Voracità e Costanza

Pagina della voracità, da fare un baffo a Gargantua e Pantagruel, anche se devo ammettere che non li ho conosciuti, né di persona, né di panza.

Buchi neri immensi, sempre più voraci; l’ultimo, in ordine di individuazione – inversamente proporzionale all’estensione delle sue fauci e al terrore che diffonde – pare riesca a fagocitare un pianeta grande come la Terra ad ogni secondo. Esagerato, placati! Certi eccessi si pagano e non gioveranno poi il digestivo Antonetto, l’amaro Giuliani, né la citrosodina (per tacere sommesso, commosso dell’Idrolitina e dell’effervescente Brioschi). Altro che Sottosopra della serie Stranger Things, queste sono realtà al limite del normale e del paranormale; anche se, certi soggettoni terrestri, meriterebbero – di diritto – di trovare collocazione nella bacheca.

Cara Odette, ti stupisci per la quantità d’acqua passata sotto i ponti nell’ultimo bizzarro biennio, ma forse il tuo stupore è pari e contrario al mio: reminiscenze confuse con il presente o premonizioni distopiche? In realtà, purtroppo, l’antico detto popolare deve essere aggiornato alla mesta condizione attuale: sotto le arcate e dentro i letti fluviali, di acqua ne passa sempre meno, anzi, quasi non scorre più alcunché.

Il professor Tommaso Montanari ci rammenta che – caro Lei, anzi, caro Lev – Tolstoj (non sToltoj), già all’inizio del divorato 1900 scrisse un pamphlet anti bellicista contro il conflitto russo nipponico, divampato tra il 1904 e il 1905: prevalse, se così si può ancora ragionare, il Giappone, restarono però sul terreno intriso di sangue, più di 200.000 uomini. Ricredetevi! fu il monito dell’autore di Guerra e Pace; ri crederci? Ossia credere ancora? Siamo stati buggerati già troppe volte e infatti – dura iniqua lex – ci siamo ricaduti, più stolti, noi sì, di quei gonzi che dopo essersi ubriacati nelle peggiori bettole dei porti, si ritrovavano a loro insaputa imbarcati a forza come mozzi o marinai di bassa lega su navi mercantili, più o meno in regola, più o meno utilizzate per mercimoni di contrabbando o altro indicibili traffici. Quanti segreti hanno divorato i Sette Mari.

Matanoite (Pentitevi)! Per esibire un po’ di greco antico – il metano potrebbe essere un casus belli, ma nello specifico non c’entra – come in fondo era scritto nel Vangelo, quello di Luca (13,3): ricredersi per non perire – come si dovrebbe cambiare (dentro) per non morire tutti in un infausto olocausto nucleare – ravvedersi e mutare in modo radicale il nostro sguardo, i nostri pensieri, i nostri modelli di riferimento, le nostre pietre angolari, miliari, emiliane, per evitare che diventino pietre d’inciampo, definitivo.

Avresti mai immaginato, amico Pericle, che 25 secoli dopo la tua era, ci saremmo ritrovati, noi sedicenti uomini del sedicente futuro progredito, a ragionare sul tema: senza un esercito, non esiste politica? Nel mio microcosmo, nella mia limitata visione, ho creduto che proprio alla politica spettasse l’arduo ma esaltante compito di indicare il sentiero e formulare i progetti per una società dei Popoli equa, senza sfruttamento, con la messa al bando definitiva di armi, profitto unico dio e soprattutto geopolitica (ergo, guerra).

Ci siamo divorati tutto, senza criterio, senza vergogna: il banchetto più salato, più dispendioso della storia, non solo le risorse del pianeta, ci siamo divorati tra noi – il conte Ugolino, un dilettante allo sbaraglio, al confronto – a partire dai nostri cervelli, dalle nostre coscienze.

Bisognerebbe imparare da Nino, l’eremita raccontato dallo splendido documentario Lassù, di Bartolomeo Pampaloni: si è ritirato a vivere in solitudine in un faro abbandonato sopra Palermo; siamo più soli noi – monadi brulicanti imprigionate dentro città asfittiche e case letali, schiave del mercato iper nazionale – o è più solo lui, auto ribattezzatosi Isravele (da leggere al contrario, per capirne il senso), per riavvicinarsi al Mondo, senza filtri tecnologici, senza barriere convenzionali, sociali, grazie alla creazione di mosaici naturali e artistici?

