Atomica, Rossa

Pagina Rossa, di vergogna o voglia di Natale (-7, per pignoleria).

Rossa com’era la Passione o il Peccato docg denominazione di origine controllata e garantita, rossa, come i conti in passivo del paese che mai si decide a fare i conti: con la propria coscienza, di solito, sporca.

Italia in rosso, così, se il Babbo nordico arriverà, almeno cromaticamente non ravviserà mutazioni. Zona rossa, lanterne rosse, rosse case chiuse; blindate isolate, ermeticaMente (e se lo scrivo io).

Comunque, possiamo stare tranquilli, ci hanno garantito non solo che il governicchio non cadrà – non era già stremato? – ma, addirittura, pensa; il governetto pensa, finalmente una notizia da prima pagina, antiche nove colonne: quali siano i frutti di tutte queste elucubrazioni circonvoluzioni evoluzioni circensi, non è dato sapere. Del resto, siamo o non siamo la Penisola, isole comprese, dei misteri irrisolti?

Sanzioni ai cattivi, una pura formalità: non siate ingenui, mentre noi ci dilaniamo con dotte dissertazioni da buonisti, tutti gli altri ci superano in curva – tipo Il Sorpasso, compreso l’epilogo – e realizzano incassi da ‘la capagira’, continuando a intrallazzare, a vendere armi, a sversare rifiuti tossici sotto i piedi dei poveracci: tanto, tra morire di fame o di libero mercato, meglio se, nel frattempo, i soliti noti, anzi famigerati, non più sospetti, ma rei con fessi, si arricchiscono ancora un po’.

Pagina della Dama Rossa di Fausto Coppi, scandalo nelle quiete vite degli italiani, tutti casa (sempre chiusa, meglio rammentarlo) e chiesa (…) del Mondo Prima, cittadini pii, come da pollaio del fu Principe di Metternich; ora che metto meglio a fuoco i colori, la Dama di Coppi era Bianca. Comunque, con una dose minima, assai economica, di chinino di china di coca cola, avrebbero potuto e dovuto salvare il Campionissimo.

Rossa Enciclopedia, quella che tenta di contenere comprimere comprendere l’intero Alfabeto Simenon; letteratura alimentare enorme variegata onni gustosa, centinaia di romanzi e racconti, di tutti i generi, generosi con i lettori, mentre lo Scrittore nella teca di vetro sul tetto del Rosso Mulino delle Tentazioni – si può ancora scrivere: che gambe, quelle Ballerine? – solo con i suoi occhiali, la sua pipa, la sua macchina per e/o da scrivere, osserva con sguardo ironico e disincantato il mondo, con spirito da entomologo socio antropologico; fuori dall’antro, dentro la Vita.

Rosso di sera, rosso infuocato, arancia rossa siracusana, bel tempo Kalimera, salentina ellenica. Buongiorno o Bella Contrada, si spera, anche se, come da atavica lezione, la Dea Speme non rappresenta il massimo dell’affidabilità e spesso fugge.

Rossa Rossana, cugina splendida e tentatrice, a Tua insaputa, sei dolce bella croccante come una caramella dall’elegante confezione; al fin della licenza, la punta del mio naso – che mi precede e preannuncia – per un Tuo bacio, giuro che non apostroferò più alcuno, nemmeno a fil di penna.

Gli Uomini Rossi erano davvero liberi, una nazione aspra ma con regole giuste, beati territori di caccia, nei Cieli, ma per vivere in pace santa, finalmente.

A proposito, lo sapevate che Emilio, Conte di Roccabruna, signore di Ventimiglia e di Valpenta, aveva un fratello che si faceva chiamare Corsaro Rosso?

Cappuccetti Rossi – non quelli spregevoli dell’Alabama – quelli alternativi, del meraviglioso Cous Cous Clan, rosso ClanDestino, giusto per rammentare a noi stessi che non esistono esseri umani illegali.

Tutto è relativo, anche il Rosso. ReAttivo, meglio un monarca impegnato di un ReAttore, ché poi non si sa mai come finiscano certe recite e soprattutto certe scorie.

Da ragazzino sognavo l’Atomica – non quella del film di Kubrik e del Dottor Stranamore – l’Unica Vera Irresistibile Gilda (non nel senso delle Arti e dei Mestieri, o forse anche): Rita Hayworth, la Latina Regina di Hollywood.

Just around the corner, Remember the promise You made: a mezzanotte va la Ronda del Piacere – più o meno dannunziano – a mezzanotte sai che io ti penserò.

Ah no, quella girovagava nel Mondo Prima, oggi serpeggia quella dei vigilantes anti assembramento, anti fughe dagli Alcatraz regionali.

Allarme: rosso, va da sé. Occhio ai vecchi trucchetti di Madre Natura.

Torna, Atomica, torna e coroneremo il sogno di vivere, insieme, nel Giorno Dopo:

ballando il Flamenco, mangiando fragole non più rosse, bionde.

Sweet Dreams, Annie

Pagina Bianca della nuova società del rischio.

Risiko? No grazie, giochino lemma termine ormai svalutato, causa improprio uso mediatico, di solito ad minchiam, con tante scuse al sacro totem della Fertilità.

Società dei magnaccioni, società dei magnaccia, società del rischio – Rischiatutto, signora Longari – o società a rischio per decesso dei neuroni? Mai tanti neuroni caduti al fronte dal lontano… non saprei indicare una data certa, incerta, casuale, affidiamoci all’aglioritmo, forse almeno potrà scongiurare l’invasione dei vampiri, assetati di materia grigia, già schierati alle porte delle città; auspicando che non sia qualche borgomastro in crisi d’astinenza da sondaggi positivi a consegnare loro le chiavi, in pompa magna, senza illusioni allusioni vietate.

Società liquida – talvolta, gassosa – se tutto e tutti scorrono, soprattutto via, anche questa beata società, morbosa ammorbante zeppa di morbi – vacanze di Natale 2020 all’insegna del ‘morbi e fuggi’ – (fondata e affondata a mia insaputa e senza il mio nome) presto scivolerà nelle tubature dei lavelli, sarà sgorgata da qualche nerboruto mastro mostro lindo, Lindo Ferretti però, e finirà nei 7 Mari, inquinandoli ancora di più.

