Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

L’isola di ieri

Se io fossi un’isola, dell’Oceano: Pacifico.

Pacifico, nome del mare e pacifico: lo scribacchino virtuale.

Soprattutto, coltiverei la speranza di suscitare, in un modo o nell’altro, prima o poi, la curiosità di Hugo Pratt; alleverei la fondata speranza di essere scenario per una delle avventure di Corto Maltese, gentiluomo di mare atemporale, mai separato o indifferente d/al mondo.

Se io fossi un oceanista – oceanologo? – antropologo, o viceversa, non solo potrei piacere all’Autore veneziano, ma (chissà…) potrei avere gli strumenti immateriali per capire meglio, di più la storia degli uomini, delle genti, dei popoli di mille colori in questa immensa porzione di Pianeta.

Se lo fossi – o studiassi con impegno per diventarlo – poi mi piacerebbe cambiare nome, adottare quello di Favole o Aria; Favole nell’Aria che si traducono nella realtà, che si trasformano in realtà e salvano gli Oceani, i mari, la Terra, i Popoli.

Oso troppo? Sogno, però forte; non esistono utopie, ma progetti e cooperazione.

Come Corto, mi illudo di poter salvare il mondo? Solo me stesso, però, da quanto ho capito – sempre troppo tardi, sempre troppo poco – insieme agli altri, perché “nessun uomo è un’isola“. Forse, un’asola.

Per chi suona la campana? A morto, per noi, intesi come umanità. Ernest Hemingway utilizzò questo celeberrimo verso di John Donne (parole già scelte dal monaco scrittore Thomas Merton, quale titolo di una sua opera letteraria) come epigrafe per il romanzo, divenuto anche una pellicola di successo mondiale. La morte di un soldato in guerra – oggi, costretti ancora a parlare di conflitti e loro conseguenze – è una tragedia individuale e familiare, ma in realtà coinvolge e colpisce l’intero consesso civile del pianeta.

Come scriverebbero quelli bravi (non di don Rodrigo): tutti gli uomini sono interconnessi, interdipendenti spiritualmente tra loro. Anche se non lo percepiscono, o credono con fermezza il contrario.

Lo sanno molto bene, dolorosamente, amaramente le persone che vivono nell’area dell’Oceano Pacifico, che appartengono a quelle culture variegate ma concatenate; lo sanno perché sperimentano sui propri corpi il rischio di annichilimento, non solo del patrimonio di conoscenze, ma la scomparsa delle loro case, delle loro isole, a causa degli effetti devastanti della crisi climatica. Più, tutto il resto. Anche se, per qualche testa d’uovo (con rispetto scrivendo, nei confronti dell’uovo), si tratta di una truffa.

Immergersi al mattino da una battigia, ancora integra – o quel che ne rimane dopo i frequenti cicloni – , e imbattersi in gigantesche isole di rifiuti di plastica, è uno scherzo? Ai posteri, l’ardua sentenza; avremmo detto e scritto un tempo, oggi auspichiamo ai posteri di poterci essere: dopo di noi, dopo i nostri disastri.

Corto Maltese cominciò da questi mari il suo viaggio (1967, Una ballata del mare salato), e viaggia, naviga, si avventura ora, lottando insieme a noi, senza sosta, né intenzione alcuna di concedersi requie.

Come gli indigeni decisi a battersi per una giusta causa comune, per un bene grande: salvare l’identità locale, salvare le loro isole, nonostante l’inerzia di una comunità internazionale che latita sulle urgenti questioni climatiche; sono lungimiranti, previdenti e cambiano le rispettive costituzioni, introducendo il principio di uno stato “che continuerà a esistere anche privo di un territorio fisico“. Per capire la predisposizione d’animo e la forza morale di queste genti, basterebbe riflettere che qui gli studenti, dalle isole Fiji, intentano cause legali per ragioni climatiche alle Nazioni Unite e alla Corte internazionale di giustizia.

Sogno o son desto?

