RottAmiamoci

Pagina delle Attività, produttive ma sarebbe meglio fossero ri produttive.

A numero chiuso, ma il sapere è libero per Natura, libera la sua diffusione circolazione deambulazione condivisione. Ibridarsi ibernarsi pasticciare, meticciare dialogare confrontarsi comparare, contaminarsi – oops, inopportuno al momento? – con compari di merendine, di viaggio, anche di sistema, ma solare.

Nei nuovi café chantant – cantiamo di nuovo che forse ci passa – solo seduti, mediaticamente sedati, tres charmant, le sottosegretarie, alla Salute (qualcuno ha starnutito? ok, panico!), garantiscono: nel 2021, o giù di lì, anche costaggiù, di là, pompieri di Viggiù permettendo, il paese sarà in sicurezza; quale sicurezza, da chi o da cosa, soprattutto quale paese non è dato disponibile, ma calcolabile attraverso una complicata equazione quantistica, a variabili mutevoli, equazioni equatoriali, meglio un salto, quantistico, quantico con il Cantico da recitare a memoria, cantando sempre a squarciagola.

Anche 2021 è ingannevole: una data, un orario, cifre assemblate – sottolineo: assemblate – in apparenza a caso?

Siamo tutti nell’era EOL, End Of Life, obsolescenza programmata ragazzi, ma anche questa presunta novità è una bufala, andata a male, una farloccata senza Harlock, purtroppo: siamo, in quanto noi, cioè i bipedi originariamente africani, tutti nati con stampigliata nell’elica doppia, ma sincera, del dna, la data, questa sì chiara inappellabile incontrovertibile, di scadenza; quindi, ove risiederebbe l’elemento di cambiamento, lo scandalo?

Il Grande Cambiamento è già avvenuto, per mano nostra, nostra longa manus, Nostramanus, la bieca rapinatrice: la versione peggiore del Mondo, eppure ancora non ci basta, non capiamo, non vogliamo accettare che nell’esistenza la cretinata markettara no limits è solo chiacchiera e reclame: dovrebbe invece diventare imperativo categorico di ognuno, stabilire a priori il proprio limite da non oltrepassare, la propria regola aurea da non infrangere, per non distruggere le nostre vite, quelle di chi condivide con noi il passo, la Vita stessa sul Pianeta.

C’è il Natale anomalo o animale 2020: la saturazione dell’aria non da ossigeno, da inquinanti, è fuori controllo, ma guai a bloccare traffico a motore o aziende criminali, perché il pil – tra l’altro rimasto sempre costantemente a spasso senza mascherina – porello, ha patito troppo in questo ventennio sinistro, quindi, come già alcuni gaglioffetti di quartiere hanno esclamato, meglio qualche decesso (trattato sulla cloaca massima?) che arrestare ancora una volta in diretta e con tintinnar di manette il mercato globale; ormai bonsai, però globale tiranno padrone; il liberismo è nudo, un Piccolo Principe dovrebbe svegliarci dall’incantesimo.

Ormai, anche il mercato dei rimedi e delle pandemie è saturo, satollo atollo, esploso; ogni prodotto è così obsolescente impudente marcescente: non fai in tempo ad acquistarlo che ti ritrovi smartphone e tablet invasi da mail ricattatorie, per costringerti a scaricare l’upgrade al livello seguente, o sarai bollato bollito sbolognato come paria della società.

Hey Lorna, un programma politico finalmente ad ampio respiro e larga visione, firmato dell’intellettuale vignettista Bucchi: è urgente rendere le macchine autonome, prima della scomparsa dell’uomo.

Anti anti vigilia, o Bora Bora, o bora o Barcolana:

ci salverà davvero il grande grande grande piano pandemico Marshall (faccio forse commistione con il West?), quello aggiornato con il copia e incolla: piano senza forte del 2020? Acqua, in attesa dell’Aquarius. Forse il falso piano del 2006 che poi era stato ricalcato con carta carbone da un ciclostile carbonaro del 1984? Fuochino focherello birbantello.

Il vero piano anti pandemico, quello del 1848, contenuto nel caro vecchio Statuto, Albertino (il Re, non il dj).

Nel caso, andrà bene anche il codice di Khammurabi – leggerlo, una vera Babilonia – o per i più disperati, Da Vinci/Dan Brown.

O si trattava del codex Kammamuri? Misteri, della giungla umana.

Klaus in The Sky

Pagina Bianca della Neve, che non c’è; ma i mutamenti climatici non esistono e poi abbiamo altri negazionismi di cui occuparci.

Abbiamo scoperto tutti i segreti del miracoloso rimedio taumaturgico, così segreti che dietro cospicuo opportuno compenso, li riveleremo in via esclusiva a tutti coloro che ci pagheranno: con un leggero contributo aggiuntivo, in omaggio l’ampolla fescion – anch’essa esclusiva, disegnata dall’Influenzata di turno – per conservare l’ambito elisir, di lunga Vita.

La vita si allunga con modi e metodi poco ortodossi e se non li trovi nei dossi dell’orto, forse non sono stati approvati da Madre Natura; campare 100 anni non è più un vago miraggio, anche senza bere birra spumeggiante – meditate Gente, meditate – ma la salute resta la più importante; come dicevano i saggi proverbi o i proverbi dei Saggi, basta la Salute… Avercela, Signora mia.

Peccato che i frigoriferi necessari alla conservazione del Rimedio scarseggino o siano di scarsa qualità: sarebbero tornati buoni anche per la conservazione delle salme, nell’ipotesi remota che gli esperimenti all’interno del gabinetto dei Dottori Caligari&Jekyll, nuovi probiviri del CTS, sortissero effetti negativi e/o fallimentari; salme che resterebbero in attesa dello Sci-a-Mano – senza neve, sarebbe andata bene anche quella come metodo conservativo, soprattutto per la Pozione gallica da somministrare alle vecchie generazioni – capace di rigenerare Tutti, a partire dai Cervelli in Fuga; il blockbuster di Natale più scaricato on line, quello più gettonato (dovrei scrivere ‘laikato’) del Mondo. Confidando nel ricongiungimento familiare tra Andromeda e la Via Lattea, tra soli 5 miliardi di anni, ma si sa, la Pazienza è virtù teologale regale regalo da impacchettare per l’intera Umanità.

