Solitudini e lamentazioni

Pagina, paginetta delle Solitudini, nel senso non solo della persona che si ritrova in una condizione esistenziale di esilio, abbandono, ma di un bipede che può rifilare sòle o in alternativa ottimistica, di latore sano di attitudini simili alle peculiarità di Elio – nel senso della stella fiammeggiante – e dei suoi fratelli, quelli che per loro fortuna non abbiamo ancora individuato.

Auspichiamo che dalle solitudini, certo ispide da affrontare, non si passi tosto alle stoltitudini, ché di stolti siamo circondati: senza più rammentare che lo stolto paradigmatico è il solito grullo che a bocca aperta s’incanta a guardare il dito e non la magnifica Luna piena e rossa che il dito indice invita ad ammirare.

La solitudine dell’ala destra è un bel tema, poetico narrativo filosofico – la politica aboliamola, per carità nei suoi confronti – per tacere dell’ala opposta e anche del povero portiere (di notte) prima di tentare di disinnescare un calcio di rigore in favore degli avversari.

Quante sono le solitudini? Almeno 11, ma se è vera la premessa, 11 solitudini, con uno sforzo immaginifico e personale di ognuna, possono forse diventare un collettivo.

Nel breve arco di una vita, quanta solitudine è tollerabile? Se sarai solo con la tua solitudine, sarai comunque in compagnia di essa: non so quale e quanto conforto potrà arrecarti, ma ti resterà molto spazio tempo per pensare, per piangere, per annoiarti. Una sorta di pulizia necessaria, di bonifica al tuo sistema in accezione ampia e completa: organica, fisica, biologica, mentale, spirituale per chi crede nella forza e nelle energie dello spirito (nei giorni del Premio Internazionale Nonino Distillerie, non dovrebbe essere impresa ardua, credere nello ‘spirito’).

Credere obbedire affidare qualcosa – un messaggio, una stele, un manufatto – allo spirito di corpo di quelle leggendarie solitudini divenute collettivo, magmatico, grazie ad una causa superiore, agglutinante, nonostante il glutine sia passato di moda, sia considerato ormai malefico e poco politicamente corretto, ortodosso. Un dosso nell’orto, problema o opportunità?

Il punto di vista, sempre che sia buona la vista e buono anche il punto stesso – tenere il punto, soprattutto quando è valido – è importante; più importante ruotare sull’asse, affidarsi al perno girevole senza giravolte per esercitare la propria capacità di osservazione da più lati prospettive distanze: la distanza sia giusta, ma tutto il Mondo e tutti i nostri simili siano tenuti vicini, al cuore o ciò che lo presuppone, rappresenta, sostituisce.

Rintracciare il topos, non il ratto (delle Sabine? Non credo che lo spirito del tempo sia più favorevole a certe imprese, chissà il genius loci), il luogo ove i sogni si ritirano: in meditazione, a riposare, a esaurirsi, anche a morire. Se si tratta di sogni umani, possono esalare l’ultimo respiro, l’ultima stilla di onirica energia; ancora una volta, poi, aggiungendo capitoli alla saga, risorgeranno come Fenici – intesi come i fantastici navigatori dell’antico Mediterraneo, come quelle arabe, alate – perché il nodo gordiano della solitudine non è l’auto consolatorio, ipocrita, meglio soli che male accompagnati; casomai, rifuggire dal male accompagnatorio o, meglio, dagli sciocchi, più pericolosi e letali rispetto ai soliti, immancabili intenzionati male.

Lungo il transito dell’apparente dualità
La pioggia di settembre
Risveglia i vuoti della mia stanza
Ed i lamenti della solitudine
Si prolungano

Le lamentazioni – occhio alle lame, rotanti e non – per questo mondo dopo vanno presentate allo specchio, all’immagine riflessa di noi stessi: il Principe De Curtis poteva permettersi di sputare negli occhi di certi volgari, pseudo artisti d’accatto, raccattati qui e là nei lisi salotti della creme sociale decaduta, dei sine nobilitate arroganti, dei parvenu non più pervenuti, nella realtà.

Sulla via possiamo incontrare certi tipi, ma certi tipi antropologici che non sono in grado di descrivere; soli, così soli, ma immersi nei loro pensieri – dunque, a voler puntualizzare, non solitari ma accompagnati da pensieri – che scrutando nella mente e scrutando gli astri nel cielo notturno, ad ogni passo rischiano di ruzzolare in un fosso, o in un pozzo, magari quello dei desideri e dei sogni di cui sopra, anche all’incontrario:

come quel tale, Talete, il presocratico.