Sweet Dreams, mia cara diva Annie; l’Euritmia è una filosofia, una scienza, un’arte, tutto questo insieme, inscindibilMente? Società dei 5 sensi? Magari. Ne cerchiamo una iper super sensoriale o extrasensoriale perché non sappiamo vivere in questa? I sogni ci usano per loro diletto o nel letto notturno li maltrattiamo? Chi sono io, marinaio e gentiluomo di vaga fortuna e soprattutto d’acqua dolce, per essere in disaccordo con la materia di cui sono fatti i sogni?

Tutti sembrano alla ricerca di qualcosa, ma servirebbe Maigret per capire cosa, tra un calvados e una nuvola di pensieri dalla sua pipa.

Il proverbiale scemo del villaggio globale invece di raccontare fanfaronate agli amichetti all’osteria – forse era già chiusa per coprifuoco – come eruzione vulcanica, incontenibile, ha sparato la sua opinione: in nome della superiorità dell’economia, apriamo tutto, se qualcuno morirà, pazienza. Il famigerato mercato, quello che non si auto regola mai; il fenomeno in questione per legge del contrabbasso dovrebbe essere costretto a emigrare in Uganda, per guardare negli occhi i bambini e i genitori di quel paese, per constatare di persona gli effetti del suo mercato, al netto del coronavirus.

Come direbbero nell’Urbe: tanti cari auguri e se entro il 25 non ci vedremo più, speriamo sia per colpa tua.

I balconi e le terrazze italici avevano sentenziato, tra un canto e una preghiera – a proposito, anche San Gennaro s’è stufato e senza ristoro non concede più miracoli – che ne saremmo usciti migliori;

certo, non sarebbe stata un’impresa fatica conquista erculea, al momento, in bilico tra un sereno Natale, blindato e una minaccia da terzo tsunami virale, angosciati interroghiamo Margherita, o anche volentieri il Suo Maestro, Cocciante:

ne usciremo?

Magari per tornare a colorare i muri, raccogliere nuovi fiori.

Lazzaroni di latta, Salvatrici inconsapevoli

Pagina del Re Lazzarone, forse un tantinello criminale, ma in fondo nel fondo chi non lo è, in dosi variabili.

Non sarete prevenuti nei suoi confronti? Non vorrete discriminarlo solo perché è un povero Borbone?

Luce e Tenebra, sempre un ottimo tema, dagli albori dell’Umanità; testimoni e annunciatori di Luce, tessitori e portatori di Tenebra, cuori di tenebra, meglio non essere schizzinosi, visto il periodo; o tenebra o mores.

Voci nel Deserto: sono io, l’Eremita pazzo, o il Cavallo senza Nome?

Lazzarone, dicevamo: giovane discolo – discobolo di Mirò o Mirone? – scavezzacollo, qualunque cosa significhi; bande di lazzaroni, bulli ante litteram, o golosi biscotti del Mondo Prima, conservati in meravigliose scatole di latta. Biscotti da latte, da semplice sgranocchio, scottati due volte, come duplice è l’imperiosa scampanellata del Postino o del Cavallo di Troia.

Amico, credimi, attenua le amarezze della vita con un assaggio di amaretti, di Saronno, recapitati da un bastimento a vapore, ché anche Mickey Mouse cominciò come capitano di battello fluviale a vapore.

Vapore è il nuovo tag del secolo, fidati. Steam, so trendy!

La giovane Rachele salva uno sconosciuto, gettandosi senza esitazione sui binari mentre sopraggiunge un treno, poi con semplicità dice sottovoce: – Siamo persone, chiunque avrebbe fatto lo stesso.

Non credo, cara Rachele, ma è commovente pensare che Tu ne sia convinta, è commovente pensare al Tuo gesto d’Altruismo con il quale hai fornito nuova Luce, nuovo Valore alla parola Umanità; non hai salvato la vita di un Uomo, hai salvato e riscattato l’intero consesso umano. Sia lieve la Tua convalescenza, gioioso il Tuo Natale.

A proposito, forse nel Mondo Dopo, anno I, non leggeremo e canteremo sotto il vischio il Canto del vecchio, intramontabile Dickens, ma Tu, Rachele, ci hai donato una pagina nuova, un nuovo racconto degno di celebrazioni, degno di essere tramandato.

Se il Guru è un Maestro – di sanscrito (scritto?), ennesima lingua salmistrata, morta di fatto? – i discepoli, cribbio, dove si sono imbucati? Il mio banco, a rotelle, per un manipolo di discepoli.

Tutto è perduto, per primo il tanto chiacchierato onore e non credo sia possibile ritrovarlo al deposito oggetti smarriti all’arsenale di Venezia. Onore con onere della prova; legioni disperse, in rotta a rotta di collo, da quando l’occidente, quella cosa autoproclamata superiore, assegna medaglie d’oro a dittatori sanguinari, intrattiene amichevoli rapporti con famigerati criminali internazionali: ci saranno motivazioni, certo buone, ottime, recondite; condite molto condite di affarucci sporchi, unti, maleolenti di armi, gas, petrolio. Ammazza che novità, ammazza che progresso; peggio, il progresso che ammazza.

L’ex guru dell’economia, ormai più gulasch che guru, lo dice senza tema del ridicolo: l’Europa moribonda è capofila e modello della svolta ambientale che ha investito tutto il mondo. Lo dice Lui, non io. Svolta a destra, attenti a non finire di sotto dopo le colonne, in testa a Ercole – fumantino più di pria, o di Priamo, vedete voi – con queste terre così appiattite dalla stupidità, virale. Al punto, dopo il punto, di lodare le lordanti multinazionali dell’energia che avrebbero, a propria insaputa e in silenzio, ridotto moltissimo le emissioni di inquinanti. Troppo in silenzio, considerato che nessuno dei dirigenti apicali lo sa, troppo in silenzio per gente così discreta, abituata a varare una campagna mediatica globale per annunciare al popolo perfino il quotidiano, doveroso, auspicabile ricambio della biancheria, intima.

