Arcipelago derviscio

Dovremmo essere come i dervisci turnak, navigare sulle nostre spine dorsali (auspicando ci siano ancora), navigare verso passioni condivise, per trasformarle in azioni e, infine, per diventare davvero liberi.

Navigare, puntando al largo dai nostri arcipelaghi abituali, incrociando le altrui rotte, studiandole, comprendendole, assimilandole, con scie circolari, sempre più ampie.

Una danza marina, collettiva, un rito purificatorio, di pace, di speranza, di varo dei progetti per un mondo nuovo: natura, società, economia. Finalmente consci di vivere sul Pianeta, ma di non esserne i padroni.

Né padroni della terra e del mare, né padroni di altri popoli, di altre vite; sorelle e fratelli con la stessa gioia di vivere, condividere, danzare.

Movenze ipnotiche, ruotando su noi stessi, in armonia con tutti gli altri, traversata mistica per ritrovare le nostre anime, disperate e disperse, per ammirare la Luce, la sua perfezione, la sua forza inarrestabile.

Diverse, infinite rotte per navigare verso quell’ineffabile vertice privo di coordinate fisiche, verso la trascendenza da sé, per poi tornare a solcare le acque terrestri, leggeri, senza some inutili e artefatte, pronti a servire le nostre consimili, i nostri consimili. Liberati, Donne e Uomini, in purezza, splendidi.

Dervisci rotanti, dervisci danzanti, dervisci galleggianti: dalla parola persiana darwish, per ancorarmi all’etimo salvifico. Appartengono all’Ordine Mevlevi, confraternita turca, ma i ‘seguaci battiateschi’ potrebbero darmi sonore lezioni, in merito. Il noto, notissimo rito è una vera e propria meditazione in movimento. La danza si chiama Sema.

Dal sufismo e dal maestro spirituale Rumi, nonché poeta visionario, avremmo molto, moltissimo da apprendere; permane un dubbio amletico: siamo predisposti, anzi, disposti, disponibili a intraprendere questo affascinante, faticoso, riformante itinerario spirituale?

L’uomo di Dio è, senza vino, ubriaco,
l’uomo di Dio è, senza cibo, già sazio.
L’uomo di Dio è pazzo e stupito,
l’uomo di Dio non mangia e non dorme.
L’uomo di Dio è re sotto il saio,
l’uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro.
L’uomo di Dio non è d’aria e di terra,
l’uomo di Dio non è d’acqua e di fuoco.
L’uomo di Dio è mare senza sponde,
l’uomo di Dio piove perle senza bisogno di nube.
L’uomo di Dio ha cento lune e cieli,
l’uomo di Dio ha pur cento soli.
L’uomo di Dio è per Realtà sapiente,
l’uomo di Dio non ha dottrina di libro.
L’uomo di Dio è oltre fede e non-fede,
l’uomo di Dio è oltre il male e il bene.
L’uomo di Dio è cavaliere venuto dal Nulla,
l’uomo di Dio è venuto su glorioso destriero.
L’uomo di Dio è Shams ad-Din nascosto,
l’uomo di Dio tu cerca e tu trova!

Questa è una delle più celebri poesie mistiche di Rumi e, non ci credereste mai, vi si possono trovare sorprendenti somiglianze con molti precetti, consigli (quanto mai energici), regole (o Regola, per essere fedeli alla filologia mistico religiosa) del tanto celebrato, decantato, invocato Santo di Assisi, Francesco. Nato Giovanni di Bernadone, in gioventù fu dissoluto assai, per redimersi da adulto, con una esistenza consacrata agli ultimi, poveri e lebbrosi in particolare, attraverso l’umiltà, l’obbedienza, la totale rinuncia ai beni e ai piaceri terreni, il faticoso lavoro materiale, la preghiera, il dono della pace, concesso da Dio.

Come rammenta il professor Alessandro Barbero, giunto all’epilogo del proprio peregrinare terrestre e dettando le sue ultime volontà, Francesco estenderà la sua benedizione a “tutti i frati francescani, anzi no, a tutti quelli che seguiranno le prescrizioni del mio testamento“. Una nuova Regola francescana, di fatto, un recupero totale dei valori spirituali delle origini.

