Leopardati, forse

Pagina del forse, parola più bella del vocabolario;

non lo dico io, lo scrisse Giacomo, Leopardi.

Dalle truppe cammellate di certe schiume dei sargassi, mucillagini infestanti delle nostre società in disgregazione, alle truppe leopardate, anzi leopardiane: un bel passo in avanti, il passo del Leopardi. Forse.

In ritirata, sulla collina, almeno, anzi ameno, buen ritiro. Forse.

Vivere, sopravvivere all’ombra, nell’ombra dello ieri, prima che venga Domani, a esigere tributi decime gabelle balzelli – anche sul posto – omissioni, ossessioni. Forse.

Le vite degli uomini si intrecciano come fili di canapa, anche quando questi uomini non si incontrano mai, anche quando percorrono epoche distanti o lievemente comunicanti tra loro; credereste all’incredibile forza vitale – resilienza, vade (nel) retro bottega – di un infaticabile, orgoglioso lavoratore nipponico, capace di sopravvivere a 2 ordigni atomici, per poi concludere il cammino terrestre a 93 anni, da attivista contro il nucleare? Credereste alla forza del destino, del fato, del caso – dadi in un bussolotto nelle mani degli dei capricciosi – che si abbatte sull’esistenza di un intellettuale francese, nemico dichiarato dell’atomo nocivo e della meccanica senza anima, il quale scegliendo un giorno di viaggiare non in treno, come inizialmente previsto, ma in auto, muore a causa di un incidente stradale? Non saprei dire se esistano sottilissimi gangli invisibili che ci collegano tutti all’Uno metafisico o se sia in fondo possibile trarre, se non una morale, almeno qualche piccola preziosa lezione dalle vite degli Altri che non sono noi: più che il presunto ritorno dell’atomo verde di pseudo IV generazione, temo gli istinti voraci amorali acefali del bipede, forse progredito nelle tecnologie esterne, ma rimasto bloccato alla prima generazione, primordiale e belluina. Forse.

La scienza – ah, questa scienza, sostitutiva di Mamma Rai, quante cose fa solo per noi – ci avverte (chissà poi perché gli avvertimenti più mediatici, mediatizzati della scienza somigliano sempre più a minacce, a ricatti) che un enorme asteroide nomade nel cosmo rischia di schiantarsi sul nostro Pianeta in data 6 maggio, con effetti potenzialmente catastrofici: asteroide vagabondo non ti temo, hai il passaporto in regola? Hai completato il ciclo di inoculazioni di magico rimedio? Sei fornito di apposita, regolare mascherina ffp2 – anche quelle di Zorro o Diabolik, potrebbero andare bene – per atterraggi all’aperto o nei locali pubblici? In caso contrario, schiantati da qualche altra parte nell’Universo.

Ti invio il messaggio, l’imperativo categorico in codice, tramite alfabeto, Alfabeto Forse.

Lo Zibaldone dei pensieri non equivale a un rassegnato zì badrone: il potere è contenuto nelle mani del tiranno o nelle passività dolente di chi si rassegna senza combattere alla schiavitù? Eterno dilemma che non significa lemma doppio, casomai, angosciante problema al quadrato. Forse.

  1. L’immaginazione è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice.
  2. L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura.

Giusto per non smentire la fama di inguaribile ottimista, anche un po’ zuzzurellone del Leopardi:

sempre forse;

sia chiaro, senza tentennamenti.

Ombre Comete Piccole speranze

Pagina delle fallaci sensazioni, da non confondere con sensazioni falliche;

si cambia del tutto genere e gli esiti potrebbero risultare lontani e inattesi.

Ombre grigie, ombre nere – per tacere delle ombre rosse – vagano indistinte nella nebbia che tutto rende indistinguibile e ovattato, eppure periglioso, in ogni gocciolina potrebbe annidarsi, mimetizzarsi una minaccia, reale o immaginaria non fa differenza.

La verità minuscola che ricordavamo si può cambiare, mascherare, cancellare, ma se non riusciamo a definire un sasso in giardino, sarebbe opportuno non arrischiare dialogici dibattiti sui massimi sistemi.

Chi può ragionevolmente scandagliare i propri abissi e a stretto giro degli angoli, acuti, gli abissi altrui? Un uomo grida il proposito di perire e farsi tumulare sul posto di lavoro, potrebbe apparire un’esagerazione causata dall’esasperazione di un periglio momentaneo, invece è una filosofia personale, un piano di vita, o di congedo, dalla vita.