Meno male che Klaus c’è, magari non proprio Santa, ma Kinski. Aguirre che annuncia il furore di Dio, dopo i giorni del dolore saranno dolori con quelli dell’ira, perché stavolta ci aveva ordinato di mangiare a quattro palmenti, più e meglio della coppia istrionica Gargantua e Pantagruel, dall’Albero (sempre non sia stato abbattuto, nel frattempo) della Conoscenza, non per essere assunti, ma noi tetragoni cospirazionisti, niente, fedeli alla linea, la nostra: – eh no, esimio illustrissimo Padre supremo, ci hai buggerati già l’altra volta…

Ci resta Kinski, chissà che con Nosferatu Principe della Notte, non ci dica cu… ehm, non ci dica bene, o vagamente meglio: dal 2021.

Come fu che conobbi Rossi Rossi Rossi, in arte Pablito

Durante un controllo di routine, gli uomini dell’Arma restano stupiti, leggendo sulla patente di guida le generalità dell’autista fermato:

– Paolo Rossi? Ah, Lei è il fratello?

Basterebbe citare la battuta del frizzante Attore monfalconese, omonimo del Hombre del Partido, per capire quanto questo ragazzo, questo uomo dallo sguardo limpido, dal sorriso e dai modi gentili, sia entrato nella nostra coscienza collettiva, nella nostra identità popolare.

PaoloRossi lo rammento, bene. Pura gioia, lampi di luce e di calore, di un Azzurro così intenso che mai più si sarebbero ripetuti uguali.

Luglio 1982, un’Estate un Mondo fa e non c’erano che loro, i Ragazzi del Vecio Bearzot e un paese che all’improvviso riscoprì la voglia, la fame atavica di gioia, comune, spontanea, senza più odj, senza più paura di avere paura o vergogna di ballare, cantare, urlare, di essere semplicemente felici.

Felici di essere vivi, di ritrovarsi madidi scomposti abbracciati a degli sconosciuti, cui però le emozioni e l’empatia di quell’istante immenso avevano davvero magicamente attribuito la patente umana di fratellanza.

Ero un bambino di 12 anni, ingenuo e ricettivo, ansioso di scoprire, di fare parte di questa festa ampia, incredibile, mai vista: non una celebrazione come Natale e Pasqua, non un dì di festa, come l’ultimo di Carnevale o il compleanno, un fatto molto più grande, difficile da descrivere, eppure bellissimo, unico.

Vestito solo con dei pantaloncini rossi da spiaggia, una maglietta bianca balneare e sulle spalle un sacchetto verde, in plastica, di quelli della spesa nei supermercati delle località di mare: quella era la bandiera, infantile, dell’epoca, quella era la ‘divisa’ di riconoscimento e affermazione: esisto anch’io, sono un bambino italiano e sono fratello di quei ragazzi là in Spagna, sì proprio quelli, i figli di Papà Enzo, friulano come me, mia Mamma, mio Nonno.

Il calcio o giuoco del pallone faceva parte del mistero della vita, una di quelle questioni, anche un pizzico crudeli, in quanto afferenti agli enigmi adulti, per un ragazzino che ancora tutto doveva vedere attraverso i suoi piccoli occhi curiosi, ancora tanto, troppo doveva imparare e comprendere, se possibile.

I maschi di famiglia, il Papà e lo Zio materno, materno per parentela e vocazione, erano sicuri appassionati, ne parlavano, ne discutevano con foga, seguivano le partite domenicali e le vicende connesse, anche ‘l’eroico’ ciclismo e l’atletica leggendaria facevano parte del novero degli interessi sportivi; per me bambino, il calcio era solo Sandro Mazzola, “il figliuolo del grande, povero, indimenticabile Valentino”, con i suoi baffetti che lo rendevano simpatico, perché identificabile e con la fantasia assimilabile a Zorro e D’Artagnan.

Fu però durante quella febbre azzurra collettiva, durante quella pandemia nazionale di patriottismo, in senso buono nobile e senza militarismi o violenza, che il virus calcistico si inoculò nel subconscio, nell’organismo impreparato del dodicenne che fui.

C’era questo PaoloRossi, di cui in giro, per le strade, a passeggio, durante le spese quotidiane, in edicola, in spiaggia, parlavano tutti, anche le Nonne, anche i vucumprà che puntuali ogni anno tornavano dal Marocco con nuove mercanzie e nuovi figli e raccontavano le loro storie e giocavano con noi a pallone durante tramonti commoventi; sospetto che perfino gli animali domestici sapessero dell’esistenza di PaoloRossi;

PaoloRossi era nei pensieri e nei concitati discorsi del mondo intero del me dodicenne.

“Non è più lui, è stanco, è fuori forma, non si è psicologicamente ripreso dalla squalifica, con lui la Nazionale gioca in dieci…”

– mi chiedevo cosa tutto questo volesse significare.

Fu durante un solitario – chissà dov’erano finite la Nonna e le Prozie – incandescente meriggio televisivo, sdraiato a pancia in giù sul tavolo del tinello balneare, cercando in modo poco ortodosso e assai improbabile frescura e ossigeno puro, che conobbi il misterioso PaoloRossi;

non una folgorazione, ma l’inizio di un amore, quello vero, quello che si espande nei capillari con dosata, inesorabile lentezza e poi occupa l’intera persona, senza possibilità di reazione, di opposizione.

PaoloRossi quel giorno mi colpì perché, certo più grande di me, aveva uno sguardo da bambino buono e sincero, anche se vagamente triste o preoccupato per qualche ragione, che per istinto, lo rese affine, degno di diventare mio Amico, quasi un altro mio fratello, dopo Andrea, naturalmente.

Cominciai a osservare la partita, focalizzando l’attenzione su questo magrolino pallido, con il numero 20 stampato sulla maglietta azzurra, su spalle che sembravano troppo fragili per sostenere tutto quel Cielo, tanto che avevo la sensazione che da un momento all’altro potesse accasciarsi sull’erba del campo. Volevo verificare se tutte le parole, spesso cattive al limite della crudeltà che avevo ascoltato in quei giorni sul suo conto, fossero vere, avessero un riscontro nella realtà, anche se all’epoca i confini tra Reale Fantasia Sogno Immaginazione non erano mica così marcati, anzi.