Ada, splendida Ada, vorremmo, dovremmo essere come il tuo mare interiore: talvolta placidi, pronti a carezzare gli altri con le nostre onde più lievi, talvolta così burrascosi da preferire la solitudine;

però consapevoli che solo quelli con la carne a contatto con la carne del mondo possono ancora coltivare dolcezza, verità, sensibilità, pace e amore.

Veleni e bugie (stare, dove?)

Pagina dei veleni, nella nostra società: i più varj, nonché eventuali.

Tenere a mente, come nella canzone di quel menestrello dedicata a Pinocchio: la fantasia, in fondo, è solo una bugia; se bella, magari accompagnata ad altre consorelle, può anche – ipotesi migliore – originare magnifiche narrazioni.

Ora anche il Wwf ha scoperto che un terzo – forse più – dei cibi che ingeriamo con fiducia nel nostro organismo sono largamente inquinati da pesticidi: in particolare frutta e verdura. Per tacere delle sostanze che finiscono poi nelle falde acquifere. Verde, bio, biodinamico (tutto corretto, politicamente), riconvertiamoci all’ippica, anzi all’ittica – nell’Attica? – all’ittica dieta mediterranea, ignorando l’accumulo, questo sì bio, non troppo sano per noi; la peculiarità dei pesci nota con il termine di bioaccumulo, ovvero assorbimento di ogni sostanza, del tutto e del di più, senza drenaggio, senza filtraggio, senza opportuno discrimine, né discernimento delle realtà tossiche. Il DDT di Nonna Erminia oggi sarebbe un fantastico integratore, consigliato dai migliori nutrizionisti, dai medici più rinomati.

Keplero, Keplero perché ci hai abbandonati? Non so se fosti uno dei numi tutelari dell’astronomia o tu sia oggi una volgare imitazione tecnologica del Mondo Dopo, spedita a inquinare anche lo spazio cosmico, la volta stellata – ci fosse lo Stellone, quello di una volta – per individuare – intenzioni serie, astenersi autostoppisti galattici della domenica – altri pianeti al di fuori del nostro sistema solare; dal 1995 a oggi, pare ne siano stati localizzati circa 5.000, evento che ha solleticato le ambizioni dell’Impero (senza polemica) del Dragone, pronto con la propria flotta di cosmo vascelli all’avanguardia, per trovare e colonizzare un altro pulviscolo nell’Eternità, auspicando sia simile alla vecchia Terra, per dimensioni e condizioni bio (ancora?) climatiche. Passato di moda, stremato dall’iper sfruttamento senza regole né rispetto, il Pianeta Azzurro ha diramato un accorato appello ai suoi simili: se qualcuno suona al vostro citofono, datevi per assenti.

All’eco piazzola, prove tecniche di eco – quello di certi leggendari canyon dell’est e dell’ovest, per non scontentare alcuno – e di giusto conferimento e/o smaltimento dei rifiuti, i nostri: trovare all’ingresso una sorta di Pape Satan non di Aleppo, un indigeno, ma buono e perfino gentile: maglietta bianca da muratore, cappello di paglia e occhiali da sole, stile Antonello Venditti in concerto al Circo Massimo per celebrare l’anno magico di Roma (della Roma, calcio e basket), pantaloni ginnici in acetato, parlantina sciolta da dj, più che da agente ecologico; radiolina d’ordinanza – altro reperto anni ’80? – sintonizzata a tutto volume su Radio Ca’ del Liscio Casadei – casa del Signore, musica popolare da sala del ballo forse, ma celestiale.

Quando Giove e Venere, gli astri più luminosi, si incontreranno per il loro periodico romantico minuetto, vorrei essere in platea, vorrei che i Popoli fossero rinsaviti. Adesso, perché la vita è sempre e solo adesso.

Maestro Ermanno, tu che fosti, vivesti, creasti da Poeta e Uomo, oggi rischieresti la lettera scarlatta dell’infamia, anzi, uno dei tanti neo isterismi coniati (conati) da una stampa – è la triste stolida irregimentata stampa, bellezza (un po’ appassita, senza offesa) – quello che scivolerà via dalla Storia come neneista; credo, invece che Tu, sì, sapresti trovare le parole, quelle vere quelle giuste per raccontare le cose come stanno, non facendo cronaca né saggistica, ma, come sempre, empirea arte: ti schiereresti eccome, dall’unica parte sensata e umana: da quella dei poveracci e della pace.

Dalla parte degli splendidi larici che in autunno mentre gli altri alberi restano spogli assumono il colore dell’oro, dalla parte delle volpi che nelle notti invernali di plenilunio vagano felici sugli altopiani innevati, dalla parte delle bestie che, a differenza dei sedicenti uomini, di notte e di giorno, comunicano;

sanno parlarsi, vogliono parlarsi:

essi sì.

