La setta della Fenice

Post fata, resurgo.

In fondo, una quisquilia.

Attendiamo la luce da Est, attendiamo le parole, nuove:

per rinascere, per nascere, finalmente.

Parole di vita, non parole trappola, che attirano, ingannano, imprigionano.

Come saprebbe dire il poeta: “luce neve”, “luce che accende cielo e monte”.

Luce e parole che piano rigenerano gli umani, nei giorni più bui e in quelli più gelidi; luce e parole, perché, mentre tutto sembra andare in letargo, o concludere il suo ciclo, recano ancora speranza.

Calore, respiro.

Archiviamo il 2025, non rottamiamolo: teniamolo sempre a mente, agiamo all’opposto: forse, non andrà tutto bene – sarebbe impossibile – meglio, sì.

Senza dubbio.

Anzi: tra i dubbi consueti, ma optando per soluzioni umane.

Non vogliamo, non servono alle genti della Terra bagnarole sfondate, armi.

Dialogo, sorrisi, abbracci, collaborazioni comunitarie.

Post fata, resurgunt.

C’era (no cera) una volta

Incipit nell’incipit, o meglio: titolo incipit, per ottimizzare (come usano i rozzi cibernetici contemporanei) le risorse. Sempre più esigue.

Inizio classico di favole e fiabe, potremmo lanciare il grande quiz a premi – chi indovina, vince un soggiorno in Lapponia, nel Circolo Polare Artico (quindi, non solo circolo di lettura) – : spiegare, per sommi capi, non siamo draconiani almeno nel periodo natalizio, le differenze di protagonisti e finalità tra i due generi, dalla umana fantasia generati. Orali prima, poi letterari; come antichi esami scolastici, assai prima dell’avvento di internet e presunte intelligenze artificiali.

Per restare ancorati a oggi – ma veleggiare liberi per i mari sarebbe meglio assai – , saldamente abbarbicati allo scoglio, come una cozza verghiana, potrei citare (se la memoria non vacilla troppo): Sandokan, Orzowei, D’Artagnan, Zorro, Goldrake; noi anziani del ’70, siamo stati, forse tra i primi, ad annoverare un gigante tecnologico, sempre in bilico tra demone e angelo, a seconda delle scelte di chi lo guida, nel pantheon degli eroi immortali. Perdonateci, se vi pare – così è, se vi appare – poco.

Sandokan, quello ‘vero’, ‘storico’, scolpito per sempre nel nostro immaginario da Emilio Salgari e da Sergio Sollima. La recente variante moderna, anzi, aggiornata, può risultare avvincente – se garbano le avventure ricostruite in toto all’interno di un teatro di posa e con l’ausilio di migliaia di effetti speciali – , perfino divertente, ma poco, nulla condivide con la vera vicenda, le origini storiche, il contesto in cui si muoveva la Tigre della Malesia. Per Natale, sarebbe bello, una strenna (no renna, in ferie), confrontarsi con la storica teutonica Bianca Maria Gerlich, per chiederle le fonti dei suoi studi nel Borneo, da chi e da dove abbia appreso dell’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, “il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici“. Dono davvero speciale.

Orzowei, figlio della Savana, scolaro anche lui, come milioni di italiane e italiani, del meritorio, imperituro maestro Alberto Manzi. Letteratura e cinematografia ‘per ragazzi’, ammesso che questa misera classificazione abbia un senso. Una storia contro il razzismo, di ogni tipo e di ogni colore, una fiaba moderna che ci mostra e dimostra come gli umani, variamente pigmentati, quando si conoscono davvero, finiscono, anche se non è Natale, per amarsi. Corri, Trovato vai, e non fermarti mai. Come la solidarietà, auspichiamo.

