Veliero o giunca, siano mare e naufragi

Una giunca rosso fuoco, ormeggiata sulla pagina e nella darsena degli yacht; darsena di lusso per una imbarcazione cinese tirata a lucido, la cui invenzione e denominazione si confonde tra gli antichi echi delle leggendarie origini dell’impero del Dragone.

Giunca o sampan (champagne? Come hai potuto indovinare, Tiresia, grandissimo paragnosta?), per me ignoto ignorante digiuno, queste imbarcazioni pari non sono, anche se magari appartengono alla stessa famiglia. Viaggiare a bordo di una chiatta plebea malese, con un manipolo di sgarrupati ribelli o su un nobile veliero orientale, comodamente adagiati su preziosi cuscini di broccato, deliziando il palato con frutta secca ricoperta di miele, con deliziosa frutta fresca ad libitum, ascoltando ammirati le imprese esplorative e le scoperte di quell’intrepido giovin veneziano, nomato Marco Polo?

Le concrezioni del tempo – se non rimosse in tempo – rischiano di bloccare il timone, rendendo ingovernabile il nostro guscio di noce, in navigazione per incontrare il Sublime, per recuperare i frammenti di noi dispersi negli eoni dell’universo; ci credereste? Venezia è stata edificata sopra una magica foresta di alberi incantati che solo i folli, i matti, gli inclassificabili possono vedere, raggiungere e attraversare.

Avvistare sulla linea dell’orizzonte brancolanti barcollanti ma solidi pescherecci, scortati da stormi di stridenti voraci gabbiani – mentre sotto costa candidi eleganti aironi marini immergono il capo per banchettare con molluschi e piccoli crostacei – pronti a imbrigliare nelle reti banchi di pesci, nuvole e sogni: i pescatori, certo, ma credo anche gli aironi.

L’uomo con il Falcone si aggira per la città antica, dal suo guanto di cuoio gli fa spiccare il volo indicando le vie del Cielo, forse si illude di averlo addomesticato, domato il suo istinto di selvaggia libertà; non sa che il rapace fa volare anche lui, attraverso la sua vista acuta, gli permette di scoprire le terre inaccessibili del mondo e dell’oltre mondo, permette ai suoi sogni di librarsi nelle alte quote, senza mai perdere in leggerezza, né inestimabile valore.

Il ragazzo che venne dal Bangladesh sorrideva sempre per celare tutti i dolori, tutte i traumi dei Popoli, perché noi siamo parte del Tutto; sorrideva a ognuno, ma è semplice quando devi attraversare solo l’Oceano onirico, fluido e accogliente, dove non esistono confini, non esistono barriere, non ci sono muri né eserciti armati per respingere la tua vita, considerata illegale clandestina disturbante. Sorridere per celebrare, abbracciare la Vita.

Che voi siate zattera della Medusa o battello ebbro, sperate di incontrare la nona onda – o la settima – auspicate nell’istinto dei vecchi lupi di mare, affidatevi alla Grande Onda; la bonaccia genera solo malinconia, nostalgia, tetro declino.

Non abbiate timore del naufragare:

ci può essere allegria anche in quel frangente; ricomposti i frammenti, mondati dalle zavorre, lo slancio vitale prevale.

Muoversi

C’è chi a 18 anni non sa ancora di essere nato e chi invece scrive Frankenstein, moderno Prometeo.

C’è chi attizza la fiamma della vita e la dona, mentre altri, eminenze grigie emissari della tenebra, affidano ai propri scherani il compito di sopire con ogni metodo tutti i soffi, gli aneliti, gli slanci vitali.

C’è chi lancia razzi nel cosmo per cercare la vita – pretesto ufficiale – c’è chi continua a produrne, venderne, spararne qui sulla Terra contro altri Popoli per sopprimerla.

Il viaggio, solo il viaggio, non la destinazione; del resto, caro Marco il Maltese, proprio tu sai bene quanto il lemma destinazione abbia un eccesso di assonanza con destino; per sfuggire all’implacabile destino – proprio, altrui, casuale – meglio essere perennemente in viaggio, o, senza incomodare Leopardi, allenarsi a trasformare il destino in destinazione.

Non saprei dire se sia taumaturgica, ma meglio navigare nella Bellezza, salpare a bordo della Nave dei Folli – romanzo, dipinto, realtà – gli irregolari, quelli inclassificabili, quelli non addomesticabili, in eterno sfocati nelle foto di gruppo, in eterno irrintracciabili perfino dai mirini elettronici dei satelliti e dei droni.

Come diceva Ciro Ascione (una vaga somiglianza con l’attore Silvio Orlando), cicerone del manipolo di cavalieri e amazzoni post moderni che forse riuscirono a compiere l’impresa di cancellare il giogo televisivo che ammaliava il paese – manipolo che nei periodi di quiete si ristorava a Marzamemi – bisogna muoversi veloci, restare fermi per troppo tempo è un errore, dribbling stretti, triangolazioni rapide e continue, passaggi di prima, bisogna spiazzarli; anche perché – il Poeta ci ammoniva – il nemico dispone dell’idolo consumistico che ottenebra le menti, in una terra abitata dal popolo più analfabeta e dalla borghesia più ignorante del Continente. Curre curre, guagliò, finché hai gambe e fiato non fermare l’inseguimento ai sogni, oltre il quaggiù.

Gli antiinfiammatori sono la morte, gli antiinfiammatori sono la salvezza: converrete anche voi, tra gli estremi e soprattutto nella spiacevole morsa degli opposti estremismi, la capa gira, anche senza sangria. Comunque se non disponi di sangre nelle vene per impostazione genetica, anche la divina sangria è impotente.