Il realismo magico dei Fanciullini.

Era difficile individuarlo, sui teleschermi antichi, chissà se per oggettivi limiti dell’elettrodomestico, ancora in fase rudimentale, o per merito suo, di PaoloRossi, per qualche sua dote magica; scompariva, riappariva, poi quando c’era lui e tra i piedi o nelle vicinanze si materializzava anche quello strano oggetto sferico, con il nome di una danza argentina, si trasformava in una saetta, in una mangusta, tipo Rikki Tikki Tavi, quella della leggenda, veloce intelligente, così coraggiosa da affrontare e sconfiggere il terribile Cobra.

Pensai non fosse giusto, né corretto che durante la partita contro l’Argentina, si utilizzasse un pallone chiamato Tango che, nella mia testa, avrebbe certo favorito i sudamericani; ma PaoloRossi quel pomeriggio, caldissimo solitario travolgente, come solo una prova d’iniziazione può essere, non sembrava accusare né i sortilegi della sfera, né tutte le maldicenze delle settimane passate.

Era un ragazzo con l’argento vivo sulla pelle, agile, veloce; ogni suo movimento era sorprendente e sembrava creare scompiglio tra le fila degli avversari; non firmò nessuno dei due punti, realizzati dai suoi due amici Marco e Antonio, ma la sua presenza a me sembrò determinante, fondamentale, decisiva. Le sue improvvise corse in diagonale moltiplicavano i sentieri per i suoi compagni.

Centravanti era poi un’altra parola oscura, al pari della frase “meno male che abbiamo vinto, ma se un centravanti non segna mai… Con il Brasile, saranno dolori”.

Arrivò il fatidico appuntamento con la Storia delle Storie, con la Partita, la più esaltante e drammatica di sempre; io stavo giocando e nuotando nella piscina del residence, quando all’improvviso comparve mia madre, bionda giovane meravigliosa; concitata mi disse: “Esci, presto. Hanno già fatto goal!”.

Contrariato per il ritardo di quella chiamata, nonostante i precisi accordi e le istruzioni stabilite in precedenza, uscii in fretta dall’acqua troppo carica di cloro, imbronciato, anche perché temevo che il popolo dei Carioca avesse già dato il via all’irresistibile samba che pareva praticassero in ogni istante della loro vita, anche durante il sonno notturno.

Invece, mi trovai al cospetto di un’immagine nuova, la riproposizione di un fatto inaspettato e inusitato che era accaduto lì, o meglio allo stadio Sarrià di Barcellona, solo pochi istanti prima: quel ragazzo, PaoloRossi, correva da solo verso un imprecisato spicchio del campo, con le braccia al Cielo; questa volta aveva stampato in volto uno dei sorrisi più gioiosi e puri che mi sia poi mai capitato d’incontrare lungo il mio tragitto esistenziale.

Per la prima volta in quei torridi giorni, vidi il suo impareggiabile sorriso, non fu l’ultima;

lì cedetti definitivamente al sentimento, PaoloRossi era proprio mio Amico: guai a coloro che avessero di nuovo osato insultarlo.

Per gratitudine, come fosse un piccolo omaggio, dopo il 5 luglio 1982, inconsciamente decisi che, se per ventura, mi fosse capitato di giocare a calcio in una qualche squadra, avrei scelto, come numero di maglia, sempre e solo il fatidico 20.

Come ha scritto, in un mirabile pezzo, Emanuela Audisio:

Paolo, il ragazzo che senza strada d’asfalto, desiderava andare sulla Luna, ce l’ha regalata e con semplicità non ci hai mai chiesto qualcosa in cambio, o rinfacciato il dono.

Paolo Rossi, toscano di Prato, vicentino d’adozione, è come il Domani, un arco di Cielo Azzurro – quello di Paolo Conte – con bianche nuvole a formare il 20.

Il Domani, si sa, non muore, mai, come i Ragazzi e i Centravanti del Futuro.

Grazie Pablito: ahora y siempre, el Hombre del Partido.

’68

Pagina Bianca per rianimare richiamare riesumare il 1968.

Gentile coEvo ambientalista albionico, sarà mai davvero esistito? Un 68 nuovo di zecca, nuovi fermenti socio culturali antropologici, nuove fermentazioni, rivoluzioni umanitarie e non solo piroette ammaestrate su sé stessi.

Anche il 69 sarebbe gradito, non formalizziamoci sui numeri, sugli schemi, sulle formule ché anche quelle matematiche sono relative, geometrie esistenziali, variabili, aVarabiali, euclidee o meno.

Che Guevara de noantri, manifesti nelle tasche del fu eskimo, tra le labbra, cubani pestilenziali sempre smozzicati, con tutto il rispetto per Cuba, formidabili quegli anni, senza smentita incorporata:

– tanto i temi dei liceali li leggo a metà, a mia descrizione, la mazzetta dei quotidiani la leggo al bar (rassegna stampa proletaria, come esami universitari e spesa quotidiana alimentare) il resto è brutta copia e poi acqua sotto i pontili e gramigna nei fossati, sperando nel buon senso degli Alligatori; il sub comandante infausto era pronto prontissimo ‘pronterrimo’ alla partenza, in missione per combattere al fianco dei Campesinos, poi ha subito un grave infortunio, quel granello che inceppa i meccanismi della Storia e dell’evoluzione: ha scoperto all’improvviso che gli garbano assai la coca, cola, anche perché è dura sostenere la guerriglia zapatista in Chiapas, adora il Kashmir quello da indossare e non saprebbe rinunciare agli omaggi e al buffet gratuito, riservati agli ospiti vip nelle tribune d’onore degli stadi.

Cribbio, ho rimediato una figuraccia, però retorica.

Voglio evolvermi anch’io come le Elefantesse africane, sono mie sorelle, ne sono certo, capita l’antifona l’intifada l’imbroglio, hanno barrito in coro, altro che Sister Act:

– “!Ya Basta!”, stupidi infestanti parassiti pseudo umani, volete l’avorio delle nostre zanne? Noi ci mutiamo, da oggi nasceremo senza, quello che facevamo con i nostri uncini preziosi, lo faremo in altro modo.