D’Artagnan, ricalcato e modificato da Alexandre Dumas sulla figura storica di Charles de Batz de Castelmore. Guascone, ossia natio della Guascogna, ma anche spaccamontagne, leader naturale dei Tre Moschettieri che in realtà, con lui, divennero quattro. Cappa e spada, avventure e duelli mozzafiato, anche se molti studiosi garantiscono che i tratti salienti del personaggio siano altamente riconducibili al padre, generale francese, nonché mulatto, del fecondo autore francese. Non sarà uno scandalo di corte – della collana o dei bijoux? – a fermare l’impetuosità e lealtà delle ‘spade’, al servizio di Sua Maestà.

Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon: altri quattro spadaccini, che, ciascuno nella propria epoca, hanno prestato volto, fisico e acrobazie all’eroe mascherato El Zorro, la Volpe, presso il pueblo di Los Angeles. Periodo della dominazione ispanica in California. Il paladino dei poveri, dei reietti, dei dominati, creato dalla fantasia e dalla penna (lapis?) di Johnston McCulley, già reporter della polizia nonchè ufficiale di affari pubblici durante il primo conflitto mondiale, agisce e si batte contro individui corrotti, malvagi, opprimenti che vantano il solo merito di giustificare quello che fanno in nome e sotto l’egida della corona di Madrid. La spada, la zeta come inconfondibile firma, il destriero Tornado e l’impareggiabile ‘collaboratore’ sordomuto Bernardo, sono i fedeli alleati dell’eroe, capostipite dell’età moderna, nella quale i difensori degli oppressi sono titolari di una doppia identità (almeno); ma non per denaro e potere – don Diego De La Vega ama i libri e la musica al pianoforte – , solo per innato senso di giustizia.

UFO Robot Goldrake, conosciuto da noi come Atlas, apri pista della tracimazione nipponica degli anime e dei manga, primo golia tecnologico disegnato, anche se nella mente e nella produzione del Sensi Go Nagai, è ‘solo’ il terzo figlio; dopo Mazinga Z (un’altra zeta, di altra natura) e il Grande Mazinga. Il principe di Fleed tenta di sfuggire agli inganni e alla volontà di dominio del malvagio monarca Vega, ma presto si rassegna ad affrontare il suo destino: battersi contro la soverchiante forza militare – troppi governanti terrestri indicano le armi quale unico mezzo per realizzare la pace (?) – di un impero dallo spazio profondo, per salvare il Pianeta Azzurro dall’inferno della guerra definitiva. Non sembrerebbero temi adatti ai bambini, di quell’epoca, eppure in molti di noi, la vicenda e le traversie di Actarus sono state capaci di instillare il senso di giustizia, di condivisione, di altruismo, di umanità, di rispetto e tutela per la Natura che rendono la vita degna di essere vissuta, a pieno titolo. Ancora oggi, a Natale, qualcuno sogna di alzare lo sguardo verso il cielo, per notare un puntino luminoso che continua a distribuire doni utili a tutti i bambini del mondo, a vegliare su di noi.

Credenti o agnostici, cancelliamo “la magia del Natale” – banale strategia di marketing consumistico – per affermare, per impegnarci in prima persona a realizzare concretamente speranza e rinnovamento, condivisione e comunità, riflessione e gratitudine, lungo il flusso dei nostri giorni.

Natale, o Sol Invictus, questo sia un memento, sacro:

a nascere, a vivere.

Lanterna delle Fate

Nelle bigie, grigie, giornate di pioggia, è naturale pensare con speranza e, in qualche modo, struggimento, alle lanterne.

Tradizionali, solide, in grado di illuminare, la realtà fisica – sempre parziale e prospettica – e le menti (auspicio forte più che mai); lucerne, se vi aggrada di più, l’importante resta lo splendore, anche senza giungere a significati allegorici danteschi.

Ne avremmo urgente bisogno: sorgente luminosa portatile. Negatelo, se ne siete capaci, o in grado.

Forse, ci aiuterebbero a individuare direzioni, soluzioni, nuove accattivanti, evolutive prospettive. O viceversa.

Ci sono state, esistono ancora, lanterne cieche, capaci, attraverso un gioco di schermi girevoli, di concentrare la luce in un fascio, oppure oscurarla (i ‘nemici’, noi stessi, riflettendo meglio, stanno sempre in agguato, pronti a ghermire); basta non piombare nella corbelleria, imbalsamandosi a fissare il dito, ignorando la Luna.