Chetati, ma non troppo, sia vigile e attivo il tuo riposo: come dicevano argute e maliziose le sagge Nonne, meglio diffidare delle acque chete, per non ritrovarsi all’improvviso nel centro di una procella. Fortunati fortunelli – cari agli dei – coloro che cavalcano i fortunali e poi lo raccontano in osteria, senza essersi nemmeno troppo inzuppati le gialle cerate d’ordinanza.

Vorrei vedervi cavalcare orde di buchi neri, quelli super massicci (doping cosmico?): fluttuazioni – si dice così, no? – interstellari; sulla bislacca Terra riguardano i listini di borsa: si gonfia a dismisura quella dei soliti parassiti del profitto, si sgonfia fino a scomparire quella dei poveracci. Vorrei davvero ammirare il cimento tra voi e quella coppia rissosa di buchi neri che lassù, in una galassia lontana lontana – quanto accade nell’Universo, coinvolge anche noi – un miliardo di anni luce (fatemi un esempio, calzante) forse collideranno tra loro. Almeno secondo gli astronomi che hanno notato anomale fluttuazioni di luce, bulli spaziali oscuri – i già ‘eccitati’ buchi neri, non gli scienziati – la cui massa combinata equivarrebbe in termini energetici a 200 milioni di Soli. Una pacchia poterne disporre, ma immaginate poi l’entità delle bollette se anche queste fonti ricadessero tra le spire del listino di Amsterdam, ormai più temuto dell’Olandese Volante.

Come scrive sulla terza pagina (terminologia antica, antiquata) del Corriere, Massimo Cacciari: si ha esperienza del mondo per umbras. Per umbras – nel nord est, andare per umbras assume decisamente un’accezione bacchica – si riesce a rappresentare perfino il volo delle cose e i nostri viaggi volanti più audaci, consapevoli che le ombre prodotte dai nostri corpi resteranno comunque incollate al suolo, forse non per colpa o merito della gravità, ma per rammentare a noi stessi la fondamentale lezione: siamo esseri speciali, così speciali da riuscire a solcare anche solo con la mente il firmamento, il Creato, ma restiamo ontologicamente terrestri. Non sono sicuro di avere colto il senso profondo del pezzo dedicato alla memoria dello scrittore Daniele Del Giudice, ma le considerazioni offrono spunti e ispirazioni: aspirazioni, di viaggi voli meditazioni.

Viaggiare per carpire i segreti della felicità; non esistono ricette e/o corsi, la felicità è il viaggio in sé, meglio se raccontato poi con parole sghembe, ruvide su fogli un po’ ingialliti, un po’ increspati, come la nostra pelle, come le nostre vite.

Felici etimologicamente, come suggerisce Maurizio Maggiani:

felix – non il noto felino – latino, dal verbo feo in greco antico, ovvero produttivo, fecondo. Di parole opere pensieri, errori di percorso perché le vere scoperte, anche della felicità, procedono per tentativi.

Fondamentale muoversi, anche per non restare imprigionati in una delle uniche due categorie disponibili in questo III millennio da indietro tutta: sfruttatori, sfruttati.

Riso, del/dal Katai

La Cina era lontana, così lontana che durante il tragitto – poteva durare anni, senza certezza di giungere alla meta – mutava addirittura nome, per diventare il leggendario Katai.

L’orgoglio di fantastiche operaie, api e donne, le biciclette di Shangai ché l’energia motoria umana resta abbastanza ecologica. Lavorare come un cinese equivale a lavorare come un negro? Al netto dei razzismi, temo si tratti in ogni caso di fatiche sovrumane. Quando durante l’infanzia, nelle liti infantili da cortile o perfino da parrocchia, qualcuno ti diceva con tono aggressivo: ma va’ in Cina, la sensazione è che non si trattasse di un augurio per una carriera da mercante e/o esploratore, nemmeno da inviato giornalista a Pechino. Piazza Tienanmen nel cuore.

Il riso abbonderà nella bocca degli sciocchi, ma sono sciocchi che almeno hanno la possibilità di nutrirsi; del resto, come dettava Totò a Peppino, abundantis abundantiam; melius abundare quam deficitare (essere e/o fare i deficitari).

La via era (sarà) della seta, ma il percorso non è certo foderato di velluto; siamo andati negli ultimi decenni con l’arroganza e la superbia tipiche degli occidentali, credendo che il Dragone dei mercati globali ci aprisse quello interno, permettendoci di arricchire i soliti famigerati del profitto; i suoi adepti hanno spesso imparato i nostri metodi e le nostre tecniche del lavoro e poi con la loro forza schiacciante – numerica, geografica, di risorse naturali – e la dedizione totale, ci hanno surclassati nella crudele competizione poco sportiva chiamata pil. Come disse qualcuno, la Cina ha vinto in modo sleale: le lavoratrici e i lavoratori hanno lavorato duro durante l’orario riservato al lavoro.

Da va’ in Cina, a va’ su Selene è un attimo: anche perché percorrendo di buona lena tutta la Muraglia, non è detto che alla fine la bicicletta non riesca a spiccare il volo. Del resto, dai tempi di Melies. abbiamo la stessa ossessione. Ora poi che abbiamo scoperto i pit – non i pit stop, sarebbero necessari all’Umanità, in quantità industriale – ossia le cavità lunari circa 200 nelle quali pare viga un microclima gradevole con temperatura sui 17 gradi e soprattutto in grado di proteggere dai raggi cosmici e perfino dai monsoni meteoritici; al punto che qualcuno già vagheggia di sfruttarle per ospitare in un futuro prossimo (prossimo più per la Luna che per la Terra) torme di cosmo turisti, realizzando il primo albergo diffuso satellitare della storia – anche se, i patiti del telefilm britannico Spazio 1999, avevano immaginato questo e altri mondi possibili molto ante litteram rispetto a questi mercanti fuori tempio e fuori tempo.