Se io fossi un’isola – lungi dall’essere o trasformarmi in isolata – annuncerei al piccolo, vasto mondo che le popolazioni oceaniche sono in costante risveglio e indicano una via, un modello a quelle ancora dormienti o ipnotizzate; se fossi quell’isola, canterei al pianeta tutto che “l’oceanitudine (Hugo Pratt e Corto Maltese approvano, incondizionatamente) è uno spazio di connessioni“. Al bando, le involuzioni che stanno deturpando altre zone del nostro amato, unico globo.

Se fossi l’isola, annuncerei all’umanità: noi siamo forti insieme, noi siamo il futuro, perché “noi siamo l’oceano“.

Piccolo sognatore

C’era una volta.

Il più classico degli incipit, delle fiabe. Stereotipo vorrebbe che tutte le vicende, le avventure narrate – ambientate in un tempo indefinito, indefinibile – trovassero lo stesso lieto epilogo: e vissero felici e contenti.

Dopo secoli di narrazioni, dall’alba dei tempi, non è proprio così, non più; sono mutati i fruitori delle fiabe, sono mutate le circostanze (anche le stanze del circo), forse sono mutate le regole e le caratteristiche delle fiabe stesse. Il confine tra bene e male non appare più così manicheo, ma risulta labile, sfumato, quasi impercettibile, come nella dura realtà.

C’era una volta, tanto tempo fa, un bimbo a spasso con i nonni materni che si fermava sempre davanti all’edicola della piazza, incantato, affascinato dalle copertine fantastiche – per lui erano così, senza ombre di dubbi – , variegate, policrome, dei vari albi a fumetti pubblicati, esposti per essere acquistati e letti dagli individui più fortunati della terra. Di quella terra. Mitica e onirica.

Un agognato ritorno – a casa? alle origini? – con un’espressione comune a tutti i popoli del Pianeta azzurro; un’espressione che avremmo potuto ascoltare nei magnifici giardini pensili di Babilonia, per delucidare quanto questa frase sia stata utilizzata, sfruttata per carpire l’attenzione e la sospensione dell’incredulità, quanto successo abbia riscosso ovunque. Se i Popoli volessero ripartire da qui, il futuro si tingerebbe di speranza, di concreta collaborazione, di prosperità; per tutto e tutti.

Il sognatore si fa piccolo, al cospetto dei sogni: più grandi, più mirabili, più magnificenti della realtà. Un bambino lo sa, lo avverte, per natura: non sono leggi, ma codici esistenziali, inscritti nel suo DNA.

Per quel bambino, il sogno assomiglia da vicino all’utopia di cui discettava, tanto, troppo, tempo fa (per restare in tema), un docente di educazione fisica: un’idea che non si realizzerà mai: a meno che, non la si trasformi in un progetto, concreto, come una pietra, un fiume, il pane.

Il sognatore si rende parte, porzione, frammento, punto – i punti formano le linee e sono infiniti, per rammentare nozioni base – del sogno, realtà onirica che non può non essere senza limiti. Dal latino somnium, stessa radice di somnus, sonno (Ypnos, in greco antico). Immagini che nascono nella mente durante il sonno, collegate tra loro nei modi più strani, irrazionali, incoerenti; tali, fuori dal sonno, eppure perfetti, perfettamente logici, durante il viaggio nei nostri meandri.

Volendo esagerare – siamo o non siamo puri sognatori? – : trasognare, sognare a occhi aperti, mentre si osservano le situazioni attorno a noi; trasognare: per renderle umane, gentili, accoglienti. Umane, mai troppo umane.

Quando si soffre, sotto una qualsiasi brutale dittatura, quando perfino la libertà è un miraggio, disegnare fumetti (di nascosto) diventa un atto eroico, un atto di ribellione, di resistenza; è il tema centrale del recente graphic novel di Paco Roca, fumettaro iberico, disegnatore delle nuove avventure di Corto Maltese, marinaio di ventura, avvezzo da una vita alle utopie, alle materie oniriche.