Pedanteria analitica imporrebbe di denunciare anche la mancanza degli a-Detti – non digitiamo parole arCane; no, certo, arCane nun je scrivo mai, più vero er contrario – ne servirebbero circa 15.000, senza pignoleria, senza pigne in testa e purtroppo anche con penuria di pinoli; chiedo, senza polemica: perché non assumere finalmente i Cyborg della Asimov Generation, ne hanno viste di tutti i colori, compresi quelli delle 20 Regioni e poi, dai tempi gloriosi di Blade Runner, hanno smesso di sognare Pecore Elettriche. Oggi meriterebbero l’agognato contratto a tempo illimitato, con precedenza in graduatoria ai Punk Cyborg e a quelli che negli anni ’80 dell’archeologico 1900 cantarono insieme a Nico Fidenco.

Anche Erminio ‘Pepe’ è uscito dal gruppo, ma la corsa dei Dik Dik Madoqua nelle vaste praterie africane non si estingue, la memoria resta, così come i Viaggi dei Poeti, infiniti per definizione e propensione.

Mono tono, mono audio, mono tematico, speriamo mai Monastario nemico giurato di Zorro, ma il tema del giorno, anzi del mese rimane il Natale: urlare può riscattare l’anima dal torpore, ma l’urlo deve essere come quello di Tarzan delle Scimmie, in caso contrario, non funziona.

Non lamentiamoci degli attentati alle libertà umane e costituzionali, il governicchio, per tenerci allegri e fiduciosi, ci ha inventato i Giorni Colorati.

Oh, per rendere davvero psichedelico l’alieno Natale 2020, più che dosi di rimedio, sarebbero indicatissime dosi di LSD, magari consegnate al Popolo in modo capillare dai Droni Renna.

Santa Klaus in The Sky, with Diamonds.

p.s. Esagerando: colonna sonora La Canzone delle Giostre, I was made for lovin’ You, tanto se dobbiamo restare mascherati anche in casa, meglio farlo alla grande. KISS

Atomica, Rossa

Pagina Rossa, di vergogna o voglia di Natale (-7, per pignoleria).

Rossa com’era la Passione o il Peccato docg denominazione di origine controllata e garantita, rossa, come i conti in passivo del paese che mai si decide a fare i conti: con la propria coscienza, di solito, sporca.

Italia in rosso, così, se il Babbo nordico arriverà, almeno cromaticamente non ravviserà mutazioni. Zona rossa, lanterne rosse, rosse case chiuse; blindate isolate, ermeticaMente (e se lo scrivo io).

Comunque, possiamo stare tranquilli, ci hanno garantito non solo che il governicchio non cadrà – non era già stremato? – ma, addirittura, pensa; il governetto pensa, finalmente una notizia da prima pagina, antiche nove colonne: quali siano i frutti di tutte queste elucubrazioni circonvoluzioni evoluzioni circensi, non è dato sapere. Del resto, siamo o non siamo la Penisola, isole comprese, dei misteri irrisolti?

Sanzioni ai cattivi, una pura formalità: non siate ingenui, mentre noi ci dilaniamo con dotte dissertazioni da buonisti, tutti gli altri ci superano in curva – tipo Il Sorpasso, compreso l’epilogo – e realizzano incassi da ‘la capagira’, continuando a intrallazzare, a vendere armi, a sversare rifiuti tossici sotto i piedi dei poveracci: tanto, tra morire di fame o di libero mercato, meglio se, nel frattempo, i soliti noti, anzi famigerati, non più sospetti, ma rei con fessi, si arricchiscono ancora un po’.

Pagina della Dama Rossa di Fausto Coppi, scandalo nelle quiete vite degli italiani, tutti casa (sempre chiusa, meglio rammentarlo) e chiesa (…) del Mondo Prima, cittadini pii, come da pollaio del fu Principe di Metternich; ora che metto meglio a fuoco i colori, la Dama di Coppi era Bianca. Comunque, con una dose minima, assai economica, di chinino di china di coca cola, avrebbero potuto e dovuto salvare il Campionissimo.

Rossa Enciclopedia, quella che tenta di contenere comprimere comprendere l’intero Alfabeto Simenon; letteratura alimentare enorme variegata onni gustosa, centinaia di romanzi e racconti, di tutti i generi, generosi con i lettori, mentre lo Scrittore nella teca di vetro sul tetto del Rosso Mulino delle Tentazioni – si può ancora scrivere: che gambe, quelle Ballerine? – solo con i suoi occhiali, la sua pipa, la sua macchina per e/o da scrivere, osserva con sguardo ironico e disincantato il mondo, con spirito da entomologo socio antropologico; fuori dall’antro, dentro la Vita.

Rosso di sera, rosso infuocato, arancia rossa siracusana, bel tempo Kalimera, salentina ellenica. Buongiorno o Bella Contrada, si spera, anche se, come da atavica lezione, la Dea Speme non rappresenta il massimo dell’affidabilità e spesso fugge.

Rossa Rossana, cugina splendida e tentatrice, a Tua insaputa, sei dolce bella croccante come una caramella dall’elegante confezione; al fin della licenza, la punta del mio naso – che mi precede e preannuncia – per un Tuo bacio, giuro che non apostroferò più alcuno, nemmeno a fil di penna.

Gli Uomini Rossi erano davvero liberi, una nazione aspra ma con regole giuste, beati territori di caccia, nei Cieli, ma per vivere in pace santa, finalmente.