Lanterne veneziane, cinesi, nipponiche: quali preferite? Non ignoratele, sono preziose, ognuna nelle proprie peculiarità. La molteplicità di visioni, crea la vera, inusitata ricchezza.

Certo, con cura e accortezza, occorre deambulare senza sonnambulismo – non più del lecito, senza eccedere oltre il necessario minimo garantito – senza incantarsi (arduo, ne convengo) a rimirare le ormai rarissime lucciole, scambiandole per lanterne. Interiorizzando, se possibile, il ‘metodo Diogene’, per rintracciare, in fretta ormai, l’uomo, anzi, gli uomini e le donne, di comprovata, ottima volontà. Con le lucerne, sempre accese, anche in pieno giorno.

Lanterne magiche, per immaginare nuovi mondi, nuove persone, nuovi noi; mai privare le lanterne magiche di luce, introdurre costantemente lampade brillanti perché le più fantasmagoriche immagini compaiano su noiose pareti bianche.

La Lanterna, quella di Genova, senza mai obliare quella del Pireo; fondamentale nell’antichità, insegnò a tutti noi a navigare, a trarci in salvo tra i flutti perigliosi.

Lanterne rosse, per ribellarsi, rifiutare, affrancarsi da ogni tentazione di società feudale, per cancellare per sempre il giogo, insopportabile, inumano, del patriarcato che ci dilania con gli ultimi, letali, colpi di coda. In assenza di lanterne, affidiamoci a caleidoscopi: belle immagini da osservare confortano l’animo, e poi, si sa, gli specchi hanno il potere di perdere i Narcisisti più tossici.

Lanterne rosse, gruppi di guerrigliere, ché da sempre le Donne hanno dovuto combattere per affermare la propria identità, per rivendicare diritti, per dimostrare ai limitati uomini di essere meglio di loro, più forti, più capaci; non per caso furono gruppi di combattimento femminili durante la rivolta dei Boxer, Cina, a cui gli abitanti dei villaggi attribuivano poteri soprannaturali, in quanto capaci di portare a termine imprese impossibili per i maschi.

Lanterne Verdi, per l’ordine cosmico e la giustizia, anche nello spazio. Il Pianeta Azzurro galleggia nel Cielo, quindi, forse, ne ha o ne avrà bisogno. Lanterne Verdi per tutelare la Natura di cui facciamo parte, di cui non disponiamo da padroni, dalla quale dipendiamo per ogni più minuta esigenza e dalla quale siamo graziati, fino al nostro ultimo respiro.

Lanterna delle Fate, particolare specie di una famiglia di piante tra le più rare al mondo – forse, 20 esemplari, non di più – magnifiche, splendide, incantevoli. L’ultima in ordine di apparizione vive (sopravvive) in Malaysia – coincidenza letteraria – la Scienza internazionale si è mobilitata per tutelarla, proteggerla da noi stessi, forse perché ci rammenta non solo quanto sia meravigliosa la Natura, ma quanto i bipedi non siano in grado di esistere senza la sua presenza benefica.

Federico coronò il desiderio di trasmutarsi in un aggettivo – felliniano – , molto più umilmente e modestamente, vorrei diventare un vocabolo greco, antico: lampter, attinente (stretta, inestricabile parentela) con il verbo lampein, rilucere.

Non sarò mai una lampada – mai affermare mai – , mi basterebbe essere un lumino che si difende dai venti contrari, un lanternino dotato dalla fantasia dei fanciulli di una magica, reale, potenza.

Amico della sconfitta

Illo tempore, conobbi un tizio.

Un tale (no talent, per carità), se vi balocca di più. Non si faceva nemmeno chiamare, né Caio, né Sempronio.

Sì illudeva, meglio, sognava, di ribattezzarsi Giorgio Sim, ma l’impietosa, nuda e cruda realtà, lo costringeva ad accontentarsi di essere un Ermete Pit, qualsiasi, senza pretese, senza spiccare voli pindarici, o, incandescenti, di Icaro.