La storia comincia proprio con un bambino, incantato davanti alle copertine degli albi a fumetti, esposti in una edicola.

Vorrei anch’io osservare quegli albi, perdermi nella loro “geografia insondabile“, appendere alle pareti di casa nostra – ovunque sia, qualunque cosa significhi – il mio sogno più bello, più grande, più necessario;

ponti in tutto il pianeta, ponti tra tutti i pianeti delle nostre immaginazioni.

Colui/lei che apre porte

Sembra facile, a scriverlo.

Colui o colei, non una portiera di professione, o omologo; non una donna gentile, un uomo galante, anzi, come usava un tempo – una volta (una soltanto?) – un cavaliere. Per tacere del magnifico esemplare: l’equino.

Bisognerebbe prima chiarire i termini della questione, comprendersi; come diceva un tizio molti anni fa: famo a capisse. Solo questo potrebbe scatenare – non l’inferno, si spera – il subbuglio totale. Per la cronaca, nessuno riuscì a decifrarlo: il tizio.

Intanto: porte. Non quelle delle stanze – esistono culture che non le prevedono, lungimiranti – o degli edifici. Ne esistono altre, miriadi: eteree, incorporee, metafisiche. Penso (cosa volessi dire, non sono sicuro di saperlo). Le più complicate da individuare, aprire, attraversare.

Colei, colui che apre porte; non il gesto fisico, ma la creazione dal nulla (un po’ divina, senza sconfinare nella blasfemia), dal niente o dall’infinitamente piccolo delle suddette. Apertura della porta, quindi – della mente, la nostra – di un passaggio, di un sentiero: verso l’inesplorato, verso l’inconosciuto.

Ci soccorre, ci sostiene il Latino, lingua classica ritenuta defunta, mai viva come ora; puerta del Sol, idioma iberico, ma l’etimo è lo stesso. Da portare, ovvero sollevare. Se sostiamo anche un intero minuto a riflettere, ci accorgiamo di quanto sia bella questa accezione: una porta – o portale – che ci rende immuni alla gravità, ci permette letteralmente di volare verso un agognato, sospirato, sognato altrove, ove vivere in una realtà varia, multicolore, non omologata agli standard del mercato.

A proposito – o sproposito – di etimo, sconosciuto, meschino: porto, poro, parallelo all’antico (anche lui) greco perao: attraverso. Un passaggio, dunque, meglio se segreto, celato alla vista comune, ai ricettori di social e simili, disponibile per chi sviluppa uno sguardo curioso, attento all’armonia, al bello, ai dettagli: poco appariscenti, fondamentali.

Imposte, per accedere a un luogo chiuso; il perché lo saprà esso, le medesime riconoscono i meritevoli, meritori, i portatori sani di fantasia, pronti a compiere il fatidico passo (non matrimoniale, non solo).

Jane Austin, chi era costei? Autrice meravigliosa e generosa; non paga di offrire ai suoi simili adoranti le storie immaginate dalla sua fecondità, su tambureggiante richiesta, non solo dischiudeva soglie incantate, ma raccontava le vite – reali – dei personaggi romanzeschi, una volta esaurite e chiuse le pagine dei libri.

Infine, esiste la Sublime Porta – Porta Regale appare quasi una banalizzazione -, la più importante di tutte quelle che possiamo localizzare, attraversare; con tutto il rispetto per la cultura e la religione musulmane, non si tratta dell’uscio fregiato con frammenti della Pietra Nera o con indumenti di Maometto;

come scrive Marco Steiner, depositario e raffinato continuatore della poetica di Hugo Pratt: cosa rimane alla fine, quando tutto sembra concluso, esaurito, consumato? Quando – esempio casuale – un personaggio sopravvive al suo creatore?

Una sorta di miracolo, magia se preferite.