Senza riso immotivato, lo sapevate che l’apparente cifra iperbolica di mille miliardi di dollari in realtà costituisce solo l’1% del famigerato Pil planetario? Rowan Hooper ci ha non solo informati, ma sulla questione ha prima ragionato, per poi scrivere un saggio dettagliato, basato sui dati precisi al centesimo, suggerendo come sarebbe auspicabile spendere quella cifra in progetti concreti e mirati per risolvere in massima parte quasi tutti i problemi annosi che affliggono la nostra casa comune; non ci sarebbe così più necessità di attendere le concessioni di istituzioni politiche e/o magmatiche compagnie sovranazionali: sembrano lontane come il Katai le ere di Mamma mia dammi cento lire che in Cina (era la Cina?) voglio andar, o dell’altro motivetto che faceva così Se potessi avere mille lire al mese (il signor Bonaventura con il suo milione era già un personaggio plutocratico, ma senza dubbio saggio e simpatico). Sembrano cose remote, era solo il nostro ieri quotidiano.

Errare humanum est, quanta verità in una piccola sentenza latina: è umano vagare, da quando siamo apparsi nel cuore dell’Africa; non abbiamo nemmeno fatto in tempo ad evolvere un po’, che già avevamo cominciato a commettere errori – sbagliare si può, si deve, meglio farlo da professionisti – però grazie ai tentativi abbiamo acceso fuochi, costruito monocicli; andare a est, come cantava Augusto Daolio ( a Est, a Est) e, come volevasi dimostrare, tornare alla Cina, casella di partenza:

lost in China, persi in Cina, vivendola osservandola con gli occhi del fotografo udinese Danilo De Marco – la forza icastica delle fotografie (Susan Sontag) – un vero viaggio per incontrare persone, per capirne la natura profonda, in un mondo in cui il profitto è l’unico dio a discapito delle parti più deboli (gli uomini umili, gli ecosistemi), il tempo non è solo una concatenazione di eventi da giudicare, ma una dimensione per coltivare dialogo, amicizia, affetto, perfino amore.

Da usare con rispettosa parsimonia, senza riderne.

La gentilezza delle parole crea fiducia. La gentilezza di pensieri crea profondità. La gentilezza nel donare crea amore. (Lao Tzu)

Afasia

Distopia, distopia, per sinistra che tu sia, tu mi sembri una profezia.

Non riusciamo a distinguere quanto accade davanti al nostro naso, o, per i più fortunati, dentro gli orti e i giardini di casa – condominiali vanno bene lo stesso, qui non si discrimina – ci rivolgiamo quindi con immutate fiducia e stima a vari maghi, fattucchieri, imbonitori, però 4.0, tutti autocertificati da lauree, master, anni di apprendistato presso le più accreditate (famigerate?) istituzioni e/o compagnie sovranazionali. Tanto ormai sono un’entità uniforme, senza soluzione di continuità, senza soluzioni per i Popoli.

L’ambientalismo, o il suo simulacro, contemporaneo – secondo voi, sarebbe più opportuno definirlo post moderno? post mortem dell’ambientalismo, magari macabro, ma più veritiero – è un’incomprensibile accozzaglia di bestialità non da bestiario medievale, ma da rappresentanti delle elites, ansiosi di ridipingersi di verde le oscene facciate: dall’ottuagenario caimano olonese che si è arricchito spianando la Natura ovunque e che promette un milione di nuovi alberi ogni anno (ossessionato dal Milione, anch’io, quello di Marco Polo però, scritto da Rustichello il Pisano), alla sedicente fan di Tolkien, che si perde in un vaniloquio su ipotetiche smart cities (bisognerebbe partire, magari, da smart cittadini in grado di votare smart politici o politici smart) non immaginando che perfino i popoli di Nani e Orchi la rincorrerebbero per non aver promesso la Città ideale del Leon Battista o quella del Sole di Campanella; prima che la campanella della scuola trilli tre volte, tu dovrai garantire adeguamento ecologico strutturale degli edifici scolastici. Per chiudere, mestamente, con l’ultracinquantenne adolescente post litteram, illuso da certa stampa radical kitsch di essere un guru – di cosa, di grazia, non è dato conoscere – che organizza faraonici concerti balneari, forieri di profitti economici e soprattutto di stravolgimenti di ecosistemi fragilissimi; quando Cleopatra si spostava a bordo di piramidi e sfingi causava minore danno al meschino ambiente turlupinato.

Ci vorrebbe un’apoteosi, ma di idee; un iperuranio permanente, in Terra. Mi è balzata in capa una apoidea meravigliosa; apo, prefisso greco che indica separazione, distacco, perdita o sua variante successiva che denota vicinanza? Converrete anche voi che la distinzione sarà puntigliosa forse, ma fondamentale. Apoidea, per quanto bizzarro possa apparire, è anche la super famiglia – non è uno scherzo, è cultura, scientifica – cui appartiene la tribù degli Apini, genere Apis, specie (senza discriminazione, ma solo con discriminante) Apis mellifera, non melliflua. Lo scriba virtuale è un cialtrone, ma presterete fede e credito a Linneo; quando saremo riusciti a estinguere anche l’ultima ape, potremo cominciare da soli a intonarci un de profundis.