La disobbedienza meditata alle illusioni coercitive del potere è già felicità, la resistenza – prospera abbondante munifica – sia frutto da curare nel presente, maturo per il futuro: la Compagnia della libertà e della dignità, della coerenza e della consapevolezza soppianti presto quella delle Indie, o meglio, le sue voraci, spietate nipotine.

Brancolare mendicare pedinare l’eco, dei propri passi, a ritroso nelle dimensioni, negli eoni, nelle esistenze: tornare a Babilonia, Alessandria d’Egitto, Atene; imparare davvero finalmente democrazia, oratoria, catarsi dagli orpelli, i più ponderosi, i più ingombranti, soffocanti.

Ombre non solo, non sempre orientali, giochi di dissolvenze, incrociate, abbracciate: prologo, epilogo, entità separate, identità precipue o identiche fasi alternate, intercambiabili a seconda dello scorrimento della pellicola, del montaggio analogico, delle direzioni di marcia, con passo costante?

Le parole, queste sconosciute, talvolta non sono abbastanza, talvolta, una sola può tracimare nell’eccesso; gli auguri sarebbero fuori luogo, in loco nel Mondo Dopo anche gli àuguri preferiscono eclissarsi:

meglio ricominciare con cautela e leggerezza, confortati da un ricordo bello anche se falso (o bello, proprio in quanto falso), inseguendo una piccola luce, forse verde.

Magari per avvistare – se non appuntare come biglietto mnemonico sull’anta del frigorifero – la Cometa Osceola:

perché i sogni dei Popoli non devono morire, perché i Popoli devono restare in cammino.

Dolce naufragare, senza soluzioni

Pagina di chi cerca le soluzioni, si scervella, si danna nella ricerca.

Nella settimana enigmistica, tutto almanaccando, è facile: basta pazientare la settimana successiva per trovarle già belle e stampate, a chiare, visibilissime lettere.

Frugando nelle proprie tasche diventa operazione più complessa, quando non impossibile – adoro le missioni impossibili, tanto poi arriva Tom Cruise che a 90 anni salta dai grattacieli senza stuntman sostitutivo – di solito le tasche hanno ceduto, lise da tempo, nel corso del tempo; le soluzioni le briciole le monetine si sono disperse lungo tutto il percorso e riportarle nelle mani o nella memoria è magia riservata a pochi, illuminati.

Antonio De Curtis, il principe partenopeo, talento comico quindi tragico, inarrivabile, sosteneva non solo sulle sue esili spalle – grazie a spalle straordinarie – sceneggiature talvolta imbarazzanti, ma anche ispirate teorie filosofiche: nei tempi di crisi, gli intelligenti si prodigano per trovare e costruire soluzioni, mentre gli stuoli di imbecilli si affannano a individuare colpevoli.

Ecco, Mergellina, abbiamo un problema: oggi gli imbecilli sono quasi tutti inseriti nei quadri di comando; peccato che nessuno – o pochi sparuti, quattro gatti indomabili, direbbero gli stolti – frequenti vocabolari e accademie etimologiche, sarebbero magnifiche scoperte – non tutte le scoperte sono di per sé stesse magnifiche – ineffabili emozioni al cospetto della autentica natura di parole chiave, quali: natura, maestro, ministro.

O mangi questa ministra – pardon, minestra – o la getto dalla finestra; la saggezza popolare può essere ingannevole, più di ogni cosa, ma di ogni cosa – non l’avessimo perduta, dispersa assieme alle soluzioni – fornisce una qualche traccia, solida molto più che apparente, almeno perlomeno, più o meno, indiziaria.

Avessimo ascoltato le Nostre Nonne, i Nostri Nonni, non saremmo qui e ora così, ridotti ai minimi termini, con pochi termini, di paragone e pensiero; poche parole, banali, equivalgono spesso a zero pensiero. Senza nemmeno zenzero.

La memoria tanto celebrata è un processo di costante riscrittura dei fatti accaduti – noi bipedi, in particolare, abbiamo una memoria affidabile poco affabile, quanto quella di un monocolo unicellulare: chi controlla il passato, controlla il presente, determina a suo sghiribizzo il futuro. Quanta nostalgia di un fratello maggiore

Come in una fulminea, fulminante vignetta di Mastro Altan: quanti pensieri in codesta realtà, se rinasco, spero di reincarnarmi in un sasso. In alternativa alla formica e al mandorlo precedenti.