Resiste sempre l’immaginario, quella famosa porta forgiata dal papà di Corto Maltese che ci consente di affacciarci al mondo onirico, non per fuggire, sottrarci ai problemi, alle nostre responsabilità, ma per realizzare in noi, attorno a noi un mondo migliore.

Curiosi, coraggiosi, finalmente liberi.

Per davvero.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Non passaggio

Pagina dei luoghi, tutti, nei quali effettui il non transito; se preferisci: il non passaggio.

Non passaggio, ovvero non concedo il trasporto agli sconosciuti; ma come potrò mai conoscerli se non comincio a frequentarli? I luoghi e gli sconosciuti.

Certo, tra i non luoghi, il non passaggio, i non umani, diventa complicato viaggiare, anche fosse solo con l’immaginazione; o con la non immaginazione? Negazione per sé stessa, uguale a negazione al quadrato o affermazione convinta? Convinta poi da chi, a fare cosa, appare arduo capirlo.

Mi incarto, faccio il regalo in anticipo, evito di comprendere ove voglia trasportarmi la scrittura; meglio così, pensare troppo fa male – dicono – soprattutto a chi possiede materia grigia e la restituisce intonsa: il cervello è un bene primario in comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarlo inutilizzato.

Come racconta lo scrittore Marco Steiner, allievo e soprattutto amico d’avventure di Hugo Pratt, viaggiare per anni – una vita, più vite – in compagnia di una persona, calcando gli stessi sentieri di un personaggio immaginario vissuto (?) un secolo fa; accorgersi all’improvviso che quel personaggio è aria pura, pura fantasia e malgrado questo, o forse proprio per questo, proseguire nell’impresa; con la voglia indomita di non finire mai, con “ribellione, ruvida poesia e immaginazione“.

La poesia, come il racconto, può essere ruvida o delicata; meglio la prima soluzione, però, se davvero vuoi carpire qualche segreto alla vita, se davvero aneli a trovare le piccole pepite dell’esistenza: senza ipocrisie, senza infingimenti, senza materiale grezzo che offusca e appesantisce.

Anche il non voto dovrebbe preoccuparci, dovrebbe preoccuparci la salute dei bipedi e quella della democrazia di cui sono – in teoria – titolari, inamovibili, per restare in tema; se la democrazia non scalpita, non sussulta, non si agita e di conseguenza, non ci fa vibrare, non serve: è elementare svuotarla dall’interno, truccarla, lasciare intatto e inalterato il suo nome, ma instaurare – tra applausi e cori di quanti non capiscono – vari tipi di regimi. Che poco o nulla vogliono spartire con le libertà sociali e i diritti.

Paragrafo del movimento, in teoria – anche questo – contrario (o: il contrario) del non passaggio, nel senso di passeggio; potrebbe essere non solo il moto di un corpo fisico o di un oggetto, ma quello dell’anima o, significato sociologico importante, fenomeno di aggregazione e mobilitazione di più individui al fine di raggiungere un obiettivo comune. Movimento, vita, piena e appagante.

Fermo (e Lucia?): non passaggio, del resto; non passano gli altri – non deambulano – non passo io; però sbiadisco, appassisco, forse concludo il mio ciclo vitale (non subito).

Immobile, come una guardia svizzera, come una guardia reale di Buckingham Palace, come un menhir dell’Armorica, mentre qualcuno suona con l’armonica a bocca uno struggente tango che rievoca tutti gli amori infelici del mondo.

Chissà poi perché.

La regina di Babilonia

Pagina del Maltese, Corto; sembra superfluo specificare. Un uomo, un’avventura: la vita, in toto.

Chiedo venia al gentiluomo di (av)ventura e a HP, Hugo Pratt, fumettaro, in realtà persona erudita, intellettuale raffinato, cultore e creatore di disegni superbi. Letteratura a fumetti è riduttivo per chi trasformò semplici tratti in bianco e nero in pura Arte; per tacere degli acquerelli.

