Movimento

Curioso, associo subito il lemma all’ambito musicale: movimento, parte di una composizione sinfonica, non escluderei quella da camera; soprattutto, con meteo piovoso, barra / procelloso.

Curioso, non il soggetto – anche, senza dubbio – ma il pensiero: presunto o reale che sia.

Muovere, muoversi (darsi una mossa, non quella provocante e lussuriosa di Marisa la Nuit), dal latino – latineggiante? – movere; il movente, colui che si muove, ma anche l’innesco, la causa di una turpe azione criminale; meglio sarebbe optare per il garbo del muovere una persona (stimolare una persona a), l’atteggiamento, il modo (elegante? raffinato? misurato?) in cui un individuo si muove, nei confronti dei suoi simili, in mezzo al mondo.

Potrei, posso elencare una miriade – mi correggo: una quantità, modica (non quella, magnifica, in Trinacria) – di accezioni, sfumature se gradite di più, per lo stesso vocabolo; sfoggio comoda erudizione (non cultura, non sono così superbo, né artificialmente intelligente), snocciolando: nelle arti figurative, in architettura, nella critica letteraria e dello spettacolo, nella tecnica delle costruzioni, in geometria, nella statistica (quella sublime scienza che certifica: se io divoro due polli arrosto e tu zero, nisba, nada, dunque, entrambi abbiamo … ), in ragioneria, in economia, azione convergente di una moltitudine di persone (da non confondere con partito – non in senso nuziale – , organizzato, molto più strutturato), e, dulcis in fundo, se vi basta, movimento di cose e/o esseri viventi. Al punto che, il movimento in analisi, pare una delle peculiarità essenziali dei viventi. Oibò, urca.

Non escluderei flora e regno minerale, ma sono convenzioni, convinzioni, punti di vista, di svista; più o meno illuminati, illuminanti.

Vorrei aggiungere, in senso lato (non l’attaccante esterno della Polonia, anni ’70/’80), i movimenti, o moti – più specifici, più accurati – di memoria; ennesimo elemento spesso invocato, tanto citato, trascinato a caso, o utilizzato in modo maldestro e strumentalizzato, per fini personali, egoistici, criminali.

Nessuno si sorprenda, o finga stupore, se mi permetto di compulsare che l’oblio, identificato quale cancellazione, addirittura negazione della memoria, in realtà è considerato, è da considerarsi, senza tentennamenti, senza indugi, senza fraintendimenti, elemento fondamentale per formare, rinforzare, esercitare l’atto mnemonico, il patrimonio mnemonico.

Non lo affermo, né scopro io, il fine ragionamento, ma Marc Augé: etnologo, antropologo, sociologo passato alla storia come teorizzatore dei malsani ‘non luoghi‘ (aeroporti, centri commerciali, supermercati e compagnia infestante). Volendo sintetizzare al massimo gli studi e le riflessioni dello studioso francese, potremmo sciorinare l’espressione coniata dai tipi di Robinson: senza l’oblio, il ricordo non vive.

In sostanza, in soldoni (giusto per essere ‘ordinari‘), “il punto chiave per Augé è comprendere che l’oblio non è la mera perdita di uno o più ricordi, ma un vuoto che diventa componente essenziale della memoria stessa“. In altre parole, la memoria, per essere tale, autentica, deve sgravarsi della soma, dell’inutile, che impedisce ai concetti importanti di emergere, di risaltare. Se parlassimo di scultura, ad esempio, l’opera d’arte è ciò che resta una volta (buona, volta) eliminata la materia inutile, ‘affardellante‘.

L’oblio è la forza viva e selettiva della memoria; il ricordo è il risultato della sua azione“.