Seguendo la Sema dei Dervisci o il testamento di Francesco, l’approdo sarà il medesimo:

diventare una goccia nell’infinito mare senza sponde.

Alla ricerca del tempo: ritrovato

Non sono Marcel, mi mancano i baffi a manubrio.

Per tacere della sua cultura, della sua sapienza tout court, della sua maestria letteraria. Della sua bicicletta.

Mi permetto, incauto, di scherzare: con i veri grandi si può.

Tra le innumerevoli sindromi, potendo optare, sceglierei la ‘sindrome di Proust‘ (da non confondere, con quella di Prost): gli stimoli sensoriali che mi accerchiano quotidianamente, hanno l’immenso potere di riattivare in me – come credo accada a ognuno di noi – reminiscenze che reputavo perdute. Invece, non per forza grazie al profumo di una madeleine, sono ancora presenti e costituiscono parte integrante, fondante della mia personale ontologia.

Se la bicicletta di Proust non è mai esistita come oggetto materiale, ha percorso spazi infiniti e aperto sentieri inimmaginabili, quale espediente letterario; la bicicletta consente di esplorare il mondo esterno, ma anche, soprattutto, il nostro mondo interiore, i nostri pensieri, consci o inconsci essi siano.

In questo periodo, ‘novembrata suprema‘ che ha rimpiazzato la leggendaria ottobrata (romana e non), pedalando senza affanni, sovente, mi accade di osservare le meraviglie terrestri attorno a me e rivivere, magicamente, letterariamente, fisicamente, le rituali, immancabili passeggiate che la Maestra delle Elementari organizzava per noi: appuntamento decisivo, per insegnarci a osservare le variazioni stagionali della Natura, per farci comprendere la necessità e la bellezza dei mutamenti, quanto la nostra presenza sia importante, ma connessa, inserita nei meccanismi naturali che, oggi, paiono separati da noi, talvolta minacciosi, addirittura letali.

Nulla è paragonabile all’ascesa a Madonna del Monte di Marsure: dona fatica fisica, ma impagabili sensazioni di gioia, libertà, purezza, valore intrinseco e non barattabile della memoria. Come se il fisico in salita, proiettasse l’anima verso l’altro, molto più in su, in dimensione metafisica.

Il tempo, lo spazio sbiadiscono, i muscoli tesi e doloranti si dissolvono, si concretizzano memorie antiche che permettono di varcare la soglia invisibile di riflessioni selvagge, non catalogabili, anticonformiste.

Non vergherò, né leggerò 7 tomi – come le sette stelle dell’Orsa Maggiore? – non ne ho la forza, la costanza, le capacità, culturali, motivazionali, ma non lo escluderei; in potenza. O desiderio recondito di formazione.

Mi accontenterei di occhi nuovi – o nuove, rivoluzionarie lenti, come ne Il nome della rosa – per scoprire, riscoprire, sottrarre alla polvere, implacabile, nuove terre; soprattutto, persone nuove. Abbiamo bisogno di una nuova umanità, per entrare, per fondare un nuovo, vivo, giusto ed equo Pianeta Azzurro.

Un’eresia, un sogno, una chimera, un progetto, attuale e realizzabile che incorpora tutto questo?

Scherzi delle biciclette, dei libri; la fiducia – mi assolverà Jean Paul Sartre – è come il sudore: si guadagna goccia a goccia, si perde a litri.

Per consolarsi, meglio abbandonarsi, ancora una volta, una volta in più, totalmente al flusso ipnotico delle parole, lasciarsi cullare e trasportare dalla corrente letteraria, non volere che il tempo della lettura abbia una fine, perché, come scrive Melania Mazzucco:

il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato“.

Poco lontano, ci siamo anche (ancora) noi.

Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

Insonnia

Sarà capitato anche a voi: rigirarsi, tormentarsi, non dormire.

Sentire nella mente, molto più che nelle orecchie, una specie di orchestra – da camera, certo – un miagolio polifonico. Esiste?