Difficile non rimanere incantati dalla qualità della scrittura, dal ritmo delle narrazioni, dalla fantasia allo stato brado, sempre orientata da una cultura sconfinata, da una curiosità infinita, da una sete alias voglia di vivere inestinguibile.

Prostrarsi al cospetto della sovrana di Babilonia (Babil in aramaico), anche se all’epoca era diffuso e indiscutibile il maschilismo; esplorare con ansia di conoscenza la città più grande, favolosa e importante del Mondo prima di Cristo. Quante e chi saranno state le regine – vere e inoppugnabili – della Città?Meridionale rispetto a Baghdad, adagiata sulle rive dell’Eufrate, con ziqqurat alte e meravigliose (da cui forse il mito della Torre di Babele), gli impareggiabili giardini pensili, rimasti ora e sempre leggendari, non solo per la cura maniacale, ma per la realizzazione grazie alla sopraffina ingegneria vegetale. Re come Hammurabi e Nabucodonosor esempi di raro ‘illuminismo’ e ampiezza di veduta che permisero una prosperità inimmaginabile per noi, rassegnati a epoche di continue crisi, benessere favorito forse dal culto indiscutibile dedicato al dio pagano, ma non meno portentoso, Marduk. Vorrei anch’io essere catapultato nel Giardino della Vita e bearmi, assorbire attraverso il respiro la sapienza e la genialità di quei popoli.

Dormire, sognare forse: essere imprigionato nella ziqqurat più elevata e irraggiungibile – dagli umani – anche senza maschera di ferro e scoprire che gli altri due galeotti sono Bastien Vives e Martin Quenehen; disegnatore e sceneggiatore delle nuove vicende di Corto in chiave moderna. Approfittare di tutto il tempo per per farsi molte domande, per rivolgere nuovi interrogativi al duo artistico, per realizzare una volta in più che siamo carcerieri spietati e implacabili di noi stessi.

Semiramide, Regina guerriera e preveggente, chiedo la Tua grazia, la Tua intercessione, la Tua generosità: liberami, da ogni dipendenza, da ogni schiavitù, da ogni zona di conforto e abitudine; fammi respirare sconfinatezza.

Mi piacerebbe vagare nel deserto, ma in massima allerta causa presenza di letali scorpioni, mi sentirei privilegiato nel rinascere sotto il segno del Capricorno, trovare l’esatta ubicazione e svelare tutti i particolari della civiltà di Mu, farmi rapire dalle Celtiche e dalle Etiopiche, divagare malinconico e riflessivo nel Tango, costruirmi una casa dorata a Samarcanda, accogliendo migranti e profughi di tutte le genti del Mondo.

Ascendere in bicicletta al Castello di Caneva e poi scrivere – pensandoci su, come Alessandro Manzoni – il relativo romanzo neo gotico; ascendere al Castello di Aviano, se e quando le gambe risultano a corto di inventiva e soprattutto energia, vergando il romanzo breve o racconto lungo mini neo gotico conseguente; girovagare all’improvviso per corte sconta detta arcana e profanare le parole misteriose delle società segrete della Serenissima, sopravvivere, anzi vivere, della e nella favola di Venezia.

Come in Una ballata del mare salato, ci si trova sballottati dalle intemperie esistenziali, sgomenti di fronte ai troppi casi di mancanza di umanità e compassione, oppure storditi al cospetto della varietà e dell’immensità delle storie – non conta quanto vere, quanto partorite dalla creatività dell’autore – di Corto;

naufraghi in mezzo al mare magnum, aggrappati miracolosamente a un relitto, di cui siamo parte integrante, salvati in extremis dal marinaio, dal suo sguardo vasto profondo e ironico,

dalla mente e dalle mani di HP.

Grandi Viaggi

Pagina dei viaggi; in prospettiva, in teoria: grandi.

Del resto, in contumacia di grandi speranze – non spira proprio l’ossigeno migliore – dobbiamo accontentarci e fare di necessità virtù, come direbbero antichi, consunti, ormai archiviati saggi. Per conferma, chiedere lumi e campanelle a Charles, Dickens.