Esagerando – compiendo quindi l’opposto di ciò che fa la grande letteratura: tacere il superfluo, fosse anche la più meravigliosa delle descrizioni – potrei, vorrei, anzi citerei Michael Herzfeld, antropologo, professore emerito di Scienze Sociali alla Harvard University di Londra (gli amati, stimati, cugini dei Galli): “Qualificare come tradizionale/tradizione qualsiasi oggetto (una canzone, un tipo di casa, una ricetta) è già un atto politico che stabilisce una gerarchia di autenticità, spesso escludendo aspetti culturali appartenenti alla vita quotidiana di gruppi emarginati o svantaggiati. La tradizione è soprattutto un’idea, un concetto, prodotto da persone desiderose di ancorare l’attualità (in particolare, l’identità collettiva) a un passato specifico, come se la storia avesse un inizio fisso!“.

I componenti di un determinato gruppo, di una determinata comunità tendono ad aggrapparsi alla cosiddetta “intimità culturale“: soffermandoci sulla società italiana, argomenta ancora il professor Herzfeld, “i romani, ad esempio, sono consapevoli che il loro dialetto romanesco suscita sdegno, imbarazzo, ma ne sono per lo più orgogliosi, perché l’uso di quell’idioma serve a escludere l’orecchio invadente dell’estraneo“. Quando ciarliamo di tradizioni, dunque, dovremmo rimanere attenti e cauti, per non confezionare un enorme pacco omaggio ai neo nazionalismi in ebollizione.

Se memoria deve esserci, se non altro per impedirci di replicare il male del passato (l’attualità mondiale mi smentisce clamorosamente), vorrei che fosse quella definita da Malcolm de Chazal, poeta, aforista, intellettuale delle isole Mauritius:

La memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione“.

Disegnare sogni

Disegnare, sognare, forse.

Attività che spesso cessiamo di coltivare durante la crudele, poco sensata adolescenza, bollandole come fuochi fatui, infantili; condannandoci alla povertà – intellettuale, espressiva – e al cinismo.

Simone Massi, autore di film animati – tanti poetici disegni, poche parole – riflette su questo strano paese (il nostro) ricco di arte e storia, cui, però, “non piace rivangare il passato, specie quello scomodo“.

Antico malcostume: ci si illude che per guarire da vizi e mali, sia sufficiente ignorarli, nascondendo, a più non posso, la polvere sotto il tappeto. Nemmeno volante, il tappeto.

In questo piccolo lato del mondo, ci si vergogna delle proprie umili originihumilis, la pianta che sorge poco da terra, ma si riconnette a humus, terra vera e propria, nostra preziosa progenitrice, nonché foriera di doni incommensurabili – “si è perso l’uso delle mani, delle parole. Si perde tempo per seguire le vite degli altri, non si vive la propria“.

Paradosso incalcolabile, sognare per attivare le fonti del disegno, per attivare le mani che creano cose concrete, per stimolare la nascita di parole in grado di raccontare le storie, la Storia, soprattutto quella perduta, anzi, abbandonata all’oblio.

Quanto avremmo bisogno di vagare “invelle“, da nessuna parte, lemma dialettale del regista che vive in un paesino nelle Marche e deambulando nel nulla (per i canoni della presunta modernità) trova, ritrova, attinge alle radici autentiche di sé stesso, ai valori essenziali.

Resistenza civile, lotte operaie (spesso, da sradicati in contesti che mutavano velocemente), realtà contadina, Simone Massi racconta quello che non vogliamo sentire né vedere, traccia disegni, percorsi onirici, che, una volta accolti e metabolizzati, diverrebbero nostri, i nostri punti cardinali, le nostre stelle di orientamento.

Disegnare la Memoria in disfacimento, Invelle, prima che il futile e il dilettevole – nemmeno quello, ormai – fagocitino tutto:

anche noi.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Per aspera ad… boh

Pagina delle imprese, ma grandi.

Grandi imprese o imprese grandi? Da non confondere con il famigerato pennello di cinghiale – oggi, non esiste problema, vista la proliferazione incontrollata dell’ungulato – con cui dipingere vaste pareti.

Impresa dunque nel senso di azione umana notevole, non di intrapresa economica; anche se poi, a essere pignoli, rispettando regole leggi e persone, in un certo senso, si somigliano. Si sa, chi si somiglia, si impiglia. O giù di lì.

