Penelopeide e Homo Sapiens

Chi si isola, sbaglia; chi si aggrega, chi impara a lavorare in gruppo, chi esperisce collettivamente: progredisce.

Procediamo con ordine, però, non intorbidiamo le acque, o, perlomeno, seguiamo una rotta precisa, se non tranquilla.

Affrontiamo gli interessanti marosi della Penelopeide, se così ci aggrada, adottando la definizione di Silvia Ronchey (su Robinson di La Repubblica), che con arguzia analitica ridefinisce non solo il carattere di Penelope, ma anche l’apporto e l’impulso decisivo che la sua figura mitica hanno fornito alla Storia e ai Ruoli delle Donne nell’ambito della società umana.

Oltre ogni apparenza e considerazione ufficiale – Penelopeide è anche il titolo di alcune opere composte in questi ultimi anni da autrici e autori illuminati – nonché, senza tema di smentita, la sua definizione (della sovrana di Itaca) risulta superficiale, stantia: il consorte di Penelope, da maschio che si crede esemplare (in tutti i sensi) unico e destinato a imprese epiche, ha deciso di vagare per il Mediterraneo? E, tornato finalmente sulle amate sponde, di riprendere il viaggio, abbandonando Itaca e la legittima sposa?

Orbene, Penelope, lungi dal piombare in preda al dolore, lungi dal dimostrarsi la tradizionale moglie fedele – Antinoo, capo dei folli spasimanti, ‘invasori’ dell’isola, era di fatto suo amante – silente, e, soprattutto, paziente; in realtà, il vero essere superiore è proprio lei, ribaltando gli stereotipi giunti fino a noi, rovesciando il significato attribuito al racconto omerico: tenace, per 20 anni governa Itaca da donna sola, intelligentissima; tiene in scacco, anzi, a bagnomaria, centinaia di giovani nobili, ai quali è negato in modo totale l’accesso alla sala del potere. Quello nella stanza da letto, nell’alcova nuziale, parimenti, lo decide solo lei. Quando, in conclusione, Ulisse non frena la propria indole per varcare le colonne d’Ercole, anche Penelope salpa, consapevole che non esiste più nessuno (forse, non è mai esistito) da attendere. La scoperta di tutte le meraviglie del mondo non è più appannaggio (né narrazione, come usa considerare adesso) maschile.

Avvincente, a scriversi, anche la storia dell’Homo Sapiens. Una vicenda, come quella della mitica Penelope, ritenuta ormai certa e immutabile, mentre le scoperte recenti, con conseguenti conclusioni, ci svelano nuove pagine da leggere, con estrema attenzione. Le ha vergate il paleontologo francese Ludovic Slimak, nel volume intitolato L’ultimo Neandertal. La scomparsa dell’uno non sarebbe avvenuta migliaia d’anni prima della comparsa del nostro antico avo, ma i due si sarebbero incontrati, costringendoci a retrodatare, dunque, l’arrivo dei Sapiens. L’estinzione di Neandertal sarebbe una logica conseguenza dell’accadimento. Non senza sovrapposizioni e reciproca conoscenza. Forse, molto probabilmente.

Tutta colpa – anzi: merito – di un dentino da latte Sapiens, rinvenuto tra altri dentini da latte Neandertal: in quella grotta francese, Grotta Mandrin, nella Valle del Rodano, “l’ultimo fuoco neandertaliano ha ceduto il posto al primo focolare dei Sapiens“. Un anno, o meno, per l’avvicendamento tra i due popoli, testimoniato anche dal ritrovamento di migliaia di punte di selce che fanno dedurre agli studiosi, non solo una produzione più raffinata e seriale, ma anche l’utilizzo di quegli oggetti sottili e di pochi grammi per completare frecce destinate ad archi. Inventati, perciò, 40.000 anni prima di quanto credessimo fino a oggi.

