dal libro di Bila Copellini

Anime nomadi

Pagina dell’Altrove, pagina della Primavera che intanto tarda ad arrivare.

Ci si dibatte sempre, ci si agita, si anela continuamente un altrove, perché la situazione presente scontenta, lo status quo è la stasi (rammenta qualcosa anche a voi?), l’immobilità, la morte civile e anche laica. Per chi crede, a tutti e a tutto.

Pagina di coloro che sono sempre in cammino, di quelli che, magari, sbagliano le mete – momentanee – ma non falliscono mai la direzione.

Venti, Rosa dei Venti: hanno bisogno di una direzione chiara – le correnti d’aria e gli umani – incontrovertibile; un luogo forse minuscolo o un incontro, meglio con persone ‘piccole’, umili, semplici. In America Latina, in Asia o comunque al Sud. Sempre al Sud.

Sì, viaggiare; perché la vita è un viaggio interminabile, anche rimanendo nella stessa stanza, anche volando, solo con la fantasia, perché gli occhi possano abbracciare tutto il Mondo. C’è chi naviga in lungo e in largo per i 7 mari, senza muoversi mai dallo stesso porto, eppure quell’approdo, insignificante, possiede tutte le caratteristiche più belle dei più nodali scali del Pianeta.

Dio è morto, anche noi non ci sentiamo troppo bene, l’importante è che chi di dovere, sappia comprendere e non censuri; Radio Vaticana a volte vede oltre, quello che i benpensanti non vedono, non vogliono vedere, non ammettono, nemmeno e soprattutto se si tratta di evidenze: universali.

Dio non esiste e provate a trovare voi un idraulico disponibile durante la fine della settimana: solo una delle situazioni è vera al 100%, scegliete voi quella giusta, poi, eventualmente, discutetene con il vicino, quello identico a Woody Allen.

Viaggiare d’estate in costiera romagnola e credere di essere in California (esiste differenza?), incontrare molte persone, le più varie, rimanere colpiti e fermarsi a parlare con un giovane e barbuto nomade di Novellara, terra di contadini, poeti, artisti. Scoprire piano piano, parola dopo parola, passo di seguito al passo, le comuni passioni per il disegno e per gli alberi, possenti e protettivi. Intuire dopo ogni movenza, accurata e sicura, un’estensione vocale particolare e prodigiosa, da autentico mattatore delle scene e dei palchi; padrone dei palchi, senza mai essere padrone delle vite altrui: una benedizione del Cielo.

Quel 13 giugno 1963, Riccione assomigliava davvero tanto a Las Vegas – senza essere California! – i giovani inseguivano, come fanno i ragazzi di tutto il globo, l’ennesimo altrove (che mai deve essere raggiunto, altrimenti è un imbroglio) e nella balera sulla spiaggia nasceva inconsapevolmente una leggenda: del resto, tra la Via Emilia e il West, queste cose sono rare, non certo impossibili. La sottile differenza tra Emilia e Romagna stabilitela voi, se ne siete capaci e non temete confronti.

Le risposte, le soluzioni possono essere semplici, mai facili; rispecchiano la realtà: insieme infinito di complessità. In fondo, è quello che inseguiamo sempre: infinite possibilità per riuscire a essere persone finite, anzi, risolte; ma con la data di scadenza.

Anime nomadi sempre, anime vagabonde mai: non saprebbero dove andare. Un nomade erra, per definizione: non pretende dimora stabile, sbaglia spesso, indovina – sempre – la direzione.

Come Augusto, Beppe, Bila, Dante, Danilo e i circa 30 nomadi musicisti.

Importante, fondamentale: percorrere continuamente sentieri e strade, stringere nuove mani, restare con curiosità in cammino; anche senza palco, anche senza porto:

anche da fermo, per sfiorare qualcosa che c’è, senza raggiungerla mai.

Disperato erotico tramp

The oil machine (Mandrake o Goldrake?)

Pagina di Sir Mandrake, o, se ne avete necessità, Mandrache (Mandrake, alla romana!);

cioè colui che è in grado di organizzare una bella, buona, soprattutto efficace: mandrakata!

In questo terzo millennio ci avevano preannunciato trionfalmente la sparizione perenne di: fame (e sete), povertà, ingiustizie, virus. Come è andata a finire, lo sappiamo tutti, anche troppo bene, perfino quelli che per fedeltà a una ideologia – magara! direbbe sor Carletto Mazzone – o a una parte di qualcosa, non lo ammetterebbero mai.