Credere a Nino, uomo libero, ri credere a Lucrezio Caro (Caro Lucrezio…), poeta e letterato latino, quello del De Rerum Natura, per intenderci:

la goccia scava la roccia, non con la forza, ma con la costanza.

P.S. Brani suggeriti: Metanoite – Antypas ; Citrosodina – Sergio Caputo.

Sensazioni onirico seleniche

Notti di lune giganti, notti da licantropi, notti di strade vuote, grigie all’infinito, male illuminate da luci sinistre, talvolta maldestre.

Nell’oscurità, il profumo suadente, sensuale, soverchiante del gelsomino, candido – innocente, fino a prova contraria – anche dove il buio è più fitto, inestricabile.

Una musica può fare o potrebbe tutto quello che gli uomini non vogliono, o tutti quei procedimenti processi percorsi troppo faticosi ormai per una società spappolata che pretende e si ritiene smart, fast, green. Eppure, è una questione di frequenze e sequenze: un diapason potrebbe aiutare, anche perché lui – Monsieur Diapason – ha le orecchie lunghe, assolute, sa ascoltare, sa vibrare al momento opportuno e replicando perfettamente le frequenze vincenti, convincenti – auspichiamo anche benefiche, salvifiche – potrebbe dirimere, risolvere, chiudere: in bellezza, anzi sulle note di una marcia, magari non trionfale, forse popolare.

Anche Irene, prima di scrivere romanzi poesie riflessioni, amava pedalare senza fretta: stimolava la concentrazione, sprigionava energie e fantasia, l’immaginazione in sella al potere, il più grande, il migliore. Oggi qualcuno scrive ispirate suite in sua delicata, dedicata memoria, anche non aspettando la tempesta di giugno, né quella d’agosto, che in teoria sancisce la partenza dell’estate: per dove? Ma per altri lidi, dove sia ancora estate.

Avrete certo potuto ammirare anche voi quel magnifico, storico scatto fotografico: Gino Bartali, fresco vincitore del suo secondo tour de France, felice ricoperto di polvere raccolta su ogni strada del paese transalpino, in apparenza nemmeno troppo stanco – ma lui era Bartali! – e alle sue spalle, con un sorriso buono, colmo di gratitudine e d’ammirazione, Fernandel; che uomini, che artisti, con quei volti inimitabili sarebbero stati di sicuro anche una straordinaria coppia cinematografica.

A volte, basterebbe pensarci un po’ su, ma anche sottosopra, o di lato, in diagonale; proprio come quel meneghino di Manzoni. Che soffriva di agorafobia, soprattutto in presenza della moglie: ognuno tragga – se può – i suoi spunti, le sue riflessioni.

Quante lune, figliuolo? Quante ne hai sognate con sano desiderio di raggiungerle, esplorarle? Attento alla risposta.

Siamo proprio sicuri che in Cielo volteggi una sola Luna? O una luna sole.

In queste notti bislacche, potrebbero arrivarne altre, non solo quelle presenti nei libri di Murakami Haruki.

Non oso immaginare connessioni, correlazioni tra i balzi pindarici: buon compleanno Studio di animazione cinematografica Ghibli, in Tokyo, Giappone (15 giugno 1985):

grazie per tutti i sogni a colori (come quelli di Kurosawa, in fondo), Sensei Miyazaki.

Svolazzamenti (utopie, del fare)

Volare con le bici da cross, quelle anni ’80.

Non si esce vivi dall’eterno ritorno agli anni ’80 del 1900 – vero, Manuel? – ma nemmeno dalla vita in generale, quindi meglio baloccarsi fino in fondo.

Volare in senso figurato, nemmeno troppo: avrete notato anche voi gruppi di allegri sbarazzini in sella ai fidati destrieri, con occhi freschi, colmi di sete d’avventura e esplorazioni senza fine, senza tema: senza tema prestabilito, senza tema di smentita, senza tema di paura.

