Presente remoto

Un milione di anni fa, o forse più.

L’incipit della sigla di chiusura della serie nipponica animata Ryu, ragazzo delle caverne resta bellissima, attuale, ma andrebbe forse aggiornata allo stato delle cose.

L’Umanità – ciò che ne resta – dispone di un nuovo potentissimo telescopio fotografico, capace di scrutare negli abissi oscuri dell’Universo per intercettare, recuperare, immortalare il presente che ci siamo lasciati alle spalle. Per ammirare la bellezza inquietante, ostile, poetica del cosmo distante da noi 4,6 o financo 5 – perché no? mi voglio rovinare – miliardi di anni ‘fu’; le luci, i colori di corpi celesti che non sono più tra noi fisicamente, ma che hanno lasciato tracce indelebili nella memoria storica, sulla lavagna della Volta. Uno alla volta, per carità: fatico a riesumare i fatti degli ultimi, recentissimi 365 giorni, immaginate il resto; il resto mancia, il resto del carlino oppure un decino di rame per acquistare un romanzetto stampato grossolanamente su carta riciclata; chissà mai che nel racconto popolare di un viaggio di uno o più eroi, si possano trovare se non le origini, almeno le ispirazioni.

Nei momenti peggiori, nei momenti oscuri, non di eroi ci sarebbe bisogno, solo e sempre di buoni esempi: fate quello fanno e non quello che vi predicano aedi di sventura, mercenari dei gangli del potere.

Francis Drake – lui sì, un vero drago dei mari – a bordo di un guscio di noce, con una ciurma di disperati ma cugini di primo grado dei sette mari, per primo realizzò l’impresa di circumnavigare questo nostro piccolo, pazzo, meraviglioso Mondo.

Attendiamo il primo circense, cioè, circumnavigatore del Cosmo, garantendo – almeno a lui – un salario non minimo, ma dignitoso equo commisurato alle esigenze della vita universale.

James Webb che soppianta e costringe alla pensione il vecchio Hubble ci costringe ad un ulteriore bagno di umiltà: credevamo di essere pulviscolo però geniale, invece forse siamo anche meno. In ogni caso, anche il potente e sofisticato Webb, per farsi lanciare in orbita, ha avuto bisogno necessità limite di appoggiarsi alla sua guida e musa Arianna.

Il Poeta scrive che il bianco e il blu sono mari, isole, natanti: le isole e le coste offrono riparo, riposo, ristoro ai marinai, ma una vela, piccola o grande, per sua intima vocazione e natura, prima o poi, continuerà a scegliere di navigare, anche controvento, anche contro corrente.

Nel presente remoto tutto accade nello stesso istante, senza soluzione di continuità (forse, senza soluzioni); la presa della Bastiglia, l’attentato a Palmiro Togliatti vicino a Montecitorio ma con la guerra civile evitata dalle imprese di Gino ‘il giusto’ Bartali al Tour, il debutto sul piccolo schermo di mio fratello Calimero, il ritrovamento grazie ai prodigi delle scansioni di un autoritratto di Van Gogh – Van Gogh, Vincent Van Gogh! – dietro una tela appartenuta al papà di Ian Fleming, padre letterario di James Bond.

Oppure credere di riuscire ad addomesticare e cavalcare l’Orca nel giorno dedicato alle sue celebrazioni; non un’orca qualsiasi, ma Horcynus Orca quella di Stefano D’Arrigo, unico capace di rivaleggiare in scarsa leggibilità con James Joyce: Oh, giovanotti, ma ve lo volete mettere in testa che quella non è una quilibet qualsiasi, ma è l’orca, orca orcinusa, la Morte in una parola, la Morte marina? Ma sul serio, sul serio pensate di poterla fare fessa, di incavallarla? Ma sul serio, sul serio pensate di poterci qualcosa, di influirvi, di cambiarle il principio?

Questo presente remoto logora più dell’inseguimento ai sogni, più delle utopie che non tramutiamo mai in progetti.

Questo eterno presente remoto, però iper definito nell’immagine, iper pre determinato dall’algoritmo supremo, è come un impietoso confronto tra il cinema muto in bianco e nero e quello del mondo dopo, infarcito di improbabili colori, effetti forse speciali, però algidi:

100 minuti negli ultra versi virtuali non valgono una sola, romantica dissolvenza nel seppia.

Effetti

Arenberg, basta la parola.

No, non si tratta del confetto dagli effetti purganti, ma della mitica foresta, temutissima da chi ama il ciclismo: certo, affrontarla potrebbe indurre gli stessi risultati lassativo emozionali delle pasticche, ma questa è davvero un’altra storia.

Non dimenticate a bordo o in sella i vostri effetti personali, soprattutto – sarebbe inopportuno – gli affetti. Vedete quello che potete fare in proposito, nel caso, attrezzatevi. Non lavate via quella polvere, non subito: forse non si percepisce, tra sobbalzi sulle pietre, sudore, cadute, botte terribili, escoriazioni e sangue, ma quelli sono pulviscoli di Storia, per una volta – illo tempore, c’era una volta una ruota – quella vera.

