Tossicomane (sete, di giustizia)

Viaggiatori.

Per diletto, curiosità, inguaribile irrequietezza. Gente che si sollazza nella parte fortunata del Pianeta.

Per necessità, semplicemente Vita. Gli altri da noi, i meschini.

Tutto qui, non ci sono altre ragioni: Vita.

Si potrebbe finire così. Senza necessità di dilungarsi in spiegazioni, dotti ragionamenti, cause. Eppure non basta, mai.

L’eccidio di Cutro non è una catastrofe, non solo: troppo comodo, troppo facile. Quel sangue, soprattutto dei Bambini, ricade sul mondo settentrionale occidentale. Per forma mentis, per i valori che si illude ispirino la propria idea di società; per i governanti, primi responsabili della strage, per ruolo, ma non in via esclusiva. Perché se è vero che i nostri dipendenti hanno causato il disastro (all’inizio, non intervenendo, poi trasformando un’operazione di Search and Rescue in una operazione di polizia, infine – davvero odioso e vomitevole – giocando con vite umane allo scaricabarile e all’invenzione della menzogna più credibile), è vero anche che, magari non un minuto dopo, ma il giorno successivo, quando ormai tutti i dettagli della vicenda erano sul tavolo, non abbiamo preteso le loro dimissioni irrevocabili e il loro immediato ritiro dalla politica.

Fine della storia.

Guardia costiera, Frontex, Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri, Ministero dell’interno, governo; nessuno è esente, nessuno tenti, mai più, di credersi fuori o intoccabile da tutto quanto riguarda la Vita delle Persone; oltre l’etnia, il censo, le opinioni. In testa, ribadiamolo, il Paese – o la nazione, come è in voga adesso – al completo.

Non esiste libertà di scelta, non esiste autodeterminazione, non esiste libertà di agire per il proprio paese natale (rispondo così a ‘figure istituzionali’, capaci solo di ammantarsi di parole e citazioni dotte casuali) se sei costretto a fuggire – costretto! pagando in contanti e sofferenze! – verso porzioni di Pianeta meno abiette. Potrei scrivere cento, mille, centomila frasi per illustrarlo ai benpensanti, perché milioni di persone cercano disperatamente di allontanarsi in fretta da casa propria, ma sarebbe inutile; chi vuole capire, s’informi. Le possibilità, noi occidentali, le abbiamo: numerose e variegate.

Talvolta, debite proporzioni e differenze considerate, mi sembra di essere come il protagonista del romanzo JunkyConfessioni di un tossicodipendente irredento, di William S. Burroughs, ripubblicato dai tipi di Adelphi, settanta anni dopo la prima apparizione negli Usa. Perché sono disperatamente, sempiternamente alla ricerca costante della Giustizia – o, almeno, di una giustizia che sia valida per ere, oltre gli uomini fallaci – assetato perennemente di principi etici ‘giusti’, soprattutto ‘buoni’, in grado di sostenere le società umane, il loro disfacimento con lo scorrere (anche virtuale, se vogliamo) della dimensione che, per praticità, chiamiamo Tempo.

Un amico del protagonista, dopo averlo visto iniettarsi una dose, gli chiede repentinamente: “Piaciuto?” (a proposito, la nuova traduzione è affidata a Andrew Tanzi, ndr),

Se Dio ha creato qualcosa di meglio, se l’è tenuto per sé“.

In fondo, mi piacerebbe infinitamente poter dire lo stesso, a proposito della Giustizia;

questa volta con l’inziale maiuscola, senza infingimenti di sorta.

Stella Rossa

Chiedi chi era Rino Della Negra, chiedilo a una ragazza italiana di 15 anni d’età.

Chiedilo anche a quasi tutti gli italiani adulti, fossero perfino Friulani. Domandalo a tutti i ragazzi tricolore, sarà quanto meno un impegno inutile, grande fatica sprecata.

Chiedi se hanno presente la foto, l’immagine, il marchio (?) che identifica questo ragazzo – già uomo, vero uomo – , questo fortissimo calciatore della Stella Rossa. La risposta migliore, non per colpa loro, nella più adeguata delle ipotesi, sarà “no”, oppure “mi sfugge”, “non rammento”.

Un giovane rappresentante del Friuli, un autentico migrante economico in terra di Francia, presso i nostri beneamati, detestati “cugini” d’Oltralpe (ammesso voglia significare qualcosa).

Indaga con oculatezza se sanno dell’esistenza di una tribuna intitolata a ‘Rino Della Negra’, se conoscono uno striscione con la Stella Rossa che inneggia alla ‘Bauer Resistance‘. Chiedi se identificano l’immagine di un giovane uomo in maniche di camicia che osserva con attenzione, con il suo sguardo fiero e colmo di serenità, soprattutto contadini e operai, provenienti da ogni dove: armeni, polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani. Probabilmente, molto probabilmente, no.

No, certo. In fondo, perché?

Ai nostri tristi, o semplicemente, piccoli giorni, sarebbe un eroe nazional popolare (non lo sono tutti, quelli famosi per 15 secondi nei tg?), una leggenda continentale, un esempio totale, mondiale.