Citare in dettaglio nomi, cognomi, circostanze esatte, sarebbe inopportuno e inelegante; sono le stesse persone, ad esempio, affrante dalla crisi climatica irreversibile – lavorando alacremente per le multinazionali globali – che in modo disinvolto entrano, partecipano, influenzano, decidono la nostra sorte nei frequenti summit internazionali che dovrebbero discutere e agire per salvare – tentare di – il nostro Pianeta.

Considerati i danni e in particolare la beffa, mi rivolgerei a Mandrake: se non il potentissimo mago a stelle e strisce – almeno… – opterei per il protagonista del fumetto erotico italiano (molto in voga, adesso) Goldrake, nelle edicole più malfamate, dal 1966 al 1980. Ispirato alle incredibili avventure dell’agente segreto di Sua Maestà, James Bond; nel fisico, molto somigliante a Jean Paul Belmondo: lui sì, saprebbe come trarci d’impiccio, impaccio o, perlomeno, baloccarci; assai.

Riflettiamo per qualche istante: viviamo immersi nel petrolio e suoi derivati al – se ci dice bene – 95%, tra plastiche e letali micro plastiche. Anche coloro che predicano il bio e il naturalismo, non riescono a campare indipendenti dal petra oleum. Eppure, lo abbiamo ‘scoperto’ solo nel 1850, siamo suoi schiavi dal 1900 in poi; l’Umanità si è giostrata benino, senza, per secoli e secoli, ma da un secolo e mezzo non riesce – soprattutto psicologicamente – ad affrancarsi da questa sostanza nata sotto il mare, protetta dalle rocce, formata in milioni di anni e riversata velocemente in atmosfera in questo ultimo scorcio di Storia. Un anziano e saggio scienziato ci avverte: quanto decideremo nei prossimi 5 anni, influenzerà la vita delle persone di tutto il mondo (speriamo) per il prossimo millennio. Basterebbe rammentare qualche cifra in libertà, senza arruolarsi per forza tra gli allarmisti: continuare a ballare sulla tolda del Titanic mentre affonda, significherebbe vedere verso il 2050 innalzarsi il livello del mare di circa 7,50 metri. Bangladesh e Vietnam, paesi che qualcuno fatica a individuare sulle carte geografiche, sarebbero sommersi, le risaie scomparirebbero. Cento milioni di esseri umani – gente come noi, per dirla tutta – più probabilmente, 200 o addirittura 300 milioni di persone, vagherebbero per il globo in cerca di un posto dove stabilirsi, di lavoro, di cibo. Chiedetelo all’attivista e regista irlandese Emma Davie, chiedete se la crisi climatica è solo uno scherzetto di pessimo gusto (Halloween…) o se davvero rischiamo l’estinzione, dopo un’era di indicibili tormenti globali. Chiedetelo ai protagonisti del documentario The oil machine (presentato in anteprima nazionale al Pordenone Docs Fest di Cinemazero, Pordenone), forse non vi riveleranno la soluzione, ma – questo è sicuro – vi illumineranno sull’annoso dilemma.

Per la crisi climatica, mi affiderei a Mandrake (alla romana), a Goldrake – non il disperato erotico tramp italiano, ma il robot di Go Nagai – eviterei di lasciare il mio futuro (meglio: delle nuove, fresche generazioni) nelle flessuose mani del vero, elegante mago Usa:

scoprirei, amaramente, che anche gli illusionismi appresi in Tibet, lasciano tutto come prima.

In ogni caso, attenti a non scivolare.

Buona Primavera e Buona Pasqua: senza trucco, senza inganno!

Vento e ferrovie (Messico e nuvole)

Pagina delle ferrovie, statali e messicane.

La tristezza, le nuvole: certo, cosa altro sennò? Eppure… esistono ferrovie statali, in Messico? La domanda non è poi così pellegrina – meglio: peregrina? – se perfino Hitler si era convinto che la chiave segreta per vincere la seconda guerra mondiale (WW2, mai) si annidasse proprio lì. O almeno, ne è convinto Gian Marco Griffi, “scrittore del lunedì“, direttore del meraviglioso golf club di Fubine (Alessandria, non d’Egitto), piemontese schivo e amante di libri, capace di vergare ottocento e passa pagine, per spiegare l’ossessione tricolore del Fuhrer. Tricolore nel senso di stati uniti: del Messico.