L’ottimo Gian Antonio Stella segnala che siamo tutti ambientalisti – tra l’altro, per qualcuno è assimilabile a un terribile insulto, ma nel nostro unico interesse dovremmo esserlo davvero tutti – con la tutela dell’ambiente altrui: ergo, se sussistono mire espansionistiche di voraci interessi privati, anche le doverose procedure previste dal codice in ossequio alla Costituzione, vengono serenamente omesse ignorate inapplicate. E’ il caso delle famigerate pale eoliche marine che stanno deturpando assieme alle colate di cemento la meravigliosa Sardegna: per questi progetti di sedicente sviluppo nessuna via nessuna vas (le valutazioni pre e post progettuali sugli eventuali impatti contro il ‘paesaggio’), mentre le antiche torri litiche difensive erette ai tempi del Barbarossa, con la loro struggente bellezza ci rivolgono sguardi di biasimo e pietà.

Caro Mr Wonka, voi insegnate al mondo che il cioccolato si tempera; non so se esista correlazione – non c’è correlazione, belavano in coro certe schiere di schiavi, un tempo – ma anche le sopraffine lame di Toledo, si temperano. Cioccolato rigorosamente fondente per stemperare le intemperanze e nel godimento del palato e della mente, ritrovare le giuste, opportune armonie collettive. Pare poi che sbocconcellare cioccolato fondente sia propizio e propedeutico per altre piacevoli attività, ma almeno per una volta non sconfiniamo in zona rossa: o anche sì. Meglio, chissà.

Tropico del Capricorno, Tropico del Cancro, ora anche chi vanta natali ai tropici comincia a preoccuparsi: il solito team di esperti – quanti ne abbiamo sparsi sul Pianeta – pare abbia individuato un altro buco nell’ozono, stavolta in corrispondenza dei Tropici, addirittura sette volte più ampio rispetto a quello sopra l’Antartide. Un altro gruppo di scienziati ha però criticato con veemenza questo studio, bollandolo come lavoro superficiale, zeppo di errori, anzi di buchi. Si resta allibiti, al cospetto dello spettacolo della scienza ufficiale, quella che dovrebbe aiutare l’Umanità ad alleviare grandi sofferenze, a individuare soluzioni alle grandi questioni che stiamo affrontando nel terzo millennio. I saggi antichi avrebbero sentenziato: peso el tacon del buso (o del sbrego). Purtroppo, non ci resta che piangere.

Tutto sommando – è il totale che fa la somma e anche la soma – meglio issarsi in spalla gli effetti e gli affetti essenziali e partire camminando, per un viaggio senza destinazione né conclusione certa, ma con il chiaro intento di andare a vedere cosa ci sia dietro ogni muro, oltre ogni ostacolo;

un viaggio fisico e onirico, un viaggio dentro il mondo e dentro i sogni, attraverso sentieri sinuosi, derive non lineari ma armoniche – meglio perdersi per trovarsi – con i tasca taccuini, penne, matite e una piccola armonica a bocca.

Binari (goccia)

Pagina dei problemi da abolire

Il nazionalismo rigurgita? Aboliamo le nazioni. Sembra un paradosso, un’utopia – sempre meglio di un’autopsia – sarebbe un magnifico programma politico e tra l’altro qualcuno ci aveva già pensato addirittura nella prima metà del secolo passato (forse, non per caso).

L’economia globale di regime neo liberista distrugge risorse, ambiente, cancella biodiversità, diritti, costituzioni? Ne stiamo ancora a discutere? Aboliamola, ora e per sempre, ammesso abbia senso l’espressione per sempre.

La vita insegna e diventa formativa quando fa male – lo sosteneva con convinzione e cognizione di causa Alda Merini – però potremmo almeno impegnarci a renderla più sensata, più razionale, più equa, riportandola nei giusti, bilanciati, ciclici binari della Natura.

In fondo, come sostiene il duro e puro degli Angeli del cabaret, questa economia per funzionare ha bisogno di gente infelice e disadattata; così la politica, purtroppo (un tempo nobile arte, ma forse quella era la boxe). Popoli sereni, gioiosi, in armonia con l’Universo non si farebbero mai imbrogliare, sovrastare, limitare, imprigionare dalle idiozie markettare, dell’una e dell’altra: economia e politica, diverse facce della stessa moneta scaduta e fuori corso (nonché tempo massimo), da decenni.

Acca due O: non è la sigla incomprensibile di uno di questi letali cellulari o tablet di generazioni perdute, né il codice identificativo del cyborg che spegnerà il tasto dell’alimentazione all’Umanità. Un tempo era la formula chimica – non alchemica – di un elemento non prezioso, fondamentale. Come ci rammentano gli eruditi acqua nasce dal connubio tra i punti cardinali nord sud, pensandoci manzonianamente potrei anche riuscire a trovare un senso di percorrenza e scorrimento alla faccenda. Peccato che nel frattempo nella nostra ansia nichilista camuffata da modernismo il Pianeta stia collassando per mani lorde nostre e l’acqua non la troveremo più dove eravamo abituati; forse, non la troveremo mai più punto.