Vagliare ipotesi, accumulare spiegazioni logiche ferree, formulare fantastiche utopie con la certezza che ai primi bagliori dell’alba – nuova quotidianità incombente – evaporeranno come goccia d’acqua nel deserto di Atacama.

Rovente di giorno (40°), gelido di notte (5°); evaporare alla luce del Sole, ghiacciare alla luce della Luna: se solo noi fossimo ancora noi, almeno l’involucro.

Chissà poi perché smarrirsi in un’arida vastità cilena, ma, prima o poi, dovrò svegliarmi, anzi, abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, e lo scoprirò. In alternativa, chiederò informazioni, spiegazioni, chiarimenti. Ci sarà qualcuno, in questa veglia, apparentemente eterna.

Imbattersi – perché no? – in un lama, in una vigogna, magari in un fenicottero rosa e con lui dibattere su come contrastare, adattarsi in modo convincente e salvifico al mutamento climatico.

Tremate, tremate: le streghe son tornate. Da non confondere con: remate, remate, altrimenti saranno legnate. Nodose, sulle schiene. Streghe di Benevento, streghe di Todi, streghe lacustri di Barcis; non accreditate ‘ufficialmente’, ma che arti magiche avrebbero se la scienza le riconoscesse?

Le ho vedute, mi sono spaventato – mi hanno terrorizzato – , quindi (ergo, per le persone più coltivate) esistono; senza dubbio, senza inganno, tranne il loro. Ironico, metafisico, metà chimerico. Sperando infine che l’epilogo non sia identico alle povere streghe di Salem, la cui unica colpa era di essere donne, alternative.

Libere.

Ceneri

Novembre incombe su di noi (molte nubi minacciose).

Mi correggo, si appropinqua: a falcate ampie e sicure.

Forse per questo motivo, mi sento κόνις, cenere; in greco antico (κόνις), sensazione – come direbbero i neo modernisti – contemporanea.

Siamo cenere, torneremo alla cenere: magari ce lo segniamo (previa gesti apotropaici), per non incorrere nella dimenticanza.

Il concetto è il medesimo –  cinis, cineris – ma la derivazione, se preferite, l’etimologia, è latina. Alla faccia degli zombi, delle lingue ritenute, incautamente, morte.

Cenere, quella sostanza polverosa grigia che si produce in seguito a combustione di legna, carbone, carta e altri, svariati, innumerevoli materiali. Bigio, cinereo (non cine reo), cenerino (non canarino): tonalità di colore che somiglia alla cenere, come i miei vetusti capelli.

Tra i sinonimi, cenerognolo che non è un nano o il compagno furfante che conduce alla rovina – ridurre in cenere, annientare – burattini lignei, eppure parlanti. Altresì, potrei citare un’altra variante, non troppo allegra, né ottimista: andare in cenere, in senso letterale e anche figurato. Del resto, secondo la fede che va per la maggiore, è la fine cui tutti siamo destinati.

Con esiti diversi, magari, eppure, tanto per citare un titolo letterario: la fine è nota.

Un’urna cineraria, ideale, metaforica, ci accoglierà tutti, tappa intermedia, forse, prima di spiccare il balzo verso nuove, sconosciute destinazioni, dimensioni.

Lungi dall’assumere pose da artista tormentato, esistenzialista e transalpino – qualcuno potrebbe rammentare uno spassoso numero di Gigi Proietti – urge digitare che la cenere in realtà si presta ad usi assai interessanti: fertilizzante naturale, repellente per insetti e lumache, coadiuvante per la pulizia domestica, oltre a essere ricca di minerali (potassio, fosforo – servirebbe a certe/certi smemorati selettivi), calcio), per nutrire le piante e combattere l’acidità del terreno.

Penso al clamoroso furto ai danni di Napoleone (“tutti i francesi sono ladri? no, Bonaparte“…), rettifico, del Louvre e penso che con la cenere, gli audaci ladri – Arsenio Lupin o Lupin III? – potranno lucidare l’argenteria. In alternativa, lasciare cenere da masticare, amara, alle disorientate forze dell’ordine.