Per evitare di sottrarre suspense al racconto, mi limito a compulsare che i diversi gruppi dislocati in Europa di Neandertal rimasero sempre isolati, “senza mai alcuno scambio genetico e culturale“; mentre i Sapiens, da subito, avvertirono l’esigenza, intuirono l’importanza decisiva di “fare gruppo, avere un’identità, di fare cose (pianificarle, realizzarle) tutti insieme“.

Mostrandosi assai più lungimiranti dell’homo technologicus. Indovinate chi.

Scaltrezza, fortuna o intelligenza sopraffina?

Considerassimo solo la parabola di Penelope, non nutriremmo dubbi.

Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Grandi Viaggi

Pagina dei viaggi; in prospettiva, in teoria: grandi.

Del resto, in contumacia di grandi speranze – non spira proprio l’ossigeno migliore – dobbiamo accontentarci e fare di necessità virtù, come direbbero antichi, consunti, ormai archiviati saggi. Per conferma, chiedere lumi e campanelle a Charles, Dickens.

Ossigeno migliore, un ottimo proposito; sarebbe sufficiente quello respirabile, in grado di irrorare le fondamentali cellule neuronali, in grado di mantenere attivi e forti i polmoni; per tutte le idee – vere – per tutte le esplorazioni. Auspicabilmente.

Un avverbio che ho sempre considerato elegante, eppure inconcludente. A scrivere il vero non si crea letteratura e i maestri in genere, del genere (no degenere) sconsigliano in modo netto – nettamente? – l’utilizzo, soprattutto sconsiderato e prodigo, di avverbi. Non aborrire, per carità – ché qualcuno mai potrebbe offendersi – ma non tracimare; denota scarsa varietà linguistica, simpatia per stratagemmi facili, voglia di appesantire e rendere la lettura assai sgradevole.

Auspicabilis, latino tardo, nel senso di antico, non tonto. Assonanza evidente con auspicio, da avis (uccello) e spicio (osservare); come dire, presagio di cose future – potenziali, non ancora concrete – mediante l’osservazione del volo dei pennuti. Traete da soli i segnali del domani, senza abusare di ottimismo o del suo inevitabile contrario.

Vorrei esprimere un ultimo sogno, un sogno mai sognato, nuovo, enorme – sennò che atmosfera onirica sarebbe? – definitivo; scrivere un’antologia di racconti, come Pedro Almodovar, il regista cinematografico spagnolo, contaminato (non in negativo) dalle circostanze della realtà madrilena. Concedermi l’irriverenza, dopo opportuna reverenza ai mostri sacri della Cultura, non cedere all’insulsa autobiografia, coltivare con cura meticolosa l’originalità e l’utopia, soprattutto l’ironia. Potrei forse non salvare qualcuno, aprirgli qualche percorso alternativo, i punti di vista e quelli interrogativi.

Invoco la benedizione di Ulisse, di Shakleton, di HP (Hugo Pratt), di Freya Madeleine Stark, di Alfonsina Strada; le vostre imprese, le vostre volontà, le vostre intuizioni siano le mie bussole, apotropaiche.

Vorrei cadessero su di me gocce pesanti e soprattutto pensanti di Burt; Lancaster, certo non trascurabile, meglio Bacharach, potendo optare. Un uomo in rima, non per forza baciata, con la Musica, un uomo che con naturalezza ha conquistato 70 volte la Top 40 Usa, 52 quella di Sua Maestà (sponda londinese): non più la Regina, il Re; purtroppo non Artù. Canzoni, inni per cause umanitarie, colonne sonore divenute Storia di film cinematografici a loro volta assurti a pietre miliari dell’Arte, in senso stretto e in senso lato.

In tutto questo, mancano – tanto – le Donne; è un vulnus voluto, ricercato, perché le Donne sono, malgrado le orripilanti convinzioni degli uomini (presunti tali), le sole signore e padrone del Mondo, dell’Universo della Bellezza. Le stanze sono vostre, gli ambienti spaziali sono vostro esclusivo appannaggio, praterie sconfinate per le Vostre risorse, per la Vostra inesauribile creatività.