Anche qualche illustre accademico di fama planetaria comincia a scriverlo (quindi, nessuno leggerà): confidiamo un po’ troppo sul leggendario potere salvifico delle crisi – crisi sinonimo di opportunità? dipende, soprattutto se i litiganti fanno le comari petulanti, mentre la casa comune è un rogo – tra mezzo secolo, potrebbero (sul serio, stavolta) non esserci più tracce parvenze vestigia della razza umana, vile e dannata.

Come frecce scoccate
da un ludico arciere
che non ha sempre
per mira un bersaglio, bensì
la bellezza d’una traiettoria,
sorvoliamo lo spazio degli anni.
Nella permanenza in volo
ci viene meno l’orientamento,
siamo oggetto di lanci sbagliati
e privi di verosimile obiettivo.
Dove, dove cadremo?
così senza onore.
(Valentino Zeichen)

Se ci salveremo, sarà solo in poetica polifonia:

in fretta, però, prima che evapori l’ultima goccia.

Darsi contegno

Pagina di una petizione: quando istituiremo una giornata mondiale dedicata alle giornate mondiali di qualcosa?

Ne abbiamo riservata una perfino agli asteroidi, compreso quello (politicamente corretto) che – forse – causò l’estinzione dell’avanzatissima civiltà dei Dinosauri.

Ci trastulliamo con queste miriadi di giornate – trastullarsi? baloccarsi in mezzo ai trulli? – per distrarre noi stessi (armi di distrazione di massa, sempre attuali) dalle questioni più serie più urgenti più cogenti; anche più bollenti, perché come sostiene qualche pseudo scienziato sarà anche vero che non esistono mutamenti climatici di natura antropica, però la febbre del Pianeta s’impenna e non accenna a contenersi, diminuire, darsi un contegno; convegno no, ne abbiamo visti a centinaia in questi biechi anni e sono sempre inutili raduni di incartapecoriti dirigenti, totalmente inadatti alla bisogna dell’ecologia e dei Popoli.

Caro Aldo, apri le porte, spalanca – spelonca? – i portoni della percezione: ne abbiamo bisogno, magari quelli delle coscienze e delle menti che al momento paiono chiusi a doppia mandata. Almeno spalanca le finestre, crea un mulinello, un ricambio d’ossigeno che favorisca le sinapsi.

I mari risalgono i letti dei fiumi per decine di chilometri e qualcuno esulta: l’acqua per la pasta è già salata, non solo, è anche già in ebollizione. I confini non naturali, geopolitici, uniscono o dividono? La risposta del saggio Maestro Magris è disarmante nella semplicità: di certo, separano. La matrice resta unica, ma l’uomo con arroganza e delirio di onnipotenza pretende di parcellizzare ciò che nasce comune, condiviso, universale.

Che belli i fiumi verdi, come l’Isonzo, davvero fiume più verde d’Europa, senza ipocrisie markettare: anche i fiumi uniscono, attraversano, collegano e si prestano a essere scavalcati da ponti, per connettere, ancora e sempre più.

Un tempo la tv non era un’arma di distrazione delle masse, né un sinistro medium concepito per indottrinare, ipnotizzare; era abitata, era costruita in modo umano e delicato, da persone e artisti che conservavano volti umani, capaci di regalare sogni emozioni sorrisi: capaci di irradiare ossigeno azzurro, aria di casa, aria di libertà. Sammy, dove sei?

Possiamo preoccuparci dello stato di stress delle obsolete, vecchie industrie occidentali, non pronte, sorprese, non attrezzate al necessario, non più procrastinabile processo di decarbonizzazione del Pianeta; dello stress della Terra, alla fine, pare importi poco a lorsignori, sempre gli stessi. Chissà se i politici e i manager leggono – sanno leggere, vero? – imparerebbero molto anche solo sfogliando l’ultimo report dell’Ipcc (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ente al di sopra di ogni sospetto di conflitti d’interessi): una transizione equa ed efficace, si può fare e si deve perseguire, perché abbiamo già oggi tutti gli strumenti per realizzarla. Senza ulteriori scuse e/o pretesti per favorire le multinazionali fossilizzate.

Mentre perfino la Grecia, culla di tutti i saperi e di tutte le arti, tradisce il ritorno ad una economia ecologica (del resto, l’UE aveva provveduto anni fa a rimettere in riga la Terra degli Dei), gli occhi speranzosi di chi vorrebbe salvarla questa cara antica Terra, cercano Venezia – la magica esoterica metafisica Serenissima – che a settembre ospiterà l’incontro tra i movimenti internazionali per la decrescita (non pauperismo, a scanso di equivoci), in nome della sostenibilità e della salute; perché ormai troppo spesso – come scritto dal professor Paolo Cacciari nel saggio Ombre Verdi – il capitalismo green è un imbroglio:

l’ennesimo, né bello, né buono.

Bianco, quanti giorni a Natale?

Il mondo avvampa, aspettando qualcosa.

Aspettando Corot, dipingo. Non sono più così convinto che la frase, il titolo – nobiliare? ancora? ampiamente post litteram – la battuta fosse di codesto tenore; aspettando, mi chiedo ancora chi aspetta chi o quale evento, avvento.

Sono io in attesa? Da solo? Accompagnato dai genitori con libretto personale e giustificazione ufficiale? Insieme a mio fratello, ad un gruppo di amici? Un assembramento o, peggio, una radunata silenziosa?