Panna montata, per innervare autostima e forza d’animo, ma monta anche la nostalgia: che tempi meravigliosi quelli della Pantera Rosa e dell’ispettore Clouseau. Per tacere dell’eleganza naturale e della signorilità di David Niven.

In una società sempre più “militarizzata e finanziarizzata“, la bulimia da energia, ci colpisce come un ciclone e presto ci affonderà, definitivamente; ce lo spiega bene Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale, presso l’ateneo di Trento. Astrofisico, nonché divulgatore appassionato e accattivante, ci parla di tutto, dalla creazione fino alla probabile “morte termica del cosmo“. Se possiamo osare, ci parla anche della cenere che resterà di noi e dopo i nostri disastri. “Dietro ogni pensiero, dietro ogni emozione, dietro ogni flusso di coscienza esiste un flusso di energia“. L’approccio dell’accademico non si limita agli ineludibili aspetti pragmatici, ma è anche filosofico, con in mente il bene comune, come approdo finale. Chi controlla l’energia, controlla il destino stesso delle comunità umane, ma, forse, non si rende conto che le società possono collassare “se eccedono la capacità di carico energetico del proprio ambiente“.

Battiston ci ammonisce con chiarezza, senza ricorrere a frasi ammiccanti o ipocritamente ottimiste, edulcorate: “Dobbiamo riallinearci con i flussi naturali di energia – sole, vento, acqua – in sinergia con gli ecosistemi, senza più accumulare stock di energia antica immagazzinata nelle rocce“. Potremmo vivere armoniosamente, con la Natura e tra di noi. Presto, subito.

Riabilitata la cenere, sarebbe sempre l’ora di riabilitare il consesso umano, perché, antichi modi di dire a parte (“Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere“…), o meglio:

urge che il consesso umano si riabiliti da sé, prima di auto annientarsi, possibilmente diventando comunità cooperante e ‘trasformandosi’ da padrone a custode della Natura.

Qualcuno lo ha già detto e scritto.

Umanesimo estremo

Umano, estremista: sei il primo della lista.

Né insulto, né minaccia: viviamo già in un mondo complicato, da noi.

Si tratta della soluzione – non semplice, ma realistica, possibile, necessaria con urgenza – che gli esseri umani potrebbero, dovrebbero adottare per uscire dall’imbuto che conduce all’estinzione e, finalmente, camminare di nuovo in verticale, insieme, per rimirare le stelle, il Sole, l’intero universo. Averne finalmente cura.

Idea e parole del professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, storico collaboratore della rivista Altreconomia; perché svelare le magagne – per essere cauti – non basta più (non è bastato mai), bisogna fornire progetti, obiettivi, traguardi. Da raggiungere con fatica, passo dopo passo. Senza demoralizzarsi, senza arrendersi quando, come adesso, le avversità appaiono insormontabili, disseminate da ‘forze oscure’, dominanti e imbattibili.

Forze dominanti, certo, oscure non tanto: solo per chi sceglie di chiudere gli occhi o coprirli con le mani, ché le proverbiali fette di prosciutto costano troppo. Sono quelle che muovono i fili dell’economia globale , anzi ‘finanziarizzata’, o peggio ancora, militarizzata. Descrive bene gli effetti pratici di tutto questo, Stefano Massini con il suo trafiletto su Robinson; Marco Polo, 700 anni fa, si recava a Samarcanda, descrivendola “come una città magnifica, in cui convivevano saraceni e cristiani“. Oggi, l’avanzatissima Lombardia, è costretta a ‘importare’ personale infermieristico dall’Uzbekistan, perché dottori e infermieri indigeni fuggono verso mete estere, per ritrovare considerazione, dignità e salari decorosi. Si tratta delle famigerate ‘porte girevoli’ che costringono uzbechi, o brasiliani per citare altri alla affannosa ricerca di una vita decente, e lombardi – tutti noi comuni mortali, per sintetizzare – che si “inchinano”, volenti o nolenti, al mostro, all’idolo, al Leviatano: “Nostra Signora Economia“.