Certo, in quanto rampollo di Dedalo, la sua esistenza errabonda – fallace, girovaga – sarebbe comunque risultata labirintica, un eterno perdersi, nella speranza di ritrovarsi.

Prima o poi, in qualche modo.

Icaro, ma anche il tizio.

Ritrovarsi, ritrovare il proprio nome, definire la propria identità. Ricorrere, rincorrere l’epistemologia molecare, come direbbero quelli veramente colti, coltivati, gli esperti.

Individuare il proprio ramo – genetico, sociale, culturale – per ricostruire, rilevare le tracce, le impronte lasciate negli eoni di Kronos, sulle nuvole; lo stesso potrebbero, dovrebbero fare le genti, i popoli.

Qualcuna filava – Berta, la lana e l’amianto? – , Pit arrancava; in fondo era il suo personalissimo modo di procedere, a tentoni, a naso. Meno male che il naso era importante, parte nobile, punto di riferimento solido, sorta di bussola sostitutiva, alternativa, cognitiva.

Arrancando, sbuffava, ma non smetteva di sognare; i martiri dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki; Yukio Mishima, poeta, drammaturgo, perdutamente innamorato del suo Paese del Sol Levante; Onoda Hiro, tenente giapponese, ritrovato nella giungla filippina nel 1974, 30 anni dopo la fine del secondo massacro mondiale, convinto che il conflitto fosse senza fine, pronto a sacrificarsi per il Giappone, fino al suo ultimo respiro, fino alla sua ultima goccia di sangue, fino al suo ultimo attimo su questa Terra.

Ermete si convinceva sempre più di un suo arcano legame con Yamato, sempre più percepiva una inspiegabile consonanza con una percezione altra – alta, a quote più normali della vita – , sempre più avvertiva di allontanarsi dai sedicenti valori occidentali, di essersi trasformato in un amico, un ottimo amico della sconfitta. Qualunque cosa significasse.

Conscio di non essere in grado di disegnarlo, avrebbe voluto abbracciare il vento, farne parte, mutarsi in una corrente:

inarrestabile.

Fedele al libro, libero di tradirlo (simbiosi)

Nulla come prendersi cura di un piccolo giardino, ci restituisce la nostra ‘misura‘ terrena, ci ricolloca al posto giusto tra le creature dell’Universo (o multiversi), ristabilisce priorità e valori imprescindibili.

Mentre la mente si concentra sulle svariate attività che contribuiscono a formare la manutenzione della flora domestica, sorgono spontanei pensieri sani e positivi, riflessioni originali sulla vita e i suoi aspetti, respirando a pieni polmoni l’aroma della terra, cogliendo l’essenza della nostra dimensione ontologica.

Al bando pose marchettare post litteram da ambientalista, da ‘ecosofo’ (non esperto di Umberto Eco, anche se) ispirato da Arne Næss, o ‘biofilo’ (non bibliofilo, anche se) fuori tempo massimo, cioè da vecchio, anzi, antico. Non ancora soprammobile, però.

Rammentare l’etimo di dimensione, ancora una volta, rischiara il cammino e gli orizzonti: dal latino demensionem, lunghezza altezza profondità, le tre proprietà commensurabili che forniscono l’esatta misura – se preferite, estensione – dei corpi; fisici, certo, ma non solo.

Mi piacerebbe disegnare pagine ispirate a questa vita, come saprebbero fare in modo sopraffino Brian Selznik, con le sue passeggiate romane, ambientate nel tempo cronologico nel 1986 e, contemporaneamente, nell’immortalità della Città Eterna; o Milo Manara, non solo (semplicisticamente) maestro dell’eros, ma artista che negli ultimi anni ha saputo tradurre in letteratura disegnata Il nome della rosa, impresa ardua per l’importanza del romanzo, per la sua complessità, tra colte citazioni letterarie, tra rimandi a dispute filosofiche accanite, compiute da varie correnti della Chiesa.