Carletto (Magno), Cartesio e il diavoletto

Pagina delle anime, pie. Sarebbe meglio degli anime nipponici, ma tant’è.

Qualche anima pia – Pia De Tolomei, Pia Zadora, ah Giusto Pio e pia te lo in … saccoccia – potrebbe per cortesia, anche fuori dalla corte, spiegarmi il cervellotico concetto di ‘armi più offensive e armi difensive’? Lo chiedo in modo accorato – e all’accorato non si comanda, si risponde – in modo serio; la serietà teorizzata da Ennio Flaiano in questo nostro (nostro? sarebbe forse il momento di osservare i colonizzatori che hanno conficcato le loro bandierine padronali nel suolo) paesucolo sdraiato, spiaggiato nel Mediterraneo: la situazione è sempre più grave – anche greve – ma per fortuna non è mai seria. Del resto, come dicevano quei raffinati intellettuali da balera, ogni tanto, dopo du’ spaghi, fattele, due risate (senza esagerare, ché dagli spaghi sarebbe un peccato esagerare, esondare con il Riso Sciocchi in ore, nella bocca dei Latini. Non Brunetto, quello poi era Conti da Nettuno, l’ala che inventava i cross al bacio, con palloni su cui era scritto ‘basta spingere’, nel senso migliore poetico pedatorio dell’immaginifica esclamazione.

Tu lo sai caro Gelindo, Rigel e Actarus esistono e sono corpi astrali, entità cosmiche bellissime e fondamentali, per le generazioni del ’70, fuori da ogni dubbio: perfino Actarus visse con cuore dilaniato – Dylan Thomas o Bob Dylan? Melius abundare: entrambi – perché aveva attraversato gli eoni e gli oceani dello spazio tempo, per ripudiare la guerra, per ripudiare le armi, nonostante il suo amico più fidato fosse una ciclopica (ma con due occhi, molto aperti) arma cibernetica.

Vaneggiando tuttavia – nel senso intuitivo, vaniloquio lungo tutta una via, senza inizio né fine – vorrei chiedere al vero fondatore della vera Europa come fece, come riuscì nell’impresa; soli, Lui e io, in quella leggendaria notte di Natale dell’800 (800 semplice, 8 secoli dopo la nascita e la rinascita del Nazareno, anno più, anno meno): mio lucente Imperator, Carlo Magno, solo per i compagni del calcetto Carletto, considerato che noi sconsiderati bipedi, dalla Maestra Storia non impariamo alcunché, potresti Tu, sommo professore, splendido figlio di Pipino il Breve (breve, in quanto laconico e conciso?), anche con metodi autorevoli e draconiani, trasmettere il tuo amore per la cultura, per l’arte, la tua immensa visione, la tua peculiarità di organizzatore supremo di burocrazia capillare, ma efficiente? Moneta e mercato unici sì, ma soprattutto materia grigia, diffusa.

Ogni tanto, per ripiombare nello sconforto, qualcuno scopre che il nostro sistema accademico si fonda sulle clientele e non sul merito, ogni tanto qualche masnadiero o anche masnadiera del quartierino, recita senza soggetto – ché la commedia dell’Arte era appunto Arte (avercene!) – per atteggiarsi a ‘vittima di macchinazioni e persecuzioni contro di me’, moscio scaduto avvilente stratagemma marchettaro per piazzare sulle bancarelle del mercato propri prodotti avariati, di solito libercoli autocelebrativi; oggi è il turno di una prezzemolona che rivendica senza vergogna – BUM! effetto onomatopeico, a scanso di equivoci – di essere la madrina (retaggio di domini matriarcali?) niente di meno che del paradigma della sanità circolare: fai la riverenza, falla un’altra volta, poi la capriola, infine per chiudere in bellezza, un’altra stoltezza. Con buona pace, dei giganti che inventarono la medicina autentica e la cura degli Umani qualche secolo prima che noi scendessimo dall’albero, anche esso maestro, al confronto del nostro QI collettivo, globalizzato.

Pare che nemmeno le memorie uscite dal sottosuolo, le memorie del male assoluto, riescano a motivare l’Umanità al cambiamento: se non ieri, dunque mai? Il vero guerriero non combatte, pratica l’Arte della Pace, sa che la vittoria è controllare il proprio lato oscuro, sconfiggere la conflittualità dentro di sé.

Grazie alle lievi, fragili farfalle che ancora, tetragone, caparbie, diffondono incanto; chi vede farfalle, comunica con il mondo onirico.

