala grotte, mega discariche letali, le orme – non il mitico gruppo, purtroppo – le vestigia, fisiche, ferite fatali, mortali che infliggiamo al Pianeta, alle singole esistenze quotidiane di noi tutti. Eredità tossica che lasceremo in dote alle nuove, scombinate, generazioni.

Oppure, potremmo affidarci a veri scienziati, non solo geniali – non basterebbe, non funziona mai, auspicando risultati giusti – ma brillanti, immaginifici, capaci di aprire sentieri, ora inesistenti, verso un futuro equo, sano, benefico per l’umana società.

Uno di costoro è il premio Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi; i suoi lavori sui sistemi complessi, i suoi ampi e corposi contributi interdisciplinari, potrebbero spaventare per la loro complessità, invece dovremmo lasciarci conquistare dalla loro bellezza, dal loro fascino, dalla “loro” (sua, totalmente sua, cioé del Professore) preveggenza. Nel finale degli anni ’80 del 1900, perfino molti suoi compagni, nonché colleghi, “ammiravano la sua strepitosa maestria tecnica“, ma non coglievano il senso dei suoi interessi. In fondo, la sorte dei ‘Precursori’. Di eoni.

Così, non si tratterà di “convergenze parallele” degli anni politici ’70 del 1900 (Aldo Moro o no, l’inventore dell’espressione), ma Le simmetrie nascoste (pubblicato dai tipi di Rizzoli Libri) non solo ci riveleranno “quanto sia intelligente l’acqua ghiacciata“, ma anche il funzionamento di ChatGPT; senza isterismi, senza ipocrisie, rischi e prospettive connessi.

Per intraprendere un cammino esaltante – quello delle scoperte, queste sì, epocali – per lasciare labili tracce di noi:

finalmente, luminose.

Guano

Ci reputiamo unici e irripetibili, modelli – fantastici – non replicabili.

Reputiamo le nostre gesta, le nostre azioni, ogni nostro minimo anelito, grandiosi, ammirevoli, e, se per caso risultassero aberranti, abominevoli – non il povero Yeti dell’Himalaya e i suoi simili – , crimini contro il genere umano, contro il Pianeta, sarebbero (de) rubricati quali semplici errori, fatali fraintendimenti, bagatelle sfociate inspiegabilmente in tragedia.

Siamo così: piccoli, fragili, illusi, ma con un ego smisurato; qualcuno, di più, sempre quelli che hanno (lecitamente o meno) più risorse. Tradotto, senza perifrasi, il potere di fare tutto quello che vogliono, oltre l’immaginabile, oltre ogni vago principio morale; infischiandosene allegramente del Diritto e delle esistenze delle Donne e degli Uomini.

A meno che non si tratti di loro solidi sodali e complici.

Guglielmo, solo tu, da tutto questo ciarpame osceno sapresti, potresti trarre capolavori della letteratura e poesie; ma forse, persino con il tuo intelletto superiore e la tua sensibilità superba, esiteresti, proveresti moti di ribrezzo, rigetto, totale confusione.

Chi si ritira umanamente sconfitto (con tutte le code fra le gambe, avrebbero detto un tempo i saggi dell’osteria, dopo molte ombre), chi si ritrae in un mondo o in dimensioni altre, fantasiose, idilliache, per sottrarsi alla soma insopportabile della realtà attuale.

Cosa vergavano i fessi, nemmeno prezzolati, durante la pandemia? “Andrà tutto bene“. Infatti. Come diceva quello: “potrebbe piovere, per sempre“. Banalità, molte umane, comprensibili, anche senza essere Corvi.

Chi si ritira dalla lotta, è un gran fio de ‘na mignotta! Chiedendo venia alla mignotta, anche ricorrere alle ‘citazioni dotte’, dal presidente del Borgorosso Football Club in giù, ormai potrebbe risultare vano, per risollevare il morale (no molare), se non le sorti comunitarie.

Ormai disperati, catastrofisti, sciamannati, cerchiamo di avvinghiarci ovunque ci sia uno strapiombino, un tarocco – un’arancia sicula? magari – di Jodorowsky; “non si può insegnare all’inconscio il linguaggio della realtà, ma insegnare alla ragione il linguaggio dei sogni“. Essere surrealisti, immaginifici, magici, come lui, potrebbe giovare e magari costituire una strategia sorprendente per sanare le questioni urgenti, esistenziali.

Ancora Jodorowsky, ‘l’eterno’, ci comunica di “fidarci dell’umanita, delle nuove generazioni che – per paradosso – proprio grazie alla precarietà e all’assenza di prospettive, sono pronte alla guarigione nel campo della vita, attraverso la relatività dello sguardo storico, l’arte come unica, vera risorsa“.