Chi è che aspetta? Solo questo angoscioso dilemma, già mi spacca il capello, il cuoio capelluto, il cranio.

Corot, chi fu costui? Lui sì – Giovanni Battista – per mio massimo scuorno, sapeva destreggiarsi con la pittura: essere beato e supremo. Vedutista sarà Lei, con tutto il Suo Paesaggio.

Tela bianca, pagina bianca, paloma blanca; scherzi, non solo di un dottore nomato Destino.

Foto bianca, scatto anomalo senza razzismo implicito esplicitato dai simboli; impressionare l’Universo – quale, di grazia? – che potrebbe essere una luce bianca, un foglio ancora in bianco, un pensiero vergine intonso.

Esiste ancora oggi, nel Mondo Dopo, un’isola laggiù, i cui abitanti indigeni – solo loro, davvero padroni della loro isola – si chiamano tutti Arturo; massimo della democrazia, peccato non siano (possiamo dare loro torto o condannarli?) un fulgido modello di ospitalità: se qualche estraneo fa solo la mossa di avvicinarsi o tentare lo sbarco, finisce infilzato o nel pentolone di acqua bollente (un po’ di razzismo nella coda velenosa, è quasi salvifico nell’era del buonismo ipocrita).

Tra l’altro, fischiettando e balzando di (Porto) palo in frasca, oggi la nostra spettacolare satellitare Luna è nuova, il Pianeta quasi, siamo noi ad essere consunti vintage vagamente avariati, anche se ancora qualche ironico con stile è convinto che il Mondo resti bello proprio per questo; nella morsa incandescente dell’afa – per citare decennali reportage giornalistici di eccelsa originalissima qualità – aumenta la voglia di deambulare nottetempo, con il fervore delle tenebre; magari dalla mezzanotte in poi, in rispettabile compagnia di Streghe e Vampiri.

Un giorno qualcuno scriverà racconti su un uomo fuori dal tempo prigioniero dentro un oscuro maniero senza cancelli, né ponti levatoi, non il solito re nudo, ma un altero inafferrabile duca; un giorno qualcuno scriverà decine di racconti in teoria fantastici – erroneamente scambiati per fantasy – sulla questione delle questioni: le iene del profitto sono gente misera, senza fantasia perché l’oro nero (neo globale) o petra oleum è il terribile nulla onnivoro; ci costringeranno, quelle parole, a spogliarci del superfluo, a tornare al punto zero che non sarà il nastro riavvolto della cassetta, ma la nuova presa di coscienza: senza fratellanza e condivisione, senza comune senso di umanità siamo niente.

Magari genitori biologicamente, eppure aridi, incapaci di generare qualcosa d’altro, da noi, qualcosa di utile e virtuoso non solo per noi.

Tutto scompare, fagocitato da un puntino luminoso – rubare Bellezza, rubare Sublime, trafugare e poi darsi alla fuga con tre Van Gogh (nel senso di quadri), relativo e ininfluente il volgare valore commerciale – abbacinante (come negli schermi delle antiche, rudimentali tv). Al bianco Natale, comunque: – 180 giorni; tanto ormai si sa, dopo le Ferie d’Augusto, plana rapido San Nicola.

Le anime empatiche sanno connettersi, anche senza bisogno di rete (virtuale e/o di protezione), come rammenta il grande avventuriero letterato Marco Steiner, citando il poeta W. B. Yates:

Credo nella magia, nell’evocazione degli spiriti, anche se non so che cosa sono; credo nel potere di creare a occhi chiusi magiche illusioni nella mente e credo che i margini della mente siano mobili, che le menti possano fluire l’una nell’altra, così creando o svelando una mente o energia unica, poiché le nostre memorie sono parti dell’unica memoria della natura.

Rivelazioni (apocalissi), rilevazioni

Pagina delle menti, allo stato bradipo.

Lasciando, abbandonando una comunità – grande, piccola, media che sia – senza regole, senza limiti, allo stato brado, rischiamo di ottenere effetti perversi, lontani dallo stato brado dei puledri selvaggi, nelle vaste praterie di un qualche pianeta.

Focalizzarsi, chissà poi il perché e financo il per come, su Lepanto, battaglia navale antica di una certa rilevanza storica, e anche di una certa risonanza: misteri della psiche, sempre la stessa dell’incipit.

Mannaggia alla miseria, perdonerete l’impeto e l’assalto; la miseria, come la disdetta, ci vede benissimo, è davvero scientifica, colpisce sempre con estrema precisione i soliti poveracci. Del resto, è anche colpa loro, sono sempre in troppi. Afghanistan, terra petrosa, terra del cuore, martoriata e martire, sii, se mai potrai, santa e salda nella resistenza, ad ogni nuova tragedia.

Il canto libero di Elisa è sempre più verde – Elisa Toffoli – e il suo ritorno musicale al Futuro è un giusto, auspicabile ritorno alla Natura; la Musica può e deve essere sostenibile, nonché veicolo per una vita equa, giusta ed ecologica: l’idea della Cantautrice sembra ancora oggi un’utopia o una provocazione, eppure la follia spesso è solo il sinonimo della visione di realtà alternative, in attesa di realizzazione concreta; biglietto agevolato per concerti con migliaia di spettatori che pedalando, consentono di realizzare spettacoli dal vivo, a impatto ambientale zero. Come direbbero le nostre amate Nonne: gambe in spalla e via andare, anzi, pedalare. Chi comincia?