O nel Pi, quello ellenico classico, naufragando per i Sette Mari, dolcemente, in compagnia di una maestosa Tigre, del Bengala o della Malesia: una o entrambe, comunque una benedizione.

Amor vincit omnia: rinascere mandorlo o formica?

Non sarà un magico rimedio, ma una vera magia a risolvere ogni problema.

Il meteo moderno, virtuale, basato su complicati astrusi calcoli e modelli matematici di riferimento, ha gà diramato l’avviso urbi et orbi, più, meglio di una benedizione – o scomunica – papale:

prepariamoci ad un epilogo d’anno (danno?) anticiclonico!

Sperando in un prossimo, ravvicinato, imminente, divertentissimo concerto dal vivo dei Raggi Fotonici.

Una stalattite e una stalagmite, con lungimiranza e pazienza e volontà paleolitiche, hanno atteso circa 20.000 anni, ma finalmente hanno coronato il loro sogno, il loro desiderio romantico: sono riuscite a incontrarsi e soprattutto scambiarsi un tenero – tenero, magari non proprio – bacio d’amore, lungo, appassionato, in stile via col vento, senza decollo, senza straziante abbandono finale.

Questo delirante anno ignobile, denso di ecoballe più o meno spaziali, molto mediocri, si avvia alla conclusione; interroghiamoci: è questo il momento fatidico del giro di vite? Quesito meno banale di quanto possa apparire di primo acchito; racconto horror, azione meccanica riparatoria, ciclo completo di esistenze?

Fossimo giunti al necessario balzo evolutivo, vorrei reincarnarmi in una formica, non atomica anche se questo insetto meraviglioso, nel suo piccolo (stabilito da chi?), talvolta s’incazza e giustamente di brutto; raccontava Mister Wilson from Alabama Blu Sky: se un extraterrestre fosse planato sul nostro amato pianeta milioni di anni fa in missione esplorativa, avrebbe fatto ritorno al suo mondo convinto, pronto a testimoniare con precisi dati alla mano – mano? – che il Popolo delle Formiche presto sarebbe diventato guida e modello predominante sulla Terra.

Le Formiche sono la dimostrazione che non serve un cervello grande, ma un grande cervello: solidi legami sociali e una complessa organizzazione dell’ordinamento comunitario, le rendono imperturbabili ai disastri causati dalla stupidità arrogante dell’uomo; eppure, proprio come le Api, l’inquinamento derivante dalle attività antropiche senza limiti, senza regole, minaccia la loro esistenza. Qualora dovessero estinguersi, sarebbe il rintocco finale della campana anche per i presuntuosi bipedi; invece, dovremmo trarre ispirazione da quegli insetti proprio nei peggiori momenti delle crisi peggiori, per mutuare e trasferire nel consesso globale quella così definita eusocialità che ci consentirebbe, senza mai più ricorrere a conflitti armati, di arginare e/o addirittura risolvere i problemi colossali dai quali, nei quali ormai non riusciamo più a districarci.

Forse, sottolineo tre volte forse, l’amore vince e sbaraglia ogni ostacolo, ogni difficoltà, riesce a sbrogliare matasse di ogni genere e tipo, però, come ha dimostrato il brillante professor Giorgio Vallortigara, psicobiologo dell’Università di Trento, anche l’inferenza transitiva ha la sua importanza, la sua notevole funzione – anzi, è essa stessa una funzione, logica – vitale: saper distinguere gli ordini di grandezza o quanto certe situazioni siano favorevoli o meno, spesso aiuta a vivere o sopravvivere meglio. Soprattutto, a differenza delle narrazioni trancianti e semplicistiche, gli ultimi pioli della scala sociale, stimolati dalle necessità, le più varie e urgenti, sviluppano notevoli capacità mentali, molto superiori ai sedicenti leader: se accade tra polli e pulcini, facile possa verificarsi anche negli ovili umani.

Per Capodanno vorrei ripercorrere il viaggio evolutivo del mandorlo, magnifica pianta giunta fino a noi per merito dei navigatori Fenici; una traiettoria quasi millenaria che in periodi più recenti, suscitò e solleticò l’interesse e la fantasia creative di Vincent Van Gogh e Henri Matisse;

rinascere formica o rinascere mandorlo, questo il dilemma finale:

La quercia chiese al mandorlo di parlarle di Dio e il mandorlo fiorì“.

Grazie al poeta greco Nikos Kazantzakis, sarebbe meraviglioso congedare il 2021 con afflati finalmente lirici.