Lui, Rino Dalla Negra, 21 anni, coraggioso e indomito, sfugge alla nomea e alla celebrità, ma per fortuna non in Francia, non dove sanno onorare un uomo giusto, estraneo agli intrighi, contrario ai compromessi.

Nato a Vimy nel 1923, in territorio gallico, originario di Segnacco di Tarcento dalla famiglia Rizieri; famiglia che come molte altre, all’indomani del primo conflitto mondiale, cerca di evitare l’inedia e la povertà più nera, grazie al padre che decide di abbandonare l’Italia, per approdare nella Francia settentrionale; lavoro garantito in una fabbrica di mattoni. Dopo tre anni, con pochi bagagli e molte speranze nell’avvenire, trasferimento a Argenteuil e nuovo impiego presso la fabbrica di radiatori per auto, Chausson. Rino cresce bene e forte, a soli 14 anni – come usa a quel tempo – abbandona la scuola e divenuto operaio, lavora subito assieme al papà. Da lontano fisicamente, ma vicino con il cuore, segue trepidante l’occupazione fascista (del paese e delle istituzioni) e rifiuta in modo netto la convocazione da parte del Servizio di lavoro obbligatorio, per andare a faticare nella e per la Germania, alleata e nazista. Aderisce presto, invece, e si distingue per azioni ardite, al gruppo definito con disprezzo dai nazisti ‘Mano d’opera immigrata‘ dedicato a Manouchian (Missak), operaio giornalista e poeta, salvatosi fortunosamente dal genocidio del popolo armeno. Nel frattempo, si dedica al football, e viene ingaggiato dal club transalpino di serie A, Red Star; squadra della capitale Parigi che potrebbe essere oggi accostata (come scrive opportunamente sul Corriere della Sera, Stefano Montefiori, grazie a Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione) alla Juventus o all’Internazionale.

Colpito alla schiena da una pallottola nazista, durante un agguato con 6 compagni in bicicletta contro un portavalori teutonico, viene ricoverato in ospedale, poi imprigionato, torturato e condannato a morte dalle SS; nel periodo di reclusione, scrive al fratello per esortarlo a salutare i compagni della Red Star e per celebrare la vita in suo onore.

Rino Dalla Negra muore a 21 (ventuno) anni, per mano criminale dei nazisti, assieme ai 22 compagni del Gruppo Manouchian, il 21 febbraio del 1944. Odo in lontananza una musica dolce che continua a raccontarne le gesta, di operaio, partigiano e calciatore; una melodia sublime, magari inventata da Remo Anzovino che, tramite il suo pianoforte, lo rende immortale.

Come in Francia, come per tutti i Friulani con memoria, nel mondo.

P.S. Se volete saperne di più, molto e giustamente di più, su Rino Dalla Negra, cercate il Suo nome sul web, oppure consultate Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione.

Ictus

Dal Latino (o latinorum?) “colpo, battuta“.

Di colpo, una domenica di dicembre – l’11, per la precisione cronachistica – una battuta e improvvisamente tutto con lentezza si confonde, si spegne, si usura; tranne, sembra un motto di spirito, l’area del linguaggio che resta integra, intatta, intoccabile. Per fortuna, caso, o volontà; dell’imponderabile.

Una sorta di viaggio ingarbugliato, un lungo tragitto onirico, accompagnato da folletti birboni con la supervisione di Titania e Oberon, dentro la propria vita, dentro le proprie emozioni, dentro il proprio mondo mistico, mentre il corpo – fragile, inanimato – permane abbandonato all’inazione, all’assenza quasi totale di movimento, in balia della volontà altrui, dell’altrui migliore volontà. Forse, auspicabilmente.

Sarebbe quasi una sosta desiderabile, una sorta di tregua dall’ossessione degli impegni e dei guai quotidiani, se nella maggior parte dei casi, non implicasse, invece di una pura e semplice finestra terapeutica, un vero e terribile infarto delle capacità – le più varie – con l’ipertensione arteriosa quale prima e più importante causa di rischio. Anche vitale.

Non dimenticare mai le conseguenze del mancato trattamento farmaceutico anti ipertensivo; sarà un pessimo giorno quando l’uomo perderà fiducia nell’uomo.

Cadi come corpo morto cade, vittima dell’ictus e non sai perché. La Tua compagna ti parla, il suo medico di famiglia – intervenuto subito, con tempestività da record – cerca di stabilire una connessione logica con te, ma tu, rispondendo a tono (perlomeno, con un certo tono) non comprendi perché si stiano agitando per la tua salute, per il tuo bene supremo, addirittura per la tua sussistenza su questa piccola, fangosa Terra.

Ti sembra di essere finito in un quadro del Maestro Vermeer, ma non sai quale; uno dei Suoi, uno di quelli, tanto dalla Recherche proustiana in poi, sono tutti autentici capolavori d’arte riconosciuti. L’Artista, scomparso a soli 43 anni, non ne lasciò molti, solo una trentina riconducibili a lui ufficialmente. Il pittore provinciale – visse sempre a Delft, non cercò mai la fama che potevano garantirgli L’Aia, Utrecht o addirittura Amsterdam – si dedicò sempre agli stessi stringati soggetti, apparentemente nelle medesime occupazioni, apparentemente nelle identiche ambientazioni.