Tra afa e afasia, correrà una certa differenza: anche staticaMente dovremmo essere in grado di notare, formulare, classificare le differenze – siamo ossessionati dalle classificazione, dalle etichette con le quali incasellare tutto e tutti, per sfuggire al redde rationem con noi stessi (in eoni spazio tempo alternativi, con meno conoscenze scientifiche tecnologiche, sprecavamo meno vita nelle masturbazioni mentali) – vero amico Kakuen? Tu che hai capito quanto sia superiore una carezza, un’opera d’arte e/o dell’ingegno, un sorriso rispetto alla agognata, celebrata, inutile perfezione, Tu che sai parlare con le Persone, alle Persone e con amorevole pazienza dimostri che la ricchezza è coltivare la nostra Umanità. Mentre celebriamo l’importanza e la bellezza dei Fari marittimi, Tu amico mio, sei diventato un Uomo faro: illumini tra le tenebre, suggerisci percorsi nel cosmo, narrando cronache di mondi possibili.

Così non esiste paura della morte, non esiste necessità di sconfiggere la morte (altro volto di ogni nascita e/o trasformazione), perfino i buchi neri nel cosmo assurgono a simboli del cambiamento. Come predica nel vento Vandana Shiva, dovremmo passare in fretta dalle logiche del profitto predatorio, a quelle della cura.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, in cicli perenni:

la morte (forse) non esiste.

Scienza, viaggi, proverbi (ad libitum)

In Artide i ghiacci hanno cominciato a sciogliersi ad una velocità quadrupla rispetto alle previsioni più infauste, ma centinaia di metri sotto la crosta gelida che ancora resiste pare sia presente un ambiente rigoglioso di vita, di vite; chissà se una volta liberato e libero di vagare ancora sul pianeta tutto quel gruppo, quell’accozzaglia brulicante si rivelerà positiva o negativa per gli stolidi bipedi che ancora si illudono di dominare, di controllare ogni singolo accadimento nel mondo.

Abbiamo ufficialmente inquinato tutto, compresa la pioggia che non è più potabile (con i campi coltivati e gli orti, come, anzi, dove la mettiamo?), eppure esultiamo come per un goal decisivo ai mondiali – ah, già, pare non ci riguardi nemmeno stavolta – tutte le volte (almeno una a settimana, ormai) che la Scienza ci comunica di avere individuato una potenziale Super Terra (cosa vorranno mai dire, benedetti ragazzi: si sono laureati ai corsi di marketing scientifico neurospin?), potenzialmente abitabile, però di solito a molte decine, centinaia, migliaia di anni luce dal vetusto Pianeta Azzurro. Forse, passate le follie della villeggiatura agostana, ancora immuni dai deliri natalizi, magari con buone biciclette, gambe solide e fiato da vendere, per il 25 dicembre potremmo raggiungerla. Salvo ingorghi da partenze scaglionate.

Su Marte, rosso pianeta un tempo bolscevico, ora solo impallidito, tracce evidenti di monnezza terrestre: servirebbe un corpo di polizia (pulizia, morale innanzitutto) ecologica del nostro sistema solare.

Sarò il classico dinosauro nostalgico, ma non vorrei facessimo la fine del terrestre che per anni aveva invocato l’arrivo di ET per chiedergli un passaggio su altra destinazione cosmica, per poi pentirsi amaramente e sperare che l’alieno – lui o l’altro? – fosse ancora nei paraggi per convincerlo a riportarlo alla casella astrale di partenza.

Occhio non duole, cuore non vede: proviamo a giocarcela con i saggi proverbi antichi e con il loro rovesciamento surreale.

Potremmo alimentare in modo sereno, compassato, lo scetticismo o l’arte filosofica e legittima del dubbio, senza essere etichettati quali anti qualcosa/qualcuno? Nessuno nega o vorrebbe negare l’importanza della scienza e dei mutamenti tecnologici, resterebbe salutare capire se i ritmi vorticosi degli annunci e dei relativi cambiamenti fruttino reale progresso all’Umanità o contribuiscano a creare, aggiungere, amplificare i danni già perpetrati e non sanabili. Per tacere, delle opportunità e conseguenze etiche che troppi di questi stravolgimenti minuto per minuto implicano e che colgono i bipedi completamente inadeguati, sotto tutti i profili: dal migliore al peggiore, senza esclusione di inquadrature.

Spesso, la carta da giocare è quella sbagliata, o una scartina – con deferenza parlando – spesso, l’ultimo ritrovato epocale (sigh) della tecnica si rivela solo un escamotage (espediente, suona malavitoso di mezza tacca, ma rende più efficace il concetto) per continuare imperterriti nello status quo che dagli anni ’80 a oggi ci ha resi responsabili addirittura di estinzione di alcune specie, di massacro di biodiversità. Gli scienziati hanno sintetizzato un enzima in grado di rendere la plastica biodegradabile, quanto non inquinante non si sa. Immaginare questo enzima mangia plastica come è stato subito definito, fa immaginare – a proposito degli immarcescibili anni ’80 – quel videogioco ossessionante, Pacman. Dalla vita in fondo, non solo dal famigerato decennio del 1900, non si esce vivi.

Quella donna e quell’uomo, gentili, dal fiero aspetto, si sorpresero in perfetta reciproca sintonia a sognare di viaggiare (grazie sempre, Marco Steiner, raffinato autore), si chiesero dunque perché non viaggiare davvero? La decisione fu presa: avrebbero trasformato le loro vite in un viaggio.

In fondo, cos’è un viaggio se non un sogno? Come la vita e viceversa.

Viaggiate sì, in ogni modo, leggeri se possibile.

P.S. Come disse il Capitano Nemo – o quella poetessa solitaria? – se non hai sottomano il Nautilus o l’Enterprise, per viaggiare ti basta un buon libro. A spanne (non il libro, la citazione).