Trasformate i sogni in utopie, le utopie in progetti: in fondo, come sosteneva Mandela, i veri vincitori sono sognatrici/tori che non si sono mai arrese/i.

Allegra donna con cappello

Sotto il cappello, un mondo; di più – molto di più – i mondi, gli universi.

Donna, una e trina: almeno. Per iniziare.

La Donna è mobile, ma non qual piuma al vento, piuttosto quale pensiero cangiante, quale cambiamento continuo tendente se non alla perfezione – dannazione totale – all’equilibrio, all’armonia.

L’importante è rubare, ma solo il meglio, il sacro, la bellezza; a chi, se non a una donna, anzi, alle Donne, all’eterno, inscalfibile, creativo femminino?

Ecco perché attingo a Isotta Canciani, perché è Donna colta, libera, antifascista: perché è friulana, ma di rito intelligente, sa beneficiare dei piccoli e grandi piaceri della Vita, traendo sempre nuove esperienze e un tratto di saggezza in più. Non importa che sia esistita, esista o debba presto nascere, non importa se si tratti di personaggio d’invenzione; è una Donna: vera, entusiasmante, magnifica.

Non l’Isotta Fraschini automobili, certo, né, tantomeno, Isotta la compagna di Tristano; Isotta Canciani, udinese agèe, degli anni 30 del 1900, le cui godibili, memorabili gesta sono nate nella testa e per la penna – letteralmente – di Paola Zoffi, originaria di Romans d’Isonzo, ma vivace intellettuale di San Giorgio di Nogaro. Chi mai potrebbe raccontare la storia di una propria creazione o di una città durante la belle epoque attraverso una serie di simpatici, semplici rebus distribuiti a Lettrici e Lettori? Chi potrebbe tratteggiare con sagace ironia protagonisti, comparse, oggetti misteriosi che racchiudono segreti – e non solo – caffè e osterie storici, viaggi in treno, attraverso un escamotage così brillante e coinvolgente?

Presentando alla Libreria Einaudi di via Vittorio Veneto in Udine la sua ultima pregevole fatica letteraria, Paola Zoffi ha rivelato un’indole con caratteristiche simili – non identiche – alla signora Isotta Canciani e animando in modo coinvolgente una delle tre serate della manifestazione culturale La notte dei Lettori (decima edizione, con approccio per fortuna ancora appassionante e lontano da logiche ‘multinazionali’); la trilogia si snoda attraverso titoli e scrittura magnetici: Essenza di tabacco e robinie, Del giovedì e altre disgrazie, Tutta colpa dei tarli. Per tacere, con discrezione e amichevole accoglienza, del padrone di casa, nonché coraggioso editore, Paolo Gaspari.

Il bello delle allegre Donne con cappello è che sanno annientare con un motto di spirito le frontiere: divisioni del territorio nate dagli interessi particolari, dalle opportunità geopolitiche – in accezione peggiore e disumana – dalle sofisticazioni a tavolino; frontiere che non somigliano in nulla e per nulla ai confini naturali, quelli che stimolano i vari Ulisse a superare i propri limiti e le tante, diverse Isotta a parlarsi, confrontarsi, imparare: per migliorare, crescere, per fondare un Mondo nuovo sul bene comune.

Come dice e realizza da una vita il professor Angelo Floramo, – altro illustre esponente delle tre notti friulane – persona colta e sensibile che saprebbe farsi capire anche nelle peggiori osterie ai limiti del Pianeta;

con un sorriso, molti racconti e infiniti bicchieri di vino.

Buone letture, buone bevute, buoni viaggi: con e in tutti i sensi.

Jet Lag o Getsemani

Pagina del Jet Set.

Jet? Set? Tra aerei e produzioni cinematografiche, in bilico: non era tutto bloccato? Falò delle vanità, illuminaci d’immenso d’incenso di senso, pratico soprattutto.