Immaginazione al potere, Immaginazione nei dpcm, che già solo la sigla è asfittica nauseabonda male olente di stantia muffa mefitica delle paludi senza mangrovie, immaginazione materia obbligatoria, in ogni età in ogni tempo con ogni meteo; immaginare una nuova scuola o una Scuola nuova? Le due questioni si tengono a braccetto e non si elidono, speriamo non vengano eluse deluse cassate – non sicule – come sempre.

Una Donna presidente, finalMente: Fantasia.

Chiediamo ciò che ci sembra appare scompare ragionevole, l’impossibile.

Sognando immaginando non scarpe di plastica o iphone per navigare negli Oceani virtuali, forse diventeremo o torneremo uomini:

scriviamo racconti insonni in solitudine e poi riuniamoci nelle piazze per condividere, companatico letterario e pane di grani antichi, imparare di nuovo a sognare per essere grandi perché il gioco esige regole e i sedicenti adulti hanno smesso di giocare, seriamente come solo i Bambini del Mondo Prima sapevano fare.

Impariamo a non produrre più rifiuti, ad accogliere e mai sfruttare i rifiutati, minoranza ovunque, anche se composta da miliardi di Persone.

Il Mare e il Grano trionferanno comunque, anche se fra 15 anni, una volta estinti noi bipedi, sui social desertificati resteranno cronologie di eterne discussioni sulla necessità impellente di un un nuovo umanesimo, una nuova green blu revolution: senza semi di delirio e follia, il Domani non risorgerà più.

Caro Hermann, Tu che sai quanto la vera Vita sia una melodia di contrasti e differenze, Tu Lupo della Steppa osservi con stupito raccapriccio, l’insensato vagare delle mandrie umane.

Al 68 del Mondo Dopo, senza punti esclamativi interrogativi neri, solo con tanti zeri, diciamo addio al suo arrivo, forse soffriremo di meno al momento del congedo, se gelando di delusione, finirà inghiottito dai trend del momento, dal tag tematico dell’ultimo minuto. Ultimo, senza zona Cesarini.

Tag Sigh, non Miao, non Tao, non Friar Tuck.

Almeno Tu nell’Universo, Arcangelo Michele partenopeo, mettici forniscici una Pezza, d’appoggio o per coprire le vergogne;

sei Fratello del Diavolo? Non Ti crucciare, nessuno è perfetto.

Tra Cielo e Globot

Pagina del Cielo promettente, quando il Cielo promette, a differenza degli ominidi, tiene fede alla parola data.

Database data room data un’ipotesi e anche un’ipotenusa. Analisi dei dati e data news per data journalism, anche se a qualcuno garba di gran lunga di più il graphic, journalism&novel.

Flumen Naonis esonda, la sua schiuma non è quella della birra, Lui obbedisce al Cielo: onesto affidabile coerente.

Fede nel Cielo e nelle Nuvole, Ancille ancelle messaggere del Creato.

Alzare elevare invocazioni, giuramenti, solite solide (?) stolide promesse, ma anche palloni da basket e da volley, al Cielo, per svagare magari sviare Angeli, Dei, Eroi trapassati, tra passati e futuri, occhio all’incombente presente.

Presente! Chi c’è, c’è, gli assenti un tempo ingiustificati erano iscritti in contumacia dalla parte del torto; siamo tutti isolati, ma glocal/global, nolenti nolani volenti volani volanti, soprattutto impreparati all’arrivo degli eserciti dei Globot, evoluzione chissà quanto salvifica dei robot, subito adattati alla globalizzazione virale: non si ammalano, non protestano, non chiedono salari ferie premi di produzione tutela dei diritti – ne siamo proprio sicuri? – non si annoiano. Certo, magari nonostante le super intelligenze artificiali artificiose, poco artistiche non saranno mai campioni di creatività, empatia, simpatia, ma alle multinazionali piacciono proprio così.

Noia e Solitudine, in abbondanza: fossimo degni di certi nostri nonni e bisnonni, quelli che davvero hanno fronteggiato la guerra, sapremmo accoglierle come doni, per creare ricreare noi stessi e il mondo; ma si sa, le rivoluzioni oggi sono solo annunci virtuali via social, le riforme restano intenzioni poco pie molto pietose, soprattutto perché appare improbabile reperire, hic (salute) et nunc (occhio alla capa, spesso gira): Nuovi padri costituenti, dopo opportuna cura ricostituente.

Padri sempre più incerti, insicuri, poco adatti al ruolo, spermatozoi rarefatti (assembramenti vietati), depotenziati, in diaspora scomposta fuga, non si sa verso quale orizzonte inglorioso, non si sa verso quale vittoria.

Di palo in frasca, di palo in sesto, fuori sesto, spesso e volentieri, speriamo acuto;

Arte Illusione Vita, sinonimi a nostra insaputa, in ordine poco cronologico eppure alfabetico? Facce equipollenti della stessa medaglia piramidale?

Comunque, a mezzogiorno, pasta in tavola, la rivoluzione può attendere e la nuova costituzione universale, auspicabilmente risanata e finalmente robusta, potremmo farla scrivere a un panel di super Globot, non imparentati con Godot, anche perché altrimenti nemmeno il Cavallo – il quale sostiene di appartenere a Napoleone! – , della Rai, camperebbe più:

ignoranti, a digiuno, scevri di sacri principi, – tabula rasa – ma impostati in modo corretto, almeno non sbaglieranno i congiuntivi, non saranno colti da congiuntivite e miopie assortite:

forse assolveranno la piccola Umanità, con il condizionale.

300, Portoghesi, gialli

Pagina bianca domenicale degli Oporti aperti, mentre qui ci blindano, ci impongono – mani manrovesci regolamenti continui e mutevoli – ci controllano con droni killer e app scivolose, come capitoni riottosi alle tradizioni natalizie.

Oporti aperti mentre ci chiudono tassano tartassano le attività indigene, oporti aperti sì, ma solo ai portoghesi, i quali, per storica usanza o diceria, si sa, non pagano mai i biglietti d’ingresso.