Se potessi, se sapessi – non solo disegnare – mi evolverei in un essere, possibilmente pensante e sensibile, capace di mantenersi ‘fedele al libro, libero di tradirlo‘. Creativo, immaginifico, svincolato da barriere, confini, catene.

Se potessi, se sapessi – non solo sopravvivere, vivere davvero, completamente – forse sarei capace di mutarmi in arcadico – non componente della cosmonave Arkadia (o ‘astroveliero’), anche se – ma in un abitante della mitica regione: Arcadia, dove uomo e Natura coabitano in perfetta armonia e i bipedi sono consapevoli di essere una parte del Creato e si comportano di conseguenza. Elegia bucolica, però adulta e matura.

Sarebbe un sogno – a occhi aperti, con i piedi saldi sulla nostra amata Terra – fare parte della Compagnia dei Gelosi che imbeccati, addestrati dal Tasso (Torquato) misero in scena la favola pastorale Aminta; sarebbe un sogno diventare ambasciatore letterario e convincere l’editore veneziano Aldo Pio Manuzio a stampare e vendere l’opera. Sarebbe un sogno essere una delle bestie condotte al pascolo da Aminta e sperimentare sulla mia pelle, con le mie zampe, il sacro principio aristotelico: unità di tempo, luogo, azione.

Sarebbe un sogno – a occhi molto bene aperti – comporre l’Aegloga rusticale intitolata Bernino; peccato sia stato preceduto di qualche secolo (1516) dal buon Pierantonio Legacci, componimento stampato in Siena da Semione di Nicolo, cartaio. Senza offesa, anzi, con molta stima e sana invidia culturale.

Se potessi, se sapessi – non solo compulsare fole, ma scrivere e, soprattutto, fare – tanto mi garberebbe emulare Telmo Pievani, filosofo della scienza: come lui, affidare al vasto pubblico Uniti per la vita, partorito insieme al docente di zoologia Maurizio Casiraghi e raccontare quanto l’altruismo – derelitto e deriso (quando dice bene) ai giorni contemporanei – abbia solide basi biologiche. Per aiutarci a dedurre, tutti, che – a dispetto delle app e dell’intelligenza artificiale – è la cooperazione a favorire quel processo strano denominato evoluzione. Come scrivono i tipi della Lettura (Corriere della Sera), “lezione che vale anche per le relazioni tra persone“.

Fuori dai denti: “Ci si salva insieme, perché la vita è simbiosi“.

Ammesso ne esistano ancora.

Persone.

Contrade liriche

Vo per contrade liriche, barcamenandomi tra poesie e arie d’opera.

Un bell’incedere non fu mai scritto, casomai descritto, trascritto.

Rimbalzo, ondeggio come yo-yo, come pallina del flipper, come pensieri – non per forza sgradevoli e ossessionanti – ricorrenti, rincorrenti: la mia psiche, la mia anima.

Tra lirica e lirica corrono differenze, ma anche somiglianze, magari inaspettate.

Tra pentagramma e foglio vergato restano, indelebili, anche quando Kronos fa il suo mestiere, anche quando i bipedi abbandonano tutto all’incuria e alla rovina, quegli strani, misteriosi, spesso magici segni cui noi attribuiamo un valore, un significato, ma che, una volta tracciati, seguono una vita e un destino indipendenti.

In fondo, si equivalgono, a prestare orecchio, a tenere in debito conto l’autorevole, antica opinione dei Greci: la poesia veniva veicolata agli uditori con note soavi di musica; di solito grazie al suono della lira (da non confondere con la nostra moneta repubblicana). Siamo noi, presunti moderni o contemporanei, ad aver sancito la scissione del componimento poetico da quello musicale, ritenendo il poeta un puro portatore della propria soggettività.