Perché cominciare così? Con il Messico, i dubbi sulle sue ferrovie, un libro all’apparenza improbabile che rischia di vincere lo Strega (appoggiato dallo storico e autore Alessandro Barbero, Brick for stone) dopo essere stato letto solo da qualche decina di persone, tra amici e conoscenti?

Chiedo io: perché no? In fondo, la vera vita si rivela ponendosi le domande più assurde, sgangherate, inopportune.

Se le ferrovie statali messicane esistessero davvero, sarebbe cosa non solo buona, ma anche giusta, considerando l’estensione (14° al mondo) e le asperità di questa terra, meravigliosa e incantatrice.

Dunque, se esistono binari pubblici in Messico – tra l’altro, nonostante le incertezze e le oscillazioni controllate del mercato, 14° economia in classifica – non dovremmo più stupirci nemmeno di tutte le altre incongruenze del pianeta: prima delle altre, le guerre e la clamorosa distanza tra i pochissimi ricchissimi e i sempre in aumento esponenziale, poverissimi.

La perfezione è il nulla fagocitante, viviamo nella migliore realtà possibile oggi, qualcuno trova soluzioni geniali, nonché epocali, a problemi che ridurrebbero in ginocchio generazioni di super donne e uomini.

Dunque: sorridi, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere…

Ah già, forse la pioggia, quella vera, non esiste più.

Viva il Messico, viva Zapata (Emiliano Brando)!

Best of

Capitalismo, Marx dove sei?

Capitalismo, neo liberismo, colonialismo. Pagina dello schiavismo.

Fu abolito, forse; in realtà, non è mai andato via: vive, lotta e, soprattutto, prospera in mezzo a noi. In fondo, il Capitale – a proposito: maiuscolo o minuscolo? Minuscolo, mai – si evolve, si trasforma al mutare dei tempi, è proteiforme, non scompare. Cambia volto, anzi, volti e quando credi sia finito, esso, beffardo, prima ti irride, poi ti schiaccia o ti riusa; secondo i suoi bisogni del momento.

I capitalisti, questi sconosciuti: sono sempre meno, sono sempre più cattivi. Poche persone detengono il potere, ossia bilanci che fanno impallidire le nazioni, anzi, le rendono vassalle. Fagocitano risorse naturali senza posa, mietono idee, ideologie, perfino religioni senza fermarsi, neppure un istante. Si inchinano, eseguono, ringraziano, senza fissare negli occhi. Le nazioni, ovvio.

I moderni capitalisti sono aridi: decidono come funziona l’economia mondiale, chi si arricchisce e per quanto tempo; decidono chi può curarsi, decidono chi e cosa mangia e beve; il pezzo potrebbe finire qui. Il prezzo lo stabiliscono essi, non si sfugge.

Rammentate Marx? No, non il cantautore statunitense, famosissimo negli anni ’80; Karl, il filosofo – più un centinaio di altre qualifiche, compreso il giornalista – di Treviri, cioè teutonico; colui che più e meglio (forse) di ogni altro collega sviscerò pregi e difetti del Capitale. Oggi cosa farebbe? Ovvio, sarebbe CEO di una company, una qualsiasi. Del resto, tocca campare, in qualche modo, meglio se nel lusso!

Eppure, nonostante sia troppo grande per fallire – troppo vorace? – esiste sempre un minuscolo ‘ma’, una rotellina, un trascurabile inciampo che può compromettere il meccanismo, in apparenza perfetto e indistruttibile.

Apoteosi o apocalisse? Apocalisse in senso di disastro finale o rivelazione? Se qualcuno è in grado di stabilirlo, parli, si faccia avanti – non necessariamente in quest’ordine – o scompaia, per sempre.

Lo sapevate che qualcun altro, talmente matto – totalMente: crederete, se non in me, in Gioachino Chiarini? – ha studiato così a fondo (in lungo e in largo, è il caso di scrivere) la Commedia dantesca, da riuscire a scoprire gli orari esatti degli avvenimenti, grazie ad alcuni illuminanti particolari? Dunque, forse, non la fase dittatoriale del proletariato (quasi tutta l’umanità?), ma volete che qualche genio non escogiti il modo per causare il collasso finale del capitalismo?