Ossigeno migliore, un ottimo proposito; sarebbe sufficiente quello respirabile, in grado di irrorare le fondamentali cellule neuronali, in grado di mantenere attivi e forti i polmoni; per tutte le idee – vere – per tutte le esplorazioni. Auspicabilmente.

Un avverbio che ho sempre considerato elegante, eppure inconcludente. A scrivere il vero non si crea letteratura e i maestri in genere, del genere (no degenere) sconsigliano in modo netto – nettamente? – l’utilizzo, soprattutto sconsiderato e prodigo, di avverbi. Non aborrire, per carità – ché qualcuno mai potrebbe offendersi – ma non tracimare; denota scarsa varietà linguistica, simpatia per stratagemmi facili, voglia di appesantire e rendere la lettura assai sgradevole.

Auspicabilis, latino tardo, nel senso di antico, non tonto. Assonanza evidente con auspicio, da avis (uccello) e spicio (osservare); come dire, presagio di cose future – potenziali, non ancora concrete – mediante l’osservazione del volo dei pennuti. Traete da soli i segnali del domani, senza abusare di ottimismo o del suo inevitabile contrario.

Vorrei esprimere un ultimo sogno, un sogno mai sognato, nuovo, enorme – sennò che atmosfera onirica sarebbe? – definitivo; scrivere un’antologia di racconti, come Pedro Almodovar, il regista cinematografico spagnolo, contaminato (non in negativo) dalle circostanze della realtà madrilena. Concedermi l’irriverenza, dopo opportuna reverenza ai mostri sacri della Cultura, non cedere all’insulsa autobiografia, coltivare con cura meticolosa l’originalità e l’utopia, soprattutto l’ironia. Potrei forse non salvare qualcuno, aprirgli qualche percorso alternativo, i punti di vista e quelli interrogativi.

Invoco la benedizione di Ulisse, di Shakleton, di HP (Hugo Pratt), di Freya Madeleine Stark, di Alfonsina Strada; le vostre imprese, le vostre volontà, le vostre intuizioni siano le mie bussole, apotropaiche.

Vorrei cadessero su di me gocce pesanti e soprattutto pensanti di Burt; Lancaster, certo non trascurabile, meglio Bacharach, potendo optare. Un uomo in rima, non per forza baciata, con la Musica, un uomo che con naturalezza ha conquistato 70 volte la Top 40 Usa, 52 quella di Sua Maestà (sponda londinese): non più la Regina, il Re; purtroppo non Artù. Canzoni, inni per cause umanitarie, colonne sonore divenute Storia di film cinematografici a loro volta assurti a pietre miliari dell’Arte, in senso stretto e in senso lato.

In tutto questo, mancano – tanto – le Donne; è un vulnus voluto, ricercato, perché le Donne sono, malgrado le orripilanti convinzioni degli uomini (presunti tali), le sole signore e padrone del Mondo, dell’Universo della Bellezza. Le stanze sono vostre, gli ambienti spaziali sono vostro esclusivo appannaggio, praterie sconfinate per le Vostre risorse, per la Vostra inesauribile creatività.

Trasformate i sogni in utopie, le utopie in progetti: in fondo, come sosteneva Mandela, i veri vincitori sono sognatrici/tori che non si sono mai arrese/i.

Le storie (dalla notte e le altre)

Pagina delle storie, quelle che sgorgano di notte.

Dentro un antro buio con rudimentali rupestri graffiti, con l’impetuoso affiorare dei flutti di parole di un fiume sentimentale carsico, tra i fumi del tabacco e degli alcolici dentro una stamberga berlinese del primo 900.