Ecco, al netto delle differenze sessuali, io sono la Donna in azzurro che legge una lettera, una donna borghese imperturbabile che non consente al caos della vita di disturbare, anche in modo minimo, il momento; perché il vero segreto di Vermeer, come scrive la saggia e colta Melania Mazzucco, “é la capacità unica di raffigurare il tempo, lo sospende in un istante banale, fino a rivestirlo di luce e silenzio; lo sottrae alla contingenza, lo astrae e lo dilata fino a celebrarne il segreto e trasformarlo nell’essenza stessa della vita“.

Io sono una qualsiasi opera del Maestro di Delft, io sono una battuta fulminante di Massimo Troisi, sono il verso più banale cantato dai due Lucio, Dalla e Battisti.

Io sono l’Aplothorax burchelli, il coleottero di Sant’Elena, simbolo esemplare del Giorno di Darwin; scomparso senza una ragione nel 1967.

Io sono l’ictus, ma anche tutto il suo contrario.

Nuvole Fenice

Quando nel cielo d’inverno, terso e lucido, compaiono nuvole a forma d’ala di fenice, forse è giunto il momento fatale di risorgere o almeno ravvivare le braci sotto la cenere.

Le tue mani sopra di me, mi convinci a risorgere – hai presente Nosferatu di Wilhelm Murnau, con la sinistra apparizione/ascensione verticale obliqua? – un ottimo auspicio, da cantare in coro, anche se siamo soli, tu con io e viceversa: soprattutto se il diretto interessato è già auto convinto, soprattutto se da lustri, oggi confortato dalla scienza ufficiale: il corpo anche dopo la morte continua a vivere per almeno un anno; l’ingenuo individuo – nell’accezione e con l’accento migliore – cogita che come epitaffio gradirebbe una dichiarazione d’intenti: non escludo il ritorno.

Se dopo ci sarà qualcosa, vi avvertirò; Nonna Erminia lo diceva sempre ridendo, propensa a restare qui, in questo lato del Mondo, a lungo, senza porre limiti alla provvidenza, né alla Provvidenza. Poi, un giorno, senza dire perché, né spiegando il come, è partita. Non ci ha ancora ragguagliato sui dettagli dell’oltre Terra, però si manifesta spesso e volentieri, con scherzi birboni che recano la sua inconfondibile firma ironica, talvolta beffarda.

Incontrare altri occhi, ma con la mascherina: no museruola, mascherina nera, elegante, da dandy d’altri tempi, 1940 o giù di là. Abito blu di foggia preziosa, cravatta rossa e cappello fedora – potrebbe sembrare il titolo d’una tragedia greca, non lo è, credo – in tono, puro Spirito di Will Eisner, molto concreto, per replicare a tono – tono su tono, talvolta anche tuono – alla criminalità, soprattutto alle ingiustizie dei tempi.

Sant’Ambrogio non credo sia l’omonimo fabbricante nonché dispensatore di quegli (possiamo dirlo?) orridi souvenir da bancarella turistica: ambrogini placcati oro con annessa Madunina del duomo, magari nei pressi della Scala. Teutonico (gallo!) di nascita, meneghino d’adozione ed elezione, pare fosse umile, saggio, intransigente; abile oratore, convertì Agostino, mise al suo posto – non solo in senso figurato, ma letterale anzi fisico – l’imperatore Teodosio. Amatissimo non solo dai cristiani convinti, ma dagli stessi eretici, amatissimo dalle genti di estrazione popolare. Nonostante tutto questo, qualche malalingua si ostinava ad insinuare: facciamogli il test della cadrega, tel chi l’è un terun; non solo in qualche remota mescita con cucina nella nebbiosa Brianza.

Le nuvole Fenice a quale velocità si spostano nel cielo? Si fa presto a dire velocità della luce, ma non siamo tutti Nembo Kids o Nembo Boys. Né di solito possiamo estrarre dalla tasca l’Enterprise, o qualche altra nave spaziale, magari una di quelle immaginate da Salgari – sì, l’Emilio fu anche autore (fautore) fantascientifico! – nel suo Le meraviglie del Duemila (scritto nel 1907, ambientato nel 2003). Alla velocità della luce volerai se e solo se prima saprai immaginarla, saprai trovarla, fabbricherai le parole per raccontarla, quindi grazie infinite all’astronomo Ole Christensen Romer che il 22 novembre del 1676 al cospetto dell’Accademia delle Scienze della corte reale di Parigi illustrò in modo incontrovertibile il metodo definitivo per imprigionarla dentro un calcolo, matematico. Senza di lui, addio fantascienza, addio eroi più o meno super, addio hi tech astronautico.