Le congiunzioni astrali sembrano favorevoli: a breve nella volta cosmica il raro allineamento di 5 pianeti – piano pentaplanetario? – visibili a occhio nudo, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, ma vivo e aperto: avevo frainteso o iper inteso la notizia, scambiando visibili con vivibili; ormai da anni, dentro l’armadio, oltre agli scheletri e ai fantasmi, conservo una valigia pronta, con una sola giacca pesante, anzi pensante, e poche rimembranze, quelle più leggere: pronto a salpare. Purtroppo, anche stavolta si tratta di una fugace – lei sì, fortunata – illusione. Mercurio, però, con l’immeritata fama di egocentrico presenzialista, uscirà finalmente dall’ombra della luce solare e sarà ammirabile in tutto il suo notevole splendore.

Pare che, nonostante tutte le avversità storiche, Mama Africa conservi il primato di continente più fiducioso e ottimista nei confronti del futuro, ma solo per chi riesce – attrezzi e bagagli – a trasferirsi verso altri lidi; non saprei se interpretarlo come segnale positivo; certo, chi è pronto con la sacca da viaggio in mano o sulle spalle si conferma un inguaribile ottimista, o, in alternativa, un coraggioso esploratore dell’universo delle possibilità.

Citando indegnamente, parafrasando un Maestro che non meriterebbe sfregi – Borges – i libri sono estensioni degli uomini sui generis (sui generis le estensioni, non gli uomini, famigerati alieni): non sono strumenti materiali, quali una pala, un coltello o un’arma, ma sono prolungamenti della memoria e dell’immaginazione, sono estensioni delle anime che si materializzano e consentono a chi cede alla loro fascinazione, di librarsi e volare, negli spazi immensi, infiniti.

Il 24 giugno non è il 24 maggio, parrebbe, distratti da afa e zanzare, razionamenti idrici e incipienti crisi alimentari, una data come un’altra, una data anonima: ecco, oggi, ma nel 1910, nacque (fu fondata) l’Anonima lombarda che detta così sembra un’associazione criminale dedita ai sequestri, invece era la fabbrica delle automobili Alfa (nessuna notizia di Omega). In seguito, conquistata nel cuore da Romeo, divenne una vera industria moderna – Alfa Romeo, elementare Watson – capace negli anni di produrre vetture leggendarie, per coloro che amano il genere; anche una carrozzeria ribattezzata disco volante. A proposito, chissà mai chi inventò la fortunata espressione: forse un alcolista anonimo (anche lui), forse uno scrittore fallito, bisognoso di inventarsi un espediente letterario da dime novel per sbarcare il lunario o sbarcare sulla Luna, forse un inguaribile sognatore.

Apocalisse, ormai sappiamo che il tuo nome significa rivelazione e in te possiamo trovare l’accurata descrizione di uno sbarco di Ufo, ma nelle ere pre cristiane: saranno stati anche degli extraterrestri, quei visitatori, ma pare fossero buone forchette, sempre affamati e pronti a rimpinzarsi a quattro palmenti (avevano forse quattro bocche ciascuno?): tanto è vero che nei millenni è rimasta celebre l’espressione magnare a Ufo.

Ingozzarsi come l’anonima – mica poi tanto – sequestri multinazionale o sovranazionale che da decenni ha sequestrato le nostre vite, le vite dei Popoli del Mondo: hanno capito – essi – che organizzandosi su larga scala, controllando risorse energetiche, risorse alimentari, risorse economico finanziarie industriali, risorse medico farmacologiche, avrebbero tenuto in pugno chiunque, molto più e molto meglio di governi autoritari, dittatoriali; senza nemmeno più necessità di rapire qualcuno. Anche perché come si sa, dopo tre giorni, l’ospite diventa troppo simile agli avanzi di un pasto ittico.

Un tempo trapassato, fummo i Criceti sulla Ruota, ma nell’ambito dell’ultima serata sanremese, da vivere in gruppo, divisi in squadre in competizione surreale e ironica per riuscire a indovinare i vincitori della kermesse canora; per evitare però di restare su certe ruote di solito ingranaggi dentro le gabbie della società globale estrattiva che soffoca l’umanità – nell’accezione più articolata e ampia – dovremmo dedicarci quanto prima, prima che anche il troppo tardi sia scaduto, agli Orti:

delle culture, delle colture.

Rivelazioni, rilevazioni, carotaggi malevoli che promettono scenari prossimi venturi da vaso di Pandora, aperto da Cassandra.

Meglio e con una certa sollecitudine, la nuova società degli Orti, prima che qualcuno ci obblighi – e non si tratta di una grottesca esagerazione – a risolvere la questione climatica oscurando “quell’accidente di Sole“.

Ombre lunghe (e Lautrec?)

Pagina delle ombre lunghe – mai allungare l’ombra (a nord est sanno perché), soprattutto quella di nero – e delle ragnatele, sofisticate architetture realizzate dagli Aracnidi, forse gli stessi (immaginari) che tormentavano Toulouse Lautrec durante i suoi deliri etilici.