Non per saggezza da umarell – anziano in pensione che vagabonda per cantieri urbani, commentando lo stato dei lavori (o i lavori di stato) – ma risulta complesso assai giudicare l’effettiva o presunta grandezza di un’impresa; giudicare di per sé diventa una impresa, ardua e notevole. Spesso chi la compie, chi ne fa parte a pieno o parziale titolo, non possiede la necessaria lucidità, l’essenziale terzietà, l’imprescindibile lontananza. La lontananza sai, è come il vento. Il resto, mancia (è Storia).

Ditelo a Kali – non KalìFajardo Anstine, scrittrice; nel suo romanzo d’esordio narra le gesta di cinque generazioni di una famiglia nomade, in viaggio – in tutti e con tutti i sensi, possibili e immaginari (immaginabili) – tra Messico e Colorado. La Donna di luce dell’opera illumina, per giusto dire, la trama ma dispensa luce intellettiva e onirica anche per noi, poveri mortali analogici, lasciandoci intuire che nessuna terra, nessun popolo sono conquistati fino in fondo, fino a quando la memoria sopravvive. Vive, viene custodita come gemma preziosa e salvifica.

I nostri giorni a disposizione saranno stati forse happy – perché siamo stati giovani? pensa quando non esisteva la gioventù come categoria – resta la sensazione che quel telefilm, in apparenza così innocuo e di successo (bingo), veicolasse, in modo nemmeno troppo subliminale, un solo messaggio ‘forte’: aderite al sistema capitalistico (a stalle e strisce) e sarete per sempre invincibili e felici. Un’illusione, una menzogna: criminale. Mentre i loro aerei da guerra – ancora? nel 2024? – insozzano cieli e umanità, giorno e notte.

Per aspera – che poi sarebbero le difficoltà, le brutture, perfino le crudeli ingiustizie che ognuno di noi affronta durante la vita terrena – ad astra, dicevano gli avi Latini; auspicabile, ma chissà: la luce delle stelle, così affascinante e misteriosa, è luce di corpi ormai decaduti.

Meglio, più realistico se non altro, per aspera ad boh; consolante leggere, rileggere, leggere ancora i racconti di Osvaldo Soriano, i suoi Artisti, pazzi e criminali che non passano mai di moda, perché delle mode se ne infischiano. E se l’esito conclusivo, di tutto, deve essere Triste, solitario y final, almeno, per merito dell’autore, saremo in grado di osservare il mondo – perfino le dittature – con sguardo sognante e poetico.

Bottiglie recinti confini

Segui le linee, immaginarie o vere.

Segui le linee, dentro te stesso. Di solito, si prolungano nel mondo fuori.

Segui la musica, reale o quella che senti, prepotente, nella tua anima: non sbaglierai.

Cerca il sentiero che ti somiglia, cerca il nome che avevi in origine, questo è il segreto dell’inquietudine, di coloro che non riescono a mettere radici in un posto, fosse anche per qualche settimana o mese.

Ti sembra di essere rigido, di non essere più in grado di leggere le cartine e le guide; gettale via, tanto, prima o poi, la musica e le strade finiscono e rimani solo tu, con te stesso e con l’ansia di proseguire il viaggio.

Se non confidi in me – a ragione – credi almeno a Anna Maria: Ortese; anche perché, tu non te ne sei accorto, ma il mare non bagna Napoli.

Evita giochi da tavolo e bandiere, entra in the house of the Rising Sun e godi liberamente di quello che riuscirai a vedere, di quello che toccherai, poi esci senza rimpianti e continua la ricerca.

Non sempre le brutture della vita costringono a ripiegarsi su se stessi, anzi: spesso accade il contrario e ci si rifugia così lontano da non tornare mai più, da sopprimere quello che rimane, poco o tanto che sia, delle nostre vestigia mortali.