L’Uomo che aspirava a perlustrare il mondo da capitano di vascello e per colmo di sventure e paradossi non andò mai oltre Verona e Torino, inventò con la fantasia mondi meravigliosi, passati e futuri; preconizzò con la preveggenza dei veri geni ‘un Eden tecnologico, i cui comfort non solo non hanno risolto, ma anzi hanno incrementato solitudine e alienazione‘ (Stefano Massini su Robinson di La Repubblica).

Meglio, molto meglio anelare, essere una nuvola a forma di ala bianca di Fenice: non si raggiungerà mai la velocità della luce, non si sbarcherà su pianeti alieni, ma si potrà volare liberi e soprattutto in armonia nello stormo.

TentennaMenti, Tintinnii

Un tintinnio attutito dalle nebbie, un’eco lontana, un clangore di catenacci arrugginiti.

C’è sempre qualche re che tentenna, indeciso a tutto tranne che al proprio tornaconto, mentre lungo le rive del fiume della vita i popoli si battono, lottano, muoiono.

Lungo le rive della Senna, non solo parigina, anche quella lodigiana, guardare meglio – o Guardamiglio – scrutare l’orizzonte, auspicando in una fioca luce che indichi o suggerisca la possibilità di un sentiero nuovo.

A piedi, o con immaginazione fertile e volante se non volatile, da San Colombano al Lambro a Piacenza, per emulare quel gaga ante litteram che elegante e profumato si avventurava sulla strada da Lodi a Milano, per occhieggiare la fatale e leggendaria bella Gigogin, avvolta in morbidi sbarazzini abiti tricolori (in caso d’insuccesso, annegare nel gin di scarsa qualità, erogato in taverne malfamate).

Inerpicarsi al tramonto sulla collina che ospita il castello, precipitando di colpo – come Alice nella tana dei conigli magici (o cadde nel cilindro di Mandrake?) – in una dimensione alternativa, tra Camelot e la Terra di Mezzo; giungere affannati alla cinta muraria e ad una varco arcuato, sigillato da un cancello, sorvegliato da guardiani incorruttibili e invisibili. Al di là delle siepi, degli alberi, dei cancelli c’è sempre un universo misterioso, potenzialmente colmo di pericoli, perché in realtà quel portale ci separa dai nostri lati oscuri, da tutti i nostri limiti. Al nostro buon libero arbitrio, la scelta, più o meno consapevole, di varcare, andare oltre, scoprire l’indicibile.

Sostare per trovare riposo e rifocillarsi alla Locanda Hermes: non autoreferenzialità, né pubblicità occulta, semplice informazione di servizio, pubblicità progresso divina. A Cremona e/o dintorni, terra densa di misteri e meraviglie.

Perdersi nel Bosco delle possibili fatalità o delle possibilità fatali, dopo aver ripreso il cammino – auspicabilmente, il proprio – lasciarsi irretire catturare guidare da una melodia sinfonica (Forever Young, ancora e sempre) suonata dalle fronde degli Alberi, da folletti e gnomi birboni, dagli Alphaville, però invecchiati, proprio come noi. Incappare in una sala cinematografica d’essai, magari Azzurro Scipioni, e assistere , nemmeno si trattasse di un sogno bizzarro, ad Alphaville di Godard, per provare sulla pelle l’effetto che fa una vera dittatura tecnocratica, o a una nottata dedicata a Ingmar Bergman e, male non fa mai, a Francois Truffaut.

Camminare ancora, arrivare sulle amate sponde del Sand Creek che dovrebbe essere in Colorado, ma come insegna Paolo Nespoli, se viaggi nello spazio e nel tempo, assisti in pochi minuti ad albe e tramonti senza soluzione di continuità, mentre il Pianeta gira incessantemente su se stesso, tu giri attorno a lui e anche la capa, in assenza di gravità, gira parecchio: ritrovarsi a deambulare sulle mani è un attimo. Raggiungere Marte si può, ma tra altri 15 anni, mentre decidiamo se sia più conveniente tentare di atterrare sul Rosso Pianeta o su qualche improbabile Super Terra, a centinaia, migliaia di anni luce da noi, curiamo le margherite che ormai sbocciano in inverno: in fondo, il sinistro cigolio del cosmovascello non è un problema, se emuliamo il capitano del Titanic, non è un problema l’eventuale accelerazione a 2 o anche 3G, mentre progettiamo un fattapposta di freno a mano che ci consenta di parcheggiare senza vomitare dentatura e scheletro, senza rischiare di annichilire la nostra debole carne. Fluttuare nell’Universo comporta perdita definitiva di calcio, meglio allenarsi con discipline sportive alternative.

Affanni inutili: la fine è nota ed sempre la stessa, senza girella, senza cornetto, apotropaico o da forno.

Sulla torre più alta, nella stanza segreta, nuovi, giovani amanti squarciano le tenebre, avvampando di passione nell’alcova lasciva;

la storia, le storie si perderanno nel sussurro del vento cosmico, ma come suggeriva il Poeta, altre Ophelia, con l’opportuno ausilio di Carbonio14 e Berillio10, sapranno trovarle coglierle condividerle ancora in tintinnii corrosi, mai corrosivi, sempre fecondi.