Sgorgano irrefrenabili, istintivo primordiale bisogno umano di raccontarsi, di raccontare. Come sostiene Corto Maltese marinaio nonché gentiluomo di fortuna e lungo corso – anche lungo i corsi si narrano amabilmente molte storie – affinché esistano storie non servono personaggi, né trame, davvero necessaria è solo la memoria. Storie senza memoria sono come vasi vuoti – magari preziosi Ming, ma vuoti (horror vacui) – una società senza memoria diventa in fretta una bomba a orologeria, pronta a deflagrare: annientando tutti e tutto, senza remore, senza pietà.

Le storie nascono sulle e dalle gambe degli uomini, prima ancora che nelle teste e nei cuori; nascono con gambe in cammino e occhi bene aperti sui sentieri del Mondo, sulle vite degli altri da noi.

Dalle crepe su muri diroccati spiare senza vergogna la storia, le storie, come si trattasse di uno schermo di qualche antico cinematografo d’essai; di solito i fantasmi sono attori fantastici.

Da una finestra spalancata su un’ottobrata anomala quanto insana, le voci dai cantieri, le voci dalle case, le voci dagli e degli alberi, entità vegetali superiori, coacervo di poteri arcani e meravigliosi. Hai notato anche tu – vero? – che quest’anno l’autunno è torrido come quello degli anni 70, eppure appare e si mostra sottotono?

Quando parti alla scoperta di nuove storie, presto ti accorgi che si amplia la tua personale percezione degli orizzonti che già esistono ma spaventano per l’immane vastità, si illuminano le tue aree di tenebra, si sviluppano le risorse dell’anima e delle mani per fronteggiare gli ostacoli e gli imprevisti, si moltiplicano all’ennesima potenza gli incontri con altri storionauti, pronti a collaborare alla scrittura delle storie, pronti a ampliare la comunità solida e solidale.

Nutrimenti comuni, infiniti punti di vista e anche di svista;

miliardi di storie intramontabili.

Criptobiosi o Anno del Gatto: se hai capito, spiega Tu

Cara, mi si è ristretto:

il permafrost.

Anzi, pare mi si stia proprio liquefacendo; temo che qualcuno possa spedirmi in Siberia, a vendere ghiaccioli Sammontana, causa variante tropicale, del clima.

Se il permafrost – mica tanto permaNiente, al cospetto dell’imbecillità umana – dovesse davvero scomparire, ci ritroveremmo a presentarci, secondo i rigidi dettami del galateo, ad arcaiche forme di vita: batteri, virus, organismi mono o pluricellulari, per noi misteriosi e dagli effetti potenzialmente nocivi e/o devastanti.

Altro che anno bisestile, siamo piombati nell’era bisestile perenne del Mondo Dopo.

Hai voglia a discutere su quali sieri magici saranno più efficaci. Comunque, nota strettamente personale, ero già un tantinello preoccupato nel tinello all’idea dalle inoculate semplici, ora che la Casta dei Cibernetici di stato ha proclamato le inoculate eterologhe, non solo prive di rischi, ma addirittura molto più efficaci, sono piombato nel panico puro, puro panico denaturato. Come alcol. Ormai è noto, i bonifici – per i Rozzi Cibernetici – sono nettamente superiori ai rischi, sempre e comunque.

A proposito, uno dei venditori porta a porta dei rimedi – sia detto senza acrimonia, cambi coiffeur – ha detto, testuali parole: questi rimedi sono il frutto di un miracolo della scienza, chi vi si sottopone – pone sotto – compie un atto di fiducia. Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore di Berlino o Norimberga.

Postilla personale: ripongo sempre più fiducia nelle antiche Fattucchiere, quella della Partenope sotterranea.

Tornando in Siberia, da qualche giorno, un simpatico animaletto – sei simpatico, nevvero? – risalente a 24.000 anni fa circa, pare sia tornato in vita, e dopo essersi stiracchiato, un po’ stropicciato gli occhi, sorbito subito il flusso rompi covoni informativo e un ottimo caffé napoletano sospeso al Gambrinus di Piazza Plebiscito, insieme al commissario Ricciardi, pare abbia esclamato: caldino qui, proprio come ai miei tempi.