Bisognerebbe serbare tutta quella ricchezza nei forzieri dell’anima, senza sigillarli, pronti per essere riaperti da adulti, durante le crisi, durante i soventi sciocchi smarrimenti, di sé stessi, in primis.

Volare con la bici, come i ragazzini amici di ET, volare con le bici grazie alle gambe, certo, ma soprattutto grazie alla fantasia, essere disposti a ruzzolare per le terre in cambio della possibilità di librarsi: meglio un giorno da Icaro, con ali di cera e/o polistirolo – si potrebbe imparare a volteggiare anche in caso di fusione delle ali meccaniche – che una vita secolare ai piombi, più o meno veneziani.

Vogliamo il pane e anche il companatico, da condividere con tutti i compatrioti della patria unica chiamata Gea. Le rose sarebbero magnifiche anche senza nome, lasciamole lussureggiare dove vivono; coltivate tutte le speranze o voi che trasite nella Terra dei Papaveri selvaggi, sempre con rispetto. Parliamo di pane perché il lavoro nobilita l’uomo, ma il pane lo nutre (sacco vuoto, non sta in piedi, diceva il saggio), mentre la schiavitù anche con un tozzo di pane quotidiano, abbrutisce ogni vaga forma umana; consapevoli di questo non trascurabile dettaglio, consci che frumento e grano saranno parenti stretti, ma non sinonimi, possiamo arrischiarci a riflettere? Saranno state anche utili – perfino necessarie – acciaierie e raffinerie, ma l’Apulia, esempio poco casuale di regione cara agli Dei, è conosciuta nei secoli per il suo vero oro: il grano dal quale gli autoctoni sanno produrre almeno 100 tipi di pane squisito e gli ulivi, meravigliosi e generosi, fornitori sani di quell’olio che molti regnanti di tempi andati, anelavano, considerandolo il condimento più buono mai assaggiato.

Anche se non lo meritassimo, Madre Terra è prodiga con i propri figli: nutrimento ce ne sarebbe per tutti, senza mercato globale paleo liberista. Discutiamo di armi e guerre, di nuovi assetti geo politici come fossimo al Bar Sport, nessuno parla mai di come costruire la pace, smantellando istituzioni belliche per loro scopo, per loro innegabile natura snaturata: solo una nuova società globale dei Popoli, basta sul dialogo, sull’equità delle relazioni e su un’economia generativa e ri generativa, potrà scrivere di nuovo sulla lavagna del mondo la parola domani.

Bisognerebbe dimostrare, avere, dispiegare lo stesso coraggioso temperamento poietico di don Antonio Loffredo, parroco irregolare di Santa Maria della Sanità, in Napoli: uomo del fare che ama Gesù, non crede nelle teorie di Hobbes ma in quelle di Antonio Genovesi, dice con schiettezza da scugnizzo, ma con visione da autentico manager illuminato che non può funzionare una politica statale assistenzialista e ipocrita, da fine ‘800; serve una triplice alleanza virtuosa tra stato, società civile, forze economiche private e la volontà di edificare ponti e comunità, con le persone al centro dei progetti.

Nel potente film di Mario Martone, Nostalgia, il personaggio a lui ispirato (tramite sceneggiatura tratta dal romanzo omonimo di Ermanno Rea) dice durante l’omelia funebre dell’ennesima vittima di camorra: noi siamo come i raggi di sole che ogni giorno si posano sulla munnezza, restano luminosi e non si sporcano mai.

Se finalmente l’ennesima proposta di nuova direttiva dell’Unione europea sulla due diligence – la diligenza dovuta e non nel solito, polveroso Far West – sulla responsabilità delle imprese, soprattutto le grandi transnazionali, per la violazione dei diritti e l’inquinamento ambientale diventasse non solo teoria, ma pratica quotidiana, concreta, ineludibile, si realizzerebbe finalmente il sogno di porre persone e ambiente prima, sempre per sempre prima, del profitto.

Se cominciassimo a prendere a modello don Loffredo (o, a scelta, don Bosco, padre Zanotelli, don Di Piazza, don Gallo prete da marciapiede e via continuando) potremmo forse farcela, impareremmo di certo a fare, senza chiacchiere.