Alla riscossa stupidi, i fiumi sono in piena, potete stare a galla! In caso di avversa fortuna, donne pie vi piglieranno dai flutti, vi soccorreranno, vi ritempreranno attraverso frutti, belli e buoni.

Si pontifica da un pulpito immaginario, con veri palpiti, quando abbiamo da tempo esaurito capacità ed energie per offrire pessimi esempi.

Alzo la mano, non per pronunciare vane vanitose parole, mi offro volontario: mi tuffo per primo (e spero che la legge del Diavoletto di Cartesio sia ancora in vigore).

Cosimo, a cavallo

Pagina degli eterni ritorni.

Nella città del Giglio e di Durante degli Alighieri, dopo anni.

Perbacco! Realizzare all’improvviso, all’impronta e financo all’impiedi (la posizione eretta, verticale, favorisce o ostacola l’attività cerebrale? Una teoria si regge sui presupposti?): il tempo è una dimensione anomala, soprattutto se noi sedicenti umani attribuiamo allo stesso – o stessa? – caratteristiche non sue o imprecise. Il tempo è un gigantesco, immane – infinito? – brodo primordiale nel quale tutto galleggia, prima o poi lungo le varie rotte concentriche esistono le possibilità di imbattersi, intrupparsi in cose, persone, eventi che galleggiavano sulla superficie, lontano da noi.

Perbacco, scontrarsi con Bacco adolescente – Bacchino? Di certo, non Bacone – dalle parti degli Uffizi; il Bacco di Michelangelo Merisi da Caravaggio – caro viaggio, ti adoro – per realizzare che quell’immagine, quel giovinetto, quel ritratto era rimasto custodito a nostra insaputa nella memoria visiva e nell’anima e da quei luoghi, di sicuro misteriosi, spesso inaccessibili, se non attraverso arcane procedure, aveva continuato in modo incessante a solleticare fantasia, immaginazione, rapimento estatico per la Bellezza: nasce così, origina da lì la fatale ossessione per il genio Caravaggio?

Fare il perdigiorno presso Piazza della Signoria e notare – impresa poco ardua, in verità – un cavaliere in groppa al proprio formidabile destriero: cavaliere con destrezza. Cosimo, iccome tu stai, bischero d’un bischero. Fo’ la mia parte per mia contrada e mia patria, perché spero che li miei concittadini mi proclamino un giorno padre della patria e tu, maremma impenitente, bada bene: padre e patria de li tempi miei. Ridestato da un colpo di zoccolo o dal fastidioso trillo del cellulare di un turista penso al mio fortuito, fortunato incontro: il Cosimo de’ Medici, nonno di quel Lorenzo che fu magnifico, davvero e anche sul serio. Entrambi furono magnifici, entrambi capirono la strategica importanza nel tessere fitte trame di relazioni per poter realizzare progetti, entrambi fecero ampio utilizzo di risorse bancarie per incentivare cultura, arte, magnificenza: anche in questo caso, non nella concezione deviata e utilitaristica – se non in minima, trascurabile parte – che ne abbiamo noi moderni, noi evoluti, noi bipedi:

quelli che hanno appaltato il proprio futuro – non esiste il futuro senza il presente, non esiste il presente senza memoria dei presenti andati; il futuro, come diceva la Saggia nella sperduta foresta montana dei Sogni, è di chi se lo piglia – a droni e applicazioni, ma hanno deturpato, desertificato il proprio patrimonio delle parole a non più di 100 superstiti.

Un altro colpo di zoccolo, la capa gira: stavolta è il fiero, imponente quadrupede a parlarmi direttaMente, Oh grullo, rammenta la umana commedia, mica un ghiribizzo di mente geniale tanto quanto bislacca, ma un compendio dello scibile umano, dalla poesia alla retorica, dalla filosofia alla matematica all’astronomia alle più raffinate questioni teologiche, oh grullo, e voi?

Peccato, perbacco. Stordito, ammutolisco. Allibisco, nell’etimo originale, di allividire, restare livido:

causa scorno, vergogna, palese inferiorità.

Chiedo venia all’Arno, biondo schiumoso come birra, non da luppoli e fermenti passionali ma inquinamento antropico; un fiume non deve, non può, morire, ma un bipede sì.

In più, in peggio, quale rappresentante dell’involuto Mondo Dopo: indegno di posare le proprie membra – come fosse il Gange – più indegno di sciacquare i panni (e l’inadeguata glossa) nelle sacre acque.