Maschere

Dalla sahariana alla saurana il passo non è breve – importante non sia greve – ma non possiamo escludere il felice connubio.

Non è breve, né semplice imprigionare, imprimere i riti tribali, folkloristici, pagani sulla pagina o nella rete, ma tentare di capire potrebbe coadiuvare i nostri conati di sopravvivenza, il nostro vile annaspare.

Potremmo affidarci al Rolar, nome dal suono quasi onomatopeico di qualcosa che ruota, composto dalle roln, sfere di bronzo, il cui rumore serve ad avvertire il popolo: prepararsi a combattere contro gli spiriti malvagi, mascherarsi per fronteggiarli, esorcizzarli, debellarli; fino alla prossima Rumble in the jungle, rissa nella giungla, perché la vita è anche spesso combattimento. In assenza di un vero Re, capace di danzare come una farfalla, pungere come un’ape, siamo destinati a imparare l’arte di incassare. Almeno.

Forse per questo il vero Belfagor è nato a Sauris, al tempo dei Cosacchi in Friuli, o ere antecedenti, tanto le fonti storiche non esistevano, mentre abbondavano incursioni predatorie e invasioni, non solo barbariche, talvolta con il pretesto della modernità e della civilizzazione.

Quando smarrisci il sentiero, se riesci ad alimentare la fiamma dello stupore e della meraviglia, puoi giungere a scoprire un Eden. Sarà poi tuo libero arbitrio optare per conquistare la cittadinanza o tornare alle vetuste, rassicuranti quotidianità. David e Fulvio, principi delle erbe officinali di Zahre/Sauris, salvano il mondo ogni giorno, in silenzio, con semplicità. Senza fronzoli, senza inutili rivendicazioni, senza esibizionismi, vegliano sulla valle e sui monti, sull’ecosistema indigeno e sulla biodiversità, coltivando non solo erbe e fiori, ma bellezza. In compagnia dello sparviero, regale signore dei cieli e della cagnolina Rabbi si prendono cura dell’armonia, principio primo dell’universo, accogliendo e ritemprando viandanti stanchi e smarriti.

L’acidità, la temperatura e l’inquinamento dei mari terrestri sono aumentati in progressione esponenziale nell’ultima secolo, molto più di quanto accaduto nei millenni precedenti, eppure, non avendo esperienza quotidiana del fenomeno, fingiamo che questo non esista o non sia un problema urgente che ci riguarda da vicino. Come scrive l’autore Francesco Piccolo, le pratiche per salvare il pianeta sono faticose, le cattive pratiche ignave cui siamo abituati sono comode e semplici. Nessuno finora è mai stato incriminato per ecocidio, né per deturpamento del futuro.

Per scongiurare l’olocausto globale, temo – senza eccedere, né indugiare in pessimismo cosmico – non basterà neppure la maschera del Belfagor saurano.

Aggiungi un titolo (e un posto al desco)

Non indugiare mai con lo sguardo sulle fiere pupille di un qualche predatore, non approfittare mai della proverbiale bonomia di un marsupiale, pacifico e vegetariano, nelle intenzioni.

La conosci la storia del nipponico a Cartagena? Neppure io, chiedo in giro con curiosità per colmare la mia lacuna. C’è sempre qualcuno pronto ad alimentare di nuovi aneddoti la leggendaria rivalità scacchistica tra Alechin e Capablanca, ma anche in questo caso – la necessaria virgola, aggiungetela voi – arduo distinguere tra invenzioni letterarie e resoconto storico.

Potrei, dovrei consultare Fabio Stassi e Paolo Maurensig, loro sì autentiche fonti, preziose miniere di gustose rarità storiche, immaginifiche; munifici dispensatori di saperi e di racconti, di storie che come tessere del mosaico, con certosina cura, perizia, pazienza vanno a comporre il complicato mosaico della Storia.

Aggiungi un titolo – autentico o virtuale – al tuo curriculum, tanto tra distopie multiversi metaversi (delle Scimmie?) sotto sopra (in primis, la Terra degli Italopitechi), la lista delle eventuali competenze e delle medaglie, vale come il due coppe e comunque meno della lista della spesa, quella delle sane, virtuose mai virtuali massaie dei tempi che furono. A proposito, l’ultima della scienza, quella con la acca, però muta (d’accento e di pensier): forse il Tempo, nel senso di Kronos, non esiste. Una scoperta, come definirla, vagaMente datata: Lui poi cosa ne pensa? Mi sta bene, a patto che tutta la società globale venga ridisegnata, ex novo, ex fantasia, considerato che al momento ogni singolo aspetto, anche il più infimo e/o intimo si basa proprio sui granelli di sabbia dentro la clessidra. Il tempo è una dimensione, qui presso il Pianeta Terra, una convenzione, una circo convenzione per ingannare bipedi limitati e mortali, che s’illudono d’essere onnipotenti, eterni.

Partire, partire sempre e comunque; vascelli alla rada in porto, con scafi integri e mele (vele) perennemente ammainate sono uno spreco, un peccato mortale: festival degli Hobbit – in contumacia dei rappresentanti della Terra di Mezzo, assenti per protesta – a Edimburgo, una qualsiasi cerimonia dentro giardini nipponici o sul Mar del Sol Levante. Levati da davanti ché mi oscuri il Sole e l’intelletto.

Chi mi ama mi segua; fu così che mi incamminai da solo. Ah sì? Non mi tange, correrò da solo. Bravo, corri e non fermarti. Non pensare a noi, ce ne faremo una ragione, di vita.