Comete Congiunture Code

Nel bel mezzo di un gelido inverno,

anzi, nel prologo di un inverno gelido – del resto, dobbiamo in qualche modo giustificare gli aumenti stratosferici, esponenziali, del costo del gas.

All’inizio dell’inverno del nostro scontento, o del nostro scontento invernale, per un ampio delta di ottime ragioni che però non migliorano la situazione, generale; generale come il Generale Inverno, quello contro cui si sono – durante la Storia – scornati tutti i presunti, presuntuosi grandi.

Cercare tracce nella neve o perfino nel ghiaccio, tramite carotaggi: tracce dei terrestri, presenti passati futuri ipotetici, segnali di vita, orme di terrestri esodati, esondanti, esoinscheletriti (neologismo senza logica).

Il corvo grigio nero appollaiato sull’antenna televisiva – una delle tante, troppe del labirinto urbano asfittico, asfissiante – fiero scruta il cielo, si pulisce con cura le penne, non lo turbano, non lo spettinano le onde elettromagnetiche e forse – magari – sarà lui, impassibile signore se non del Cielo, dello spazio aereo circostante, a carpire il mio tesoro. Oppure, con la sensazione di affidarlo ad ottime zampe, sarò io stesso a esclamare: a te il mio scalpo.

Chissà se qualche alieno astrale immagina di esplorare l’Universo attraverso diorami – non sono i rami dell’albero divino – vedute di paesaggi cosmici che, a differenza di certe ormai spente menti terrestri, offrono vedute prospettiche tridimensionali, orizzonti ampi fantasiosi caleidoscopici; a breve, non solo nel presepe natalizio, ma nelle vetrine: diorami quali documenti storici, avamposti, avanzi di briciole di memoria umana, ricostruiranno per noi, in vece nostra, al posto del nostro impegno vitale che mai si concretizzò, con elementi superstiti del regno vegetale e di quello animale, l’ambiente naturale, negli eoni del Mondo Prima identificato con il matronimico Eden.

Si spalanca il portone, si chiudono le finestre, anche se perfino case e palazzi hanno cessato di ridere per eccesso di volgarità; sigillate bene le finestre – se possibile non quelle del cervello – per evitare spifferi pifferai, correnti non evolutive, solo malsane; nel frattempo, con lieve ritardo, con impercettibile diacronia, il signor Mastorna, tornato da uno dei suoi viaggi più onirici di quelli di Marco Polo, distribuisce a tutti i condomini pacchi regalo, con all’interno omaggi, a sorpresa.

Ritrovarsi a Venezia, per smarrirsi tra le fitte brume lagunari di Corte Sconta; accendere un lumicino, con l’illusione di trovare Fata Morgana e risolvere gli arcani, quelli più fitti inestricabili inafferrabili.

Mose o Mosé attenti a non mutare, fallire, scombinare gli accenti: esibisca i suoi nocumenti, cara grande nave – o anche acqua granda di ritorno a San Marco – cosa fa? Concilia?

L’astrofisico Daniele Gasparri, cervello italico nel deserto di Atacama, Cile, ci ha regalato immagini meravigliose della sorprendente cometa Leonard, subito ribattezzata cometa di Natale, un po’ perché ha attraversato il nostro cielo dell’emisfero sud il 25 dicembre, un po’ perché i suoi fantasmagorici ioni azzurri le conferiscono la forma e l’aspetto di un albero di Natale in volo nell’Universo: speriamo che molti di noi siano stati ispirati da quella luce per intraprendere un cammino nuovo, qui sulla Terra.

Del resto, proprio la scienza astronomica ci insegna che l’allineamento fisico dei pianeti del nostro sistema solare, come fossero una composta fila di clienti britannici in attesa dell’apertura dei grandi magazzini a Londra, non rappresenta un fenomeno impossibile, né sconvolgente; si è infatti già verificato nel 1805 e nel fatidico – calcisticamente -1982;

la notizia meno buona, è che la prossima congiuntura astrale favorevole, pardon, congiunzione, si verificherà solo nel 2357: giusto in tempo per l’abbrivio delle prime vere azioni concrete della solo  chiacchierata transizione ecologica.

Se nel frattempo la situazione sarà deteriorata, speriamo nello stellone, anzi in un altro passaggio della cometa:

per tentare di acchiapparla per la coda.

Eclissi natalizia

Natale sì, ma a oRanghi ridotti.

Circondati da invitati solo positivi, perché abbiamo bisogno di gente che pensi bene, agisca e parli meglio; i grigi convitati di pietra, restino confinati nella loro insopportabile preistoria.