Utopie, magnifiche però

Distopie, ne abbiamo? Oltre le cime: dei capelli, di rapa (memento: anche come rapa, non sembri una cima), delle vette – e perché no? vettovaglie – più impervie e inaccessibili.

Scendiamo in piazza, riempiamo le piazze per le resistenze – non solo elettriche – per l’ambiente, per ogni genere e tipo di vera equità, in contumacia, in attesa della politica. Temo che periodiche piazzate alle sedicenti classi dirigenti non bastino più.

Dopo l’abbuffata, l’indigestione di distopie, sarebbero gradite, auspicabili nuove, scintillanti Utopie, però magnifiche già dalla formulazione nell’empireo Iperuranio delle Idee; astenersi aridi cinici perdigiorno, anaffettivi, anacoluti, anaonirici.

Preparare per pranzo un Pollo alla Marconi – Guglielmo, quello del telegrafo senza fili, non Tell, quello della corda tesa – che grazie a misteriose leggi dell’energia elettrica (in codesta circostanza, con fili e trasmettitore) riusciva a rendere salterini anche i volatili avicoli defunti, spaventando oltre il possibile, domestiche e convitati, meglio se non di pietra; ché da cervelloni a burloni è davvero un attimo. La scienza avrà metodi e regole deontologiche rigorosi, ma anche la goliardia, non scherza: casomai, (si) burla con gaudio massimo e intima soddisfazione.

Sai, Ramira – Ramira besame, mucho – ti ritrovi dall’oggi al domani quadrupede diventato bipede (o viceversa), con terribili dolori alla schiena; sarà colpa dell’aspirapolvere e delle faccende domestiche? Potresti chiedere all’attrezzo direttamente, in questo strano mondo di seconda mano, non ci capiamo tra noi, ma abbiamo inventato ramazze parlanti. Nella caverna, molte ombre di sicuro, molti problemi di civilizzazione in meno: al netto della caduta della coda, o della sua ricrescita inaspettata.

Scandagliare gli abissi dell’Antartide per rinvenire il relitto della Endurance: il leggendario capitano Shackleton sarebbe fiero di noi e anche Francuzzo Battiato sorriderebbe, dalla sua attuale dimora nel giardino della pre esistenza. Dovremmo celebrare l’ostinata intuizione di Mensun Bound – no boundaries (senza confini), per i folli sognatori – che grazie ad un rompighiaccio fantascientifico e ad alcuni droni sottomarini è riuscito a localizzarla nel terribile Mare di Weddell, a oltre 3.000 metri di profondità. Non si tratterà della versione moderna di 20.000 leghe sotto i mari, certo lo scafo del mitico veliero resterà intrappolato – o custodito, per gli ottimisti – laggiù, quasi integro, come nel lontanissimo dicembre 1915, data della audace spedizione: gelo antartico che sarà ghiaccio del sud (bollente?), ma iberna molto più di quello settentrionale.

Annegare nell’oceano delle rimembranze, fallaci: un percorso ineludibile, per tutti. Tornare come il colpevole, sul luogo delle proprie radici, forse incerte, come le reminiscenze; anche a propria insaputa e contro la propria volontà: delle scale sgarrupate in muratura, un’antica logora terrazza coperta che, malgrado l’incuria degli uomini e gli affronti degli anni ineluttabili, resiste, ad ogni affronto, ad ogni confronto, ad ogni rimbombo. Un porta a vetri sbarrata e bloccata dall’interno, un uscio che ere geologiche fa qualcuno chiamava casa e oggi genera ondate concentriche di commozione.

Invocare il Mare, il dio del Mare o il mare come fosse esso un dio di qualche pantheon naturalistico; invocarlo in greco antico, tentare. Certo saprete che nella Grecia classica, soprattutto nelle regioni dell’Attica e dell’Arcadia, gli ascensori nei grandi alberghi per guerrieri, poeti, filosofi, artisti e immancabili turisti – a orde agostane – recavano solo due pulsanti: anabasi/catabasi.

Per guarire da ogni male, per superare ossessioni e manie, nessuna alchimia farmacologica, affidarsi alla talassoterapia. Dentro le conchiglie: narrazioni e canzoni e soprattutto splendide utopie, senza limiti né confini;

auspicando non si tramuti tosto in tostissima salassoterapia.

Avremmo già dato.

Porci cremisi

Pagina del progresso scorsoio, come lo definiva il grande poeta Andra Zanzotto.

Scorsoio, come il nodo dell’impiccato e non si tratta di un gioco, ma della croce – poco virtuale, molto solida – alla quale ci siamo appesi, optando per lo sviluppo di marca fossil capitalistica.