Peccato, ma per ottenere il perdono, ci siamo dedicati con passione alla musica lirica, con alcune individualità artistiche mondiali: Rossini, Verdi, Puccini. Al punto che molte stagioni sono etichettate con l’aggettivo relativo a questi giganti; stagione – lirica – verdiana, stagione rossiniana, stagione pucciniana e potrei proseguire lungamente l’elenco melodico. Pensiamo all’Arena di Verona che molti erroneamente credono sia una cugina minore del Colosseo. Un errore assimilabile a quello dei molti, troppi (anche giornalisti nazionali) che confondono allegramente il Vittoriano con il Vittoriale!

Carreras, Domingo, Pavarotti: questo era il vero Trio dei Tenori, non successive emulazioni commerciali, artisticamente discutibili.

Sono, altresì, un vecchio di contrada. Rivendico questa mia natura multiforme; l’ingegno no, onestamente, purtroppo. Ciascuno dei rioni in cui era suddivisa una città, anticamente. O ciascun sentiero, aspro o dolce, presso cui tentare di rintracciare i propri simili quando gli insediamenti umani erano ancora embrionali, approssimativi, sperimentali.

Non trascuriamo, non tralasciamo la ‘mia’ cara etimologia che sempre dona con somma generosità significati, punti di vista, spunti di meditazione alternativi, illuminanti, chiarificatori. Dal francese antico o dall’imprescindibile latino: coprire stendendo, via lastricata. “Regione che si estende di contro al nostro sguardo“, o via di città per intendere un quartiere, come a Siena, per citare a caso una località quasi sconosciuta, ci avventuriamo con voglia, con curiosità nell’Oceano senza sponde delle affascinanti parole.

Siano i 17 quartieri di Siena – scaramanzia a parte, anche se presso altre culture il numero effonde aura benigna e favorevole – , siano le strade che all’unisono contribuiscono a originare un centro abitato da esseri in teoria umani, siano le vie traverse che diramano da quelle principali e, a volte, permettono di accedere a portali verso nuove dimensioni, le contrade universali meritano le nostre fatiche, si illuminano grazie alle nostre stille, ai nostri occhi, alla cura con cui le conserviamo.

Contrade liriche, quindi, ricolme di musica e poesia, contrade ciclistiche, perché il mezzo, usato bene, sintetizza le due Arti, permette di cogliere le sfumature, coadiuva la ricettività, la creatività, stimola la comunanza e la condivisione degli intenti.

Rimangono nel cuore quelle ‘contrade’ sotto il sole, bello è ritornare, ma andare forse è meglio“.

Arcipelago derviscio

Dovremmo essere come i dervisci turnak, navigare sulle nostre spine dorsali (auspicando ci siano ancora), navigare verso passioni condivise, per trasformarle in azioni e, infine, per diventare davvero liberi.

Navigare, puntando al largo dai nostri arcipelaghi abituali, incrociando le altrui rotte, studiandole, comprendendole, assimilandole, con scie circolari, sempre più ampie.

Una danza marina, collettiva, un rito purificatorio, di pace, di speranza, di varo dei progetti per un mondo nuovo: natura, società, economia. Finalmente consci di vivere sul Pianeta, ma di non esserne i padroni.

Né padroni della terra e del mare, né padroni di altri popoli, di altre vite; sorelle e fratelli con la stessa gioia di vivere, condividere, danzare.

Movenze ipnotiche, ruotando su noi stessi, in armonia con tutti gli altri, traversata mistica per ritrovare le nostre anime, disperate e disperse, per ammirare la Luce, la sua perfezione, la sua forza inarrestabile.

Diverse, infinite rotte per navigare verso quell’ineffabile vertice privo di coordinate fisiche, verso la trascendenza da sé, per poi tornare a solcare le acque terrestri, leggeri, senza some inutili e artefatte, pronti a servire le nostre consimili, i nostri consimili. Liberati, Donne e Uomini, in purezza, splendidi.

Dervisci rotanti, dervisci danzanti, dervisci galleggianti: dalla parola persiana darwish, per ancorarmi all’etimo salvifico. Appartengono all’Ordine Mevlevi, confraternita turca, ma i ‘seguaci battiateschi’ potrebbero darmi sonore lezioni, in merito. Il noto, notissimo rito è una vera e propria meditazione in movimento. La danza si chiama Sema.