Si potrebbero imporre balzelli balzelloni d’uscita.

Portoghesi come Yanez, le Roy vero: avercene; Porthos Athos Aramis filosofeggiano filo solfeggiano filo fraseggiano sul senso della vita e sulla Vita come segno – anche di spada e cappe di antiche cucine, certo – , mente D’Artagnan guasconeggia, senza mascherina né maschera di ferro, per recuperare i preziosi gioielli della Regina. Più Rodomonte il giovin moschettiere o il suo immenso papà letterario, Alexandre Dumas? Se 300 opere, cartacee, e 500 figli presunti, vi sembrano pochi, in una vita di 68 anni.

Cosa o chi saranno mai i/le sedicenti Archistar, stars senza stripes ad archi, magari celestiali? Archimandrita, Archi navata, Arci mandrillo? Anche archibugio, archicembalo, arci povero diavolo!

La vita nova comincia on line, abbandoniamo una volta e per sempre quelle sciocche obsolete fuorvianti pratiche di ascese a monti ventosi, soprattutto se Eolo s’è dato, fortezze Albornoz disperse tra le nuvole, immersioni abluzioni abnegazioni ablazioni in fiumi, sperando non siano nel frattempo inariditi o resi letali da pestilenziali liquami.

Cielo plumbeo su, foglie gialle rosse aranciate giù, entro in una chiesa chiusa e prego: chissà se la California del III millennio, magari senza roghi, a roghi estinti, resta un sogno praticabile o anch’esso vietato, una terra franca affrancata con cartoline da francobollare per i parenti, lontani per amore per forza per decreto, anche un po’ de cretino.

Il giallo è tornato di moda, incerate da lupi di mare, infiorate barocche a Noto, stivaloni e pastrani da pescatori, della domenica; pescatori di anime, animati consessi in caffé desolati, pesci dalle pinne azzurre, per variare un po’; gialli, certo, ma di Simenon e Scerbanenco, tutta un’altra sfumatura, tutto un altro gusto.

Club del Giallo, il dimenticato giallo del bidone giallo taxi, vedo che il tuo giallo è sporco quanto il mio ma più tascabile, la pia inventrice dell’apple pie, miss Marple, contro Sherlock Holmless, un cielo giallo come limone ma di Costiera amalfitana, giallo Cina o Giappone pari non sono, converrete: si fa presto a dire giallo, ma nella tavolozza tricolore tutto diventa opinabile, auspicabile, variopinto assai perché prima o poi, nella realtà diminuita, dai fatti e dalle menti, tutto si trasforma in oppinabile dei popoli; per tacere di genti tribù, soprattutto fazioni.

Il Pernacchio è un’Arte catartica che ristabilisce giustizia ed equità, sbeffeggiando presunti potenti sempre nudi e impotenti; peccato avere perso le tracce dei Maestri. Anellidi danzano sfrenati sabba samba – Sambigliong, anche Tu ci manchi, tanto – sinuosi, al ritmo della Terra.

Siamo passati in un amen da Get back a cashback, non è detto anzi cantato, che si tratti di un progresso. Totò le Mokò, lui sì sarebbe un vero faro nella kasbah dei Popoli, tra deserto mare cielo.

Ci condannano senza prove, senza domande a piacere o di riserva sull’ultima spiaggia, al massimo qualche trascurabile indizio – trascurabile come le controindicazioni del farmaco, però miracoloso – alla cattività cattiva natalizia, tutti più ripiegati dentro i propri gusci come Mork da Ork, senza possibilità di schiusa o di sgusciare;

come ci hanno insegnato Saverio De Maistre e Rita Levi Montalcini, l’angusto perimetro di una stanzetta può trasformarsi nella più portentosa via di fuga: – ci vietate le città e gli incontri? Ci avete lasciato l’intero universo.

Dentro le nostre teste, quando accese: come luminarie di Natale.

The Jingle in The Christmas Trees Jungle

Pagina bianca o rossa del Natale perfetto.

Natalone a Pordenone, voglio rovinarmi, ve lo regalo e ci aggiungo la strenna imperdibile della visita guidata – in prima assoluta, totalmente gratuita – ai boulevard alberati, se riuscirete a trovarli (i viali, certo, ma soprattutto gli Alberi).

Moschettieri impavidi senza moschettoni, dimentichi di moschetti, spiumati dalle piume sul cappello, non d’Alpino; Cappellai senza più matti e con la contrizione costrizione contrazione del mercato dei cappelli da quando anche Borsalino si è appeso alla cappelliera; Alice sola in casa dopo diktat governativo, cerca nelle bottiglie messaggi vergati a mano e soprattutto meraviglie.

Boulevard dei tramonti, tramonti dei boulevard, tramonti sui boulevard, boulevard di sogni smarriti spezzati non solo da grissini torinesi; red carpet, red boulevard di foglie d’acero maestoso; non sarebbe bellissimo se così fosse? Viviamo circondati di boulevard, promenade Cambronne non dedicati al leggendario generale francese, ma invasi dalla materia da lui evocata: ci stiamo sommergendo da soli, speriamo almeno che nessuno sollevi piccole o grandi ondate.

Possiamo rinvenire gioia anche nella sofferenza? Magari rinvenire la gioia svenuta svenata svenduta per eccesso di sofferenza o di rialzo in borsa; sofferenze stentate, sofferenze gioiose, gioiose sofferenti che riescono a trapassare mura inferriate procelle. Misteri, dolenti – come certe note, della spesa della sposa della spes – o, almeno questi concedeteceli, gioiosi; come si concludevano Assassinio sul Nilo e Omicidio Sull’Orient Express?

Il bello il ballo il belletto dell’incertezza dei tempi e anche dei modi, la sostanza è psichedelica – fa più male la canapa o tabacco e alcol, gemelli perversi? – psichedelia dell’irrealtà. psiche delia, cioé la Delia della psiche o educazione della psiche del fanciullo; alterazioni altre azioni azioni dell’altro, demolire modelli demodé arcaici obsoleti.