Frequentare antiche case chiuse da decenni – nel senso di dismesse – abbandonate per incuria, consegnate al degrado: quanti rudinassi – tradotto: ruderi – si potrebbero salvare, con accurate amorevoli ristrutturazioni, donando nuova vita agli edifici e alle comunità.

Esorcizzare o celebrare, rogo delle fobie e delle vanità – anche delle vacuità, già che ci siamo – o estasi, nirvana delle nostre paure, limiti, insicurezze più recondite, inconfessabili? Sfruttare la Luna e le sue fasi, razionare, razionalizzare l’acqua sempre più preziosa e soprattutto i falò: per una volta, impegniamoci ad evitare una delle piaghe bibliche estive.

Migrare in fondo è vivere, la nostra natura è migrante: se non fossimo geneticamente progettati per i cambiamenti, non esisterebbero le farfalle. Partire, qualche strappo in salita, talvolta, non è solo fatalità, ma necessità – individuale e collettiva – viaggiare intorno al mondo, nell’universo, non a bordo della solita, consunta navicella siderale, ma con l’onnipresente fidata bicicletta velocipede, quella con le ruote lenticolari: lenti per osservare meglio i dettagli – la bellezza – ruote che contengano lenticchie e pan di via, per l’opportuno, necessario sostentamento.

Sulle sponde amatissime della Via Lattea, mulini a vento solare e tulipani bianchi, non per razzismo cosmico, ma per sintesi finale dei colori di ogni genere, specie, pianeta.

Satelliti naturali, a migliaia, satelliti non in senso latino – schiera ristretta di mercenari a protezione del o di un dominus, uno qualsiasi purché munifico – ci osservano dall’alto per una visione ampia e completa delle cose; ombre lunghe inevitabili durante il primo giorno d’Estate, solstizio, giorno più lungo dell’anno con luce solare persistente. Giornata torrida afosa, anche senza indurre sé stessi in tentazioni pericolose, pensando ad alcove lascive. Quanto sono belle le Donne d’estate, mentre sfrecciano allegre in sella alle loro biciclette, indossando freschi abiti con motivi floreali, floreali Loro, in primis?

Da etimo latino (ancora?), latineggiante con latinorum, il solstizio è il sol dell’avvenire che si ferma (speriamo di no), ma la data in cui avviene il fenomeno si muove, muta, non rimane mai la stessa.

Stonehenge o Pantheon? Per tacere dell’innominabile – in questa mesta temperie – Russia, tra balzi sopra i falò propiziatori e dispersione di petali su chiare fresche dolci acque fluviali.

Dimmi, opta con chi e dove trascorrerai questo percorso quotidiano e forse saprai chi sei:

magari solo per le prossime 24 ore, mai senza gli occhi stra allunati dei Bambini e degli Artisti come Lautrec, capaci, loro sì, di viaggiare, immaginare, creare altri Mondi;

forse migliori, almeno per un giorno:

quello più luminoso.

Voracità e Costanza

Pagina della voracità, da fare un baffo a Gargantua e Pantagruel, anche se devo ammettere che non li ho conosciuti, né di persona, né di panza.

Buchi neri immensi, sempre più voraci; l’ultimo, in ordine di individuazione – inversamente proporzionale all’estensione delle sue fauci e al terrore che diffonde – pare riesca a fagocitare un pianeta grande come la Terra ad ogni secondo. Esagerato, placati! Certi eccessi si pagano e non gioveranno poi il digestivo Antonetto, l’amaro Giuliani, né la citrosodina (per tacere sommesso, commosso dell’Idrolitina e dell’effervescente Brioschi). Altro che Sottosopra della serie Stranger Things, queste sono realtà al limite del normale e del paranormale; anche se, certi soggettoni terrestri, meriterebbero – di diritto – di trovare collocazione nella bacheca.

Cara Odette, ti stupisci per la quantità d’acqua passata sotto i ponti nell’ultimo bizzarro biennio, ma forse il tuo stupore è pari e contrario al mio: reminiscenze confuse con il presente o premonizioni distopiche? In realtà, purtroppo, l’antico detto popolare deve essere aggiornato alla mesta condizione attuale: sotto le arcate e dentro i letti fluviali, di acqua ne passa sempre meno, anzi, quasi non scorre più alcunché.

Il professor Tommaso Montanari ci rammenta che – caro Lei, anzi, caro Lev – Tolstoj (non sToltoj), già all’inizio del divorato 1900 scrisse un pamphlet anti bellicista contro il conflitto russo nipponico, divampato tra il 1904 e il 1905: prevalse, se così si può ancora ragionare, il Giappone, restarono però sul terreno intriso di sangue, più di 200.000 uomini. Ricredetevi! fu il monito dell’autore di Guerra e Pace; ri crederci? Ossia credere ancora? Siamo stati buggerati già troppe volte e infatti – dura iniqua lex – ci siamo ricaduti, più stolti, noi sì, di quei gonzi che dopo essersi ubriacati nelle peggiori bettole dei porti, si ritrovavano a loro insaputa imbarcati a forza come mozzi o marinai di bassa lega su navi mercantili, più o meno in regola, più o meno utilizzate per mercimoni di contrabbando o altro indicibili traffici. Quanti segreti hanno divorato i Sette Mari.