Se puoi, viaggia senza sovrastrutture, lo scrive anche Italo Calvino; sii non superficiale, ma leggero: plana sulle cose dall’alto, osservale interamente, non avere macigni sul cuore. Sarai più agile e scattante quando tornerai in cammino, dopo avere imparato un altro pezzo di vita. Del resto, come dice Kundera, la bellezza dell’essere, risiede spesso nella sua insostenibile leggerezza.

La leggerezza di vivere non è solo un metodo, una filosofia, ma una vera arte: non strumento da poeti e artisti, ma l’armonia nello dispiegare con cura ogni attività umana, per raggiungere equilibrio, serenità, benessere. O almeno: tentare, sempre.

Proteggi la Memoria, tecnologia e velocità – sostiene, a ragione, Shilpa Gupta, artista di Mumbai – rischiano pericolosamente di eliderla, cancellarla, distruggerla.

Non salverai le Parole, il tesoro più prezioso che ci è stato affidato, rinchiudendole nelle bottiglie; quelle che magari usi per lanciare al Mondo il tuo s.o.s. Gli Artisti sanno collocarsi a metà tra logica e amore, sanno creare recinti ove collocare le cose importanti, coltivando alacremente la speranza, nell’attesa che gli altri intuiscano e vogliano fare lo stesso. Del resto, Arte significa sfidare le convenzioni banali, le solite aspettative.

Affidati a follia e perseveranza, fidati di loro, ti aiuteranno quando sarà necessario, ti salveranno dalla banalità che è un peccato capitale, più della stessa cattiveria.

Il potere, (o i vari poteri), crede di controllare i confini e su di essi proietta se stesso, eppure esistono luoghi ‘invisibili’ che sfuggono al controllo, spazi di disperazione dove le persone magari spariscono, ma edificano la Storia: questo ci racconta quanto gli Umani siano resistenti e anche persistenti, nonostante i dolori, gli stenti.

Scrivi un diario della tua vita, meglio: un libro, senza fine. I libri sono strumenti formidabili, rivelano dell’essere umano tutto quello che resterebbe taciuto: travalicano i confini, culturali e fisici, sono il seme più rigoglioso a nostra disposizione per diffondere conoscenza.

Conosci te stesso: si conferma l’impresa più difficile,

la più alta.

Prove tecniche (di Primavera)

Benvenuti nella vita, reale.

Così cantavano le lacrime causa paure, fobie che si sono geneticamente mutate in rabbia. Rabbia senza canali di sfogo, rabbia allo stato brado.

Palestre sociali ove allenare la rabbia, sfiancarla con fatiche immani: sono state chiuse, abolite, interdette; si resta interdetti al cospetto delle dinamiche fallocefali del potere.

I rimedi sono approssimativi, ne resterebbe uno, autogeno endogeno : tramutare la rabbia in piccoli gesti d’amore; con questi chiaroscuri – spalanca gli scuri e anche le finestre, per consentire all’ossigeno e alla luce di espandersi, ovunque – prevedo procedure farraginose per stabilire, davanti ad una zuppa di farro, cosa sia amore, cosa resti escluso dal novero.

Novizi dell’amore, a voi l’ardua scelta: in ritiro spirituale sulle rive di un lago montano di origine vulcanica, abbandonarsi alla contemplazione, o dedicarsi alla cura delle rive, tempestate da miriadi di sfumature di screziature di grigio nero lavico? Mentre acque e nubi si compenetrano, si confondono e cigni imperturbabili regali magici volano e nuotano, indifferenti con naturalezza alla dissonante presenza umana.

Ossigeno, rarefatto, fatto(si) raro in alta quota: scalare montagne e trovare ancora altro rumore, altra plastica letale, altro veleno, in quell’aria che era preziosa, più del platino.

Atarassia, disponibile in soluzione idroalcolica, in compressa zigulì, presso lo speziale? Mi servirebbe un infuso di atarassia – non avrebbe per caso foglioline di atarassaco per me? Grazie – perché il puro Cynar solitario del maestro Calindri non basta più per attutire, per alleviare, per parare i colpi delle frenesia, della schizofrenia, della crudeltà, di questa vita pseudo moderna. Logorio, una ottimistica chimera.