Perfino l’Albero del Natale, logoro logorato, ha sbottato con un messaggio ecumenico alla sedicente umanità: adesso basta, non frantumatemi le palle, soprattutto quelle più brillanti e trasparenti che filtrano i raggi anti crepuscolari.

Per questo periodo e per tutti quelli che lo seguiranno – auspicando non s’incammini da solo, come quel pallido clone di Forrest Gump che aveva esortato le folle: chi mi ama, corra dietro a me – Fantasia al Potere e soprattutto anche nel podere, nonostante il bandito della transazione ecocida abbia già diramato l’ordine dal circolo dei kriminals oil fans: per contrastare il rincaro bollette (con il rinculo, si sa, la botta è sempre centuplicata), riattivare tutti i pazzi pozzi estrattivi già chiusi; l’Ambiente e la Salute? Vadano a farsi benedire.

Tanto, tra pandemia e miscredenti dei rimedi, le schiere cui sbolognare ogni colpa, sono dense di potenziali capri da asfaltare – letteralmente, concretamente – sull’altare dell’idiozia umana, però virale.

Eclissi del cuore natalizia, più grave una eclissi solare, anche perché senza Elios hai voglia a raccontare balle di Natale sulle fonti alternative; nel 1869 il governo italiano – non si inventa mai qualcosa di nuovo, purtroppo – istituì una bella commissione, però scientifica, con l’incarico preciso di osservare studiare relazionare fotografare (pensa un po’, caro il mio Garibaldi innamorato, esistevano già la fotografia e la fotografia astronomica) l’eclissi solare prevista per il 22 dicembre 1870. Come punto d’osservazione privilegiato fu individuata la Trinacria, in particolare l’ex convento cappuccino di Terranova – nomen omen, prima che diventasse Gela, martire di veleni industriali – e il castello svevo di Augusta.

Farà sorridere, ma tutta la strumentazione scientifica, sofisticata e all’avanguardia per l’epoca, fu trasportata via mare – in volo sarebbe stato davvero fantascientifico – dal piroscafo Plebiscito, utilizzato già per la marziale spedizione dei Mille, quelli con le camicie rosse; nel Mondo Prima, usava così e tutto tornava: utile alla bisogna.

Camicie rosso sangue, camicie rosso natalizio, per quanto banale possa apparire – così è, se vi appare – mascherine rosso scarmigliato, scapigliato per travisare i mille (non quelli sopra citati) volti, le mille cause della malinconia.

Rileggere la biografia di Vespasiano (Totò truffa ’62 docet) – l’ape laboriosa che spiega paziente alla mosca insolente quanto sia meglio vivere tra i fiori rispetto all’immondizia – o le sagge regole di Sun Tzu?

Mai trascorrere il Natale discutendo con un cretino: da vero professionista, ti fa scendere dall’albero, ti porta sul suo campo di gara e ti batte con l’esperienza. A quel punto, si potrebbe notare a fatica la differenza tra i due contendenti.

Sarà impopolare, sarà politicamente scorretto, sarà considerato dalla megera mesta unione europea attività rivoltosa, ma me ne infischio:

Natale buono, ove possibile.

‘Brokken’ Wings, eppure volare

Incontri, immagini, momenti fatali, quelli che causano un tuffo al cuore e fanno sgorgare il desiderio – non rudi voglie preistoriche – di tuffarsi nel cuore degli eventi, nelle anime, nelle vite della Storia.

Caldeggiare una mozione, caldeggiare le caldarroste, al solito angolo tra piazza San Lorenzo in Lucina e via del Corso, caldeggiare l’Evoluzione, auspicando non resti nell’aere il solito sentore di aria fritta.

Temo che la volontà o la scelta autonoma di diventare viaggiatori – prima di puntare alla Patagonia – passi per un apprendistato da bibliofili, o, in alternativa, da aspiranti raccontatori, narratori di biografie di uomini straordinari. Vite poco incasellabili, uomini e donne molto alternativi.

Volare sulle note di opere e giorni, opere durante i giorni, giorni necessari a comporre un’opera completa; melomani, incalliti, trombe di Eustachio allenate al melò con o senza dramma, sul pentagramma di sicuro: la Cavalleria è rusticana, anche se non siamo Pagliacci? Orsù, la commedia umana è quasi finita, speriamo di averla interpretata spesso con quella rimarchevole fiamma della regina Eloana nel guardo.