A proposito, lo sapevate che Emilio, Conte di Roccabruna, signore di Ventimiglia e di Valpenta, aveva un fratello che si faceva chiamare Corsaro Rosso?

Cappuccetti Rossi – non quelli spregevoli dell’Alabama – quelli alternativi, del meraviglioso Cous Cous Clan, rosso ClanDestino, giusto per rammentare a noi stessi che non esistono esseri umani illegali.

Tutto è relativo, anche il Rosso. ReAttivo, meglio un monarca impegnato di un ReAttore, ché poi non si sa mai come finiscano certe recite e soprattutto certe scorie.

Da ragazzino sognavo l’Atomica – non quella del film di Kubrik e del Dottor Stranamore – l’Unica Vera Irresistibile Gilda (non nel senso delle Arti e dei Mestieri, o forse anche): Rita Hayworth, la Latina Regina di Hollywood.

Just around the corner, Remember the promise You made: a mezzanotte va la Ronda del Piacere – più o meno dannunziano – a mezzanotte sai che io ti penserò.

Ah no, quella girovagava nel Mondo Prima, oggi serpeggia quella dei vigilantes anti assembramento, anti fughe dagli Alcatraz regionali.

Allarme: rosso, va da sé. Occhio ai vecchi trucchetti di Madre Natura.

Torna, Atomica, torna e coroneremo il sogno di vivere, insieme, nel Giorno Dopo:

ballando il Flamenco, mangiando fragole non più rosse, bionde.

Sweet Dreams, Annie

Pagina Bianca della nuova società del rischio.

Risiko? No grazie, giochino lemma termine ormai svalutato, causa improprio uso mediatico, di solito ad minchiam, con tante scuse al sacro totem della Fertilità.

Società dei magnaccioni, società dei magnaccia, società del rischio – Rischiatutto, signora Longari – o società a rischio per decesso dei neuroni? Mai tanti neuroni caduti al fronte dal lontano… non saprei indicare una data certa, incerta, casuale, affidiamoci all’aglioritmo, forse almeno potrà scongiurare l’invasione dei vampiri, assetati di materia grigia, già schierati alle porte delle città; auspicando che non sia qualche borgomastro in crisi d’astinenza da sondaggi positivi a consegnare loro le chiavi, in pompa magna, senza illusioni allusioni vietate.

Società liquida – talvolta, gassosa – se tutto e tutti scorrono, soprattutto via, anche questa beata società, morbosa ammorbante zeppa di morbi – vacanze di Natale 2020 all’insegna del ‘morbi e fuggi’ – (fondata e affondata a mia insaputa e senza il mio nome) presto scivolerà nelle tubature dei lavelli, sarà sgorgata da qualche nerboruto mastro mostro lindo, Lindo Ferretti però, e finirà nei 7 Mari, inquinandoli ancora di più.

Sweet Dreams, mia cara diva Annie; l’Euritmia è una filosofia, una scienza, un’arte, tutto questo insieme, inscindibilMente? Società dei 5 sensi? Magari. Ne cerchiamo una iper super sensoriale o extrasensoriale perché non sappiamo vivere in questa? I sogni ci usano per loro diletto o nel letto notturno li maltrattiamo? Chi sono io, marinaio e gentiluomo di vaga fortuna e soprattutto d’acqua dolce, per essere in disaccordo con la materia di cui sono fatti i sogni?

Tutti sembrano alla ricerca di qualcosa, ma servirebbe Maigret per capire cosa, tra un calvados e una nuvola di pensieri dalla sua pipa.

Il proverbiale scemo del villaggio globale invece di raccontare fanfaronate agli amichetti all’osteria – forse era già chiusa per coprifuoco – come eruzione vulcanica, incontenibile, ha sparato la sua opinione: in nome della superiorità dell’economia, apriamo tutto, se qualcuno morirà, pazienza. Il famigerato mercato, quello che non si auto regola mai; il fenomeno in questione per legge del contrabbasso dovrebbe essere costretto a emigrare in Uganda, per guardare negli occhi i bambini e i genitori di quel paese, per constatare di persona gli effetti del suo mercato, al netto del coronavirus.

Come direbbero nell’Urbe: tanti cari auguri e se entro il 25 non ci vedremo più, speriamo sia per colpa tua.

I balconi e le terrazze italici avevano sentenziato, tra un canto e una preghiera – a proposito, anche San Gennaro s’è stufato e senza ristoro non concede più miracoli – che ne saremmo usciti migliori;

certo, non sarebbe stata un’impresa fatica conquista erculea, al momento, in bilico tra un sereno Natale, blindato e una minaccia da terzo tsunami virale, angosciati interroghiamo Margherita, o anche volentieri il Suo Maestro, Cocciante:

ne usciremo?

Magari per tornare a colorare i muri, raccogliere nuovi fiori.

Lazzaroni di latta, Salvatrici inconsapevoli

Pagina del Re Lazzarone, forse un tantinello criminale, ma in fondo nel fondo chi non lo è, in dosi variabili.

Non sarete prevenuti nei suoi confronti? Non vorrete discriminarlo solo perché è un povero Borbone?

Luce e Tenebra, sempre un ottimo tema, dagli albori dell’Umanità; testimoni e annunciatori di Luce, tessitori e portatori di Tenebra, cuori di tenebra, meglio non essere schizzinosi, visto il periodo; o tenebra o mores.

Voci nel Deserto: sono io, l’Eremita pazzo, o il Cavallo senza Nome?

Lazzarone, dicevamo: giovane discolo – discobolo di Mirò o Mirone? – scavezzacollo, qualunque cosa significhi; bande di lazzaroni, bulli ante litteram, o golosi biscotti del Mondo Prima, conservati in meravigliose scatole di latta. Biscotti da latte, da semplice sgranocchio, scottati due volte, come duplice è l’imperiosa scampanellata del Postino o del Cavallo di Troia.