Svolazzamenti, appunto: di fervida, fervente Utopia.

Watergate

Pagina della testa tra le nuvole, non si tratta di una novità: tant’è.

La buona notizia o novella se preferite: almeno una testa c’è, persa tra cumulonembi, però presente – magari non a sé stessa – comunque esistente.

Tra le nuvole, stormi di uccelli, anche quelli di Aristofane; lassù perfino Diogene, il quale, frustrato dalla ricerca dell’uomo sulla terra, ora tenta nello spazio aereo. Nubicuculia è o sarebbe una terra fantastica, ma se qualcuno è stato in grado di immaginarla, probabilmente è esistita, esiste, esisterà.

Città tra le nuvole, o anche città delle nuvole: non sempre poetiche, in alcuni casi nubi tossiche, per mano e per reiterata colpa sempre dello stesso bipede.

Quanto sarebbe bello, meraviglioso varcare in punta di piedi, dita, pinne il cancello d’acqua per poi galoppare senza superflue, superficiali inibizioni attraverso le verdi praterie della posidonia oceanica, la pianta sottomarina preferita dal dio Poseidone, quello del tridente (gioco spettacolare, votato all’attacco); oceanica ma caratteristica e essenziale per la salute del Mare Nostrum, se solo avessimo un minimo di riguardo, cura, intelligenza: la natura è collega della storia, maestre senza allievi. Nell’ennesima giornata dedicata con becera ipocrisia a qualcosa di fondamentale che poi calpestiamo per il resto dell’anno è singolare – ma non tenzone, casomai tensione – registrare la celebrazione degli Oceani insieme ai festeggiamenti per il genetliaco di Margherita Yourcenar: poetessa scrittrice intellettuale, amava l’amore i libri e la bellezza, perché chi ama il bello finisce per trovarne filoni d’oro anche nei gangli più ignobili del pianeta e dell’umanità.

Il cuore di tenebra non è appannaggio solo virile, c’è un cuore di tenebra della natura, quello degli abissi marini: eppure anche laggiù – come direbbe mio fratello, quanta vita (della quale colpevolmente nemmeno ci rendiamo conto) – quanta vita, quanta luce, anzi, quanta bioluminescenza; da questo e da tutto il resto, dovremmo trarre esempio, ispirazione, progettualità per capire come funziona il mondo, per imparare a vivere davvero in modo ecologico e sostenibile. Agli scolari più refrattari, più renitenti, più riottosi, saranno garantite ampie, robuste lezioni di sostegno e riparazione: nella classe del Calamaro colossale.

Gli oceani sono nel cuore del nostro cuore, ma – caro Willem – perché abbiamo discriminato, dimenticato, confinato i fiumi, un tempo nemmeno troppo distante, venerati maestri simili agli dei, artisti naturali capaci di disegnare il nostro spazio vitale e di garantirci le risorse più preziose per la nostra sussistenza? Le nuove generazioni non ci assolveranno – anche se nel mondo dopo perfino Mamma Giustizia sembra essersi assopita – ci giudicheranno implacabili per le deturpazioni, le distruzioni, i crimini che abbiamo commesso; ammesso resti memoria di noi, la nostra orma sarà rammentata come quella del colonizzatore più vorace e più stupido dell’universo.

Eppure, siamo animali, sociali; dovremmo recuperare più spesso questa nozione fondamentale per basare un nuovo consesso umano sulla cultura della cura, della conservazione per tramandare, sulla tessitura costante e ininterrotta di dialogo e confronto:

perché quello verso cui nutriamo e che nutriamo di autentica passione, quello che davvero amiamo con tutte le forze migliori di noi, non si può rendere oggetto di levantini mercimoni, né distruggere.

Cancello d’acqua veneziano con vista laguna, paratoia per accedere a conca fluviale con vista reticolo di canali, cancelli mentali auspicabilmente sempre sollevati con vista:

ampia e periferica, per evitare una volta e per sempre di commettere gli stessi (o)errori.

Anche se, perfino il Cancello d’Acqua statunitense, fu un momentaneo, illusorio lavacro per mondare le coscienze dopo l’ennesima guerra sterminatrice.