La solitudine, dei portieri e dei funamboli

Pagina – o paginetta, come quella di Didimo Chierico? – su Stradivari, Antonio.

Varie strade, strade varie, ma come avrebbe detto l’inimitabile Professor Alfio, Strativari, liutaio insuperabile e insuperato di Cremona, o forse cuoco sopraffino di una lasagna fenomenale, tra la via Emilia e il delta di Venere.

Entrambi, il liutaio e il cuoco, allievi misteriosi e straordinari di ottimi maestri; entrambi molto bravi – i ragazzi di bottega – poi, all’improvviso e anche in modo sorprendente, talenti senza pari. Alchimia alchimia, per arcana che tu sia, tu mi sembri una magia.

Soli, come portoni serrati – in assenza di ritmo – a doppia mandata, come portici deserti ove nessuno passeggia più conversando amabilmente, solitari come portieri d’albergo, durante desolati inverni urbani.

Caro Wim, sei un inguaribile, impagabile ottimista se davvero pensi che il simbolo della solitudine sia il portiere della squadra negli istanti che precedono la sfida contro un avversario sul dischetto del rigore. Per conferma, chiedi a Giuliano, finora l’unico – a livello di ipocrisia ufficiale – calciatore italiano sieropositivo della storia. Sesso droga rock and roll, nelle allegre combriccole dei vari Dieguitos manileste, alla fine della bisboccia però, nessuno tocchi – si avvicini, fisicamente, umanamente – all’appestato: non erano solo discolacci, bravi guaglioni, erano piccoli uomini, anzi: uomini piccoli, ominicchi. Forse. Un Giulio lasciato solo in più, che differenza potrebbe fare, rispetto alla fama e ai profitti garantiti dal sistema delle menzogne?

Sequenze frequenti di solitudini, più di undici, di sicuro: sequenze e frequenze, frequentazioni frequenti e frementi, menti in sequenza. Menti all’opera per decifrare una sequenza, quella di Fibonacci. Forse lui potrebbe spiegare come mai quegli strumenti a corda restino ad oggi i migliori mai creati da mano umana artigiana, perfetti nelle forme lignee, perfetti nella geometrica produzione di suono musicale, voce umana dell’armonia universale eterna. Dipingere ispirati dalle teorie del Fibonacci di cui sopra, nome di battaglia, anzi scienza, di Leonardo Pisano – sempre meglio un genio pisano alla porta che menti morte in casa – che a essere puntigliosi lasciò la successione – numerica e omonima, grande preziosa eredità – dopo essere stato il collettore e il fautore della sintesi tra la geometria euclidea e la scienza matematica di calcolo di origine islamica. Come minimo, meriterebbe una medaglia di traditore della patria europea, fosse vivo ai nostri mesti giorni.

Non confondere mai il Liber abbaci, con il libro degli abbracci – bello lo stesso, ma non della stessa materia trattiamo – o peggio con il romanesco Libro (di Sora Lella, forse) degli abbacchi. Silvia, rammenti ancora l’abaco elementare che ci insegnò a contare gli scandalosi numeri arabi?

Per espiare, per emendare, per perdonare le mie 11 solitudini personali (formazione completa, schierata con la tattica 3 – 4 – 3), vorrei imparare da un trattato enciclopedico l’arte del funambolismo e poi camminare sul filo teso tra una biblioteca civica poco frquentata e un campanile diroccato, dentro un cielo arancione e viola, insieme all’Uomo dell’aria e all’Uomo a colori; ognuno insieme agli altri, ognuno con il bagaglio comunitario delle proprie solitudini e dei propri limiti, in viaggio verso un apparente orrido cosmico oscuro, varco dimensionale per raggiungere sentieri siderali, lucidare stelle opache, salvare vecchi sogni, immaginarne e allevarne di nuovi.

Le mie lacrime nel vento del tramonto troveranno presto compagne di ventura:

in viaggio etereo, cureranno i mali del Mondo, cominciando dall’aridità delle anime, dalla desertificazione dei giardini sentimentali.

Aldo Moro, ancora?

Pagina, l’ennesima, dedicata al Presidente.

Mancato, in tutti i sensi, il Presidente della repubblica del destino, quello che non abbiamo mai avuto; ucciso. Da una pletora di sicari. Lo statista – Lui sì – pugliese e il futuro di un paese che sarebbe stato diverso, assai.

In una sequenza molto potente di Esterno notte (serie tv di Marco Bellocchio) – effetto notte sull’Italia inconsapevole, da quel 16 marzo 1978 – Aldo Moro trascina se stesso e una enorme croce lignea per le strade di Roma, durante una via crucis da incubo nella mente dell’amico pontefice Paolo VI. Il coro tragico, composto da soli uomini, da coloro che dicevano di stimarlo, di essergli debitori per la formazione e la carriera, addirittura pronti a spergiurare di volergli bene, è fermo a osservarlo: individui distanti, decisi a non intervenire per alleviare la sua fatica, o per tentare di salvarlo dalla mattanza; un’immagine simbolica che non necessita di troppe, né di minime interpretazioni.