Dal sufismo e dal maestro spirituale Rumi, nonché poeta visionario, avremmo molto, moltissimo da apprendere; permane un dubbio amletico: siamo predisposti, anzi, disposti, disponibili a intraprendere questo affascinante, faticoso, riformante itinerario spirituale?

L’uomo di Dio è, senza vino, ubriaco,
l’uomo di Dio è, senza cibo, già sazio.
L’uomo di Dio è pazzo e stupito,
l’uomo di Dio non mangia e non dorme.
L’uomo di Dio è re sotto il saio,
l’uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro.
L’uomo di Dio non è d’aria e di terra,
l’uomo di Dio non è d’acqua e di fuoco.
L’uomo di Dio è mare senza sponde,
l’uomo di Dio piove perle senza bisogno di nube.
L’uomo di Dio ha cento lune e cieli,
l’uomo di Dio ha pur cento soli.
L’uomo di Dio è per Realtà sapiente,
l’uomo di Dio non ha dottrina di libro.
L’uomo di Dio è oltre fede e non-fede,
l’uomo di Dio è oltre il male e il bene.
L’uomo di Dio è cavaliere venuto dal Nulla,
l’uomo di Dio è venuto su glorioso destriero.
L’uomo di Dio è Shams ad-Din nascosto,
l’uomo di Dio tu cerca e tu trova!

Questa è una delle più celebri poesie mistiche di Rumi e, non ci credereste mai, vi si possono trovare sorprendenti somiglianze con molti precetti, consigli (quanto mai energici), regole (o Regola, per essere fedeli alla filologia mistico religiosa) del tanto celebrato, decantato, invocato Santo di Assisi, Francesco. Nato Giovanni di Bernadone, in gioventù fu dissoluto assai, per redimersi da adulto, con una esistenza consacrata agli ultimi, poveri e lebbrosi in particolare, attraverso l’umiltà, l’obbedienza, la totale rinuncia ai beni e ai piaceri terreni, il faticoso lavoro materiale, la preghiera, il dono della pace, concesso da Dio.

Come rammenta il professor Alessandro Barbero, giunto all’epilogo del proprio peregrinare terrestre e dettando le sue ultime volontà, Francesco estenderà la sua benedizione a “tutti i frati francescani, anzi no, a tutti quelli che seguiranno le prescrizioni del mio testamento“. Una nuova Regola francescana, di fatto, un recupero totale dei valori spirituali delle origini.

Seguendo la Sema dei Dervisci o il testamento di Francesco, l’approdo sarà il medesimo:

diventare una goccia nell’infinito mare senza sponde.

Alla ricerca del tempo: ritrovato

Non sono Marcel, mi mancano i baffi a manubrio.

Per tacere della sua cultura, della sua sapienza tout court, della sua maestria letteraria. Della sua bicicletta.

Mi permetto, incauto, di scherzare: con i veri grandi si può.

Tra le innumerevoli sindromi, potendo optare, sceglierei la ‘sindrome di Proust‘ (da non confondere, con quella di Prost): gli stimoli sensoriali che mi accerchiano quotidianamente, hanno l’immenso potere di riattivare in me – come credo accada a ognuno di noi – reminiscenze che reputavo perdute. Invece, non per forza grazie al profumo di una madeleine, sono ancora presenti e costituiscono parte integrante, fondante della mia personale ontologia.

Se la bicicletta di Proust non è mai esistita come oggetto materiale, ha percorso spazi infiniti e aperto sentieri inimmaginabili, quale espediente letterario; la bicicletta consente di esplorare il mondo esterno, ma anche, soprattutto, il nostro mondo interiore, i nostri pensieri, consci o inconsci essi siano.