Potremmo provare, ultima ratio, con un rito propiziatorio:

previa raduno di tutti i Popoli, nel tempio litico scozzese del Dolcecuore.

Champagne (prosecco?)

Vorrei vivere dentro una frizzante champagne comedy, una vita da rosa purpurea del Cairo (senza allusioni, né doppi sensi); in alternativa, in un road movie, con Gianni e Pinotto.

Scendere dallo schermo, perché poi, mi chiedo ancora oggi? Restare in bianco e nero, eleganti poetici frivoli; tra grand hotel, sontuosi ricevimenti mondani, telefoni bianchi – cos’altro? – innocenti vanità, varie e assortite; ogni tanto un charleston – Charlton Heston? – per favorire il processo digestivo, assimilatore, ma con moderazione.

Non escluderei ai priori, dai priori, a priori l’ipotesi di vivere una vita da Zelig, poi mentre medito con più attenzione, mi balena – viva la Balena, non necessariamente albina – in capa la sensazione che il mondo sia già affollato di troppi astuti emulatori di camaleonti. I Camaleonti celebravano l’eternità, ma per loro era più semplice, considerato che l’orologio della piazza del loro villaggio si era fermato, senza un vero perché.

Champagne comedy, affascinante invitante, sempre con giudizio, o almeno libero arbitrio, ché da coppa di champagne a champagne molotov è un attimo; meglio la versione caprese – nel senso di Peppiniello – o optate per la versione punk – nel senso di Enrico con i suoi rombanti, effervescenti compagni di anni gloriosi, ruggenti, campali?

Alessandro il Grande Bergonzoni esprime un desiderio sensato, comune a molte persone e a molti popoli: in cielo tra le frecce tricolori, uno stormo di colombe arcobaleno; chi ha tempo non lo attenda, rischia di trasformarsi in Godot: ma come disse una volta un saggio tassista di Bogotà a Maurizio Maggiani, hay mas tiempo que vida, c’è più tempo che vita. Ognuno opti.

Miguel son mi, ma anche e soprattutto il professor Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, torturato durante la dittatura militare, reo di essere un militante della resistenza guevarista. Ci informa e ci ammonisce sull’esilio di massa, esilio dell’intera umanità: l’epoca chiamata antropocene, epoca di passioni tristi, in realtà crolla da sola perché nasce dalla nostra stoltezza che ci ha portati a reputarci separati e superiori all’ecosistema, l’unico sistema di cui dovremmo preoccuparci e sentirci parte. Il nostro esilio quindi è stato più immaginario che fattuale, ma ha prodotto danni e distruzioni concreti. Si potrebbe aggiungere che il virus più mediatico sia (stato?) il virus perfetto per questo capitolo della storia, sedicente moderna: ci ha costretti a separare i nostri corpi dalla Natura, i nostri corpi dai corpi dei nostri simili, in una pseudo quotidianità nella quale domina e siamo dominati dalla virtualità algoritmica. Senza vero ritmo vitale. Ma il prepotente ritorno, la ineludibile riemersione della complessità ci immergerà di nuovo nella necessità di vivere secondo tempi che rispettino i tempi ciclici, alleati di una scienza che non ceda più alla tentazione di razionalismo colonizzatore, ma che sappia trarre ispirazione anche dalle arti, conciliando razionalità e credenza popolare. Le tentazioni di fuga in avanti – o quello che reputiamo avanti – ci allontanerebbero ancora una volta dalla vita, quella vera e naturale.

Torniamo umani, torniamo dall’esilio, il progresso inteso, anzi male inteso, solo come progresso tecnologico, annienta tutto: la nostra umanità e le fonti, a partire da quelle della vita.

Libiamo nei lieti calici – libagioni varje – di champagne, prosecco indigeno per i puristi:

mai più esilio, reale o immaginario da noi stessi, per inseguire falsi idoli; come ha scritto un altro grande professore, Montesano – non er Pomata, rispettabilissimo Enrico – ma Giuseppe: impariamo a diventare vivi, anche leggendo libri, unico strumento sovversivo che ancora abbiamo a disposizione, per gente che non si accontenta solo di una, solo di questa vita.