Alcuni scienziati russi, come riporta il Guardian, hanno trovato i cosiddetti rotiferi bdelloidei nel permafrost siberiano. Visivamente simile a un verme, la ‘creatura’ è sopravvissuta per 24.000 anni e, appena scongelata, si è riprodotta. Sono invertebrati pluricellulari femminili che sopravvivono senza acqua e si riproducono senza rapporti sessuali.

Hanno quindi subito aggiunto: considerato questo clima, ora cosa si fa? Finalmente si suonano le trombe, se non quelle del giudizio, pazienza – capirete, dopo millenaria astinenza, vorremmo ribellarci al nostro mesto destino – auspichiamo di trovare adeguati suonatori, mosici, strumentisti a cottimo – non a Dubai per costruire stadi nel deserto, né in Egitto Antico per edificare piramidi al generoso Faraone, sempre nel deserto – anche improvvisati, purché volenterosi.

Giona icona biblica, pare fosse uomo dotato di poca pazienza, molta tracotanza ribelle, ma anche caro a Dio, nonostante tutto, se davvero riuscì, come da cronache, a sopravvivere nella balena per tre giorni e tre notti; non conosco il grado di pazienza fortuna o fede – fate vobis – di quel pescatore professionista di aragoste del Massachusetts, inghiottito – a tutti capita di sbagliare, nella vita – da una balenottera azzurra (una Principessa, vittima di un sortilegio?), così razionale o terrorizzato – quando gli estremi combaciano – da solleticare la faringe del cetaceo, fino a indurre un colpo di tosse. Finale lieto, per entrambi e nessuno osi nemmeno pensare a grevi battute sulla potenziale via di eiezione. In ogni caso, pescatore espulso dalla balena in un baleno.

Evviva i pescatori e i cuochi, siano essi profeti della Terra e del Mare, in Trinacria e in Salento.

Perdersi nei Giardini Segreti delle Veneri di Milo, Manara e ritrovarsi a passeggiare a Tulum in compagnia di Fellini, Mastroianni, Mastorna, Hugo Pratt, Bergman – Giuseppe – raccontando come sia emozionante fuggire da Piranesi, mondo distopico dispotico da incubo, dove qualche folle criminale, vorrebbe rendere gli abitanti controllabili e omologati, manipolandoli geneticaMente dalla nascita – che komplottisti ante litteram, questi fumettari; fuggire a bordo di un dirigibile argentato, alimentato dai Sogni, seguendo il canto arcano della Voce della Luna.

Per il mio compleanno vorrei il potere della criptobiosi: non ho detto criptografia cleptomania né cribbio biosi, ho detto criptobiosi.

Se hai capito, spiegami; sarebbe la caratteristica di quei vermicelli (non parenti degli spaghetti, gli anellidi millenari) della Siberia, farsi avvolgere dai ghiacci e riuscire a conservare sospese, anche per ere, le proprie funzioni vitali, vivi vegeti come vegetali in stato di ipnosi, ibernati: in attesa di tempi migliori, per issare nuove bandiere.

Peccato che io arrivi fuori tempo, massimo e minimo, considerando l’inarrestabile scioglimento dei ghiacciai.

Ho scelto un dono inutile, proprio ora che nel Mondo Dopo siamo del Gatto, antica espressione popolare coniata forse nelle contrade vicentine, in omaggio a certe usanze e tradizioni culinarie indigene, o forse in Liguria, ribaltando la prospettiva e assumendo i panni del topolino, ormai senza speranze, finito tra le affilate grinfie dell’astuto felpato quadrupede.

Comunque, gatti o leoni, tra felini speriamo sia questione di feeling o anche solo di peeling, per salvarsi la pelle;

se dovrà essere Anno del Gatto, o con finale del Gatto, spero almeno si tratti di quello a Nove Code (forse confondo argomenti):

con la riserva delle sette vite ancora intonsa.