Le modelle degli anni ’80 sì che erano dee, abbattere falsi profeti realizzare opere senza omissioni, anzi con la missione di rivelare la nostra visione del mondo e cosa rappresentano per noi le persone, ipotesi non necessariamente di reato, minacce a vanvera o promesse vuote che minano le nostre amate incertezze; rinsaldare i confini per non pensare alla finitudine che è parte integrante di noi?

Caravaggio, Michelangelo Merisi da, senza eccessi, senza vita notturna oscura accidentata senza anima tormentata senza sé stesso, sarebbe stato comunque genio o un imbratta tele qualsiasi?

La Scrittora che si illude di distruggere il Maestro pretenderebbe anche di negare dignità di esistenza alla versione del carnefice, fatto salvo il tribunale per inevitabile giorno del giudizio finale, in attesa di epilogo universale: si sa, le parole del reprobo rivelano chi siamo noi, ci condannano senza appello a osservare e ammettere le nostre responsabilità quotidiane, la futile banalità degli orrori di cui siamo capaci, anche nella nostra sfera intima, poco integerrima, intinta di male.

Com’era il jingle estratto – vivo! – dai bauli dei dobloni (di cioccolato), dai bauli dei panettoni, dai bauli dei corredi – prima o poi tutti capitolano, magari all’ultimo capitolo – in the Christmas Trees Jungle a ogni Natale? Jingle bells, jingle balls, jingle jeans, A Natale puoi…

Nell’anno bisesto 2020, anno I era Covid, la cover riveduta e corretta (AA.VV.), eseguita da Conte Tarallo & i suoi Trullini: un fantastico brano trash pop del III millennio – subito virale, chi se lo sarebbe immaginato? –

A Natale NON puoi.

Aggiornate le playlist!

Magnetic Star

Pagina della Star Magnetica.

Non si tratta di una Diva del Cinema – esiste ancora? – dallo sguardo e dalla personalità magnetiche (magne de che?), o di un dado per il brodo, con effetto collaterale connesso alla propria natura biodinamica: può aderire perfettamente ai metalli e ai portelloni del domestico frigorifero, o anche del domestico umano, se possiede qualche parte del corpo poco bio logica.

Un bando per il neon, illuminazione cittadina, o per il bandoneon di Piazzolla, Astor splendente per gli Amici e gli Appassionati del Tango; nuevo tango, tango del nueve – neve? – falso nueve, chiedi chi era Hidegkuti, se mai qualche musicista dedicò un romanzo musicale al primo vero centravanti tattico della Storia: l’Ungheria era arancia meccanica d’oro molto prima di Kubrik e Cochise, pardon, Sandor Kocsis il gemello d’attacco, sui campi del mondo ballavano il paso doble con cui ammaliavano confondevano ipnotizzavano gli avversari.

Nandor e Sandor, quasi Nando&Sandro, non partenopei, magiari. Anche se nessuno fu più umano e generoso di Iezzi Marcello, gigante non buono, buonissimo all’ennesima potenza.

Tangazo, Tango e Rabbia, Libertango, per liberarsi dai demoni benefici, dagli angeli malefici o per salvarsi nel modo più intelligente, quando ogni via ogni piazza ogni sentiero sono preclusi, poco preclari: soccombendo. Colare a picco con dignità, la fine è sempre nota, si conferma la parte più importante della Recita.

La superiorità della civiltà occidentale è indiscutibile, nel predare risorse, vite, arte. Arte delle civiltà africane perdute come l’arca dell’Alleanza e non basterà Indiana Jones o suo padre, per ristabilire verità e giustizia, quando in un immondo immenso lavacro della coscienza crediamo di sdebitarci svendendo a dittatori sub umani armi e scorie tossiche in cambio di gas e petrolio, per contaminare ancora un po’ la Terra comune. Potremmo cominciare smantellando certi musei della brutalità, più che templi della cultura, mausolei che sono come confessioni dei nostri indecenti trascorsi: custodiscono i bottini di secolari violenze e dei nostri mai abiurati crimini coloniali. Dovremmo restituire reperti, manufatti, opere ai legittimi proprietari, per cominciare, con mano e piede giusti.

Librare libri sull’altare del markenting carnascial natalizio ci renderà liberi? Libri da asporto, da banco, al taglio, sfusi, impacchettati, un tanto al chilo, freschissimi anche quando soffocati. I veri libri sono come Elsa leggendaria Leonessa, nati liberi, anche quando generati al servizio di una o molte idee. Libri di uso e consumo personale quotidiano, cercare risposte tra le righe e trovare piramidi di nuove domande, ottimamente edificate però: mai riposte, all’ombra della concatenazione delle parole. Assembramenti di parole e punteggiature, volteggianti svolazzanti danzanti con congiuntivi e libere con il condizionale, sono ammesse anche dai dpcm che fuggono e si dileguano negli anfratti della notte. Libri per puntellare mensole tavole mobilie instabili come le nostre menti, senza più punti cardinali, né vescovi geo fisico politici, magari umanitari per buone pratiche dopo aver esaurito le scorte dei consigli. Sostieni anche Tu un libro, non sarai Pereira, ma un titano bonsai in missione per conto degli dei della filiera della Cultura, Cultura della Filanda libraria a 0 km, per tessere identitarie umanitarie, per tessere visioni lasciando in pace i Visoni, per tessere bandoli invisibili deponendo bandoliere, tessere trame d’infinito e di futuro, compreso il Capitano dalla tuta spaziale azzurra.

Individuata nel firmamento una stella con forte rotazione – perché anche alle stelle girano le orbite – vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se fosse colpita da collasso? Le Stelle collassano, i mondi collidono, i corpi, celesti, talvolta collimano, mentre Callimaco il cirenaico compone epigrammi con la luce di stelle spente; resta siderale il suo insegnamento: grosso libro, grosso guaio, anche senza transitare per ChinaTown.

Siamo piombati in un buco nero, mani e piedi, ci vorrebbe una via Lattea per tornare a rivedere le Stelle sopravvissute, ma ci preoccupiamo perché qui dentro tutte le nostre card, anche l’asso nella manica, sono smagnetizzate e poi non c’è campo, di addestramento, per lo smartphone; avremmo potuto chiedere a lui la soluzione di tutti i problemi.