L’uomo dell’aria ha scoperto camminando su un esile filo teso sul baratro del Mondo che l’atmosfera non è trasparente, ma formata da particelle caleidoscopiche; lo aveva scoperto anche un bambino degli anni 70 che si chiudeva spesso dentro un vecchio armadio nel ripostiglio domestico: perfino il buio in realtà è denso di colori, ma quello era un varco magico per viaggiare nelle dimensioni spazio temporali, per esplorare l’Universo.

Quando dalla tua finestra vedi un tramonto commovente, con le nuvole che si tingono nella tavolozza di un grande artista per poi camminare di nuovo veloci nel cielo, se non esci a inseguirle, a viverlo, quel momento sarà irripetibile, perduto. Non esistono più profeti, mezzi profeti, sapienti dotati di πρόνοια, la capacità di vedere oltre, lontano e di organizzare gli eventi nel modo migliore per tutti; salutare non conoscere né poco, né molto il proprio futuro, ma nell’incertezza del cammino, sarebbe stato un privilegio procedere con Te al nostro fianco.

La luce è la sommatoria dei colori – o i colori sono il risultato della scomposizione della luce? – l’oscurità forse non è la sua negazione, ma l’altra metà, necessaria a renderla visibile, fondamentale per esaltarne le caratteristiche; così come l’Iscariota fu il traditore funzionale a rendere attuabile il piano divino, così i troppi Giuda nell’incubo di Paolo VI e nella nostra storia, hanno certo distrutto il sogno di una vera Italia compiutamente repubblicana e democratica, consegnando Aldo Moro non (solo) al martirio per mano di carnefici acefali: ma all’eternità degli Uomini giusti.

Nonno Ermes il Bersagliere – ermetico di nome e di fatto – davanti al servizio del tg sull’agguato di via Fani, sentenziò amareggiato: oggi la democrazia italiana è morta.

Come sostiene Simona la Scrittrice, mostrami le questioni, non spiegarmele, non analizzarmi, sarebbe superfluo, anzi peggio, inutile: eppure l’anelito alla conoscenza e alla comprensione è umano, almeno quanto la nostra componente bestiale. Capire – sottolineo capire, non giustificare o minimizzare – sarebbe fondamentale per progredire; aiuterebbe nuove leve di nuove generazioni a non incorrere di corsa, con furore, negli stessi errori e orrori.

Mister Neanderthal si dissocia, nega di conoscerci, soprattutto smentisce con forza – con la forza delle sue ragioni – di essere nostro parente.

L’auspicio resta immutato, Noretta Donna coraggiosa, Donna tenace nella dignità:

se non solo dopo, alla fine del viaggio, nella nuova dimensione, ma anche qui, ogni tanto, filtrasse luce fresca e pura, sarebbe bellissimo.

Orante

Pagina orante, meglio: dell’orante. Da non confondere con orate, per evitare commistioni forse blasfeme, però umane, umanissime, tra sacro e profano.

Se quell’orante – non odorante, forse ignorante, come siamo tutti noi fragili mortali, immortalati da troppe immagini, pochi gesti – è colui che prega, adorante nei confronti della meraviglia dell’Universo, dovremmo riscrivere un pochino di paginette sulla storia del senso religioso insito nell’anima dei bipedi, molta moltissima storia del nostro rapporto millenario con il Sacro.

Pregare sempre – potrebbe essere il titolo dell’opera – senza stancarsi mai: orate et (e)laborate, senza accampare affanni. Possiamo tentare con impegno e con convinzione di distinguerci, di appartarci dalla massa, dalla società di massa e di masse, ma nonostante indicibili sforzi anche noi siamo massa, nella massa e qualche volta messa. Impossibile restare ai margini, facile cadere preda dell’emarginazione e le differenze non sono dettagli marginali.

Una storia d’amore adolescenziale che attraversa le epoche, può resistere agli urti della cronaca spicciola, non alle mutazioni del cuore; si possono sostituire i fatti con le opinioni, renderli equipollenti, ingannare la memoria dei Popoli, soprattutto quando i Popoli sono emotivi e geneticamente senza memoria a medio, lungo termine, ma i fatti in se stessi, restano integri: nei millenni, cristallini, adamantini. Le risposte sono Altrove, seguendo giovani impavidi che camminano sulla battigia, andando incontro ai flutti, per abbracciare alte spumose onde ribelli.

Non sono in grado di stabilire e valutare similitudine e parallelismi tra Riace – mi rammenta qualcosa, una vicenda di migrazioni che ci accomuna e ci affratella molto più di quanto si possa ammettere nelle banali temperie quotidiane dei nostri tempi – e San Casciano dei Bagni; certo, senza tema – ma ispirando molti opportuni temi scolastici – di smentita, possiamo considerare quei bagni di fango e acque calde davvero salutari e propizi di lunga vita, se 2300 anni vi garbano e non vi sembrano eccessivi, o addirittura noiosi e insopportabili.