C’era una volta una sottomarca di Rodomonte (quelli che a parole spaccano montagne, nella realtà, altro), al bar del ‘Ciambellino‘ (rivale del Ciambellone) diceva che un tempo, in ambienti importanti, lo chiamavano drago; come negli stereotipi peggiori e più frusti, ne raccontava 6 o 7 alla volta, di imprese immaginarie e spesso gli astanti restavano a bocche così spalancate, da dimenticare di trangugiare la solita quantità di vinaccio dozzinale; quando un giorno qualcuno cominciò a porgli qualche domanda più specifica sulle sue presunte avventure mirabolanti, prima glissò, poi si eclissò, non senza sibilare una sorta di terribile vaticinio: senza di me, l’apocalisse – non quella etimologica, quella catastrofica. Speriamo sia almeno un apo calesse.

Ci sarà ancora un uomo in cima ad una duna, pronto a stagliarsi contro il cielo notturno, pronto a diluire la propria sagoma avvolta in una morbida veste di lino contro una gigantesca Luna dorata, pronto a scrutare l’orizzonte, capace di dire (l’uomo, non la Luna, né la duna) ai propri simili: non la carenza, ma gli sprechi e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, condanneranno il genere umano all’estinzione.

Hiroshima e Nagasaki del mio cuore, siete lontane, geograficamente, ma vicine alla sede dell’anima; ancora troppo attuali. Avremmo dovuto dire da quei giorni terribili, tutti i Popoli della Terra, mai più, sul serio. Non per la foto ricordo dei capi di stato o per l’ennesimo fatuo documento d’intenti ipocriti. Possiamo farlo ora, subito:

abolire la guerra, senza se senza ma, come chiede Emergency, la creatura di Gino Strada.

Per tutte queste ragioni, aggiungi tu il titolo e magari un posto al tuo desco.

Voci e memorie

Voci qui, e nel contempo, altrove.

Voci dentro, voci fuori, fuori campo, fuori fuoco.

Presenti, oniriche, metafisiche forse, voci portate dal vento, disperse dalle lunatiche maree.

Una voce poco fa, una risata come fosse pianto, un pianto come fosse risata. Labili confini, menti labili, labili sentimenti.

Nulla è più ingannevole dell’esperienza sensoriale, nulla è più ingannevole della memoria, fabbricante e levantina spacciatrice di reminiscenze false, di epifanie immaginarie, di vite mai vissute.

Non confondere mai un simposio campano – siculo o in Apulia – con uno campale, il secondo potrebbe risultare assai indigesto; c’eri forse tu, con occhi e taccuino e penna, a Canne? Fosti tu testimone diretto degli eventi della battaglia? Tra i corpi martoriati, nella polvere e nel sangue, raccogliesti forse tu le ultime impressioni, gli ultimi sospiri di quei soldati? Parlasti direttamente con il generale Annibale per farti spiegare per i tuoi (e)lettori i segreti della tattica bellica che gli permise di annientare l’esercito romano, disponendo un numero di soldati pari un solo terzo rispetto a quelli del potente, temibile, quasi imbattibile nemico?

Tra la alata vittoria e l’amara, velenosa sconfitta c’è sempre un dettaglio, un quasi (di troppo o in meno), un imprevisto imprevedibile che manda a catafascio gli esiti dati per acquisiti.

Greca nascesti a New York e debuttasti a Verona nei panni della Gioconda, la tua voce sublime a tutti i naviganti, a tutti i terranauti intenerisce il core, a ogni latitudine e longitudine; greca nascesti a Lesbo e la tua voce ultra millenaria, mai udita, mai incisa su supporto, continua a ammaliare, stregare il mondo.

Lo sceriffo spaziale James Webb ne ha scovata un’altra. Certo, difficile stampare Annales fotografici del cosmo se le foto epiche giungono a cadenza quotidiana; questa volta è la Galassia Ruota di Carro – io ero ancora fermo all’omonima pizza in Costiera Amalfitana – a subire l’onta di finire impressa, immortalata dall’obiettivo curioso, impiccione, paparazzo del super telescopio Nasa. Osservandola meglio, somiglia in modo sinistro e notevolissimo ad una certa astronave guida di un famigerato esercito alieno, pronto ad invadere la Terra. Memorie da un futuro antico.

Mi trovassi a Palos oggi, chiedere alle mappe di Gogol il percorso migliore per raggiungere le Indie – o forse gli Indiani – magari evitando le tratte con pedaggio incorporato. Le voci nella testa non tacciono mai, al limite delle colonne di qualche eroe mitologico, sussurrano.

Questa Europa sconosciuta, questa Europa irriconoscibile nelle voci e nelle memorie di chi la edificò, dalle radici in poi. Aliena e nemica perfino per Antonio Salieri, il rivale di Volfango (reale o immaginario?): a Milano, anno di grazia 1778, fu grande festa, grande celebrazione per l’inaugurazione del Teatro alla Scala con l’opera firmata dal compositore italiano, ma cittadino della Serenissima, nonché nobile docente di musica presso la corte viennese, intitolata Europa riconosciuta. Europa mia, per antica che tu sia, non ti riconosco più. Colpa mia?

Caro Caetano Veloso, il 7 agosto saranno 80, ma per non subirli hai pensato bene di restare un raffinato sognatore musicale; sognatore, non dormiente, perché se talvolta la ragione è preda della sonnolenza, il male non riposa mai e per avere a disposizione sempre la giusta luce, i colori giusti per sconfiggerlo, sarebbe meglio, come tu fai, restare attenti osservatori del proprio paese, collocato nella più ampia visuale dell’universo mondo.