In fondo, l’apocalisse non è un fatto che deve incuterci timore – Adrien Candiard, domenicano, sostiene che il male c’è, perché noi facciamo il male – , ma una prospettiva: tutte le cose umane – le crisi economiche, le pandemie, gli spettri delle guerre nucleari, perfino la bestia onnivora chiamata capitalismo – nascono, evolvono, hanno, prima o poi, una conclusione: definitiva.

Se il capitalismo finirà in anticipo: meglio. Per i moltissimi, per tutti.

Nevvero, Carlo Enrico?

Spirito, aspetto (spero?)

Pagina dello spirito; o Spirito, se prediligete.

Bisogna meditare bene, con calma, con autentica ponderazione, perché si fa presto a scrivere lo spirito o uno spirito, purché sia, ma si dovrebbe essere precisi, accordarsi (non a orecchio) su quale invocare.

Da etimologia, ne esistono molti, di vari tipi e funzioni: non sembra affare semplice o di poco conto. Chiediamo l’aiuto dello spirito puro e semplice, o del più poetico spirto? Come vedete e immaginate da soli, la questione si complica, dall’esordio. Spirito come soffio d’aria per intendere altro? Spirito leggero e incorporeo, come l’Anima? Disposizione di animo (al maschile, forse più tosta)? Spirito di contraddizione? Magari, critico, nel senso di: puntiglioso, preciso, scientifico. O mamma, ci vorrebbe una fidanzata, magari della Parola.

Parte essenziale di un discorso e soprattutto di una legge; ma se preferiamo un po’ di leggerezza, se aneliamo un pizzico di disimpegno e allegria, spirito inteso come quota volatile derivante dalla distillazione del divino… vino; come alcool, non per lo sballo, ma per per il sano divertimento. In vino veritas, per i più colti (coltivati): ἐν οἴνῳ ἀλήϑεια, come affermava sempre Zenobio, calciatore ellenico del II secolo dopo Cristo.

Possiamo raccogliere l’estremo spirito, alla Latina: l’ultimo fiato che fuoriesce dalla bocca di un moribondo a noi particolarmente caro; oppure, rilucendo nelle masse indistinguibili, mostrare acutezza di spirito, umorismo, spiritualità, ossia: capacità di dialogare con naturalezza con la dimensione dove albergano le anime (o gli anime nipponici?).

Meglio l’accezione grammaticale o quella magica, anzi alchimistica? Meglio quello aspro e concreto o quello dolce e immaginifico?

Meglio avere sempre presenza di spirito: rapidità e sicurezza nelle decisioni, al cospetto delle più varie e inaspettate temperie della vita terrena; meglio spesso, anzi, sempre, essere ricchi, se non di beni materiali, almeno di spirito: battute, anche salaci, e allegria, non mancheranno mai.

Per non ingarbugliare di colpo e in modo repentino le cose – tutto e niente – lascerei sopita la distinzione, la definizione filosofica della materia, del ramo (d’oro?), della disciplina. Tanto, siamo sempre in tempo a complicare una matassa ordinata perfettamente.

Aspetta e spera, nello spirito. Chi visse sperando, morì … cantando, direbbe Nonna Erminia, o forse, con energia inusitata, si unirebbe al coro (non di prefiche). Di più: lo dirigerebbe.

Aspetto fisico, come scriverebbe Alessandro Bergonzoni;

ma vorrei davvero tanto, anzi, infinitamente, che arrivasse – ovunque – lo spirito.

Qualunque cosa significhi.

Hegel (o Kant? Chiedi a Popper)

Ritirarsi a pensare nel deserto californiano di Joshua Tree.

Per cinque anni. Come un piano sovietico, quinquennale. Per essere precisi.

Come un lungometraggio, di Wim Wenders.

Come la fenomenologia dello Spirito, del Supremo.

In silenzio assoluto, totale: per fare in modo che la temporalità vinca sulla spazialità, perché la musica trovi casa e trionfi sulle parole.

Rarefatte, vuote, inutili. Come pensava, forse, lo stesso Lucio Battisti.

Scoprire, infine, se sia vero o meno poco importa, che la sceneggiatura di Wenders fu ultimata solo grazie all’intervento salvifico e alla guida saggia e ispirata – Paris (Paris, Texas) è una città molto diversa da come appare nelle immagini – di … Kit Carson.