Questo è il punto centrale, anzi, il nodo gordiano che dobbiamo sciogliere o recidere. Un altro esempio, purtroppo lampante e tragico, è la vicenda che ha portato all’annientamento di Gaza: distruzione del territorio e genocidio del popolo. Mentre adesso i mostri, i criminali festeggiano e vengono osannati e celebrati da quasi tutti i media planetari – senza spendere una parola o illustrare una prospettiva per i sopravvissuti – noi tapini restiamo afoni, incapaci di sollevare un dito per proporre meditazioni che dovranno essere quanto mai, più che mai, approfondite e propositive.

Anche perché, altro pessimo segnale, molta gente, disinformata e traviata da un sistema mediatico servile, applaude i carnefici, gli stessi che, prima o poi, troveranno una ragione, magari partorita dall’idiozia artificiale, per sbarazzarsi di loro, eliminarli in quanto individui non graditi, oggetti ingombranti, inutili.

Dunque, la nostra risposta può essere solo una reazione: positiva, pacifica, riconciliatrice; elevando all’ennesima potenza la nostra umanità: dobbiamo evolverci, in fretta, da subito, diventando umanisti estremi. Non c’è altra via, nessun sotterfugio.

Umanesimo, sì; non possiamo certo aspirare a diventare novelli Socrate o Cicerone, né pretendere di ergerci al centro del Creato – ci siamo già troppo posizionati su un piedistallo di alabastro, senza essere statue scolpite da Fidia – ma esseri finalmente umani che abbracciano la coralità, la giustizia e l’equanimità in ogni settore, che riscoprono l’importanza fondamentale dell’istruzione per offrire alle menti orizzonti vasti e sconfinati, coltivare “la speranza che ispira l’azione” (virtuosa), agire per il bene comune per alimentare, senza fine, la speranza.

Vita e futuro: dobbiamo pretenderli – il pane e le rose – e il modo migliore non è restare inerti confidando nelle elites, ma costruirli da soli, cominciando dalla “risocializzazione delle persone, delle comunità, delle istituzioni“;

non c’è più tempo, non possiamo affogarenell’illusione di salvarci senza o contro gli altri“.

Serve una concezione globale condivisa dell’Uomo, dell’Essere umano; rammentandoci che l’Umanesimo “ha una tradizione vecchia di duemilacinquecento anni, e che ha avuto esordio con i profeti nel mondo occidentale e con gli insegnamenti buddisti in Oriente. Quali sono i principi fondamentali di quest’umanesimo? La concezione può essere così sintetizzata: uno, fede nell’unità della specie umana, in quanto non v’è nulla di umano che non sia reperibile in ciascuno; due, accentuazione della dignità umana; tre, affermazione della capacità di autosviluppo e auto perfezionamento dell’uomo; quattro, importanza attribuita alla ragione, all’obiettività, alla pace“.

Lo scrisse Erich Fromm, psicologo, psicoanalista, filosofo tedesco, nel 1971, nell’opera Dalla parte dell’uomo; nel millennio passato.

Sperando non sia, non diventi:

il nostro epitaffio.

Il Sole sulla Terra

Se potessi avere mille lire al mese.

Chi ha tanti soldi vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta (sotto testo, per rimarcare il concetto: viva i soldi).

Grave forma di sindrome nostalgica? Improvvisa epidemia individuale – esiste? – di materialismo sfrenato, stile anni ’80 del 1900?

In verità (senza superbia, anche per non incorrere nelle ire divine), le soluzioni che cerchiamo per produrre sempre maggiore energia, per un consesso umano dipendente sempre più dall’elettricità, suoi derivati, consimili, sono tutte costosissime e per implementarle, metterle a regime, alimentarle, servirebbero altre, svariate, miriadi di vagonate dei “beneamati soldi“.

L’auspicio generale – o meglio, delle persone di buona volontà – è che queste energie potenziali (al momento) siano davvero ecologiche e ci permettano di abbandonare definitivamente quelle derivate dai letali idrocarburi; in aggiunta, dettaglio non trascurabile, conoscendo le pulsioni della bestia umana, che non inneschino nuove guerre, armate e/o economiche, diverse facce della medesima oscura medaglia.