Lineare A, Lineare B, Aramaico, Etrusco: puoi rivolgerti a gogol traduttore – meglio Gogol, ha più familiarità e attitudine con le anime dei trapassati – oppure alle equipe delle magnifiche e magnifici studiosi che queste cose, anzi lingue, conoscono e frequentano con impegno e assiduità; siamo il paese, baciato dagli dei, che detiene il 70% del patrimonio artistico mondiale su suolo, per tacere di quello sotterraneo, mai individuato, né trafugato dai tombaroli professionisti – non esistono più i tombaroli di una volta (CIT.) – e che ci racconta di civiltà e genti di origini svariate che per vicissitudini varie e eventuali si sono amalgamate, producendo cultura e autentico progresso. Senza inutili spiegoni o pipponi pseudo dotti.

Facce di frolla (magari!), facce di bronzo abbondano in ogni epoca, ma queste che sono giunte fino a noi attraversando gli eoni e le dimensioni spazio temporali, sono davvero portentose; chissà se meritiamo questo prezioso carico residuale, recapitatoci dalla storia e dalla sapienza e dedizione delle/dei Sapienti, o se il carico residuale, sempre troppo esteso, sempre insopportabile, è costituito solo dalle nostre vergogne.

Sono questi scavi archeologici, gli unici cunicoli che ancora dovremmo autorizzare attraverso i nostri già troppo martoriati territori e fondali. Subsidente sarà lei e tutta la sua famiglia: trivella trivella, qualcosa resterà?

Un tempo la preghiera laica del mattino consisteva nella lettura della mazzetta dei quotidiani, oggi, forse, meglio astenersi; meglio abbarbicarsi a preci dedicate alla sacralità della Vita, con le note di Ennio, immortali musiche nel vento, o con i brani di libri steineriani (Steiner, Marco, Amico di HP e Corto Maltese): qualche segreto magico emergerà, qualche nuovo orizzonte sarà finalmente illuminato.

Mentre troppe guerre sono padrone della Terra – per citare il Povero Cristo di Vinicio Capossela – vorremmo trasformarci in quel gruppo bronzeo orante, per chiedere una grazia, grande:

non essere più strane macchine che sbattono le une contro le altre (PPP docet), ma tornare semplici, meravigliosi esseri umani.

Vita plastica e nuvole

Pagina del Mancuso, Stefano.

Per scriverlo con le sue parole – ma non solo, nel senso che anche altri scienziati, intellettuali, artisti, semplici cittadini del Mondo (in fondo, ognuno di noi è anche qualche volta un po’ tutto questo) – lo denunciano: dal 2020 in poi, sorbole raccapriccianti, i materiali prodotti dall’uomo hanno superato la vita (tutti e tutto ciò che vive) nell’occupazione di spazio sul Pianeta, in termini di peso specifico e volumetrico.

Sani! Continua a urlare Marco Paolini in un meritevole e meritorio spettacolo che denuncia tutto questo e soprattutto le sue conseguenze, facendoci sorridere amaraMente e con la mente che sorride e mastica amaro, riflettere. I trisavoli dicevano che, in fondo, nella vita, l’importante è la salute, ma i disincanti delle ere successive ci hanno indotti a replicare con cinica ironia: avercela.

Sarà come sempre solo una bieca questione di quattrini – e dunque, al dunque, i diritti, tra i quali la preziosa salute, restano appannaggio di vetri appannati, di esclusiva proprietà di chi, avendone accumulati da rendere pallido Creso, può permetterseli – ma la sedicente evoluzione umana e il sedicentissimo progresso (in realtà, solo crescita dopata del mercato neoliberista) appaiono l’approdo finale dell’umanità stremata dalla regata plurimillenaria; sia lode a PPP perché come lui nessuno mai ha saputo, dall’infanzia alla morte violenta, raccontare e scandagliare il XX secolo, l’Italia e tutte le ipocrisie e nefandezze dell’animo degli uomini, nessuno come lui ha saputo diventare carne, sangue e vita vissuta, consumata, delle sue stesse opere.

Soffochiamo tra cemento, asfalto, metalli, plastica, mentre potremmo respirare poesia, perché le soluzioni esistono e non sono quelle che conducono alla povertà generalizzata – come se fosse una colpa, o un virus pandemico, nella strumentale visione di chi detiene le leve del potere – ma, forse, alla vera felicità. O a varie forme alternative e armoniose di felicità comune.