Amico, credimi, attenua le amarezze della vita con un assaggio di amaretti, di Saronno, recapitati da un bastimento a vapore, ché anche Mickey Mouse cominciò come capitano di battello fluviale a vapore.

Vapore è il nuovo tag del secolo, fidati. Steam, so trendy!

La giovane Rachele salva uno sconosciuto, gettandosi senza esitazione sui binari mentre sopraggiunge un treno, poi con semplicità dice sottovoce: – Siamo persone, chiunque avrebbe fatto lo stesso.

Non credo, cara Rachele, ma è commovente pensare che Tu ne sia convinta, è commovente pensare al Tuo gesto d’Altruismo con il quale hai fornito nuova Luce, nuovo Valore alla parola Umanità; non hai salvato la vita di un Uomo, hai salvato e riscattato l’intero consesso umano. Sia lieve la Tua convalescenza, gioioso il Tuo Natale.

A proposito, forse nel Mondo Dopo, anno I, non leggeremo e canteremo sotto il vischio il Canto del vecchio, intramontabile Dickens, ma Tu, Rachele, ci hai donato una pagina nuova, un nuovo racconto degno di celebrazioni, degno di essere tramandato.

Se il Guru è un Maestro – di sanscrito (scritto?), ennesima lingua salmistrata, morta di fatto? – i discepoli, cribbio, dove si sono imbucati? Il mio banco, a rotelle, per un manipolo di discepoli.

Tutto è perduto, per primo il tanto chiacchierato onore e non credo sia possibile ritrovarlo al deposito oggetti smarriti all’arsenale di Venezia. Onore con onere della prova; legioni disperse, in rotta a rotta di collo, da quando l’occidente, quella cosa autoproclamata superiore, assegna medaglie d’oro a dittatori sanguinari, intrattiene amichevoli rapporti con famigerati criminali internazionali: ci saranno motivazioni, certo buone, ottime, recondite; condite molto condite di affarucci sporchi, unti, maleolenti di armi, gas, petrolio. Ammazza che novità, ammazza che progresso; peggio, il progresso che ammazza.

L’ex guru dell’economia, ormai più gulasch che guru, lo dice senza tema del ridicolo: l’Europa moribonda è capofila e modello della svolta ambientale che ha investito tutto il mondo. Lo dice Lui, non io. Svolta a destra, attenti a non finire di sotto dopo le colonne, in testa a Ercole – fumantino più di pria, o di Priamo, vedete voi – con queste terre così appiattite dalla stupidità, virale. Al punto, dopo il punto, di lodare le lordanti multinazionali dell’energia che avrebbero, a propria insaputa e in silenzio, ridotto moltissimo le emissioni di inquinanti. Troppo in silenzio, considerato che nessuno dei dirigenti apicali lo sa, troppo in silenzio per gente così discreta, abituata a varare una campagna mediatica globale per annunciare al popolo perfino il quotidiano, doveroso, auspicabile ricambio della biancheria, intima.

Meno male che Klaus c’è, magari non proprio Santa, ma Kinski. Aguirre che annuncia il furore di Dio, dopo i giorni del dolore saranno dolori con quelli dell’ira, perché stavolta ci aveva ordinato di mangiare a quattro palmenti, più e meglio della coppia istrionica Gargantua e Pantagruel, dall’Albero (sempre non sia stato abbattuto, nel frattempo) della Conoscenza, non per essere assunti, ma noi tetragoni cospirazionisti, niente, fedeli alla linea, la nostra: – eh no, esimio illustrissimo Padre supremo, ci hai buggerati già l’altra volta…

Ci resta Kinski, chissà che con Nosferatu Principe della Notte, non ci dica cu… ehm, non ci dica bene, o vagamente meglio: dal 2021.

Come fu che conobbi Rossi Rossi Rossi, in arte Pablito

Durante un controllo di routine, gli uomini dell’Arma restano stupiti, leggendo sulla patente di guida le generalità dell’autista fermato:

– Paolo Rossi? Ah, Lei è il fratello?

Basterebbe citare la battuta del frizzante Attore monfalconese, omonimo del Hombre del Partido, per capire quanto questo ragazzo, questo uomo dallo sguardo limpido, dal sorriso e dai modi gentili, sia entrato nella nostra coscienza collettiva, nella nostra identità popolare.

PaoloRossi lo rammento, bene. Pura gioia, lampi di luce e di calore, di un Azzurro così intenso che mai più si sarebbero ripetuti uguali.

Luglio 1982, un’Estate un Mondo fa e non c’erano che loro, i Ragazzi del Vecio Bearzot e un paese che all’improvviso riscoprì la voglia, la fame atavica di gioia, comune, spontanea, senza più odj, senza più paura di avere paura o vergogna di ballare, cantare, urlare, di essere semplicemente felici.

Felici di essere vivi, di ritrovarsi madidi scomposti abbracciati a degli sconosciuti, cui però le emozioni e l’empatia di quell’istante immenso avevano davvero magicamente attribuito la patente umana di fratellanza.

Ero un bambino di 12 anni, ingenuo e ricettivo, ansioso di scoprire, di fare parte di questa festa ampia, incredibile, mai vista: non una celebrazione come Natale e Pasqua, non un dì di festa, come l’ultimo di Carnevale o il compleanno, un fatto molto più grande, difficile da descrivere, eppure bellissimo, unico.

Vestito solo con dei pantaloncini rossi da spiaggia, una maglietta bianca balneare e sulle spalle un sacchetto verde, in plastica, di quelli della spesa nei supermercati delle località di mare: quella era la bandiera, infantile, dell’epoca, quella era la ‘divisa’ di riconoscimento e affermazione: esisto anch’io, sono un bambino italiano e sono fratello di quei ragazzi là in Spagna, sì proprio quelli, i figli di Papà Enzo, friulano come me, mia Mamma, mio Nonno.