I veri Poeti hanno occhi formidabili, sanno guardare molto più in profondità, molto più lontano, scandagliando tutte e quattro le dimensioni principali, spesso anche quelle ancora non teorizzate, non individuate dalla fallibilissima scienza.

Pagina del rapporto Forrester che non è il rapporto Pelican – anche se le attinenze esistono, eccome – né si tratta del business plan di una casa di moda di infimo livello di Los Angeles; Jay Wright Forrester, ingegnere del Mit di Boston, già nel preistorico 1970, pungolato da quei pazzi del Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, aveva redatto un modello matematico che – mannaggia alle coincidenze – individuava nell’anno 2020 l’inizio del collasso finale della civiltà umana.

Un modello non campato in aria, non dedotto da un lancio nell’etere di dadi griffati Alea, né su oscuri indecifrabili incomprensibili vaticini, in stile Nostradamus: una previsione scaturita dall’analisi approfondita di quel criminale, suicida stile di vita incentrato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse comuni e sulla produzione senza limiti di merci di ogni tipo, incuranti dello spreco e del conseguente inquinamento, all’ennesima potenza. Di questo passo, il riscaldamento globale supererà i tre fatidici gradi centigradi – rispetto ai livelli del mondo pre industriale – al ritmo di una ouverture rossiniana, con un epilogo noto che, al confronto, le pellicole catastrofiste di Hollywood apparirebbero comiche dell’era del muto, interpretate da Ridolini.

Siamo precipitati nell’evo spurio, senza speranza e senza respiro: l’umanità forse si salverà – grazie a una qualche forma di memoria – mentre si estingueranno gli umani, rei della colpa più grave e inemendabile, avere mutato per egoismo egotismo, egolatria autoreferenziale la natura della morte, in cultura unica e monocratica della morte.

Chi guadagna con la guerra e con l’inquinamento è un farabutto, un criminale contro i Popoli e contro la Terra.

Stormi di biplani – esistono ancora, dunque? – graffiano un cielo colore carta da zucchero:

è come ritrovarsi catapultati dentro un film di Sensei Miyazaki, con un balzo logico, perfetto.

Parafrasando l’intrepido aviatore Marco Pagot, meglio diventare porci rossi che guerraforieri e avvelenatori, prima che anche la fase del collasso diventi irreversibile, meglio diventare porci cremisi (con le ali), per imparare:

a prendersi cura della Natura, del Mondo, di noi stessi.

Linee di luci (senza ribalta)

Pagina della rinascita, non della rinascente;

almeno oggi, al bando i commerci, i mercimoni, di ogni genere e specie; perché si comincia trasformando tutto in mercato, commerciando tutto, anche le risorse primarie che in quanto comuni non appartengono a qualcuno, e si rischia di diventare merci, prodotti con un prezzo e con una data di rottamazione, a nostra insaputa.

Bello avere la facoltà di commettere solo errori – i più marchiani, i più stupidi – potendo poi contare sulla rinascita, sulla resurrezione; seguire una linea, la propria, verso un luogo impreciso, imprecisato, perché, con alta probabilità, non esiste.

Lo spiegava con passione il buon professor Alfio: i punti che formano le linee sono infiniti, quindi le linee stesse sono infinite. Bisognerebbe trasformare in sentieri quelle che più ci somigliano, quelle che ci attraggono, quelle che emanano luci musiche odori parole che esercitano incanto e melodia sulla nostra, dentro la nostra anima.

Interrogarsi sempre, gli esami non finiscono mai, raggiungere infine la consapevolezza e la saggezza che l’eccesso di domande non conduce, anzi blocca, impedisce la deambulazione: il senso della vita deve restare un po’ misterioso, altrimenti quelle linee – belle per sé stesse, belle in quanto varie, infinite, adatte per ognuno di noi – rischiano di fuggire oltre l’orizzonte, di celarsi per pudore, di mimetizzarsi nella confusione del Mondo.

Chiedere un passaggio – passaggio anche in India – effettuare un passaggio, imparare ad andare oltre noi stessi, oltre gli egoismi; aprire percorsi e costruire ponti: non esistono altri modi, altri mondi che questi per raggiungere la vera liberazione, dai nostri lati oscuri, dai nostri vizi perversi.

Buona Pace, a tutta l’Umanità.

Valle oscura (salvare la selva e anche i selvatici)

Ritrovare il cammino, perdere il passo, sbagliare sentiero.

E’ facile accedere ad una valle oscura, anche se non sai come e cosa fare.