Ci si avvinghia a tutto per individuare fonti pulite e sostenibili, per davvero, non come le cianfrusaglie inquinanti proposte in modo invasivo dalla reclame, in ogni momento, per ogni dove; alziamo gli occhi verso il cielo siderale e proprio negli astri poniamo, riponiamo nuove speranze; sembra di essere piombati in un anime avveniristico, ma si tratta della nostra ardua realtà.

La direttrice dell’istituto di fisica del plasma Max Planck, in Germania, è la studiosa statunitense Rachael McDermott; ospite illustre di BergamoScienza, ci fa sognare con le sue parole, chiare e lucide, lontane dal lirismo della poesia, pragmatiche eppure poetiche: “Esiste speranza nella fusione nucleare tra due nuclei atomici, come avviene nel cuore delle stelle“.

Per proseguire con gli afflati poetici, potremmo osare e dire che stiamo cercando di “produrre il Sole sulla Terra“; la fusione nucleare tra due nuclei atomici leggeri origina un terzo nucleo atomico più pesante, che rilascia energia, il plasma. Capire come ‘imprigionare’ questa energia e come renderla disponibile per le nostre ‘affamatissime’ reti elettriche è la missione che l’istituto Max Planck si è dato.

Oltre ogni altra considerazione, permangono due ordini di problemi, enormi: il costo per la realizzazione del progetto, decine di miliardi di euro, e i tempi di realizzazione, dieci anni per riuscire a compiere il primo, accurato passo, venti per l’implementazione vera e propria del programma. Intanto, si sa, alcuni privati, ingolositi dai possibili risvolti lucrosi, spingono sull’acceleratore, disposti a correre anche quei rischi fatali che “un istituto pubblico non può concedersi“.

Proseguendo nella sua analisi, la professoressa McDermott utilizza un’altra immagine molto esplicativa: “Per ottenere la fusione tra due nuclei servono tre cose: la giusta densità, la giusta temperatura e il fatto di mantenerla abbastanza a lungo da sfruttarla. Per quanto riguarda i primi due passaggi non ci sono soverchi problemi, il terzo rimane invece complicato. Come un caffé caldo si raffredda velocemente una volta versato nella tazzina, anche per il plasma tornerebbe utile un thermos. Ecco, ci servirebbe un thermos migliore di quelli di cui disponiamo ora“.

Una volta fatto tutto questo – uno scherzetto, in fondo – giungeremmo (meglio, l’umanità riuscirebbe) a produrre l’agognata energia pulita, di cui siamo assetati come dispersi nel deserto del Sahara; la fiducia della studiosa nella fisica del plasma è però incrollabile: “Noi speriamo di contribuire per il 20 per cento del totale del fabbisogno, grazie alla fusione nucleare“.

Noi poveri bipedi, frastornati più che mai, sballottati tra conflitti, interessi impuri dei vari plutocrati, diritti democratici avversati e maltrattati da più parti (anche insospettabili), ci affidiamo al cuore buono delle stelle;

confidiamo, anzi, che le stelle prendano con la massima urgenza nel cuore i nostri bisogni fondamentali:

non solo quello dell’energia.

Shooting Star

Ready, my UFO robot in the space
(Pronto, il mio ufo robot nello spazio)
And change your body in your face
(E cambia il tuo corpo nel tuo viso)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)

Fly my UFO robot in the sky
(Vola, il mio ufo robot nel cielo)
Against the monster of the night
(Contro il mostro della notte)
My UFO robot in the sky
(Il mio ufo robot nel cielo)
My UFO robot in the sky (Il mio ufo robot nel cielo) 

Testo: Luigi Albertelli; Musica: Vince Tempera; Basso: Ares Tavolazzi

Essere un dio greco, ma, pedalando sulla pedemontana, immaginare di tramutarsi in Ares.

Ares, altra divinità dell’Olimpo, figlio di Zeus ed Era; bellicoso e ribelle, cacciato dal consesso divino dopo essere stato sorpreso in attività fornicatrici con Afrodite, decise di ritirarsi in Tracia, limite estremo della Grecia classica, ritenuta terra abitata da genti barbare e spesso animose.