La creatività si accende quando meno te lo aspetti, quando credi che la tua situazione sia spiacevole o addirittura dolorosa; bloccati, ostaggi di un conglomerato congestionato di immobili scatolette di latta – se ti sembra caotico il traffico di Napoli, Roma, Milano, cimentati con quello di Tokyo – respirando gas venefici, a chi mai potrebbe venire in mente, balzare in capa, tutto un universo popolato da formidabili robot che, a seconda del libero arbitrio e del cuore di coloro che di volta in volta ne assumono il controllo, hanno la facoltà di rendere il pilota un dio benevolo o un demone annientatore? Non siete, non siamo tutti Go Nagai. Per scrittori e artisti delle immagini è facile declamare quale proprio motto il detto latino nulla die sine linea – frase attribuita a Apelle non figliolo di Apollo, ma comunque artista – più complicato per bipedi comuni che come tratto di demarcazione e orientamento hanno spesso solo la propria linea d’orizzonte degli eventi quotidiani personali. Eppure, ciascuno potrebbe rendere i propri limiti e la propria stranezza punti di forza e di svolta dell’esistenza. Un’acrobata circense zoppa, un’ala destra con una gamba più piccola dell’altra a causa della polio contratta durante l’infanzia, un autore sull’orlo della paranoia tormentato da personaggi creati dalla sua mente, mai messi scena e che, all’improvviso, non si accontentano più solo di comparire in uno spettacolo teatrale, ma avanzano la pretesa di vivere, nella realtà reale.

Rinunciare ai propri documenti d’identità, provare il brivido da sans papier – quali documenti, se quel filosofo rompiscatole ammoniva di continuo Conosci te stesso! – con il sogno dolce di offrire una propria novella, poesia o disegno per essere riconosciuti nella propria identità, senza margine d’errore: come David Wiesner, uno tra i più grandi illustratori viventi, capace di disegnare storie che non hanno necessità, corredo, aggiunta di testi scritti. Testa tra le nuvole, nuvole di fantasia al galoppo dentro la testa: immagini così potenti e immaginifiche da rendere espliciti anche i vuoti, da riuscire a parlare a chi sa vedere – i Bambini – anche in totale assenza di parole, dialogo muto grazie a una gamma infinita, un caleidoscopio emozionale così vasto che anche solo una battuta onomatopeica risulterebbe un orpello ridondante.

Fabbriche in cielo che dalle ciminiere espellono magnifiche nuvole, non gas inquinanti, come quella fabbrica terrestre, antitetica alla vita, produttrice di nuvole artificiali e letali. Volare tra le nubi di multiforme fogge e ingegno, come solo i Bambini sanno fare, magari in compagnia di uno strano, bizzarro elegante signore con bombetta in testa, perché le Nuvole sono vive e vagano in cerca di amici. Ritrovarsi dentro realtà metafisiche, madidi di gocce a forma di pendole e clessidre, dopo una corsa a perdifiato su piazze scalene poco euclidee, una dopo l’altra, senza soluzione di continuità, in compagnia di tigri di carta colorata.

Cestinare una volta e per sempre il ciarpame delle merci e delle parole inutili, ingannevoli, ipocrite degli Uomini:

lasciare che i Fanciulli, “molto più perspicaci degli adulti nella lettura delle immagini, capaci di vedere molto di più“, contemplino le meraviglie del Mondo, inventando nuove narrazioni, nuove parole vere;

per raccontare una storia nuova, per (ri)generare un’Umanità pronta a sognare, senza più interruzioni.

Le storie (dalla notte e le altre)

Pagina delle storie, quelle che sgorgano di notte.

Dentro un antro buio con rudimentali rupestri graffiti, con l’impetuoso affiorare dei flutti di parole di un fiume sentimentale carsico, tra i fumi del tabacco e degli alcolici dentro una stamberga berlinese del primo 900.

Sgorgano irrefrenabili, istintivo primordiale bisogno umano di raccontarsi, di raccontare. Come sostiene Corto Maltese marinaio nonché gentiluomo di fortuna e lungo corso – anche lungo i corsi si narrano amabilmente molte storie – affinché esistano storie non servono personaggi, né trame, davvero necessaria è solo la memoria. Storie senza memoria sono come vasi vuoti – magari preziosi Ming, ma vuoti (horror vacui) – una società senza memoria diventa in fretta una bomba a orologeria, pronta a deflagrare: annientando tutti e tutto, senza remore, senza pietà.

Le storie nascono sulle e dalle gambe degli uomini, prima ancora che nelle teste e nei cuori; nascono con gambe in cammino e occhi bene aperti sui sentieri del Mondo, sulle vite degli altri da noi.

Dalle crepe su muri diroccati spiare senza vergogna la storia, le storie, come si trattasse di uno schermo di qualche antico cinematografo d’essai; di solito i fantasmi sono attori fantastici.

Da una finestra spalancata su un’ottobrata anomala quanto insana, le voci dai cantieri, le voci dalle case, le voci dagli e degli alberi, entità vegetali superiori, coacervo di poteri arcani e meravigliosi. Hai notato anche tu – vero? – che quest’anno l’autunno è torrido come quello degli anni 70, eppure appare e si mostra sottotono?

Quando parti alla scoperta di nuove storie, presto ti accorgi che si amplia la tua personale percezione degli orizzonti che già esistono ma spaventano per l’immane vastità, si illuminano le tue aree di tenebra, si sviluppano le risorse dell’anima e delle mani per fronteggiare gli ostacoli e gli imprevisti, si moltiplicano all’ennesima potenza gli incontri con altri storionauti, pronti a collaborare alla scrittura delle storie, pronti a ampliare la comunità solida e solidale.

Nutrimenti comuni, infiniti punti di vista e anche di svista;

miliardi di storie intramontabili.