Asservire le voci e le memorie della scienza – autentica – e dell’università al profitto, al vuoto utilitarismo del mercato equivale a condannarle a morte; dovrebbero restare i luoghi sacri del pensiero critico; per preservarle servirebbe una indomabile jena. Forse per questo a Jena, patria di Hegel, è sorta la cittadella della geoantropologia, grazie al prestigioso istituto di ricerca Max Planck. Il direttore Jurgen Renn ha spiegato che se l’Umanità e il Pianeta che la ospita vogliono sul serio coltivare speranze concrete di futuro dovranno cominciare a affrontare le questioni più spinose con un approccio integrato di diverse discipline – dalla geologia, all’antropologia, per indicare le principali – per capire, quantificare, l’impatto che i Sapiens hanno prodotto sulla casa comune, dalle origini al pieno Antropocene.

A proposito, sarà bene rammentare che il famigerato, sedicente bipede è nato in Africa circa duecento millenni fa – un’inezia – mentre, per citare una specie molto più antica (dal blasone più nobile?), lo storione, dovremmo percorrere a ritroso (ammesso abbia senso) 200 milioni di anni. Impallidisci dalla vergogna, uomo. Cosa fai, adesso? Lo istorione da avanspettacolo? Il giullare da fiera campagnola?

Dodici anni fa, il povero storione era già indicato tra le specie a rischio d’estinzione; oggi, con lo sfruttamento indiscriminato delle vie fluviali, con il commercio senza limiti delle sue prelibate uova e con l’imperversare della pesca di frodo, stiamo quasi per celebrare l’addio all’impresa dell’ultimo storione, come ammonisce dalle pagine della Lettura, Telmo Pievani.

Come nelle voci e nelle memorie del passato che non finisce mai di passare e pesare, come nei peggiori, più banali, dozzinali, sciatti polizieschi, alla fine il colpevole è sempre il maggiordomo;

in questo caso, il maggioruomo (quello che si crede signore e padrone), quello a due zampe, che reggendosi in verticale ha perduto la coda e il lume della buona ragione.

Sarebbe bellissimo, se per una volta, con un inaspettato colpo di coda fantasma, sovvertisse il finale, tacitando voci e memorie fasulle.

Lucciole

Pagina delle mirabolanti lucciole, quali lanterne.

Miracoli della Natura, potrebbero aiutarci a percorrere meglio i nostri sentieri, o almeno a individuarli e sarebbe già un importante primo passo.

Avrete certo attraversato anche voi una foresta pluviale malese, immersa nel buio della notte, vi sarete certo stupiti anche voi per l’ineffabile spettacolo offerto da migliaia di maschi di lucciola che in contemporanea si accendono e con messaggi luminosi – alfabeto Morse – praticano un articolato rituale di corteggiamento; la Ville Lumière al confronto appare un antico villaggio quasi tetro e abbandonato.

Può darsi ch’io non sappia quel che dico, scegliendo te, una Foresta per amico.

Eppure dovrebbe essere così, dovremmo esserci arrivati da soli. Tutto il mio regno, tutto il nostro mondo virtuale, alternativo, metaverso che sia, per una foresta, ma grande, vera, possente, a grandezza naturale.

Sogno o son mesto? Sarei mesto, senza sogni. Eppure, anche il sonno e l’universo onirico, in apparenza fatti naturali e connaturati all’uomo, inteso quale organismo, possono essere fatti culturali la cui descrizione e valutazione muta a seconda delle ere e delle temperie sociali, antropologiche, perfino religiose. Karoline Walter ha studiato, indagato sull’argomento e ne ha tratto un saggio: Storia del sonno, tra letteratura e scienza. Anche letteratura, anche arte, cultura ad ampio spettro per capire che il sonno proprio come l’uomo, muta nel corso della storia. Il sonno della ragione genera mostri, ci dice Goya attraverso un suo formidabile e inquietante dipinto: la ragione dormiente può essersi arresa, oppure, al contrario, la ragione che si esalta, può sfociare in perniciosi deliri di onnipotenza. Conforterebbe forse rammentare che se in alcune fasi del mondo il sonno è stato considerato addirittura un peccato, nel campo della contemplazione e del misticismo, esso rappresenta la forma più pura e alta di conoscenza di Dio e del Creato.

Lo so io, lo sai tu? Mentre ci trastulliamo con le sciocche ipocrisie della transazione ecologica e con la famigerata green economy, nata vetusta e levantina, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto i livelli di 4,5 milioni di anni fa, quando i mari erano più alti da 5 a 25 metri rispetto a oggi. La deforestazione dovrebbe essere inserita in una Costituzione planetaria quale crimine contro la biosfera e contro l’Umanità. Per scongiurare un grande disastro, dovremmo aggrapparci a grandi foreste e non si tratta di una cospirazione ordita dalla lobby degli Ent, il popolo degli alberi senzienti, immaginato dal Patriarca Tolkien.

Lo sapevano, grazie a saggezza e osservazione, gli Antichi: le foreste sono le vere motrici del clima e le fantastiche custodi della memoria della Vita. Parafrasando Dario Fo e Enzo Jannacci, sempre verdi dovremmo stare, la clorofilla fa’ bene al ricco e al cardinale, fa’ bene a tutti se preserviamo la fotosintesi (e chi ha la capacità di produrla).

C’è sempre luce in fondo ai tunnel, bisognerebbe capire le fonti; i popoli dovrebbero superare in fretta la moderna inadattabilità al reale, tornare a guardarsi allo specchio in modo anche ruvido, disturbante. In caso contrario, per il Pianeta la soluzione sarà semplice: foreste ovunque, anche in Artide e Antartide;

con le lucciole della Malesia a illuminare il governo del mondo risorto.