Matanoite (Pentitevi)! Per esibire un po’ di greco antico – il metano potrebbe essere un casus belli, ma nello specifico non c’entra – come in fondo era scritto nel Vangelo, quello di Luca (13,3): ricredersi per non perire – come si dovrebbe cambiare (dentro) per non morire tutti in un infausto olocausto nucleare – ravvedersi e mutare in modo radicale il nostro sguardo, i nostri pensieri, i nostri modelli di riferimento, le nostre pietre angolari, miliari, emiliane, per evitare che diventino pietre d’inciampo, definitivo.

Avresti mai immaginato, amico Pericle, che 25 secoli dopo la tua era, ci saremmo ritrovati, noi sedicenti uomini del sedicente futuro progredito, a ragionare sul tema: senza un esercito, non esiste politica? Nel mio microcosmo, nella mia limitata visione, ho creduto che proprio alla politica spettasse l’arduo ma esaltante compito di indicare il sentiero e formulare i progetti per una società dei Popoli equa, senza sfruttamento, con la messa al bando definitiva di armi, profitto unico dio e soprattutto geopolitica (ergo, guerra).

Ci siamo divorati tutto, senza criterio, senza vergogna: il banchetto più salato, più dispendioso della storia, non solo le risorse del pianeta, ci siamo divorati tra noi – il conte Ugolino, un dilettante allo sbaraglio, al confronto – a partire dai nostri cervelli, dalle nostre coscienze.

Bisognerebbe imparare da Nino, l’eremita raccontato dallo splendido documentario Lassù, di Bartolomeo Pampaloni: si è ritirato a vivere in solitudine in un faro abbandonato sopra Palermo; siamo più soli noi – monadi brulicanti imprigionate dentro città asfittiche e case letali, schiave del mercato iper nazionale – o è più solo lui, auto ribattezzatosi Isravele (da leggere al contrario, per capirne il senso), per riavvicinarsi al Mondo, senza filtri tecnologici, senza barriere convenzionali, sociali, grazie alla creazione di mosaici naturali e artistici?

Credere a Nino, uomo libero, ri credere a Lucrezio Caro (Caro Lucrezio…), poeta e letterato latino, quello del De Rerum Natura, per intenderci:

la goccia scava la roccia, non con la forza, ma con la costanza.

P.S. Brani suggeriti: Metanoite – Antypas ; Citrosodina – Sergio Caputo.

Sensazioni onirico seleniche

Notti di lune giganti, notti da licantropi, notti di strade vuote, grigie all’infinito, male illuminate da luci sinistre, talvolta maldestre.

Nell’oscurità, il profumo suadente, sensuale, soverchiante del gelsomino, candido – innocente, fino a prova contraria – anche dove il buio è più fitto, inestricabile.

Una musica può fare o potrebbe tutto quello che gli uomini non vogliono, o tutti quei procedimenti processi percorsi troppo faticosi ormai per una società spappolata che pretende e si ritiene smart, fast, green. Eppure, è una questione di frequenze e sequenze: un diapason potrebbe aiutare, anche perché lui – Monsieur Diapason – ha le orecchie lunghe, assolute, sa ascoltare, sa vibrare al momento opportuno e replicando perfettamente le frequenze vincenti, convincenti – auspichiamo anche benefiche, salvifiche – potrebbe dirimere, risolvere, chiudere: in bellezza, anzi sulle note di una marcia, magari non trionfale, forse popolare.

Anche Irene, prima di scrivere romanzi poesie riflessioni, amava pedalare senza fretta: stimolava la concentrazione, sprigionava energie e fantasia, l’immaginazione in sella al potere, il più grande, il migliore. Oggi qualcuno scrive ispirate suite in sua delicata, dedicata memoria, anche non aspettando la tempesta di giugno, né quella d’agosto, che in teoria sancisce la partenza dell’estate: per dove? Ma per altri lidi, dove sia ancora estate.

Avrete certo potuto ammirare anche voi quel magnifico, storico scatto fotografico: Gino Bartali, fresco vincitore del suo secondo tour de France, felice ricoperto di polvere raccolta su ogni strada del paese transalpino, in apparenza nemmeno troppo stanco – ma lui era Bartali! – e alle sue spalle, con un sorriso buono, colmo di gratitudine e d’ammirazione, Fernandel; che uomini, che artisti, con quei volti inimitabili sarebbero stati di sicuro anche una straordinaria coppia cinematografica.

A volte, basterebbe pensarci un po’ su, ma anche sottosopra, o di lato, in diagonale; proprio come quel meneghino di Manzoni. Che soffriva di agorafobia, soprattutto in presenza della moglie: ognuno tragga – se può – i suoi spunti, le sue riflessioni.

Quante lune, figliuolo? Quante ne hai sognate con sano desiderio di raggiungerle, esplorarle? Attento alla risposta.

Siamo proprio sicuri che in Cielo volteggi una sola Luna? O una luna sole.