Il calcio o giuoco del pallone faceva parte del mistero della vita, una di quelle questioni, anche un pizzico crudeli, in quanto afferenti agli enigmi adulti, per un ragazzino che ancora tutto doveva vedere attraverso i suoi piccoli occhi curiosi, ancora tanto, troppo doveva imparare e comprendere, se possibile.

I maschi di famiglia, il Papà e lo Zio materno, materno per parentela e vocazione, erano sicuri appassionati, ne parlavano, ne discutevano con foga, seguivano le partite domenicali e le vicende connesse, anche ‘l’eroico’ ciclismo e l’atletica leggendaria facevano parte del novero degli interessi sportivi; per me bambino, il calcio era solo Sandro Mazzola, “il figliuolo del grande, povero, indimenticabile Valentino”, con i suoi baffetti che lo rendevano simpatico, perché identificabile e con la fantasia assimilabile a Zorro e D’Artagnan.

Fu però durante quella febbre azzurra collettiva, durante quella pandemia nazionale di patriottismo, in senso buono nobile e senza militarismi o violenza, che il virus calcistico si inoculò nel subconscio, nell’organismo impreparato del dodicenne che fui.

C’era questo PaoloRossi, di cui in giro, per le strade, a passeggio, durante le spese quotidiane, in edicola, in spiaggia, parlavano tutti, anche le Nonne, anche i vucumprà che puntuali ogni anno tornavano dal Marocco con nuove mercanzie e nuovi figli e raccontavano le loro storie e giocavano con noi a pallone durante tramonti commoventi; sospetto che perfino gli animali domestici sapessero dell’esistenza di PaoloRossi;

PaoloRossi era nei pensieri e nei concitati discorsi del mondo intero del me dodicenne.

“Non è più lui, è stanco, è fuori forma, non si è psicologicamente ripreso dalla squalifica, con lui la Nazionale gioca in dieci…”

– mi chiedevo cosa tutto questo volesse significare.

Fu durante un solitario – chissà dov’erano finite la Nonna e le Prozie – incandescente meriggio televisivo, sdraiato a pancia in giù sul tavolo del tinello balneare, cercando in modo poco ortodosso e assai improbabile frescura e ossigeno puro, che conobbi il misterioso PaoloRossi;

non una folgorazione, ma l’inizio di un amore, quello vero, quello che si espande nei capillari con dosata, inesorabile lentezza e poi occupa l’intera persona, senza possibilità di reazione, di opposizione.

PaoloRossi quel giorno mi colpì perché, certo più grande di me, aveva uno sguardo da bambino buono e sincero, anche se vagamente triste o preoccupato per qualche ragione, che per istinto, lo rese affine, degno di diventare mio Amico, quasi un altro mio fratello, dopo Andrea, naturalmente.

Cominciai a osservare la partita, focalizzando l’attenzione su questo magrolino pallido, con il numero 20 stampato sulla maglietta azzurra, su spalle che sembravano troppo fragili per sostenere tutto quel Cielo, tanto che avevo la sensazione che da un momento all’altro potesse accasciarsi sull’erba del campo. Volevo verificare se tutte le parole, spesso cattive al limite della crudeltà che avevo ascoltato in quei giorni sul suo conto, fossero vere, avessero un riscontro nella realtà, anche se all’epoca i confini tra Reale Fantasia Sogno Immaginazione non erano mica così marcati, anzi.

Il realismo magico dei Fanciullini.

Era difficile individuarlo, sui teleschermi antichi, chissà se per oggettivi limiti dell’elettrodomestico, ancora in fase rudimentale, o per merito suo, di PaoloRossi, per qualche sua dote magica; scompariva, riappariva, poi quando c’era lui e tra i piedi o nelle vicinanze si materializzava anche quello strano oggetto sferico, con il nome di una danza argentina, si trasformava in una saetta, in una mangusta, tipo Rikki Tikki Tavi, quella della leggenda, veloce intelligente, così coraggiosa da affrontare e sconfiggere il terribile Cobra.

Pensai non fosse giusto, né corretto che durante la partita contro l’Argentina, si utilizzasse un pallone chiamato Tango che, nella mia testa, avrebbe certo favorito i sudamericani; ma PaoloRossi quel pomeriggio, caldissimo solitario travolgente, come solo una prova d’iniziazione può essere, non sembrava accusare né i sortilegi della sfera, né tutte le maldicenze delle settimane passate.

Era un ragazzo con l’argento vivo sulla pelle, agile, veloce; ogni suo movimento era sorprendente e sembrava creare scompiglio tra le fila degli avversari; non firmò nessuno dei due punti, realizzati dai suoi due amici Marco e Antonio, ma la sua presenza a me sembrò determinante, fondamentale, decisiva. Le sue improvvise corse in diagonale moltiplicavano i sentieri per i suoi compagni.

Centravanti era poi un’altra parola oscura, al pari della frase “meno male che abbiamo vinto, ma se un centravanti non segna mai… Con il Brasile, saranno dolori”.

Arrivò il fatidico appuntamento con la Storia delle Storie, con la Partita, la più esaltante e drammatica di sempre; io stavo giocando e nuotando nella piscina del residence, quando all’improvviso comparve mia madre, bionda giovane meravigliosa; concitata mi disse: “Esci, presto. Hanno già fatto goal!”.

Contrariato per il ritardo di quella chiamata, nonostante i precisi accordi e le istruzioni stabilite in precedenza, uscii in fretta dall’acqua troppo carica di cloro, imbronciato, anche perché temevo che il popolo dei Carioca avesse già dato il via all’irresistibile samba che pareva praticassero in ogni istante della loro vita, anche durante il sonno notturno.