Pagina di Jet Robot, cuore d’acciaio – quello era Jeeg, ma vale lo stesso – cervello, umano, troppo umano: tre amici, un solo corpo, ché abbiamo dimenticato quanto sia l’unione a conferire forza.

Jet Set mellifluo suadente superficiale, da non confondere con ‘Jetsemani’ – o era il celebre gruppo tarantolato dei salentini Getsemani? – il giardino dei.

Non vorrete picchiare sempre e solo chi dorme ai piedi dell’albero, anche il miscredente che dorme sul ramo; se nel frattempo, si fossero scambiati di posto, pazienza; un cornuto da mazziare, bisogna sempre individuarlo.

Teoria dei colori, lunga teoria di colori, ma se Greci e Romani e Arabi e Persiani, a caso a vostra scelta, rinascessero oggi, nel Mondo Dopo, verrebbe fuori un intricato vespaio ché la Torre di Babele al confronto sembrerebbe una candid camera organizzata con copione blindato.

Dietro lo specchio, Nanni Loy o Nanni Moretti – un impenitente osservatore di costumi scostumati o un altro papa dimissionario? – magari l’ombra del solito sospetto, la parvenza, la larva della mia identità, alla deriva senza avere mai vissuto una vita da Lupo del Mare; solo oniriche illusioni con Melville, Conrad, Salgari, H.P. quello vero, Mastro Hugo Pratt.

Torna il caleidoscopio della pandemia, la tavolozza dell’emergenza, ma potremmo discutere a lungo su temperatura, qualità, quantità, luminosità, opacità di tinte colori intenzioni? Chi è candido, non esiti a candidarsi; se davvero è puro indossi la veste e non la maschera sbiancata. Era più onesto Casper il piccolo fantasma o lo sventurato Fantasma di Canterville? Albus Albino Alboino, silenti: chi tace acconsente o si astiene dalla indegna gazzarra per intasare sempre più lo sciocchezzaio mediatico quotidiano?

Giallo urlo di Munch, o Rosso scandalo, come Gilda atomica, nei sensi, i 5, delle curve pericolose? Anche se bianco, rosso, oro sono i colori che ci dovrebbero accompagnare verso la Rinascita – non rinascente, mi spiace per il commercio globale, ma i templi erano saturi di mercanti e carabattole e sono stati abbattuti.

Non sarà il canale di Suez di nuovo navigabile, grazie a un Mastro Lindo qualsiasi, a restituirvi il sedicente scettro.

Jet lag, jet lag, chi sei tu jet lag o Mick Jagger? Rolling Stones Stonehenge Stone Age; Phileas Fogg o Ulisse, sfida finale per decidere il vero, unico modello del Viaggiatore del III millennio, con il persistente convincimento che il migrante dall’Afghanistan all’Islanda – bombe e vulcani permettendo – sia ormai il solo che meriti di fregiarsi con l’agognato titolo: la partenza, l’arrivo, il percorso rapido senza intoppi, sono importanti, per i turisti della vita, la propria in prima istanza.

Martedì palindromo, 30/03: intellettualismo sbandierato, ignoranza manifesta; non so cosa significhi il dotto vocabolo, non posseggo alba né tramonto, di significato significante, semantico simbolico metaforico, però mi consola e conforta che i grandi professionisti dell’informazione e della scienza siano ripartiti di gran carriera – la loro – estraendo dalle fondine le mai dismesse metafore belliche.

I Popoli fornivano preoccupanti sintomi di risveglio, dal torpore dall’incantesimo dall’ipnosi del terrore.

In una fresca e luminosa mattinata, riuniamoci sul Gargano, tra frammenti di preistoriche preziose selci e sagge Streghe inascoltate, tra le fronde di Colossi Millenari: impariamo da loro l’arte della Vita in uno dei giardini ancora esistenti dei semplici giusti Getsemani.