Ares, non solo violenza e continue gazzarre, anche poesia, musica, gioia e rivoluzione. Stagioni memorabili, indimenticabili, con un basso – strumento musicale, per fugare eventuali maldicenze – nell’Area del rock d’avanguardia, rock sperimentale, rock progressivo, con l’obiettivo dichiarato di “superare l’individualismo narcisistico, per giungere a una musica totale, di fusione e internazionalità“.

Incontrare un altro ellenico, di nome Demetrio, dio della voce e di tutti i linguaggi arcani e magici che nella voce si mimetizzano; imparare da lui, grazie a lui “a coagulare diversi tipi di musica – jazz, pop, mediterranea, mediorientale, elettronica e contemporanea – , per giungere all’abolizione delle barriere tra musica e vita, per trarre spunti dalla realtà, dalla strada“.

Pedalare, rigorosamente in salita – ascese a qualche monte ventoso – e immaginare un bimbo degli anni ’70, del secolo scorso; un bimbo rapito, in senso buono, dai suoi primi, sconfinati sogni, completamento perso nei suoi sogni, così vividi e concreti da tramutarsi nella sua realtà quotidiana.

Nell’appartamento dove viveva quel bimbo, assieme ai suoi genitori, c’era uno sgabuzzino, minuscolo e buio – oscuro? – che conteneva però un piccolo armadio misterioso; era, per chi lo sapeva riconoscere e attivare, un varco dimensionale che permetteva di volare nelle immensità astrali dello spazio, nelle ere temporali più varie e impensabili, da mente umana raziocinante.

H: controllo di essere da solo, i miei genitori dovrebbero ancora essere impegnati in ufficio. Con cautela e circospezione mi avvicino allo sgabuzzino e poi entro deciso. Mi chiudo la porta alle spalle. Esso è qui, lo so, lo percepisco. Non la sua struttura fisica, materiale, ma il suo potere. Mi lascio fagocitare e trasportare nello spazio. Freddo, buio. Poi, appaiono puntini luminosi, un mulinello iridescente, nuvole gassose nivee, corpi celesti sconosciuti (immaginari? no, li vedo, sono a poca distanza da me). Lentamente, la temperatura è divenuta gradevole. Vortici di luci caleidoscopiche, sensazione di leggerezza, incorporeità, di fusione con l’universo, con i suoi mondi più lontani.

H: avverto dei suoni. Non rumori dissonanti occasionali, ma una vera e propria musica, una melodia affascinante, ipnotizzante, conducente (che conduce, instrada, che guida): Una musica nello spazio, attraverso lo spazio, dallo spazio, elemento edificante, cullante, protettivo. Curioso, so per istinto infantile che è stata creata, composta, assemblata da tre terrestri per narrare, svelare, disvelare l’odissea spaziale di Duke Fleed, Actarus, se vi garba di più. Non so come sia possibile, ma io vedo e provo gli stessi sentimenti del Principe che comanda il robot (Goldrake), potente macchina da guerra, eppure straordinario strumento e simbolo di pace.

Auguri, usanza molto terrestre (oggi, ne abbiamo necessità, più che mai) per il tuo primo mezzo secolo di vita – almeno, secondo i nostri parametri – e, come direbbe il buono e saggio Nonno Ermes, “cosa sono 50 anni, al cospetto dell’eternità?“.

Tu continui a volare nello spazio lassù, sempiterna sentinella contro il mostro della notte;

quaggiù, ho il vago sospetto, emulandoti, toccherà a noi ridare vita ad una società planetaria, finalmente umana e pacifica.

L’isola di ieri

Se io fossi un’isola, dell’Oceano: Pacifico.

Pacifico, nome del mare e pacifico: lo scribacchino virtuale.

Soprattutto, coltiverei la speranza di suscitare, in un modo o nell’altro, prima o poi, la curiosità di Hugo Pratt; alleverei la fondata speranza di essere scenario per una delle avventure di Corto Maltese, gentiluomo di mare atemporale, mai separato o indifferente d/al mondo.