Eppure, disse il Matto del Villaggio, questa storia non mi suona nuova – come tutte quelle che riguardano la stirpe dei bipedi che hanno smarrito la coda e la ragione – perché, nel 1856, una presunta confederazione di stati (o interessi economici), con un atto di forza, unilaterale per forza, varò una legge per dichiarare propria una piccola isola tra la Jamaica e Haiti; “ci serve, ne abbiamo bisogno per procurarci grandi quantitativi di concime“. Quell’isola era un deposito naturale di guano. Il Congresso approvò a larghissima maggioranza, la Corte Suprema (Don Abbondio – noi europei, oggi – , nella gara dell’ignavia, della codardia, giungerebbe secondo, con distacco abissale) disse che “non è nostra materia investigare o determinare se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basti sapere che il Governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio, de jure o de facto, non è questione legale, ma politica“.

Gli astanti, paonazzi, rubizzi, tra frizzi, lazzi, amene scurrilità, risero sguaiatamente: “il diritto affonda solide radici nel guano“.

50enni animati

L’Unicorno irrompe a spron battuto – nemmeno fosse l’immortale destriero bianco di una antica reclame – nelle nostre anguste stanze mentali e accende, ci porta in dono, reca seco (con sé), una salutare scia luminosa d’immaginazione.

Pochi giorni di anno 2026 – siamo sicuri? – e già agogniamo, in modo spasmodico, il prossimo, ma fingiamo, tentiamo di resistere agli urti della nostra vita mondiale; magari, poggiando, avendo fiducia in loro: eroi, eroine, nati dalla fantasia, “non dalla logica, o dai dogmi, per questo nessuna macchina, per quanto potente e evoluta, potrà mai fare davvero letteratura“.

Le donne e gli uomini, peculiarità rarissima, anzi, unica, annoverano un potere, il loro unico super potere, insito, non replicabile: come dice lo scrittore Julio Cortazar, “possiedono l’immaginazione, per sperimentare il mondo nella mente, prima di sperimentarlo nella carne“. Le flebili parole, la fragile narrazione, aiutano i bipedi a prepararsi, a strutturarsi, a organizzarsi per affrontare la vita, per escogitare soluzioni alle sue inevitabili difficoltà.

Nessun problema nel risolvere problemi, piccoli e grandi; solo l’imbarazzo della scelta: meglio il Golem o la ‘famigerata’ IA, meglio Pandora o gli algoritmi, con relative app? Tempo fa, avremmo ingenuamente scherzato: ai poster (i), l’ardua sentenza.

In realtà, meglio l’umano, fallace, ma dotato di formidabile creatività, limitato, ma capace di superare i limiti con la sua empatia, piccolo, ma capace di ritrovare la rotta anche sballottato dai marosi, grazie alla sua moralità. Alberto Manguel, altro scrittore, ci dice che le macchine non saranno mai in grado di concepire un personaggio “ineffabilmente complesso come Pinocchio“, potranno, al massimo, fornire una brutta copia, “una falsariga di pseudo Alice“, mai una copia dell’originale. Macchine, ottime ‘alleate’, non individui senzienti e indipendenti dall’uomo. Persino le ‘entità portentose’, “se gestite con noncuranza, possono rivoltarsi contro i loro inventori“.

Jeanette Winterson, scrittrice – curioso, citare solo persone che vivono e si occupano di ‘cose intangibili’ come le lettere – ci offre un punto di vista altro: “l’intelligenza alternativa, non artificiale visto che ci serviamo di miriadi di oggetti che sono artificiali, non naturali, è ciò di cui il genere umano ha bisogno ora, visto che il nostro modo di pensare ci sta conducendo verso l’estinzione, attraverso il collasso planetario o la guerra globale“.

Eppure, nonostante tutto, confidiamo ancora, forse chimericamente, nei 50enni animati; meglio, in chi, bambino, si è appassionato e, attraverso e grazie a loro, ha saputo costruirsi un’esistenza con priorità e valori morali, ineccepibili, indistruttibili.

Ape Maia – il più popolare insetto animato alle nostre latitudini – celebrato con una mostra, e, addirittura, con un musical; non solo, anche Heidi, Goldrake, Candy Candy, Capitan Harlock, Lupin III, Conan, Jeeg, Remi, Anna dai capelli rossi. ‘Anime’ fragili, come le parole cui accennavo più su, anime giunte dal sol Levante, diventate in breve, parte del nostro patrimonio culturale, “perché – come spiega Marco Pellitteri, professore di Media, nonché grande esperto di fumetto e animazione nipponici – queste serie hanno plasmato l’infanzia di una generazione, in un momento di trasformazione sociale e mediatica unica. La loro forza è stata la capacità di travalicare l’epoca della prima messa in onda, generando un codice affettivo e narrativo condiviso. Le storie di amicizia, lealtà e scoperta di sé, sono universali e atemporali“.