Non camperemo mille anni, camperemo meglio e finalmente liberi, perfino dal jet lag.

Bugiardini e Bugiardoni: senza trucco, senza inganno

Pagina Bianca, anzi, cambio in corsa: Pagina del Bugiardino.

Il Bugiardino è un vezzoso, piccolo, allegro, gioioso mentitore?

Un fogliettino di carta bianca, con le precise istruzioni, doverose precauzioni, chiare controindicazioni, stampate in inchiostro nero? Come la pece, come l’inchiostro difensivo dei polpi, come il petrolio dei disastri ambientali marittimi.

Rischi o benefici? Né gli uni, né gli altri? Male che vada: trombi. Sembrerebbe l’esile impalpabile – dal punto di vista narrativo – sceneggiatura di tanti lungometraggi italopitechi, genere cosce lunghe al vento, tipici degli anni ’70/’80 del 1900. Tutto si tiene, tutto si riscopre – appunto – tutto si rivaluta, col seno del poi. Certo, dovremmo prima interpellare l’Ubalda.

Nel Mondo Dopo la salute non costituisce più diritto primario inalienabile, come da dettato Costituzionale, ché per un valido dettato, bisognerebbe almeno conoscere i rudimenti della lingua, sapere leggere e scrivere in modo sommario; ma queste competenze – nel modernese: skills – non sono più richieste, anzi derubricate a superflue inutili fastidiose ubbie da nemici delle nazioni e dei popoli. Buoi, è meglio, dei paesi tuoi o altrui non fa differenza; importante che il gregge sia mansueto docile governabile. Anche senza cani pastori.

Benedire le unioni omosessuali è contro le leggi di Dio, lecito invece benedire armi e instaurare amichevoli relazioni con famigerati dittatori; pentiti, figliolo, pentiti o rischi di diventare come Omero Onan, magari si potesse optare per Conan: ragazzi per sempre no, ma con un futuro all’orizzonte, non solo alle spalle, sarebbe proprio una lieta novella.

Guardare dentro l’uomo – talvolta, uovo, navicella spaziale dal pianeta Ork – può essere un’avventura una scoperta o pericolo allo stato puro; guai agli indagatori, poi qualcuno annuncia trionfante che alcune parti prelevate dagli appestati del mondo dopo possono essere impiantate negli umani, quelli un po’ acciaccati, per restituirli ad una vita sana completa tranquilla. Bugiardini o bugiardoni?

La Storia è infarcita di storie di grandi ingannatori, o semplici burloni, a cominciare dal cavernicolo BC che mentre decorava le pareti della sua caverna con i graffiti del primo graphic novel umano, diceva trionfante al suo compare: “Sai tra 2000 anni come se la bevono, questa?”.

Senza offesa, ma gli dei della mitologia – a partire da un certo divin messaggero – non brillavano per sincerità, anzi l’inganno presso i prestigiosi cittadini, inquilini dell’Olimpo era considerato una peculiarità celestiale. Tonto chi ci cadeva.

Ulisse: the great pretender (grazie Freddy, Mercury), chiedete il suo curriculum alle Donne che ancora gli danno la caccia sulle ondose rotte del Mediterraneo; o, per avvicinarci alle nostre ere, pensate al Principe, non Giuseppe Giannini core de Roma bella, ma quello di Machiavelli. Senza macchia, senza fole o folate, di vento con dentro parole disperse.

La Storia stessa andrebbe sottoposta a accurati passaggi nel setaccio; come insegnava meritoriamente nei licei Don Renato, esegeta biblico – e molto altro – di fama planetaria, il vero metodo storico consiste in un approccio aperto, razionale e scettico agli eventi tramandati, narrati anche nei documenti che vantano la patente di ufficialità: credo a niente, a meno che mi si dimostri il contrario; procedimenti lunghi lenti certosini, ma la paziente Verità è immane, immanente, non corre esagitata verso il centro commerciale.