All’ufficio oggetti cosmici smarriti, una ressa disordinata, un assembramento, una accozzaglia di genti senza alba, orfane della Stella d’Oriente.

Non c’è campo da perdere per i mobiles, ma un campo magnetico di forza spaventosa, 1011 Tesla e temo non si parli di auto ultimo modello per radical chic in cerca di nuove emozioni. Quelle antiche sono rimaste tutte nel Mondo Prima.

Cos’è dunque questa Magnetar, questa crisi, anzi questa crasi tra Magnetic e Star? Chiedetelo agli Scienziati, ai Fisici interstellari, agli Astronomi.

Le voci incomprensibili, i suoni indecifrabili, le monotone frequenze che ogni tanto captiamo dallo Spazio profondo sono i lamenti del Creato al cospetto della nostra dabbenaggine?

Speriamo con forza gravitazionale – salutando con un inchino Darth Vader e ogni lato oscuro che regala turbamenti – miliardi di volte superiore a quella terrestre che Tsunami cosmici, Stellamoti e Bombe relativistiche siano più benefici e/o intelligenti delle nostre armi di distrazione di masse, oscure.

Abbiamo dentro di noi il caos adeguato per partorire stelle, forse perché dalle Stelle giunsero le particelle che diedero forma agli umani terrestri; una volta decomposti, torneremo nell’Immenso grembo siderale. La stella più luminosa non è solo e sempre la più vicina – potendo contare su un buono giusto opportuno blackout – ma anche quella che ci abbandona per prima. Ritrosa, vanitosa, egocentrica.

Come chiesto da Bukowski, sto forse parlando di Amore e Stelle? Siate magnami, abbattetemi. Per fortuna sarà la nostra stella Sole a inghiottirci, attenzione alle indigestioni.

Per non sapere né leggere il Cielo, né scrivere con la polvere di stelle contenuta contenta continente nel calamaio, per quieto poco vivere, non urterei la suscettibilità della nostra vicina di galassia, la capricciosa, iper cinetica: Magnetar Swift J1818.0-1607.

Mag Swift, a new Star is born: off Hollywood.

Algoritmi

Pagina Bianca dedicata all’Algoritmo, supremo e anche proletario salariato; mai si dica o anche solo si adombri che ghettizziamo gli algoritmi popolani popolari popolosi, colmi di codici alfanumerici.

Algoritmi ritmi algidi, forse il suono listato a lutto dei ghiacciai morenti, forse il canto d’addio di Artide e Antartide; ritmi delle Alghe, quali saranno, quelli composti dalle maree guidate ispirate aizzate dalla fervida misteriosa fantasia di Selene o quelli celebrati ideati dagli aedi, dai cantori, dai musici al servizio del dio Poseidone?

Sapevate che in Cina un algoritmo, certo più algido cinico e baro degli altri, decide la vita dei Fattorini dei pasti da consegnare a domicilio? Come una sorta di cibernetica ordalia del III millennio, ordine numerico del giudizio poco divino, poco giudizioso, molto casuale basato sulla competitività, anzi sul rendimento performante delle macchine, se l’umano non consegna in tempo, se fallisce la missione, se si ferisce o perisce in itinere, pazienza: avanti un altro, siamo a miliardi per questo.

Mentre nelle nostre lande perturbanti l’algoritmo dal ritmo bradipo – sulle frequenze tv della prima industria kulturale del paese – decide di mandare in onda un tutorial per suggerire alle Signore dabbene come fare la spesa col carrello – al supermercato non sulla pista di decollo degli aviogetti – in modo sexy (cibo, thanatos, amore, poca fantasia, molto mercatino, delle pulci), alla vigilia della Giornata mondiale contro la violenza sulle Donne, in Cile un’Assemblea Costituente alla pari, Donne e Uomini, riscrive la Costituzione per cancellare il potere machista e garantire a tutti dignità, uguali condizioni di trattamento, equi diritti, equanime opportunità nella società. AuspicabilMente senza più discriminazioni di genere sorta sporta.

Algoritmo birichino, algoritmo sbarazzino, algoritmo Sbirulino, se Ti vedesse Sandra Mondaini.

Salvare il Natale è divenuta l’ossessione più trendy del momento, il sentiment virale planetario ma il Natale lo sa? Salvare Natalino: Otto, anche se cade senza rete il 25, dicembre.

Mentre infuria il morbo e anche l’acqua per la papera scarseggia, diva avvampano le polemiche fatue sulla data reale, storica della nascita di Gesù: Lui si schermisce – non tiratemi per la tunica su vessate questioni teologiche o su altre vessazioni, soprattutto a carico mio, mi avete messo in croce già l’altra volta.

Troppe dighe nel cuore asiatico sul fiume Mekong, la Vita è un fiume: dovremmo aver imparato da lezioni precedenti in presenza, anzi presenze spazzate via, seguire solo istinti primari di colonizzazione e voracità non porta bene.

La Vita poi pare sia vagaMente più lunga di ogni fiume terrestre e di ogni singola vita anagrafica umana, così la memoria storica del Pianeta è cosmica rispetto a quella biologica minima limitata di ognuno di noi.

La nuova economia dovrà essere eco agricola, imparare a garantire prosperità comune, abbandonando la cattiva insana malata strada dello sfruttamento e della distruzione di tutte le risorse; la messa della I domenica d’avvento è finita, a breve anche noi, madre Gea sorride.

L’algoritmo spotify delle anime perse afone atone, orfane di musica, aveva selezionato per me, dopo calcolo astruso inestricabile incomprensibile, una voce, assegnata senza richiesta senza appello senza periodo di prova;

la prima clausura da pandemia, me ne ha condotta recata arrecata recapitata una, sepolta da tempo sotto chincaglierie inutili, carabattole polverose, ciarpame: la mia.

Algoritmo centrale, atomica? No, grazie.

Ne è proprio sicuro? L’Algoritmo di un server malese, le ha appena concesso una nuova cittadinanza: Mompracem.

p.s. Forse, l’AltroRitmo un po’ mi conosce.