Santé!

Buse i fruts

Non avrai altro 10 all’infuori di me. Se mi hai visto giocare dal vivo, davvero, sarà così.

C’è stato un tempo della nostra vita mortale in cui un uomo venuto dal Brasile, da Rio de Janeiro, dimostrò che i palloni si potevano accarezzare, con i piedi.

Venne dalle spiagge di Copacabana, dal folle carnevale delle scuole di samba e dallo stadio Maracanà, venne in una sconosciuta, piccola regione di confine: indossò il cappello da alpino, parlò l’idioma locale come fosse il suo, lui carioca dal cuore puro amò – e fu amato senza limiti da – questa gente in apparenza dura e diffidente.

Una finta di Zico, soprattutto una sua punizione o calcio franco come usava dire una volta, aveva l’arcano potere di bloccare o almeno dilatare, sospendere la dimensione spazio temporale: si precipitava in una parentesi onirica nella quale tutta la magia del mondo diventava non solo possibile, ma reale. Parabole disse qualcuno, alludendo a racconti biblici e traiettorie euclidee; arcobaleni, scriverei io con più modestia: portenti della natura.

Eraclito, Mozart, Gabriel Garcia Marquez, Zico: funamboli dello spazio tempo. Poi una radio si sgola, gracchiando interferenze e una vecchia canzone brit pop e per quelle inspiegabili connessioni che nutrono i misteri e i poteri della musica e delle parole, all’improvviso alcune verità, alcuni segreti della vita e dell’universo diventano lampanti, accecanti, nonostante i percorsi tortuosi per raggiungerli: questo è il giorno, o dovrebbe/potrebbe esserlo, perché tu eri, sei, resterai il muro delle meraviglie, il nostro muro della fantasia, dell’allegria, della gioia, nel rispetto delle persone e delle regole.

Non esistono arrivi e partenze, non esistono addii e ritorni: esiste solo e sempre un eterno abbraccio, un eterno urlo di gioia verso il Cielo, come accadeva quando Tu disegnavi i tuoi arcobaleni. Due brevi, rapidi passi di rincorsa, la schiena si arcuava, la gamba destra diventava un tutt’uno con la sfera e all’improvviso sopra di noi – in noi – compariva l’iride.

Come dicevi Tu – questo lo hai imparato subito, naturale e spontaneo, come fosse un tuo colpo di tacco, o una tua punizione all’incrocio: buse i fruts.

Grazie Zico, mandi; simpri in tal cur.

Barricate rustiche

Viviamo, attraversiamo tempi rustici, mi garberebbe quindi sostare in meditazione in un rustico del piccolo mondo antico, dentro un comune rustico.

Andrebbe bene anche un albergo diffuso rustico, gestito da Mastro Giosuè, ove incontrare durante ritempranti passeggiate vespertine – con il favore e la protezione di divinità ctonie (???) – anime di vivi e trapassati, buffe congreghe di buoni diavolacci precipitati in disgrazia, bizzarre streghe, scampate ai roghi dell’invidia collettiva.

Essere accolti dal console indigeno, per educazione ascoltare le scuse accampate in aria, sulle nuvole, sui pascoli circostanti, per la mancata consegna delle chiavi del borgo; sostituite da meste schedine elettroniche, mentre greggi superiori belano vibranti per un immediato ritorno all’Arcadia della nostra giovinezza (che si fugge e si sottrae per tutta la via, o anche contrada).

A Campo de’ Fiori, sotto l’ombra assorta del Grande Nolano, erigemmo rustiche barricate, eravamo piccoli giovani goffi diavoletti (non di Cartesio, infatti, in seguiti, affondammo), illusi che gli entusiasmi i sogni le rabbie dei nostri anni verdi potessero scompaginare, spazzare via per sempre le muffe mefitiche degli anni grigi e bui. Erigere un mondo rustico, ma nuovo. Oggi il domani ammuffisce mesto sotto carri armati e infrastrutture petrolchimiche.