Tempi moderni, tra Madoff originali e Madoff dei Parioli – ché anche il mercato degli imbroglioni propone quelli docg e quelli taroccati – , a ciascuno il suo; in ogni ambito contesto campo e grado. L’anzianità fa grado, ma anche l’idiozia garantisce pacchi di galloni, da esporre con orgoglio su petti trionfanti. Comunque, mentire no, meglio la reticenza, reti di indecenza, notevole: salvare l’Umanità, forse, ma sulle scialuppe di salvataggio prima le banche e i misteriosi fondi d’investimento senza patria; tanto i soldi sono virtuali, come quelli dell’obsoleto Monopoli e del calcio mercato, ma i debiti, veri: sulle spalle degli allocchi.

In questi giorni di Quaresima e quaquaraquà, ecco inventato all’impronta – per rientrare a tuffo bomba nella mesta contemporaneità – il bugiardino evoluto, cangiante, fluido come contenuto magico della sacra fiala (i romanzi rosa di Fiala?), camaleontico; Carlo, Linneo come classificheresti questi bugiardini? Karma Chameleon? Attenzione però, perché esiste anche una Karma Police e sarebbe meglio non contare sul fatto che alla porta si presenti Sting per invitarci ad un concerto.

Dobbiamo tutti, nessuno escluso, sottoporci al rito magico protettivo apotropaico: non esiste altro modo per riconquistare le nostre libertà. I bugiardini e i bugiardoni garantiscono: effetti collaterali o avversi, ipotesi remote, o comunque limitate negli effetti, affetti scomparsi dai monitor.

Piena fiducia nella scienza ufficiale: fa miracoli. Lo digito mentre con il tentacolo libero mi carezzo gentilmente l’epidermide che di secondo in secondo muta di colore: rosso, oro, verde, come da nuove regole della trans mutazione ecologica. Altan e Bucchi restano giganti del Pensiero: vax pensiero sulle siringhe argentate, puntiamo senza indugio sull’unità, di gregge.

Ogni giorno è una nuova battaglia, di sopravvivenza, per la Vita, ma questi colori mi donano, mi arridono, mi sorridono: collimano con quelli del mio caleidoscopio, onirico.

La Verità vi prego, anche su un argomento a piacere.

Furbizia vs intelligenza, mente calcolante vs mente poetica

Pagina della Filantropia, virale come si conviene confà conforma ai tempi.

Chi può, scappa tra le stelle sognando fughe marziane, chi non può annega tra le plastiche con le quali abbiamo soffocato i mari.

Gli altri furbetti del pianetino smerciano rimedi, non a chi ne avrebbe diritto, ma ai peggiori offerenti, purché muniti di autentica antica grana.

Cronache marziane, Sole opaco, rami neri senza più linfa, mani oblunghe aride: distese desertiche laggiù nell’Arizona. C’era una volta una Terra, azzurra, sul tetto che oggi scotta.

Nel frattempo, curiosa espressione, considerando il flusso unico continuo – come la lubrificazione dei Soliti Ignoti, costante e ininterrotta – degli eventi, anche i Sogni e le Chimere sono un tantinello appassiti, nel tinello di casa, però quello buono.

I Gesuiti hanno la forza secolare le competenze la propensione per mettere in riga redarguire bacchettare ove e se necessario perfino le molte signorine e/o signore Rottenmeier continentali: loro silenti, chinano il capo – anche i capoccia e i capoccioni si inchinano – preventivamente cosparso di cenere, si dolgono per gli errori umani fatali, ringraziano per l’esemplare punizione.