In questo periodo, ‘novembrata suprema‘ che ha rimpiazzato la leggendaria ottobrata (romana e non), pedalando senza affanni, sovente, mi accade di osservare le meraviglie terrestri attorno a me e rivivere, magicamente, letterariamente, fisicamente, le rituali, immancabili passeggiate che la Maestra delle Elementari organizzava per noi: appuntamento decisivo, per insegnarci a osservare le variazioni stagionali della Natura, per farci comprendere la necessità e la bellezza dei mutamenti, quanto la nostra presenza sia importante, ma connessa, inserita nei meccanismi naturali che, oggi, paiono separati da noi, talvolta minacciosi, addirittura letali.

Nulla è paragonabile all’ascesa a Madonna del Monte di Marsure: dona fatica fisica, ma impagabili sensazioni di gioia, libertà, purezza, valore intrinseco e non barattabile della memoria. Come se il fisico in salita, proiettasse l’anima verso l’altro, molto più in su, in dimensione metafisica.

Il tempo, lo spazio sbiadiscono, i muscoli tesi e doloranti si dissolvono, si concretizzano memorie antiche che permettono di varcare la soglia invisibile di riflessioni selvagge, non catalogabili, anticonformiste.

Non vergherò, né leggerò 7 tomi – come le sette stelle dell’Orsa Maggiore? – non ne ho la forza, la costanza, le capacità, culturali, motivazionali, ma non lo escluderei; in potenza. O desiderio recondito di formazione.

Mi accontenterei di occhi nuovi – o nuove, rivoluzionarie lenti, come ne Il nome della rosa – per scoprire, riscoprire, sottrarre alla polvere, implacabile, nuove terre; soprattutto, persone nuove. Abbiamo bisogno di una nuova umanità, per entrare, per fondare un nuovo, vivo, giusto ed equo Pianeta Azzurro.

Un’eresia, un sogno, una chimera, un progetto, attuale e realizzabile che incorpora tutto questo?

Scherzi delle biciclette, dei libri; la fiducia – mi assolverà Jean Paul Sartre – è come il sudore: si guadagna goccia a goccia, si perde a litri.

Per consolarsi, meglio abbandonarsi, ancora una volta, una volta in più, totalmente al flusso ipnotico delle parole, lasciarsi cullare e trasportare dalla corrente letteraria, non volere che il tempo della lettura abbia una fine, perché, come scrive Melania Mazzucco:

il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato“.

Poco lontano, ci siamo anche (ancora) noi.

Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

Insonnia

Sarà capitato anche a voi: rigirarsi, tormentarsi, non dormire.

Sentire nella mente, molto più che nelle orecchie, una specie di orchestra – da camera, certo – un miagolio polifonico. Esiste?

Vagliare ipotesi, accumulare spiegazioni logiche ferree, formulare fantastiche utopie con la certezza che ai primi bagliori dell’alba – nuova quotidianità incombente – evaporeranno come goccia d’acqua nel deserto di Atacama.

Rovente di giorno (40°), gelido di notte (5°); evaporare alla luce del Sole, ghiacciare alla luce della Luna: se solo noi fossimo ancora noi, almeno l’involucro.

Chissà poi perché smarrirsi in un’arida vastità cilena, ma, prima o poi, dovrò svegliarmi, anzi, abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, e lo scoprirò. In alternativa, chiederò informazioni, spiegazioni, chiarimenti. Ci sarà qualcuno, in questa veglia, apparentemente eterna.

Imbattersi – perché no? – in un lama, in una vigogna, magari in un fenicottero rosa e con lui dibattere su come contrastare, adattarsi in modo convincente e salvifico al mutamento climatico.

Tremate, tremate: le streghe son tornate. Da non confondere con: remate, remate, altrimenti saranno legnate. Nodose, sulle schiene. Streghe di Benevento, streghe di Todi, streghe lacustri di Barcis; non accreditate ‘ufficialmente’, ma che arti magiche avrebbero se la scienza le riconoscesse?

Le ho vedute, mi sono spaventato – mi hanno terrorizzato – , quindi (ergo, per le persone più coltivate) esistono; senza dubbio, senza inganno, tranne il loro. Ironico, metafisico, metà chimerico. Sperando infine che l’epilogo non sia identico alle povere streghe di Salem, la cui unica colpa era di essere donne, alternative.

Libere.