Se i nostri ricordi, la nostra storia, le storie di tutti noi fossero confinati dentro le nuvole, atmosferiche e virtuali, come potremmo poi accedervi, in caso di necessità? Il passato – scostumato, dispettoso – non è cristallizzato in una goccia d’ambra millenaria, è cangiante mutevole irrequieto, fuggevole, come il mercurio.

Rinominarsi, ognuno come gli garba, con l’identità che preferisce; da uomo a donna, attraversando tutti i gradi gradini, anche gradoni di Zeman, delle opzioni; come dice un vero uomo di mondo con pseudonimo femminile: meglio essere pesci rossi dentro la solita boccia o salmoni contro corrente che poi temerari abbandonano il loro fiume per scorrazzare tra i perigli imprevedibili dei vasti oceani?

La vera odissea è peregrinare verso l’ignoto o riapprodare a qualche Itaca, ignota forse più del cosmo sconfinato? Sono più astratte – l’altra faccia del pragmatismo? – le utopie dei ragazzi del ’68, o quelle dei giovani mutanti della generazione Z (Zorro? Una Volpe leader sarebbe sempre una benedizione) in questo Mondo Dopo, bislacco, ma prevedibile nelle solite magagne mancanze degenerazioni umane?

L’utopia è energia pulita e rinnovabile per alimentare progetti veri e rivoluzionari, o solo chiacchiericcio pseudo intellettuale, per darsi un tono? Tono su tono, dal visagista, quello delle dive, in contumacia di vere divine?

Attenzione: si fa presto a dichiararsi pronti al tuffo del salmone, per poi effettuare invece il salto della quaglia e finire dentro il solito, affollato ballo della cadrega, poltroncina, poltronissima, abusiva ma secondo la legge. Come certi disastri ambientali, crimini contro l’Umanità e contro la Terra, resi possibili seguendo pedissequamente i codici e codicilli di certe norme perverse.

I nazisti dell’Illinois sono insopportabili, ma anche quelli mimetizzati in certe sedicenti democrazie non paiono troppo affabili, né affidabili, soprattutto quando sparlano di pace, ma sono coinvolti mani piedi testa e pancia – anima no, sono sprovvisti dell’attributo – nel lucroso vortice affaristico di armamenti ed energie fossili; meriterebbero un giro di charrette calesse, carrello, biroccio che dir si voglia, per costringerli a imparare quell’oscuro oggetto del desiderio della stragrande maggioranza dei popoli terrestri: progetti partecipati di pace e democrazia.

Se perfino i gorilla della reclame esortano a restare umani, possiamo davvero deludere quel visionario che auspicava come festa per tutto il Mondo la capacità di fare la pace, prima – molto prima – di farsi la guerra? Con arguzia, Passepartout disegna perle: Darwin aveva intuito che sopravvivono non gli animali più forti, ma quelli che sono in grado di adattarsi all’ambiente, non aveva previsto che l’ambiente non sarebbe stato in grado di sopravvivere a certi animali.

Noah, maga di solito gentile, quale consiglio regaleresti ad una contea nella quale fiori, arbusti, erbe, vegetazione varia e variegata pare abbiano smarrito ogni traccia, anche minima, dei propri naturali profumi?

Qualcuno deve sempre, per forza, per amore, per amore della forza – con la forza dell’amore – comandare? Plebiscito – elmo di Scipio, o plebe di scito? – per designare un poeta alla guida o lasciarsi guidare a briglie sciolte, senza briglia alcuna né mordacchia, dalla sola, pura poesia? Dilemmi: la sentenza sarà ardua, ma rispettosa della metrica.

Alla fine, andiamo sempre tutti via;

la tragedia è questa, la vera valle oscura immensa, immersa nel terrore,

è quella abbandonata, quando fuggiamo via:

da noi stessi.

L’Uomo delle Stelle (vela gialla)

Integerrimi, integri o integralisti? Basta distrarsi per un momento ed è un attimo ritrovarsi nella categoria sgradita.

Pane e pasta integrali o tradizionali? Ardua sentenza: quanto logora optare, soprattutto se non hai nemmeno un grammo di pane e pasta.

E’ davvero caro agli dei chi vince una guerra? E se poi gli dei mutevoli e capricciosi si fanno cogliere dall’invidia – mosca dispettosa, però divina – e al presunto potente sottraggono ogni onore gloria favore? E’ davvero potente e illuminato chi dispone di armi formidabili e le utilizza per annientare nemici e amici sospetti, o chi rinuncia a profitti e celebrazioni per dismettere, smantellare armi e odj?

Chissà quale mastice, quali fragili sottili fili di seta tengono insieme gli amanti? Quali equilibri, dinamiche, motivi formano la formula alchemica dell’attrazione – puro istinto animale? – e soprattutto della persistenza nel tempo, simile alla resistenza di un antico maratoneta. In fondo, come dare torto a Don Abbondio: Carneade, messaggero di missive amorose, chi fu costui?