Lasciarsi andare (dove?), senza corporeità, senza vincoli dimensionali: vagare con la soggettività nella bolla in cui domina l’Arte, quella pura, senza necessità di complicate spiegazioni, senza l’inganno delle fragili parole.

Anima e musica fuse insieme, una sola realtà, inscindibile.

Nella musica, volare; o illudersi di riuscirci. Sulle note mai imparate, librarsi nell’aere, liberi dalla forza soggiogante della gravità, notare esseri viventi e asperità terrestri, a testa in giù. Finché esistono, finché mi va, finché dura (lex!) gioco io.

Scoprire all’improvviso una differenza semplice ma sostanziale, scoprirla grazie ad Aldo Moro: quella tra sintesi e banalizzazione. La prima elimina il superfluo, ma la seconda distrugge il necessario e quello – aggiungo per un eccesso di puntiglio – non si recupera più, è perduto: per sempre.

Alla Giustizia servirebbe pietas cristiana, forse umanità; la stessa che sorreggeva e ispirava l’anarchico Fabrizio De André, come scrive con convinzione l’avvocato penalista Raffaele Caruso.

La Verità, quella storica, richiede soprattutto assunzione di responsabilità, non solo divagazioni colte, divertimento intellettuale, intrattenimento di alto livello.

Come sostiene il filosofo Luca Antonio Coppo, nella Gazzetta filosofica on line, vorrei, sempre più spesso in ultima analisi, diventare, essere Musica:

non per imparare meglio qualcosa, non per sperimentare qualcosa, ma per vivere, tutto;

con sentimento.

Tossicomane (sete, di giustizia)

Viaggiatori.

Per diletto, curiosità, inguaribile irrequietezza. Gente che si sollazza nella parte fortunata del Pianeta.

Per necessità, semplicemente Vita. Gli altri da noi, i meschini.

Tutto qui, non ci sono altre ragioni: Vita.

Si potrebbe finire così. Senza necessità di dilungarsi in spiegazioni, dotti ragionamenti, cause. Eppure non basta, mai.

L’eccidio di Cutro non è una catastrofe, non solo: troppo comodo, troppo facile. Quel sangue, soprattutto dei Bambini, ricade sul mondo settentrionale occidentale. Per forma mentis, per i valori che si illude ispirino la propria idea di società; per i governanti, primi responsabili della strage, per ruolo, ma non in via esclusiva. Perché se è vero che i nostri dipendenti hanno causato il disastro (all’inizio, non intervenendo, poi trasformando un’operazione di Search and Rescue in una operazione di polizia, infine – davvero odioso e vomitevole – giocando con vite umane allo scaricabarile e all’invenzione della menzogna più credibile), è vero anche che, magari non un minuto dopo, ma il giorno successivo, quando ormai tutti i dettagli della vicenda erano sul tavolo, non abbiamo preteso le loro dimissioni irrevocabili e il loro immediato ritiro dalla politica.

Fine della storia.

Guardia costiera, Frontex, Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri, Ministero dell’interno, governo; nessuno è esente, nessuno tenti, mai più, di credersi fuori o intoccabile da tutto quanto riguarda la Vita delle Persone; oltre l’etnia, il censo, le opinioni. In testa, ribadiamolo, il Paese – o la nazione, come è in voga adesso – al completo.

Non esiste libertà di scelta, non esiste autodeterminazione, non esiste libertà di agire per il proprio paese natale (rispondo così a ‘figure istituzionali’, capaci solo di ammantarsi di parole e citazioni dotte casuali) se sei costretto a fuggire – costretto! pagando in contanti e sofferenze! – verso porzioni di Pianeta meno abiette. Potrei scrivere cento, mille, centomila frasi per illustrarlo ai benpensanti, perché milioni di persone cercano disperatamente di allontanarsi in fretta da casa propria, ma sarebbe inutile; chi vuole capire, s’informi. Le possibilità, noi occidentali, le abbiamo: numerose e variegate.

Talvolta, debite proporzioni e differenze considerate, mi sembra di essere come il protagonista del romanzo JunkyConfessioni di un tossicodipendente irredento, di William S. Burroughs, ripubblicato dai tipi di Adelphi, settanta anni dopo la prima apparizione negli Usa. Perché sono disperatamente, sempiternamente alla ricerca costante della Giustizia – o, almeno, di una giustizia che sia valida per ere, oltre gli uomini fallaci – assetato perennemente di principi etici ‘giusti’, soprattutto ‘buoni’, in grado di sostenere le società umane, il loro disfacimento con lo scorrere (anche virtuale, se vogliamo) della dimensione che, per praticità, chiamiamo Tempo.