Polpo

Pagina del racconto; si fa presto a dire: descrivi, racconta, scrivi.

Il racconto è dolore ma il silenzio è peggio. Cito male, citofono peggio a Eschilo, ma i veri giganti del pensiero di solito sono umili e comprensivi.

Se dovessi citare un moderno, contemporaneo gigante del pensiero citerei il Polpo: non si tratta di errore di battitura, di lettura o gratuita provocazione. La complessità della struttura cerebrale del polpo, la complessità e la raffinatezza delle sue capacità cognitive sono straordinarie, tanto da renderlo molto più simile a certi vertebrati, bipedi compresi (lui, il polpo, sarà d’accordo?), rispetto alle popolazioni di invertebrati, cui appartiene.

Ci attendono due mesi di ‘nani e ballerini’ – senza offese, ma solo come citazione storica – due mesi brutti, tra afa, roghi e soprattutto falò delle sciocchezze e delle oscenità, ormai consueti nelle famigerate campagne elettorali italopiteche. Per questo, se un Octopus vulgaris, scendesse in campo – o meglio, salisse in terraferma – per candidarsi con un solido, intelligente, lungimirante progetto politico, gli accorderei senza esitazioni tutti i miei voti e tutte le mie urne.

Del resto, quando attempati scorridori, occupanti perenni dei calcinati palazzi del potere, blaterano ai quattro venti di piantumazione di un milione (come si trattasse poi di una cifra mostruosa) di alberi quale promessa funambolica, mentre indicano il perdurare di un sistema economico fossile tutto incentrato su trivelle selvagge, inceneritori di quartiere, rigassificatori in ogni porto e/o simulacro di approdo, non ti resta che piangere e compiangere il Da Vinci e poi buttarti a pesce, come corpo morto sul partito del Polpo: estrema ratio, estrema ciambella di salvataggio.

Abbiamo un grande occhio nel cielo ed è cinese: il più grande radiotelescopio del Mondo, del nostro mondo. Anni fa, altri astronomi captarono misteriosi segnali da Proxima Centauri, ma poi con rammarico dovettero ammettere che erano interferenze generate da guasti delle sonde in servizio nel cosmo. Oggi, quelli registrati da Sky Eye – Eye in the Sky – con scarsa originalità, vengono attribuiti alle solite, immancabili ma mai palesate, civiltà aliene. Ecco, se davvero sono civili, forse non hanno alcuna intenzione di interagire con noi; anche un recente romanzo a fumetti lo ha raccontato molto bene: la nostra civiltà (umana) è sopravvalutata, soprattutto se pretende individui isolati, nevrotici, consumatori compulsivi, cittadini passivi, acritici. L’eventuale marziano a Villa Borghese, in questo mondo dopo, si ritroverebbe attonito ad esclamare: cosa ci faccio qui?

Il marziano, il Polpo, il bipede sarebbero in grado di comunicare tra loro? Il professor Ludwik Zamenhof risponderebbe in modo affermativo ed estrarrebbe da una tasca un certo manuale da lui stesso redatto, un vocabolario di Esperanto – esperanza de paco (non Paco il simpatico oste messicano, ma pace in Esperanto) – convinto e convincente che quando si è propensi, pronti, fautori di dialogo, i ponti e i sentieri si materializzano di colpo, davanti ai nostri piccoli occhi, mortali alieni o cefalopodi che siano.

Qualche volta però sorge, come fosse un’auretta assai gentile, la voglia naturale di ribellione, la voglia di assaltare i forni, anzi, no – viva i Fornai – certe caserme Moncada, per puro, cristallino, indomito istinto di sopravvivenza: rendendosi conto con sgomento che bisognerebbe fare da sé, mancando da un discreto numero di anni un comandante disponibile (lasciate in pace Ernesto, non è certo l’icona violentata dal furbo marketting capitalista per vendere lattine, magliette, spillette).

Quando si saldano gli interessi della scienza – con fiamma ossidrica – a quelli dell’industria e dell’invadente politica, per le persone sono guai. Chiedetelo agli abitanti di Seveso, a chi si ammalò di tumore, alle migliaia di evacuati, causa diossina. La pelle dei bambini bruciava, come l’erba dei campi, di colpo inariditi, gli animali morivano. L’unica colpa di quegli sventurati, ritrovarsi vicini di casa della Icmesa. Come sempre poi fu tutto un florilegio di colpevoli silenzi, omissioni colluse, mistificazioni, ipocrisie, trionfo dell’ignavia. A proposito di alberi, solo un grande pioppo rimase in piedi vicino alla fabbrica della morte, l’unico essere vivente e l’unico testimone meritevole di fiducia e di affetto. In seguito – sempre dopo, purtroppo – arrivò la direttiva europea sui rischi delle attività industriali, ma su quella terra di nessuno i cittadini riuscirono a impedire che fosse edificato un inceneritore (da non credere) e soprattutto che sopra le vasche delle discariche sorgesse quale memoria, monito, speranza il Bosco delle Querce, 40 ettari di terreno, ricoperti con 45.000 meravigliosi alberi.

Votiamo il Polpo, aspiriamo a diventare il popolo del Polpo:

ha tre cuori – dell’intelligenza, abbiamo detto – è flessibile, non presenta spigoli, vive più all’esterno che dentro se stesso;

così lo descrive lo scrittore Fabrizio Caramagna, ricercatore di meraviglie:

è un serbatoio di forme, movimenti, possibilità, è un continuo divenire.

Un candidato imbattibile.

P.S. poetico

Un polpo nel vaso in fondo al mare:
il sogno è effimero,
sotto la luna d’estate.
(Matsuo Basho)