La vita ci interroga dalle culle in poi, dopo una vita spesa tra continue interrogazioni – non necessariamente parlamentari – continui esami quotidiani, sarebbe bello, almeno una volta, invertire i ruoli: interrogare la Vita.

Mi piacciono i fusti, certo: soprattutto quelli che contengono con forza sicura e inaudita capienza certe sublimi birre belghe, scovate negli anni, nei decenni, dai miei Amici del King’s: bere una birra ogni tanto è un inebriante piacere, sia dunque birra del Re.

Ritrovarsi – più semplice e naturale, perdersi, tra il Kentucky e la Carnia – in certi fetidi bar, fuori da ogni tempo, con un’atmosfera mefitica, una sapiente miscela di stagnante residuo di secolare nicotina di pessima qualità e disinfettante di equivalente bassa qualità, con tavolini di formica verde, dalle superfici graffiate, ogni graffio una stagione: Anziani seduti lì da un’eternità, disputano saggiamente accalorati tornei di briscola e tresette; anche senza essere un ammazza sette o un rodomonte spacca timpani con le sue fandonie, percepisco la grandezza di quegli Uomini, dalle ali in apparenza spezzate, eppure maestri di volo. Non solo pindarico.

Da un paesino affacciato sul Mar del Giappone – come vi ero arrivato, chissà – udire il fischio lancinante di un mercantile invisibile: inganno della mente, allucinazione uditiva, richiamo, avvertimento? Vorrei chiedere lumi al Maestro Kitaro Nishida, nato nel 1870, un secolo esatto prima di me, molto più avanti di me – almeno un millennio – per sapienza, filosofia, intelligenza: “Il suono del nulla, ragazzo mio; dovrai apprendere le leggi dell’Universo, annullando il falso idolo di identità individuale, imparando a mediare il significato tra vocaboli fonetici e vocaboli visuali; la sintesi nel superamento dell’apparente realtà, ti condurrà all’Uno supremo, al Tutto”.

Caro Hans, non so se lettura e scrittura abbiano il potere di educare, addirittura salvare, redimere, riscattare vite, come accaduto a Wagamese, nativo canadese, cresciuto libero e selvaggio dalle parti del Lago Ontario e diventato scrittore per scelta:

di certo, come in altri lidi e a diverse latitudini, anche l’olandese viaggiante Jan Brokken confermerebbe, possono aiutare a immaginare di ‘librarsi’, oltre i confini, oltre le prigioni, dentro e sopra le Nuvole.

Interludio domenicale

Pagina del postludio.

Preludio, interludio, postludio: ludico o afferente al?

Misteri della controra, quella non meglio specificata fase postprandiale, tra l’epilogo del gozzovigliare e lo sprofondo inconsapevole nella pennica; chiedere lumi per informazioni più specifiche agli Amici del Sud del Mondo, dove la gente, i Popoli vestono solo dei propri colori e danzano nella vita, con ritmi e tempi giusti.

Avventurarsi per i vicoli del Vomero o nella Partenope sotterranea, incontrando il Monaciello, interludio presagio premonizione, benedizione propedeutica? Perdersi nel chiostro, del munasterio di Santa Chiara, assistere travisati trafelati – dentro un confessionale barocco – alle prove del coro, con vista, in vista della festa del periodo, del perdono o del patrono. Festa di Popolo, popolare, nella piazza del popolo.

Interludi ottimamente retribuiti intorno al Mondo, quello di una volta: tra un romanzo e l’altro, beato lui per il suo mostruoso talento, il signor Simenon, fantastico reporter – quanto Ti detesto (tutta invidia) Monsieur Georges – si dedicava da globetrotter all’esplorazione dei luoghi più affascinanti, da Capo Nord a Tahiti, transitando pigramente per le Galapagos; dedicandosi, senza troppo successo, almeno in questo, all’attività di investigatore. Edgar Allan Poe, solo con la potenza della deduzione, riuscì nell’impresa di risolvere un delitto misterioso, all’apparenza insolubile inestricabile; al papà di Maigret no, con sommo scuorno – vergogna, in lingua neapolitana – dimostrazione plastica, pratica che tra la letteratura e la realtà esistono notevoli iati di separazione.

Postludio nebbioso, con Elio timido tra le brume mattutine, in attesa dell’approdo dell’arca dell’alleanza, dell’amicizia, della Legge, da rispettare oltre ogni convenienza, oltre ogni tentazione, oltre ogni limite, fisco mentale morale: Una, solo Una.