La memoria sarebbe un dovere morale, contro ogni forma di negazionismo, contro ogni deriva – de riva? erudito trattato geo filosofico sulle rive di Mompracem o altri scogli pirati? – pericolosa anti storica? Il noto intellettuale – uno dei tanti – lo sostiene con inusitata vigoria, ma non fornisce soluzioni o escamotage alternativi quando la memoria si dimostra nei fatti ingannevole più di tutte le cose, le altre.

Aspirare alla semplicità, senza essere sempliciotti; processare la complessità, nel senso di metabolizzarla per vivere con sintesi critica, un piede nella vita reale l’altro nel futuro, qualunque concetto nasconda questa parola; testa ritta senza tensioni, per immergerla nei sogni, nelle nuvole, nei progetti, i più arditi.

Le foglie di ortica – avrete spero anche voi assaggiato il risotto, senza cercare la peluria (dell’ortica) nei chicchi – sono già forti, verdi, brillanti; le primule bianche e gialle mostrano con cauto pudore la loro acerba, rinnovata bellezza: prove tecniche generali di Primavera.

Ennesima ciclica conferma:

la vita trionferà, ancora una volta; nonostante l’umanità.

Anzi, trionferà a prescindere:

con o senza.

Dolce naufragare, senza soluzioni

Pagina di chi cerca le soluzioni, si scervella, si danna nella ricerca.

Nella settimana enigmistica, tutto almanaccando, è facile: basta pazientare la settimana successiva per trovarle già belle e stampate, a chiare, visibilissime lettere.

Frugando nelle proprie tasche diventa operazione più complessa, quando non impossibile – adoro le missioni impossibili, tanto poi arriva Tom Cruise che a 90 anni salta dai grattacieli senza stuntman sostitutivo – di solito le tasche hanno ceduto, lise da tempo, nel corso del tempo; le soluzioni le briciole le monetine si sono disperse lungo tutto il percorso e riportarle nelle mani o nella memoria è magia riservata a pochi, illuminati.

Antonio De Curtis, il principe partenopeo, talento comico quindi tragico, inarrivabile, sosteneva non solo sulle sue esili spalle – grazie a spalle straordinarie – sceneggiature talvolta imbarazzanti, ma anche ispirate teorie filosofiche: nei tempi di crisi, gli intelligenti si prodigano per trovare e costruire soluzioni, mentre gli stuoli di imbecilli si affannano a individuare colpevoli.

Ecco, Mergellina, abbiamo un problema: oggi gli imbecilli sono quasi tutti inseriti nei quadri di comando; peccato che nessuno – o pochi sparuti, quattro gatti indomabili, direbbero gli stolti – frequenti vocabolari e accademie etimologiche, sarebbero magnifiche scoperte – non tutte le scoperte sono di per sé stesse magnifiche – ineffabili emozioni al cospetto della autentica natura di parole chiave, quali: natura, maestro, ministro.

O mangi questa ministra – pardon, minestra – o la getto dalla finestra; la saggezza popolare può essere ingannevole, più di ogni cosa, ma di ogni cosa – non l’avessimo perduta, dispersa assieme alle soluzioni – fornisce una qualche traccia, solida molto più che apparente, almeno perlomeno, più o meno, indiziaria.

Avessimo ascoltato le Nostre Nonne, i Nostri Nonni, non saremmo qui e ora così, ridotti ai minimi termini, con pochi termini, di paragone e pensiero; poche parole, banali, equivalgono spesso a zero pensiero. Senza nemmeno zenzero.

La memoria tanto celebrata è un processo di costante riscrittura dei fatti accaduti – noi bipedi, in particolare, abbiamo una memoria affidabile poco affabile, quanto quella di un monocolo unicellulare: chi controlla il passato, controlla il presente, determina a suo sghiribizzo il futuro. Quanta nostalgia di un fratello maggiore

Come in una fulminea, fulminante vignetta di Mastro Altan: quanti pensieri in codesta realtà, se rinasco, spero di reincarnarmi in un sasso. In alternativa alla formica e al mandorlo precedenti.