Se io fossi un oceanista – oceanologo? – antropologo, o viceversa, non solo potrei piacere all’Autore veneziano, ma (chissà…) potrei avere gli strumenti immateriali per capire meglio, di più la storia degli uomini, delle genti, dei popoli di mille colori in questa immensa porzione di Pianeta.

Se lo fossi – o studiassi con impegno per diventarlo – poi mi piacerebbe cambiare nome, adottare quello di Favole o Aria; Favole nell’Aria che si traducono nella realtà, che si trasformano in realtà e salvano gli Oceani, i mari, la Terra, i Popoli.

Oso troppo? Sogno, però forte; non esistono utopie, ma progetti e cooperazione.

Come Corto, mi illudo di poter salvare il mondo? Solo me stesso, però, da quanto ho capito – sempre troppo tardi, sempre troppo poco – insieme agli altri, perché “nessun uomo è un’isola“. Forse, un’asola.

Per chi suona la campana? A morto, per noi, intesi come umanità. Ernest Hemingway utilizzò questo celeberrimo verso di John Donne (parole già scelte dal monaco scrittore Thomas Merton, quale titolo di una sua opera letteraria) come epigrafe per il romanzo, divenuto anche una pellicola di successo mondiale. La morte di un soldato in guerra – oggi, costretti ancora a parlare di conflitti e loro conseguenze – è una tragedia individuale e familiare, ma in realtà coinvolge e colpisce l’intero consesso civile del pianeta.

Come scriverebbero quelli bravi (non di don Rodrigo): tutti gli uomini sono interconnessi, interdipendenti spiritualmente tra loro. Anche se non lo percepiscono, o credono con fermezza il contrario.

Lo sanno molto bene, dolorosamente, amaramente le persone che vivono nell’area dell’Oceano Pacifico, che appartengono a quelle culture variegate ma concatenate; lo sanno perché sperimentano sui propri corpi il rischio di annichilimento, non solo del patrimonio di conoscenze, ma la scomparsa delle loro case, delle loro isole, a causa degli effetti devastanti della crisi climatica. Più, tutto il resto. Anche se, per qualche testa d’uovo (con rispetto scrivendo, nei confronti dell’uovo), si tratta di una truffa.

Immergersi al mattino da una battigia, ancora integra – o quel che ne rimane dopo i frequenti cicloni – , e imbattersi in gigantesche isole di rifiuti di plastica, è uno scherzo? Ai posteri, l’ardua sentenza; avremmo detto e scritto un tempo, oggi auspichiamo ai posteri di poterci essere: dopo di noi, dopo i nostri disastri.

Corto Maltese cominciò da questi mari il suo viaggio (1967, Una ballata del mare salato), e viaggia, naviga, si avventura ora, lottando insieme a noi, senza sosta, né intenzione alcuna di concedersi requie.

Come gli indigeni decisi a battersi per una giusta causa comune, per un bene grande: salvare l’identità locale, salvare le loro isole, nonostante l’inerzia di una comunità internazionale che latita sulle urgenti questioni climatiche; sono lungimiranti, previdenti e cambiano le rispettive costituzioni, introducendo il principio di uno stato “che continuerà a esistere anche privo di un territorio fisico“. Per capire la predisposizione d’animo e la forza morale di queste genti, basterebbe riflettere che qui gli studenti, dalle isole Fiji, intentano cause legali per ragioni climatiche alle Nazioni Unite e alla Corte internazionale di giustizia.

Sogno o son desto?

Se io fossi un’isola – lungi dall’essere o trasformarmi in isolata – annuncerei al piccolo, vasto mondo che le popolazioni oceaniche sono in costante risveglio e indicano una via, un modello a quelle ancora dormienti o ipnotizzate; se fossi quell’isola, canterei al pianeta tutto che “l’oceanitudine (Hugo Pratt e Corto Maltese approvano, incondizionatamente) è uno spazio di connessioni“. Al bando, le involuzioni che stanno deturpando altre zone del nostro amato, unico globo.

Se fossi l’isola, annuncerei all’umanità: noi siamo forti insieme, noi siamo il futuro, perché “noi siamo l’oceano“.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.