Gaudio tripudio, lucida ludica cultura di Giovanni Pico, fantasmagorica girandola – Mirandola? – di saperi interdisciplinari, ante litteram: miscelare senza presunzione, senza prevenzione filosofie greca, latina, ebraica, araba; per offrire se non risposte definitive alle domande fondamentali dell’Umanità, nuovi spartiti musicali, per orientare la spaurita ciurma umana in nuove, migliori, collaborative, empatiche navigazioni universali.

Preludi sublimi, per eludere sorte ria e grama, per edificare salvifiche necessarie sempre troppo posticipate sorellanze/fratellanze, per concludere in crescendo, tipo l’ouverture del Guglielmo Tell rossiniano;

quello era un preludio, certo, ma almeno il nostro congedo sia in grande stile:

uscita di scena sì, al galoppo.

Infiniti

Quanti sono gli infiniti?

Domanda oziosa, forse.

Quesito peregrino pellegrino sciocco, ma le curiosità sono sempre ammesse e lecite, le risposte meno, anche perché di solito non giungono mai per tempo.

Per Alessandro Magno – al secolo messer Bergonzoni – dovremmo farci un giro nei reparti eternità, scopriremmo così che quotidianamente nascono degli infiniti; se le culle del paese sono vuote di bebé, ci consoleremo con il boom degli Infiniti.

Mi vuoi bene, più o meno infinito?

Il tarlo aleggia arieggia galleggia e la vita resta sospesa, come certi respiri, interrotti, non si sa se sul più bello; nel caso contrario, tutto sommando e molto sottraendo, meglio.

Annus horribilis, anno né fasto né infausto, anno esausto, esaustivo per certi versi e anche per certa, troppa trippa, anzi prosa, in eccesso, in esubero, spuria però di necessaria esuberanza.

Anno nefasto senza Nestore, impeccabile imperturbabile maggiordomo della tenuta di Moulinsart; per accedere ai molto segreti del castello – e della vita – sarebbe prima necessario convincere lui, incorruttibile e fedelissimo, a fornirci le mappe e le chiavi di accesso; più sicuro e sano, mantenere in vita dubbi e curiosità.

Servirebbe un principe Namor degli Abissi, invincibile cui chiedere non solo quanto è profondo il Mare, ma soprattutto di proteggere quell’infinito mistero blu dalle voglie rapaci delle multinazionali pseudo green; i fondali marini sarebbero disseminati di pietre ricche di litio, nichel, cobalto, manganese utilissimi per la fabbricazione di quelle pestifere batterie dei veicoli elettrici; la transazione ecocida incombe, poco importa che alla devastazione dei fondali oceanici si oppongano minuscole isole stato e centinaia di scienziati. Ormai dovremmo aver capito che la sola scienza buona è quella che garantisce come santa e giusta la spoliazione infinita delle risorse naturali. La pazienza di Madre Gea però non lo è, infinita.

Gli architetti sono qua, hanno in mano le città; ora rivendicano di essere non solo i maestri degli spazi saturi urbani, ma anche etnografi: sostengono sia ormai quasi impossibile distinguere tra città, aree suburbane, aree rurali; quindi se tutto è città – anche il povero Infinito fuggito in collina? – bisogna studiare attentamente le reti di relazioni umane e su quelle ridisegnare e edificare o riedificare nuovi/antichi ‘contenitori’ per consentire incontro e dialogo tra quegli strani bipedi, nel Mondo Prima umani, oggi chissà.

Dalle follie per la villeggiatura in ameni siti campagnoli campestri bucolici (senza offesa), alle follie per le campagne militari – siamo in guerra, giusto? – per l’inoculazione massiva massiccia di massa dei magici miracolosi rimedi; infiniti rimedi traumaturgici per infiniti disagi globali, mentali soprattutto, eppure il morbo dilaga.

Credere in Dio e nella Scienza è operazione facile, non mi costa nulla; auspico forteMente che anche loro – Dio e la Scienza, o chi per essi – credano un pochino nel sottoscritto; chiedo venia Sir William Golding per il furto con goffaggine e fuliggine, però con tanta gratitudine per l’efficace battuta.

Per restare nel tema infinito della potenziale tentazione del dominio dell’uomo sulla maggioranza dei suoi simili: l’uomo produce il male, come le api il miele. Lo stesso Signore delle Mosche allibisce: distopica sarà vostra sorella, cioè, intendo dire, la vostra realtà. Quando la distopia del reale esagera esonda esubera dai canoni del genere, senza essere esuberante (come la prosaica prosa di cui sopra), diventa solo contundente.