Un amico del protagonista, dopo averlo visto iniettarsi una dose, gli chiede repentinamente: “Piaciuto?” (a proposito, la nuova traduzione è affidata a Andrew Tanzi, ndr),

Se Dio ha creato qualcosa di meglio, se l’è tenuto per sé“.

In fondo, mi piacerebbe infinitamente poter dire lo stesso, a proposito della Giustizia;

questa volta con l’inziale maiuscola, senza infingimenti di sorta.

Stella Rossa

Chiedi chi era Rino Della Negra, chiedilo a una ragazza italiana di 15 anni d’età.

Chiedilo anche a quasi tutti gli italiani adulti, fossero perfino Friulani. Domandalo a tutti i ragazzi tricolore, sarà quanto meno un impegno inutile, grande fatica sprecata.

Chiedi se hanno presente la foto, l’immagine, il marchio (?) che identifica questo ragazzo – già uomo, vero uomo – , questo fortissimo calciatore della Stella Rossa. La risposta migliore, non per colpa loro, nella più adeguata delle ipotesi, sarà “no”, oppure “mi sfugge”, “non rammento”.

Un giovane rappresentante del Friuli, un autentico migrante economico in terra di Francia, presso i nostri beneamati, detestati “cugini” d’Oltralpe (ammesso voglia significare qualcosa).

Indaga con oculatezza se sanno dell’esistenza di una tribuna intitolata a ‘Rino Della Negra’, se conoscono uno striscione con la Stella Rossa che inneggia alla ‘Bauer Resistance‘. Chiedi se identificano l’immagine di un giovane uomo in maniche di camicia che osserva con attenzione, con il suo sguardo fiero e colmo di serenità, soprattutto contadini e operai, provenienti da ogni dove: armeni, polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani. Probabilmente, molto probabilmente, no.

No, certo. In fondo, perché?

Ai nostri tristi, o semplicemente, piccoli giorni, sarebbe un eroe nazional popolare (non lo sono tutti, quelli famosi per 15 secondi nei tg?), una leggenda continentale, un esempio totale, mondiale.

Lui, Rino Dalla Negra, 21 anni, coraggioso e indomito, sfugge alla nomea e alla celebrità, ma per fortuna non in Francia, non dove sanno onorare un uomo giusto, estraneo agli intrighi, contrario ai compromessi.

Nato a Vimy nel 1923, in territorio gallico, originario di Segnacco di Tarcento dalla famiglia Rizieri; famiglia che come molte altre, all’indomani del primo conflitto mondiale, cerca di evitare l’inedia e la povertà più nera, grazie al padre che decide di abbandonare l’Italia, per approdare nella Francia settentrionale; lavoro garantito in una fabbrica di mattoni. Dopo tre anni, con pochi bagagli e molte speranze nell’avvenire, trasferimento a Argenteuil e nuovo impiego presso la fabbrica di radiatori per auto, Chausson. Rino cresce bene e forte, a soli 14 anni – come usa a quel tempo – abbandona la scuola e divenuto operaio, lavora subito assieme al papà. Da lontano fisicamente, ma vicino con il cuore, segue trepidante l’occupazione fascista (del paese e delle istituzioni) e rifiuta in modo netto la convocazione da parte del Servizio di lavoro obbligatorio, per andare a faticare nella e per la Germania, alleata e nazista. Aderisce presto, invece, e si distingue per azioni ardite, al gruppo definito con disprezzo dai nazisti ‘Mano d’opera immigrata‘ dedicato a Manouchian (Missak), operaio giornalista e poeta, salvatosi fortunosamente dal genocidio del popolo armeno. Nel frattempo, si dedica al football, e viene ingaggiato dal club transalpino di serie A, Red Star; squadra della capitale Parigi che potrebbe essere oggi accostata (come scrive opportunamente sul Corriere della Sera, Stefano Montefiori, grazie a Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione) alla Juventus o all’Internazionale.