Invece, mi trovai al cospetto di un’immagine nuova, la riproposizione di un fatto inaspettato e inusitato che era accaduto lì, o meglio allo stadio Sarrià di Barcellona, solo pochi istanti prima: quel ragazzo, PaoloRossi, correva da solo verso un imprecisato spicchio del campo, con le braccia al Cielo; questa volta aveva stampato in volto uno dei sorrisi più gioiosi e puri che mi sia poi mai capitato d’incontrare lungo il mio tragitto esistenziale.

Per la prima volta in quei torridi giorni, vidi il suo impareggiabile sorriso, non fu l’ultima;

lì cedetti definitivamente al sentimento, PaoloRossi era proprio mio Amico: guai a coloro che avessero di nuovo osato insultarlo.

Per gratitudine, come fosse un piccolo omaggio, dopo il 5 luglio 1982, inconsciamente decisi che, se per ventura, mi fosse capitato di giocare a calcio in una qualche squadra, avrei scelto, come numero di maglia, sempre e solo il fatidico 20.

Come ha scritto, in un mirabile pezzo, Emanuela Audisio:

Paolo, il ragazzo che senza strada d’asfalto, desiderava andare sulla Luna, ce l’ha regalata e con semplicità non ci hai mai chiesto qualcosa in cambio, o rinfacciato il dono.

Paolo Rossi, toscano di Prato, vicentino d’adozione, è come il Domani, un arco di Cielo Azzurro – quello di Paolo Conte – con bianche nuvole a formare il 20.

Il Domani, si sa, non muore, mai, come i Ragazzi e i Centravanti del Futuro.

Grazie Pablito: ahora y siempre, el Hombre del Partido.

’68

Pagina Bianca per rianimare richiamare riesumare il 1968.

Gentile coEvo ambientalista albionico, sarà mai davvero esistito? Un 68 nuovo di zecca, nuovi fermenti socio culturali antropologici, nuove fermentazioni, rivoluzioni umanitarie e non solo piroette ammaestrate su sé stessi.

Anche il 69 sarebbe gradito, non formalizziamoci sui numeri, sugli schemi, sulle formule ché anche quelle matematiche sono relative, geometrie esistenziali, variabili, aVarabiali, euclidee o meno.

Che Guevara de noantri, manifesti nelle tasche del fu eskimo, tra le labbra, cubani pestilenziali sempre smozzicati, con tutto il rispetto per Cuba, formidabili quegli anni, senza smentita incorporata:

– tanto i temi dei liceali li leggo a metà, a mia descrizione, la mazzetta dei quotidiani la leggo al bar (rassegna stampa proletaria, come esami universitari e spesa quotidiana alimentare) il resto è brutta copia e poi acqua sotto i pontili e gramigna nei fossati, sperando nel buon senso degli Alligatori; il sub comandante infausto era pronto prontissimo ‘pronterrimo’ alla partenza, in missione per combattere al fianco dei Campesinos, poi ha subito un grave infortunio, quel granello che inceppa i meccanismi della Storia e dell’evoluzione: ha scoperto all’improvviso che gli garbano assai la coca, cola, anche perché è dura sostenere la guerriglia zapatista in Chiapas, adora il Kashmir quello da indossare e non saprebbe rinunciare agli omaggi e al buffet gratuito, riservati agli ospiti vip nelle tribune d’onore degli stadi.

Cribbio, ho rimediato una figuraccia, però retorica.

Voglio evolvermi anch’io come le Elefantesse africane, sono mie sorelle, ne sono certo, capita l’antifona l’intifada l’imbroglio, hanno barrito in coro, altro che Sister Act:

– “!Ya Basta!”, stupidi infestanti parassiti pseudo umani, volete l’avorio delle nostre zanne? Noi ci mutiamo, da oggi nasceremo senza, quello che facevamo con i nostri uncini preziosi, lo faremo in altro modo.

Immaginazione al potere, Immaginazione nei dpcm, che già solo la sigla è asfittica nauseabonda male olente di stantia muffa mefitica delle paludi senza mangrovie, immaginazione materia obbligatoria, in ogni età in ogni tempo con ogni meteo; immaginare una nuova scuola o una Scuola nuova? Le due questioni si tengono a braccetto e non si elidono, speriamo non vengano eluse deluse cassate – non sicule – come sempre.

Una Donna presidente, finalMente: Fantasia.

Chiediamo ciò che ci sembra appare scompare ragionevole, l’impossibile.

Sognando immaginando non scarpe di plastica o iphone per navigare negli Oceani virtuali, forse diventeremo o torneremo uomini:

scriviamo racconti insonni in solitudine e poi riuniamoci nelle piazze per condividere, companatico letterario e pane di grani antichi, imparare di nuovo a sognare per essere grandi perché il gioco esige regole e i sedicenti adulti hanno smesso di giocare, seriamente come solo i Bambini del Mondo Prima sapevano fare.

Impariamo a non produrre più rifiuti, ad accogliere e mai sfruttare i rifiutati, minoranza ovunque, anche se composta da miliardi di Persone.

Il Mare e il Grano trionferanno comunque, anche se fra 15 anni, una volta estinti noi bipedi, sui social desertificati resteranno cronologie di eterne discussioni sulla necessità impellente di un un nuovo umanesimo, una nuova green blu revolution: senza semi di delirio e follia, il Domani non risorgerà più.

Caro Hermann, Tu che sai quanto la vera Vita sia una melodia di contrasti e differenze, Tu Lupo della Steppa osservi con stupito raccapriccio, l’insensato vagare delle mandrie umane.

Al 68 del Mondo Dopo, senza punti esclamativi interrogativi neri, solo con tanti zeri, diciamo addio al suo arrivo, forse soffriremo di meno al momento del congedo, se gelando di delusione, finirà inghiottito dai trend del momento, dal tag tematico dell’ultimo minuto. Ultimo, senza zona Cesarini.

Tag Sigh, non Miao, non Tao, non Friar Tuck.