O nel Pi, quello ellenico classico, naufragando per i Sette Mari, dolcemente, in compagnia di una maestosa Tigre, del Bengala o della Malesia: una o entrambe, comunque una benedizione.

Cut up, Tarzan, Piave

Pagina del cut up, del check up, del kechup.

Jungla e dintorni, Tarzan con il coltello, tra i denti – difficile saltare da una liana all’altra e anche emettere il potente grido di richiamo per gli amici Animali – Batman nella notte, nero pipistrello, molto elegante e poi, si sa, il total black sfina ché con l’età anche il povero pipistrello di Wuhan avrà qualche maniglia dell’Amore, nella sua spelonca;

William S. (mi interrogo sempre sul misterioso complottistico significato di queste maiuscole con il punto) Burroughs cosa penserà, cosa inventerà, cosa scriverà, per noi?

Rimpiango tutto della mia vita mortale, anche quegli improbabili barrocci baracchini sghembi e sgarrupati, anti pandemici per forza e per miracolo etilico, parcheggiati in servizio continuato senza alternative, all’esterno degli stadi – mitologiche arene del Mondo Prima, atte a ospitare eventi sportivi e/o artistici, per il sollazzo baloccamento delle folle da distrarre dai temi importanti – con friggitrici sempre pronte a sfrigolare sanissime ciambelle o griglie di Vulcano, mai pulite mai disinfettate, per potenziare al massimo i sistemi immunitari, ove sfilavano trionfi di hamburger e hot dog, ripieni traboccanti esplosivi di check up (quello, nel caso qualche ora dopo l’ingurgitamento) anzi kechup e maionese di dubbie origini.

Mi è apparso un Angelo, ha sussurrato parole arcane; non al Cane, a me. Parole astruse incomprensibili inimmaginabili, per il sottoscritto scrivente: anche perché di solito il Messaggero sono io; certo, lavoriamo per ditte di posta e telecomunicazioni concorrenti, però: attento alle rivoluzioni, attento a chi promette di cambiare tutto – soprattutto in un/con un click (potrebbe trattarsi di suono onomatopeico del grilletto di una Colt45) – attento a chi la butta in caciara senza condividere pane e caciotta, attento agli spargitori effonditori di ammuina; rivoluzione è sì cambiare, tornando però alle Origini, ai Valori fondativi.

Innovare ma conservando le Basi, potenziando la Memoria: dei neuroni e degli anticorpi.

Avviso ai medicanti, ai naviganti, agli inquisitori in servizio permanente effettivo: anche i bersagli mobili, prima o poi, nel loro intimo s’incazzano; o si scassano, questo evento sarebbe da considerare peggiore del primo: un fortunale – chissà quanto fortunato o foriero di doni – si sfoga da solo, si esaurisce e si consuma nella sua stessa furia, un vascello avariato, naviga pazzo e pericoloso, incontrollato ingovernabile, per il vasto Mare.

Finire come Mastro Geppetto, incatenati al letto, con i pensieri fuggiti dalla testa come un nugolo di galline dall’aia; non sono cattolico né marxista credo solo alle poche cose che mi allietano la vita, credo nell’acqua e nella luce del Sole, nelle rondini e nelle lucciole che nonostante l’ecocidio si intestardiscono a tornare; mi guardo dentro la crisi e vacillo sul nulla, sono solo un corpo e come corpo morto, prima o poi, cadrò; ci vorrebbero nuovi geniali racconti dal confine, dai confini tra noi e l’irrealtà; Costanza tu sia marchiata o meno con l’infamia degli ominicchi, necessiterei di carta, penna d’oca sul cappello che noi portiamo, inchiostro nero virato seppia, calamaio, meglio sarebbe Calamandrei: abbattere ogni gerarchia, iniqua opprimente oppressiva, per instaurare un costituzionalismo sociale;

inutile negare, negare sempre, soprattutto le evidenze, la Verità non ci piace abbastanza, non è resiliente, non incrementa il pil, non garantisce la verde transizione, non è sexy;

alla patria, preferisco Madre Gea, alla nazione, il Mondo paese.