Colpito alla schiena da una pallottola nazista, durante un agguato con 6 compagni in bicicletta contro un portavalori teutonico, viene ricoverato in ospedale, poi imprigionato, torturato e condannato a morte dalle SS; nel periodo di reclusione, scrive al fratello per esortarlo a salutare i compagni della Red Star e per celebrare la vita in suo onore.

Rino Dalla Negra muore a 21 (ventuno) anni, per mano criminale dei nazisti, assieme ai 22 compagni del Gruppo Manouchian, il 21 febbraio del 1944. Odo in lontananza una musica dolce che continua a raccontarne le gesta, di operaio, partigiano e calciatore; una melodia sublime, magari inventata da Remo Anzovino che, tramite il suo pianoforte, lo rende immortale.

Come in Francia, come per tutti i Friulani con memoria, nel mondo.

P.S. Se volete saperne di più, molto e giustamente di più, su Rino Dalla Negra, cercate il Suo nome sul web, oppure consultate Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione.

Ictus

Dal Latino (o latinorum?) “colpo, battuta“.

Di colpo, una domenica di dicembre – l’11, per la precisione cronachistica – una battuta e improvvisamente tutto con lentezza si confonde, si spegne, si usura; tranne, sembra un motto di spirito, l’area del linguaggio che resta integra, intatta, intoccabile. Per fortuna, caso, o volontà; dell’imponderabile.

Una sorta di viaggio ingarbugliato, un lungo tragitto onirico, accompagnato da folletti birboni con la supervisione di Titania e Oberon, dentro la propria vita, dentro le proprie emozioni, dentro il proprio mondo mistico, mentre il corpo – fragile, inanimato – permane abbandonato all’inazione, all’assenza quasi totale di movimento, in balia della volontà altrui, dell’altrui migliore volontà. Forse, auspicabilmente.

Sarebbe quasi una sosta desiderabile, una sorta di tregua dall’ossessione degli impegni e dei guai quotidiani, se nella maggior parte dei casi, non implicasse, invece di una pura e semplice finestra terapeutica, un vero e terribile infarto delle capacità – le più varie – con l’ipertensione arteriosa quale prima e più importante causa di rischio. Anche vitale.

Non dimenticare mai le conseguenze del mancato trattamento farmaceutico anti ipertensivo; sarà un pessimo giorno quando l’uomo perderà fiducia nell’uomo.

Cadi come corpo morto cade, vittima dell’ictus e non sai perché. La Tua compagna ti parla, il suo medico di famiglia – intervenuto subito, con tempestività da record – cerca di stabilire una connessione logica con te, ma tu, rispondendo a tono (perlomeno, con un certo tono) non comprendi perché si stiano agitando per la tua salute, per il tuo bene supremo, addirittura per la tua sussistenza su questa piccola, fangosa Terra.

Ti sembra di essere finito in un quadro del Maestro Vermeer, ma non sai quale; uno dei Suoi, uno di quelli, tanto dalla Recherche proustiana in poi, sono tutti autentici capolavori d’arte riconosciuti. L’Artista, scomparso a soli 43 anni, non ne lasciò molti, solo una trentina riconducibili a lui ufficialmente. Il pittore provinciale – visse sempre a Delft, non cercò mai la fama che potevano garantirgli L’Aia, Utrecht o addirittura Amsterdam – si dedicò sempre agli stessi stringati soggetti, apparentemente nelle medesime occupazioni, apparentemente nelle identiche ambientazioni.

Ecco, al netto delle differenze sessuali, io sono la Donna in azzurro che legge una lettera, una donna borghese imperturbabile che non consente al caos della vita di disturbare, anche in modo minimo, il momento; perché il vero segreto di Vermeer, come scrive la saggia e colta Melania Mazzucco, “é la capacità unica di raffigurare il tempo, lo sospende in un istante banale, fino a rivestirlo di luce e silenzio; lo sottrae alla contingenza, lo astrae e lo dilata fino a celebrarne il segreto e trasformarlo nell’essenza stessa della vita“.

Io sono una qualsiasi opera del Maestro di Delft, io sono una battuta fulminante di Massimo Troisi, sono il verso più banale cantato dai due Lucio, Dalla e Battisti.

Io sono l’Aplothorax burchelli, il coleottero di Sant’Elena, simbolo esemplare del Giorno di Darwin; scomparso senza una ragione nel 1967.

Io sono l’ictus, ma anche tutto il suo contrario.