Almeno Tu nell’Universo, Arcangelo Michele partenopeo, mettici forniscici una Pezza, d’appoggio o per coprire le vergogne;

sei Fratello del Diavolo? Non Ti crucciare, nessuno è perfetto.

Tra Cielo e Globot

Pagina del Cielo promettente, quando il Cielo promette, a differenza degli ominidi, tiene fede alla parola data.

Database data room data un’ipotesi e anche un’ipotenusa. Analisi dei dati e data news per data journalism, anche se a qualcuno garba di gran lunga di più il graphic, journalism&novel.

Flumen Naonis esonda, la sua schiuma non è quella della birra, Lui obbedisce al Cielo: onesto affidabile coerente.

Fede nel Cielo e nelle Nuvole, Ancille ancelle messaggere del Creato.

Alzare elevare invocazioni, giuramenti, solite solide (?) stolide promesse, ma anche palloni da basket e da volley, al Cielo, per svagare magari sviare Angeli, Dei, Eroi trapassati, tra passati e futuri, occhio all’incombente presente.

Presente! Chi c’è, c’è, gli assenti un tempo ingiustificati erano iscritti in contumacia dalla parte del torto; siamo tutti isolati, ma glocal/global, nolenti nolani volenti volani volanti, soprattutto impreparati all’arrivo degli eserciti dei Globot, evoluzione chissà quanto salvifica dei robot, subito adattati alla globalizzazione virale: non si ammalano, non protestano, non chiedono salari ferie premi di produzione tutela dei diritti – ne siamo proprio sicuri? – non si annoiano. Certo, magari nonostante le super intelligenze artificiali artificiose, poco artistiche non saranno mai campioni di creatività, empatia, simpatia, ma alle multinazionali piacciono proprio così.

Noia e Solitudine, in abbondanza: fossimo degni di certi nostri nonni e bisnonni, quelli che davvero hanno fronteggiato la guerra, sapremmo accoglierle come doni, per creare ricreare noi stessi e il mondo; ma si sa, le rivoluzioni oggi sono solo annunci virtuali via social, le riforme restano intenzioni poco pie molto pietose, soprattutto perché appare improbabile reperire, hic (salute) et nunc (occhio alla capa, spesso gira): Nuovi padri costituenti, dopo opportuna cura ricostituente.

Padri sempre più incerti, insicuri, poco adatti al ruolo, spermatozoi rarefatti (assembramenti vietati), depotenziati, in diaspora scomposta fuga, non si sa verso quale orizzonte inglorioso, non si sa verso quale vittoria.

Di palo in frasca, di palo in sesto, fuori sesto, spesso e volentieri, speriamo acuto;

Arte Illusione Vita, sinonimi a nostra insaputa, in ordine poco cronologico eppure alfabetico? Facce equipollenti della stessa medaglia piramidale?

Comunque, a mezzogiorno, pasta in tavola, la rivoluzione può attendere e la nuova costituzione universale, auspicabilmente risanata e finalmente robusta, potremmo farla scrivere a un panel di super Globot, non imparentati con Godot, anche perché altrimenti nemmeno il Cavallo – il quale sostiene di appartenere a Napoleone! – , della Rai, camperebbe più:

ignoranti, a digiuno, scevri di sacri principi, – tabula rasa – ma impostati in modo corretto, almeno non sbaglieranno i congiuntivi, non saranno colti da congiuntivite e miopie assortite:

forse assolveranno la piccola Umanità, con il condizionale.

300, Portoghesi, gialli

Pagina bianca domenicale degli Oporti aperti, mentre qui ci blindano, ci impongono – mani manrovesci regolamenti continui e mutevoli – ci controllano con droni killer e app scivolose, come capitoni riottosi alle tradizioni natalizie.

Oporti aperti mentre ci chiudono tassano tartassano le attività indigene, oporti aperti sì, ma solo ai portoghesi, i quali, per storica usanza o diceria, si sa, non pagano mai i biglietti d’ingresso.

Si potrebbero imporre balzelli balzelloni d’uscita.

Portoghesi come Yanez, le Roy vero: avercene; Porthos Athos Aramis filosofeggiano filo solfeggiano filo fraseggiano sul senso della vita e sulla Vita come segno – anche di spada e cappe di antiche cucine, certo – , mente D’Artagnan guasconeggia, senza mascherina né maschera di ferro, per recuperare i preziosi gioielli della Regina. Più Rodomonte il giovin moschettiere o il suo immenso papà letterario, Alexandre Dumas? Se 300 opere, cartacee, e 500 figli presunti, vi sembrano pochi, in una vita di 68 anni.

Cosa o chi saranno mai i/le sedicenti Archistar, stars senza stripes ad archi, magari celestiali? Archimandrita, Archi navata, Arci mandrillo? Anche archibugio, archicembalo, arci povero diavolo!

La vita nova comincia on line, abbandoniamo una volta e per sempre quelle sciocche obsolete fuorvianti pratiche di ascese a monti ventosi, soprattutto se Eolo s’è dato, fortezze Albornoz disperse tra le nuvole, immersioni abluzioni abnegazioni ablazioni in fiumi, sperando non siano nel frattempo inariditi o resi letali da pestilenziali liquami.

Cielo plumbeo su, foglie gialle rosse aranciate giù, entro in una chiesa chiusa e prego: chissà se la California del III millennio, magari senza roghi, a roghi estinti, resta un sogno praticabile o anch’esso vietato, una terra franca affrancata con cartoline da francobollare per i parenti, lontani per amore per forza per decreto, anche un po’ de cretino.

Il giallo è tornato di moda, incerate da lupi di mare, infiorate barocche a Noto, stivaloni e pastrani da pescatori, della domenica; pescatori di anime, animati consessi in caffé desolati, pesci dalle pinne azzurre, per variare un po’; gialli, certo, ma di Simenon e Scerbanenco, tutta un’altra sfumatura, tutto un altro gusto.