Sai Chiara, quanto ti ammiro e invidio, nell’accezione migliore e positiva del verbo? Bramo senza bramire ogni tua competenza, ogni tua intuizione, tutta la tua enorme, variegata cultura: i tuoi scherzi intellettuali, la tua capacità di mutare punto d’osservazione, premesse, conclusioni, proposte, progetti, previsioni; il mare d’inverno è come l’eternità, qualcosa che la mente non considera – magari desidera – e il nostro passaggio terrestre come l’affiche di un vecchio film d’essai, ingiallita dal tempo (il manifesto e anche la pellicola), scollata dai muri, trascinata alla ventura, dal caso e dalle raffiche del vento. Eternità spalanca le tue braccia, se esisti: sei una dimensione dello spazio o del tempo, sei una dimensione senza dimensioni, un’entità non euclidea?

Emigrare a bordo della zattera floreale nipponica, formata da fitti petali di ciliegio, seguendo la placida corrente del Fiume dei Sogni: l’immortalità mai – sarebbe immorale e anche tediosa – ma l’approdo alla Terra delle volontà finalmente buone e comuni, questo sì.

Vorrei affidarmi a Yuri, primo vero cosmonauta terrestre (russo, anzi sovietico, con la sigla CCCP stampata sul casco), primo uomo delle stelle: a lui chiederei qualche rassicurazione, se non conferme, né improbabili, impossibili certezze.

Dimmi, è vero che i sogni sono utopie da trasformare in progetti e non luci fatue come le stelle, raggi laser cosmici di corpi celesti ormai senza vita? Messaggi senza codice a rammentarci, ammonirci sulla nostra natura fragile, transitoria, transeunte.

Partire infine con lui, su una cosmonave, gialla come la vela di una magnifica imbarcazione chiamata Saba (Regina?), per tingere di giallo il mare, per distinguerci bene – ritrovarci? – dall’immensa distesa ondosa, ondulata, dallo stordente Assoluto fisico, metafisico:

intorno a noi, il silenzio estremo della quiete.

Quaresima bellica

La veloce gazza sarà forse ladra, ma anche gli umani – o presunti tali – non scherzano.

Non trasformiamo la discussione sulla gazza, nella consueta gazzarra, ideologica non più, di cortile nemmeno. Purtroppo.

Quanta nostalgia per i cortili, per le aie; nostalgia non fine a sé stessa, ingenuo sentimento per età dell’oro mai accadute, ma per quelle realtà fisiche ontologiche, quando le parole rarefatte, parche, avevano valore: inestimabile.

Meditare sugli amori e sulle occasioni perduti, sprecati, decidere se dai fallimenti e dalle disfatte si voglia, si possa – magari poscia, più che pria – imparare qualcosa. Struggersi di malinconia per eventi surreali, metafisici.

Il minuetto di appassionato corteggiamento di una coppia di rondini muove smuove anche l’anima più draconica – nel senso cercato e ricercato dell’astrologia araba – peccato siano in ritardo, le livree delle rondini; solo qualche ape, raminga e solitaria, fa capolino, timida.

Chiromante, rabdomante, oniromante, chiaroveggente: saranno queste le figure professionali più richieste; non in un prossimo vago futuro, ma tra pochi minuti. Essere senza tempo e avere memoria, oppure il contrario? Entrare nei e interpretare i sogni, quelli altrui: lavoro ad alto rischio. Come esprimere incautamente desideri, senza essere consapevoli che potrebbero inverarsi.

Homo sine pecunia imago mortis, sed etiam homo sine vidutam; le realtà e le verità non sempre coincidono, dipende, molto spesso – forse troppo – da chi le osserva e come, da chi inquadra una porzione del mondo e alcuni accadimenti; tra i Sumeri e gli Accadi chissà cosa penserebbero e direbbero, di noi e della nostra presunta civiltà. Somma sciocchezza attribuire a persone scomparse e decontestualizzate dal loro tempo mortale, parole opere omissioni, perfino opinioni e intenzioni di voto.

Servirebbe più di sempre una bella quaresima bellica, una quaresima istituzionalizzata laica (financo religiosa, melius abundare) delle armi e di tutti/tutte queste/i aspiranti guerriere/i, non per quaranta giorni: definitiva, perenne;

domenica delle palme bianche, palme in alto: vi arrendete?

Non al dono della pace – non è mai un dono, ma un progetto – al tempio, al tempo della pace, da costruire insieme.