Nuvole Fenice

Quando nel cielo d’inverno, terso e lucido, compaiono nuvole a forma d’ala di fenice, forse è giunto il momento fatale di risorgere o almeno ravvivare le braci sotto la cenere.

Le tue mani sopra di me, mi convinci a risorgere – hai presente Nosferatu di Wilhelm Murnau, con la sinistra apparizione/ascensione verticale obliqua? – un ottimo auspicio, da cantare in coro, anche se siamo soli, tu con io e viceversa: soprattutto se il diretto interessato è già auto convinto, soprattutto se da lustri, oggi confortato dalla scienza ufficiale: il corpo anche dopo la morte continua a vivere per almeno un anno; l’ingenuo individuo – nell’accezione e con l’accento migliore – cogita che come epitaffio gradirebbe una dichiarazione d’intenti: non escludo il ritorno.

Se dopo ci sarà qualcosa, vi avvertirò; Nonna Erminia lo diceva sempre ridendo, propensa a restare qui, in questo lato del Mondo, a lungo, senza porre limiti alla provvidenza, né alla Provvidenza. Poi, un giorno, senza dire perché, né spiegando il come, è partita. Non ci ha ancora ragguagliato sui dettagli dell’oltre Terra, però si manifesta spesso e volentieri, con scherzi birboni che recano la sua inconfondibile firma ironica, talvolta beffarda.

Incontrare altri occhi, ma con la mascherina: no museruola, mascherina nera, elegante, da dandy d’altri tempi, 1940 o giù di là. Abito blu di foggia preziosa, cravatta rossa e cappello fedora – potrebbe sembrare il titolo d’una tragedia greca, non lo è, credo – in tono, puro Spirito di Will Eisner, molto concreto, per replicare a tono – tono su tono, talvolta anche tuono – alla criminalità, soprattutto alle ingiustizie dei tempi.

Sant’Ambrogio non credo sia l’omonimo fabbricante nonché dispensatore di quegli (possiamo dirlo?) orridi souvenir da bancarella turistica: ambrogini placcati oro con annessa Madunina del duomo, magari nei pressi della Scala. Teutonico (gallo!) di nascita, meneghino d’adozione ed elezione, pare fosse umile, saggio, intransigente; abile oratore, convertì Agostino, mise al suo posto – non solo in senso figurato, ma letterale anzi fisico – l’imperatore Teodosio. Amatissimo non solo dai cristiani convinti, ma dagli stessi eretici, amatissimo dalle genti di estrazione popolare. Nonostante tutto questo, qualche malalingua si ostinava ad insinuare: facciamogli il test della cadrega, tel chi l’è un terun; non solo in qualche remota mescita con cucina nella nebbiosa Brianza.

Le nuvole Fenice a quale velocità si spostano nel cielo? Si fa presto a dire velocità della luce, ma non siamo tutti Nembo Kids o Nembo Boys. Né di solito possiamo estrarre dalla tasca l’Enterprise, o qualche altra nave spaziale, magari una di quelle immaginate da Salgari – sì, l’Emilio fu anche autore (fautore) fantascientifico! – nel suo Le meraviglie del Duemila (scritto nel 1907, ambientato nel 2003). Alla velocità della luce volerai se e solo se prima saprai immaginarla, saprai trovarla, fabbricherai le parole per raccontarla, quindi grazie infinite all’astronomo Ole Christensen Romer che il 22 novembre del 1676 al cospetto dell’Accademia delle Scienze della corte reale di Parigi illustrò in modo incontrovertibile il metodo definitivo per imprigionarla dentro un calcolo, matematico. Senza di lui, addio fantascienza, addio eroi più o meno super, addio hi tech astronautico.

L’Uomo che aspirava a perlustrare il mondo da capitano di vascello e per colmo di sventure e paradossi non andò mai oltre Verona e Torino, inventò con la fantasia mondi meravigliosi, passati e futuri; preconizzò con la preveggenza dei veri geni ‘un Eden tecnologico, i cui comfort non solo non hanno risolto, ma anzi hanno incrementato solitudine e alienazione‘ (Stefano Massini su Robinson di La Repubblica).

Meglio, molto meglio anelare, essere una nuvola a forma di ala bianca di Fenice: non si raggiungerà mai la velocità della luce, non si sbarcherà su pianeti alieni, ma si potrà volare liberi e soprattutto in armonia nello stormo.