Non resta che travasare questi ‘anime’ nei governanti e plutocrati contemporanei e l’impresa sarà compiuta;

o, in alternativa, sostituirli: direttamente con questi personaggi di ‘fantasia’, o, per interposto interprete, con la comunità di noi, 50enni (suppergiù) ‘animati’.

Lanterna delle Fate

Nelle bigie, grigie, giornate di pioggia, è naturale pensare con speranza e, in qualche modo, struggimento, alle lanterne.

Tradizionali, solide, in grado di illuminare, la realtà fisica – sempre parziale e prospettica – e le menti (auspicio forte più che mai); lucerne, se vi aggrada di più, l’importante resta lo splendore, anche senza giungere a significati allegorici danteschi.

Ne avremmo urgente bisogno: sorgente luminosa portatile. Negatelo, se ne siete capaci, o in grado.

Forse, ci aiuterebbero a individuare direzioni, soluzioni, nuove accattivanti, evolutive prospettive. O viceversa.

Ci sono state, esistono ancora, lanterne cieche, capaci, attraverso un gioco di schermi girevoli, di concentrare la luce in un fascio, oppure oscurarla (i ‘nemici’, noi stessi, riflettendo meglio, stanno sempre in agguato, pronti a ghermire); basta non piombare nella corbelleria, imbalsamandosi a fissare il dito, ignorando la Luna.

Lanterne veneziane, cinesi, nipponiche: quali preferite? Non ignoratele, sono preziose, ognuna nelle proprie peculiarità. La molteplicità di visioni, crea la vera, inusitata ricchezza.

Certo, con cura e accortezza, occorre deambulare senza sonnambulismo – non più del lecito, senza eccedere oltre il necessario minimo garantito – senza incantarsi (arduo, ne convengo) a rimirare le ormai rarissime lucciole, scambiandole per lanterne. Interiorizzando, se possibile, il ‘metodo Diogene’, per rintracciare, in fretta ormai, l’uomo, anzi, gli uomini e le donne, di comprovata, ottima volontà. Con le lucerne, sempre accese, anche in pieno giorno.

Lanterne magiche, per immaginare nuovi mondi, nuove persone, nuovi noi; mai privare le lanterne magiche di luce, introdurre costantemente lampade brillanti perché le più fantasmagoriche immagini compaiano su noiose pareti bianche.

La Lanterna, quella di Genova, senza mai obliare quella del Pireo; fondamentale nell’antichità, insegnò a tutti noi a navigare, a trarci in salvo tra i flutti perigliosi.

Lanterne rosse, per ribellarsi, rifiutare, affrancarsi da ogni tentazione di società feudale, per cancellare per sempre il giogo, insopportabile, inumano, del patriarcato che ci dilania con gli ultimi, letali, colpi di coda. In assenza di lanterne, affidiamoci a caleidoscopi: belle immagini da osservare confortano l’animo, e poi, si sa, gli specchi hanno il potere di perdere i Narcisisti più tossici.

Lanterne rosse, gruppi di guerrigliere, ché da sempre le Donne hanno dovuto combattere per affermare la propria identità, per rivendicare diritti, per dimostrare ai limitati uomini di essere meglio di loro, più forti, più capaci; non per caso furono gruppi di combattimento femminili durante la rivolta dei Boxer, Cina, a cui gli abitanti dei villaggi attribuivano poteri soprannaturali, in quanto capaci di portare a termine imprese impossibili per i maschi.

Lanterne Verdi, per l’ordine cosmico e la giustizia, anche nello spazio. Il Pianeta Azzurro galleggia nel Cielo, quindi, forse, ne ha o ne avrà bisogno. Lanterne Verdi per tutelare la Natura di cui facciamo parte, di cui non disponiamo da padroni, dalla quale dipendiamo per ogni più minuta esigenza e dalla quale siamo graziati, fino al nostro ultimo respiro.

Lanterna delle Fate, particolare specie di una famiglia di piante tra le più rare al mondo – forse, 20 esemplari, non di più – magnifiche, splendide, incantevoli. L’ultima in ordine di apparizione vive (sopravvive) in Malaysia – coincidenza letteraria – la Scienza internazionale si è mobilitata per tutelarla, proteggerla da noi stessi, forse perché ci rammenta non solo quanto sia meravigliosa la Natura, ma quanto i bipedi non siano in grado di esistere senza la sua presenza benefica.