Club del Giallo, il dimenticato giallo del bidone giallo taxi, vedo che il tuo giallo è sporco quanto il mio ma più tascabile, la pia inventrice dell’apple pie, miss Marple, contro Sherlock Holmless, un cielo giallo come limone ma di Costiera amalfitana, giallo Cina o Giappone pari non sono, converrete: si fa presto a dire giallo, ma nella tavolozza tricolore tutto diventa opinabile, auspicabile, variopinto assai perché prima o poi, nella realtà diminuita, dai fatti e dalle menti, tutto si trasforma in oppinabile dei popoli; per tacere di genti tribù, soprattutto fazioni.

Il Pernacchio è un’Arte catartica che ristabilisce giustizia ed equità, sbeffeggiando presunti potenti sempre nudi e impotenti; peccato avere perso le tracce dei Maestri. Anellidi danzano sfrenati sabba samba – Sambigliong, anche Tu ci manchi, tanto – sinuosi, al ritmo della Terra.

Siamo passati in un amen da Get back a cashback, non è detto anzi cantato, che si tratti di un progresso. Totò le Mokò, lui sì sarebbe un vero faro nella kasbah dei Popoli, tra deserto mare cielo.

Ci condannano senza prove, senza domande a piacere o di riserva sull’ultima spiaggia, al massimo qualche trascurabile indizio – trascurabile come le controindicazioni del farmaco, però miracoloso – alla cattività cattiva natalizia, tutti più ripiegati dentro i propri gusci come Mork da Ork, senza possibilità di schiusa o di sgusciare;

come ci hanno insegnato Saverio De Maistre e Rita Levi Montalcini, l’angusto perimetro di una stanzetta può trasformarsi nella più portentosa via di fuga: – ci vietate le città e gli incontri? Ci avete lasciato l’intero universo.

Dentro le nostre teste, quando accese: come luminarie di Natale.

The Jingle in The Christmas Trees Jungle

Pagina bianca o rossa del Natale perfetto.

Natalone a Pordenone, voglio rovinarmi, ve lo regalo e ci aggiungo la strenna imperdibile della visita guidata – in prima assoluta, totalmente gratuita – ai boulevard alberati, se riuscirete a trovarli (i viali, certo, ma soprattutto gli Alberi).

Moschettieri impavidi senza moschettoni, dimentichi di moschetti, spiumati dalle piume sul cappello, non d’Alpino; Cappellai senza più matti e con la contrizione costrizione contrazione del mercato dei cappelli da quando anche Borsalino si è appeso alla cappelliera; Alice sola in casa dopo diktat governativo, cerca nelle bottiglie messaggi vergati a mano e soprattutto meraviglie.

Boulevard dei tramonti, tramonti dei boulevard, tramonti sui boulevard, boulevard di sogni smarriti spezzati non solo da grissini torinesi; red carpet, red boulevard di foglie d’acero maestoso; non sarebbe bellissimo se così fosse? Viviamo circondati di boulevard, promenade Cambronne non dedicati al leggendario generale francese, ma invasi dalla materia da lui evocata: ci stiamo sommergendo da soli, speriamo almeno che nessuno sollevi piccole o grandi ondate.

Possiamo rinvenire gioia anche nella sofferenza? Magari rinvenire la gioia svenuta svenata svenduta per eccesso di sofferenza o di rialzo in borsa; sofferenze stentate, sofferenze gioiose, gioiose sofferenti che riescono a trapassare mura inferriate procelle. Misteri, dolenti – come certe note, della spesa della sposa della spes – o, almeno questi concedeteceli, gioiosi; come si concludevano Assassinio sul Nilo e Omicidio Sull’Orient Express?

Il bello il ballo il belletto dell’incertezza dei tempi e anche dei modi, la sostanza è psichedelica – fa più male la canapa o tabacco e alcol, gemelli perversi? – psichedelia dell’irrealtà. psiche delia, cioé la Delia della psiche o educazione della psiche del fanciullo; alterazioni altre azioni azioni dell’altro, demolire modelli demodé arcaici obsoleti.

Le modelle degli anni ’80 sì che erano dee, abbattere falsi profeti realizzare opere senza omissioni, anzi con la missione di rivelare la nostra visione del mondo e cosa rappresentano per noi le persone, ipotesi non necessariamente di reato, minacce a vanvera o promesse vuote che minano le nostre amate incertezze; rinsaldare i confini per non pensare alla finitudine che è parte integrante di noi?

Caravaggio, Michelangelo Merisi da, senza eccessi, senza vita notturna oscura accidentata senza anima tormentata senza sé stesso, sarebbe stato comunque genio o un imbratta tele qualsiasi?

La Scrittora che si illude di distruggere il Maestro pretenderebbe anche di negare dignità di esistenza alla versione del carnefice, fatto salvo il tribunale per inevitabile giorno del giudizio finale, in attesa di epilogo universale: si sa, le parole del reprobo rivelano chi siamo noi, ci condannano senza appello a osservare e ammettere le nostre responsabilità quotidiane, la futile banalità degli orrori di cui siamo capaci, anche nella nostra sfera intima, poco integerrima, intinta di male.

Com’era il jingle estratto – vivo! – dai bauli dei dobloni (di cioccolato), dai bauli dei panettoni, dai bauli dei corredi – prima o poi tutti capitolano, magari all’ultimo capitolo – in the Christmas Trees Jungle a ogni Natale? Jingle bells, jingle balls, jingle jeans, A Natale puoi…

Nell’anno bisesto 2020, anno I era Covid, la cover riveduta e corretta (AA.VV.), eseguita da Conte Tarallo & i suoi Trullini: un fantastico brano trash pop del III millennio – subito virale, chi se lo sarebbe immaginato? –

A Natale NON puoi.

Aggiornate le playlist!