Viaggi delle Speranze, Carovane di Speranze in viaggio, verso Terre promesse, promesse disattese nei confronti dei veri nativi di quelle regioni – sao ko kelle terre… – Oregon come un miraggio, esodi perigliosi tra impervie vie mai battute prima, bande di tagliagole, interessi di biechi politicanti e soliti speculatori; sarebbero servite, illo tempore come oggi, guide competenti oneste affidabili, impresa ardua reperirle. Nel Mondo Dopo, qualche vago cenno di luminosa redenzione: gli antichi abitanti dell’Oregon, il fiero popolo Klamath, acquistano ciò che un tempo era loro, solo una piccola parte di quanto fu strappato agli Autoctoni originali con violenza inganni leggi ipocrite e inique; praterie laghi montagne erano in connessione millenaria con il Popolo degli Uomini rossi, il cuore di quegli Uomini apparteneva ed era seppellito sotto quei territori; nonostante le predazioni le privazioni, non ha mai cessato di scandire i veri ritmi della Natura indigena endogena.

Le varianti del morbo inficiano i poteri magici dell’elisir miracoloso? Tranquilli, secondo gli alchimisti dell’Impero tutto si risolverà aumentando le distanze dall’Inter, cioé interpersonali: 40 centimetri in più, lo ha sentenziato il solito oracolo algoritmico partorito dagli alambicchi fatati; perfino il povero John Holmes, eccelso uomo con 30 centimetri di dimensione – artistica, come da annales – sarebbe in ambasce.

Ulisse mio, sei il modello unico – no agenzia entrate, grazie – dell’omuncolo moderno (o post moderno)? Miti classici nati per spiegare l’incomprensibile: il bipede umano, coacervo, viva il Cervo, sommatoria, delta – talvolta di Venere – di peculiarità positive e negative, dal risultato complessivo e finale spesso incerto; come molte paternità. Ulisse oggi, nel Mondo Dopo, saresti il perfetto leader multitasking che non deve chiedere mai e soprattutto non ascolta il canto e le parole delle Sirene; curiosità infinita, hybris nella volontà di andare oltre ogni limite: senza i folli voli di Odisseo – e di Icaro incauto – saremmo rimasti per sempre incollati al suolo, ma certe volte per volare basterebbero la fantasia e due corde legate ai rami degli Alberi. Conoscere il passato è necessario per costruire l’avvenire, sapendo coniugare i verbi al futuro; considerando che abbiamo notevoli difficoltà con il congiuntivo, ormai quasi estinto, difficilmente riusciremo a farci assolvere – nonostante principi e principesse del Foro, nell’ozonosfera – con il condizionale.

Ulisse eroe che sfrutta la tékne e la mekané per concretizzare le proprie intuizioni: 100 ne pensi, 1000 ne combini. Sei stato l’incarnazione della definitiva primazia – senza trascurare le amorevoli seconde e terze ziette – della mente calcolante calcolatrice razionale, sull’animo e sulla mente poetici passionali onirici;

sei stato Tu a beffare le Sirene, fingendo che con un po’ di cera nelle orecchie e legato all’albero della nave, potesse essere sconfitto il loro potere, la loro malia, o sono state le Sirene a baloccarsi con la Tua rinomata astuzia, mimando il canto e opponendo invece al tuo inestinguibile errare un silenzio così innaturale e assordante che sarebbe stato impossibile non udirlo? Sei più umano nella visione dantesca o in quella kafkiana? Nella veste di eroe o in quella di piccolo uomo che si barcamena per sopravvivere al cospetto di entità e forze più soverchianti e potenti?

Senza il Tuo esempio, niente Luna e niente uova rotte nel paniere di Marte, ma forse non avremmo nemmeno commesso il peggiore dei crimini: novelli seguaci di Lucrezia Borgia, saremmo stati così svegli – ci si sono svuotate le clessidre? – da non avvelenare la nostra unica casa planetaria.

Stupido illudersi di trovare salvezza attraverso gli stessi meccanismi di pensiero e gli stessi strumenti che hanno creato il Problema, vero Albert?

Più esemplare, ammirevole, paradigmatico Ulisse o il capo dei Nativi americani, conosciuto con il nome di Seattle?

Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, bensi’ e’ l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto cio’ che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli.

Dalla lettera del capo Seattle al grande padre bianco di Washington, 1854.