Federico coronò il desiderio di trasmutarsi in un aggettivo – felliniano – , molto più umilmente e modestamente, vorrei diventare un vocabolo greco, antico: lampter, attinente (stretta, inestricabile parentela) con il verbo lampein, rilucere.

Non sarò mai una lampada – mai affermare mai – , mi basterebbe essere un lumino che si difende dai venti contrari, un lanternino dotato dalla fantasia dei fanciulli di una magica, reale, potenza.

Fedele al libro, libero di tradirlo (simbiosi)

Nulla come prendersi cura di un piccolo giardino, ci restituisce la nostra ‘misura‘ terrena, ci ricolloca al posto giusto tra le creature dell’Universo (o multiversi), ristabilisce priorità e valori imprescindibili.

Mentre la mente si concentra sulle svariate attività che contribuiscono a formare la manutenzione della flora domestica, sorgono spontanei pensieri sani e positivi, riflessioni originali sulla vita e i suoi aspetti, respirando a pieni polmoni l’aroma della terra, cogliendo l’essenza della nostra dimensione ontologica.

Al bando pose marchettare post litteram da ambientalista, da ‘ecosofo’ (non esperto di Umberto Eco, anche se) ispirato da Arne Næss, o ‘biofilo’ (non bibliofilo, anche se) fuori tempo massimo, cioè da vecchio, anzi, antico. Non ancora soprammobile, però.

Rammentare l’etimo di dimensione, ancora una volta, rischiara il cammino e gli orizzonti: dal latino demensionem, lunghezza altezza profondità, le tre proprietà commensurabili che forniscono l’esatta misura – se preferite, estensione – dei corpi; fisici, certo, ma non solo.

Mi piacerebbe disegnare pagine ispirate a questa vita, come saprebbero fare in modo sopraffino Brian Selznik, con le sue passeggiate romane, ambientate nel tempo cronologico nel 1986 e, contemporaneamente, nell’immortalità della Città Eterna; o Milo Manara, non solo (semplicisticamente) maestro dell’eros, ma artista che negli ultimi anni ha saputo tradurre in letteratura disegnata Il nome della rosa, impresa ardua per l’importanza del romanzo, per la sua complessità, tra colte citazioni letterarie, tra rimandi a dispute filosofiche accanite, compiute da varie correnti della Chiesa.

Se potessi, se sapessi – non solo disegnare – mi evolverei in un essere, possibilmente pensante e sensibile, capace di mantenersi ‘fedele al libro, libero di tradirlo‘. Creativo, immaginifico, svincolato da barriere, confini, catene.

Se potessi, se sapessi – non solo sopravvivere, vivere davvero, completamente – forse sarei capace di mutarmi in arcadico – non componente della cosmonave Arkadia (o ‘astroveliero’), anche se – ma in un abitante della mitica regione: Arcadia, dove uomo e Natura coabitano in perfetta armonia e i bipedi sono consapevoli di essere una parte del Creato e si comportano di conseguenza. Elegia bucolica, però adulta e matura.

Sarebbe un sogno – a occhi aperti, con i piedi saldi sulla nostra amata Terra – fare parte della Compagnia dei Gelosi che imbeccati, addestrati dal Tasso (Torquato) misero in scena la favola pastorale Aminta; sarebbe un sogno diventare ambasciatore letterario e convincere l’editore veneziano Aldo Pio Manuzio a stampare e vendere l’opera. Sarebbe un sogno essere una delle bestie condotte al pascolo da Aminta e sperimentare sulla mia pelle, con le mie zampe, il sacro principio aristotelico: unità di tempo, luogo, azione.

Sarebbe un sogno – a occhi molto bene aperti – comporre l’Aegloga rusticale intitolata Bernino; peccato sia stato preceduto di qualche secolo (1516) dal buon Pierantonio Legacci, componimento stampato in Siena da Semione di Nicolo, cartaio. Senza offesa, anzi, con molta stima e sana invidia culturale.

Se potessi, se sapessi – non solo compulsare fole, ma scrivere e, soprattutto, fare – tanto mi garberebbe emulare Telmo Pievani, filosofo della scienza: come lui, affidare al vasto pubblico Uniti per la vita, partorito insieme al docente di zoologia Maurizio Casiraghi e raccontare quanto l’altruismo – derelitto e deriso (quando dice bene) ai giorni contemporanei – abbia solide basi biologiche. Per aiutarci a dedurre, tutti, che – a dispetto delle app e dell’intelligenza artificiale – è la cooperazione a favorire quel processo strano denominato evoluzione. Come scrivono i tipi della Lettura (Corriere della Sera), “lezione che vale anche per le relazioni tra persone“.

Fuori dai denti: “Ci si salva insieme, perché la vita è simbiosi“.

Ammesso ne esistano ancora.

Persone.