In queste notti bislacche, potrebbero arrivarne altre, non solo quelle presenti nei libri di Murakami Haruki.

Non oso immaginare connessioni, correlazioni tra i balzi pindarici: buon compleanno Studio di animazione cinematografica Ghibli, in Tokyo, Giappone (15 giugno 1985):

grazie per tutti i sogni a colori (come quelli di Kurosawa, in fondo), Sensei Miyazaki.

Svolazzamenti (utopie, del fare)

Volare con le bici da cross, quelle anni ’80.

Non si esce vivi dall’eterno ritorno agli anni ’80 del 1900 – vero, Manuel? – ma nemmeno dalla vita in generale, quindi meglio baloccarsi fino in fondo.

Volare in senso figurato, nemmeno troppo: avrete notato anche voi gruppi di allegri sbarazzini in sella ai fidati destrieri, con occhi freschi, colmi di sete d’avventura e esplorazioni senza fine, senza tema: senza tema prestabilito, senza tema di smentita, senza tema di paura.

Bisognerebbe serbare tutta quella ricchezza nei forzieri dell’anima, senza sigillarli, pronti per essere riaperti da adulti, durante le crisi, durante i soventi sciocchi smarrimenti, di sé stessi, in primis.

Volare con la bici, come i ragazzini amici di ET, volare con le bici grazie alle gambe, certo, ma soprattutto grazie alla fantasia, essere disposti a ruzzolare per le terre in cambio della possibilità di librarsi: meglio un giorno da Icaro, con ali di cera e/o polistirolo – si potrebbe imparare a volteggiare anche in caso di fusione delle ali meccaniche – che una vita secolare ai piombi, più o meno veneziani.

Vogliamo il pane e anche il companatico, da condividere con tutti i compatrioti della patria unica chiamata Gea. Le rose sarebbero magnifiche anche senza nome, lasciamole lussureggiare dove vivono; coltivate tutte le speranze o voi che trasite nella Terra dei Papaveri selvaggi, sempre con rispetto. Parliamo di pane perché il lavoro nobilita l’uomo, ma il pane lo nutre (sacco vuoto, non sta in piedi, diceva il saggio), mentre la schiavitù anche con un tozzo di pane quotidiano, abbrutisce ogni vaga forma umana; consapevoli di questo non trascurabile dettaglio, consci che frumento e grano saranno parenti stretti, ma non sinonimi, possiamo arrischiarci a riflettere? Saranno state anche utili – perfino necessarie – acciaierie e raffinerie, ma l’Apulia, esempio poco casuale di regione cara agli Dei, è conosciuta nei secoli per il suo vero oro: il grano dal quale gli autoctoni sanno produrre almeno 100 tipi di pane squisito e gli ulivi, meravigliosi e generosi, fornitori sani di quell’olio che molti regnanti di tempi andati, anelavano, considerandolo il condimento più buono mai assaggiato.

Anche se non lo meritassimo, Madre Terra è prodiga con i propri figli: nutrimento ce ne sarebbe per tutti, senza mercato globale paleo liberista. Discutiamo di armi e guerre, di nuovi assetti geo politici come fossimo al Bar Sport, nessuno parla mai di come costruire la pace, smantellando istituzioni belliche per loro scopo, per loro innegabile natura snaturata: solo una nuova società globale dei Popoli, basta sul dialogo, sull’equità delle relazioni e su un’economia generativa e ri generativa, potrà scrivere di nuovo sulla lavagna del mondo la parola domani.

Bisognerebbe dimostrare, avere, dispiegare lo stesso coraggioso temperamento poietico di don Antonio Loffredo, parroco irregolare di Santa Maria della Sanità, in Napoli: uomo del fare che ama Gesù, non crede nelle teorie di Hobbes ma in quelle di Antonio Genovesi, dice con schiettezza da scugnizzo, ma con visione da autentico manager illuminato che non può funzionare una politica statale assistenzialista e ipocrita, da fine ‘800; serve una triplice alleanza virtuosa tra stato, società civile, forze economiche private e la volontà di edificare ponti e comunità, con le persone al centro dei progetti.

Nel potente film di Mario Martone, Nostalgia, il personaggio a lui ispirato (tramite sceneggiatura tratta dal romanzo omonimo di Ermanno Rea) dice durante l’omelia funebre dell’ennesima vittima di camorra: noi siamo come i raggi di sole che ogni giorno si posano sulla munnezza, restano luminosi e non si sporcano mai.

Se finalmente l’ennesima proposta di nuova direttiva dell’Unione europea sulla due diligence – la diligenza dovuta e non nel solito, polveroso Far West – sulla responsabilità delle imprese, soprattutto le grandi transnazionali, per la violazione dei diritti e l’inquinamento ambientale diventasse non solo teoria, ma pratica quotidiana, concreta, ineludibile, si realizzerebbe finalmente il sogno di porre persone e ambiente prima, sempre per sempre prima, del profitto.

Se cominciassimo a prendere a modello don Loffredo (o, a scelta, don Bosco, padre Zanotelli, don Di Piazza, don Gallo prete da marciapiede e via continuando) potremmo forse farcela, impareremmo di certo a fare, senza chiacchiere.

Svolazzamenti, appunto: di fervida, fervente Utopia.