Sarò disertore, eretico, ma al falò delle vanità dei guitti di regime, anteporrò sempre e comunque La Leggenda del Piave, la sacralità di quella canzone, baluardo della nostra memoria e delle Vite di quei Ragazzi, Ragazzi per sempre.

A Loro insaputa.

Mnemonici integrati e fatue fiamme

Pagina degli Armonici, mnemonici integrati, più o meno.

Dotti o sapienti, sapientoni o sapientini? Sanpietrini, magnifici storici, talvolta disconnessi. Crateri urbani, geofisici, mentali.

Memoriali, memoranda o smemoranda – Amanda – memorabili memorabilia, ma se ci affidiamo alla nostra memoria personale o a quella dell’arte imprenditoriale inventata dal nobile Aldo Manuzio, rischiamo comunque di cadere in errore.

Giornate della Memoria, ma se poi tutto è virtuale, tutto vale, niente e soprattutto nessuno ha più valore.

Memorie selettive. ché anche la Storia come la Giustizia non è uguale per Tutti. Meglio se alcune Verità restano quiete sotto i tappeti, non necessariamente persiani e volanti, o dentro pozzi, non sempre artesiani a regola d’arte.

Il mio cuore vibra per tutte le Memorie, soprattutto quelle dimenticate.

Memorandum, elettronico e/o cartaceo, per auto rammentarci – rammendarci anime sdrucite – che la fine è nota, sempre quella con girella, univoca questa sì, certa per Ognuno; da soli o in comitiva, identica democratica equa.

Con Ter? No mas. Contare voti, ma se non si posseggono numeri, anche le migliori alchimie evaporano.

Albe e tramonti, diversamente fiammeggianti, abili però nell’innescare forti emozioni, impressioni, sensazioni, suggestioni; suggerirebbero antiche memorie di saggezza, intorno a fuochi, fiamme di misteriose Regine evocative – do You remember Eloana, dear Umberto? -, fiamme di Megalopoli donate da Prometeo, fuochi fatui però, senza scintilla primigenia d’Intelletto.

Dentro al letto, peccaminosi talami di ardori fugaci. Anche, per inaugurare una mens sana, in sana sanificata Vita. Lascivi imenei in turris eburnea? Finalmens.

Aprire un teatro di cabaret in un campo di concentramento e organizzare spettacoli satirici dopo la partenza del treno verso forni non riservati alla panificazione? Qualcuno lo ha fatto davvero e ancora oggi, nemmeno ascoltando Wagner, a me verrebbe voglia di invadere qualcosa o qualcuno.

Se è vero che ridere cura la mente il corpo e l’anima, si può e si deve ridere di tutto; il riso abbonda nella bocca degli sciocchi? Non saprei, ma per restare in tema, il riso – in chicchi dosandolo con tazzine da caffè – è una fiamma che scalda lo spirito anche quando siamo immersi nella tragedia, anche quando il Mondo del Prima e del Poi sembrano senza senso.

Piccola accortezza: non avvicinare troppo la fiamma al puro spirito, di roghi ne abbiamo avuti anche troppi.

L’indice non sia più accusatorio, censorio, ma solo inumidito di grazia e curiosità, per sfogliare libri, lettere, mappe.

Da fervido, fervente, convinto marxista, mozione Groucho, vi dico che in fondo a ogni credenza, c’è una verità, così come in fondo a ogni salotto, potete trovare una credenza:

questo dimostra in modo inconfutabile che i salotti esistono – anche al di fuori degli insopportabili spot (e che in fondo a ogni salotto è occultata, nel doppio fondo della credenza, una verità, non sempre piacevole).