Infinito esoterico, due cerchi, sovrapposti, identici per forma ed energia anche di fronte ad uno specchio; connessi tra loro non tramite una strettoia ma in un punto, varco dimensionale. Il Tutto poggia sul Tutto, l’armonia e la rotazione dei cicli vitali sono senza inizio e senza fine.

Dovremmo imparare a camminare nei sandali di Tagore – o farci prestare i suoi occhi e in comodato d’uso, cucire la sua anima dentro di noi – ogni nostro passo diventerebbe un tratto di matita nell’Infinito, ogni nostro gesto, un confronto con l’Eterno: vis a vis.

Stupor Mundi

Stupor Mundi, Stupor Mundi, perché ci hai abbandonati?

Stupor Universi, Puer Apuliae, Puer Stupinigi (forse no), stupende stupefacenti, poco stucchevoli visioni.

Scomuniche plurime per eresia, talvolta costituiscono autentiche patenti di valore al merito: civile umano culturale.

Il Mondo non lo abbiamo inventato noi adesso, per fortuna: le velocità di crociera delle civiltà sono sempre state molteplici, ad uso e consumo, alla bisogna dei Popoli nei cangianti contesti: il ritmo del Sud scandiva nel 1200, nel fantasmagorico Medioevo e dintorni, l’evolversi delle Arti della Cultura delle Scienze, delle riforme sociali e del diritto.

Se allibite per i mitici animali sfogliando bestiari dell’Asia, quella musicale gucciniana, non oso immaginare le vostre incontrollabili stupefacenti stupefatte reazioni, doveste mai imbattervi negli animali – meno mitici, assai più insidiosi – da Stupidario dei giorni dell’Avvento, in questo Globo stordito del Poi.

Un Poi molto lontano – non ci somiglia per niente! – da quello che cantavano i Micronauti in Futuromania.

Nemmeno la guerra è più la stessa; finché c’è emergenza – stato di perenne – c’è, purtroppo, speranza. Non per gli umani. Ventidue mesi consecutivi, un record mondiale, anzi, 22, una rosa completa per partecipare alla competizione; quella calcistica resta al momento un’ipotesi, una chimera del Qatar, quella sanitaria, oibò, senza soluzione, di continuità.

Stupefacente fu, la disfida: chi lanciò il guanto, chi lo raccolse; Amundsen e Scott scommisero tutto e tutto di sé stessi tra di loro, con l’idea fissa il sogno l’ossessione di raggiungere via mare per primi il Polo Sud. Il ghiaccio bollente fu appannaggio dell’indomito intrepido norvegese, ma tu sentinella che vedi? La consueta catastrofe psicocosmica per gli uomini semplici? Quelli il cui nome è talmente piccolo da risultare troppo ingombrante per essere stampato sui libri di Storia o nominato nei documentari? Meno male che ai tempi nostri, i due generi sono ormai desueti, poco frequentati, pochissimo bazzicati.

Certe memorie non si cancellano, restano custodite nelle ribaltine segrete in fondo al cervello; ribaltine che all’improvviso inaspettatamente si aprono da sole e inondano la mente e l’organismo con la loro essenza, trascinandoci catapultandoci senza possibilità di appiglio scampo fuga, in quello che eravamo.

Lo sapevi che El Zorro, in principio fu un prete? Tra tonaca e mantello nero, in fondo, poche differenze: il curato padre Miguel Hidalgo y Costilla, suonando le campane del villaggio di Dolores Hidalgo – sono io stesso confuso dalla toponomastica e dalla intricatissima nomenclatura messicane – il 16 settembre 1810 chiamò esortò incoraggiò il Popolo del Messico all’insurrezione contro i dominatori ispanici; perché quando l’oppressione è senza limiti, la rapidità di reazione e ribellione può sempre infrangere le catene e il molesto giogo degli oppressori.

Stupor Mundi, Stupor Mundi: adolescente predestinato ai fasti, crescesti in Magna Grecia, come uomo anche Tu cadesti preda di abbagli ed eccessi, ma fosti un ponte intellettuale, spirituale, in carne e ossa tra Occidente e Oriente; governatore illuminato, multiculturale e soprattutto visionario:

vero, perché la Trinacria era tutto il Sud, impero indiscutibile del Futuro, all’epoca mirabolante.

Convocate nella vostra cattedrale il Cancelliere Aulico, fatevi insegnare il più bel sonetto della Scuola Sicula e pregate:

per il subitaneo ritorno nell’Universo di un Novello Stupor Mundi.