Talvolta il mondo fuori – fuori come un balcone – pare così ostile (il mondo in sé o i suoi abitanti fuori dal se) che vorrei fare come i vini, certi saggi preziosi meravigliosi vini: affidarmi al metodo barrique; barricarmi, senza barrire ovvio, dentro una solida botte di faggio e via procedere con la navigazione, superficiale o sottomarina. Metodo barrique da non confondere con il metodo barracuda: quello va sempre bene, a Wall Street, per tacere dell’orso e del toro. Bambolina barracuda, non scherzare, liberami dalle catene, posa le lame, restiamo amici se vuoi, in fondo a certe notti, non è tempo per noi che ancora ci nutriamo l’anima di sogni.

Le barricate sulle piazze virtuali non le fai più per conto della borghesia ma delle multinazionali che creano falsi miti di giga illimitati e accesso libero alle piattaforme streaming; già solo così, dovremmo versare non fiumi di parole, ma di lacrime amare.

Se il mercato globale, con la turlupinatoria illusione di darci tutto, ci ha in realtà resi spurj di tutto, a partire dall’anima, barricate contro ogni satrapo mercatista sono diritto inalienabile dell’uomo. Caro Lucio, meglio una lucida disperazione o un’appannata felicità? Comunque, consolati, Totò, grande principe della scena e della parola, perché non solo era amico degli animali, ma anche un grande lettore: dal tuo calzolaio di Vigevano, vittima e critico della stessa società inumana di cui era emanazione sociale, ha mutuato una delle più celebri battute del repertorio: il mondo è bello perché avariato.

Barricate a oltranza, senza corpo ferire: mettete dei fiori nei vostri cannoni, auspicando siano quelli della Jamaica, certo e comunque meno dannosi di quelli bellici;

alle bordate di regime, risponderemo con le nostre campanule, con le nostre barricate:

no pasaran al cospetto delle nostre barricate floreali. Per l’intanto (anche incanto).

P.S. Barricate rustiche, scegliendo per cena, casomai, un allettante vassoio di feroci salatini, rustici.

Di fiamme, semi, decolonizzazione

Datemi un martello, ma senza dirlo a Gandhi.

Cosa ne vorrei fare? Picchiare in testa qualcuno? No, giammai. Nemmeno si trattasse di astuti amministratori delegati di multinazionali fossili, quelli che indossano maschere di cartapesta verniciate – anche male e grossolanamente – di verde; per confonderci, per mimetizzarsi.

Se volessi percuotere con quel martello le pareti metalliche di infrastrutture gas/petrolifere, per risvegliare con quel klangore, non solo i padroni dell’energia, ma anche i popoli occidentali ancora ipnotizzati, di colpo – espressione quanto mai calzante – diventerei un criminale (un terrorista, nella novella vulgata giurisprudenziale); eppure i governi di quasi tutti i paesi del pianeta continuano a concedere permessi – a condizioni sempre più convenienti sul piano economico e sempre meno rigide su quello delle tutele ambientali – alle compagnie targate Big Oil: in questo caso, nessun crimine, solo diritto alla libera intrapresa. Eppure, anche certi economisti premi Nobel, oggi ammettono che il mercato neoliberista globale non è stato solo un fallimento, ma una disgrazia – questa sì epocale – per il Mondo.

La casa comune brucia sempre di più e il grido più forte non solo di dolore, ma di rabbia si alza dall’Africa: ignorare le ragioni del continente madre, il più grande, non sarebbe solo grottesco, ma stupido. All’ennesima potenza e non potremmo certo chiedere ausilio al draghetto Grisù, pompiere provetto.

Andreas Malm attivista ambientale svedese e docente universitario di ecologia umana, nel suo provocatorio saggio Come far saltare un oleodotto (pubblicato in Italia dai tipi di Ponte alle Grazie) sostiene che le azioni di protesta non violente ormai non servono più nemmeno alla visibilità della causa ambientalista, anzi, superare i limiti di quella strategia è diventato non solo inevitabile, ma auspicabile. I cambiamenti climatici causati dall’inquinamento di origine antropica sono sempre più accelerati e devastanti: possiamo ancora ignorare migliaia di vittime, specie animali ed ecosistemi annientati, siccità, incendi, milioni di persone costrette a migrare? Quindi, carissimi Paolo e Roberto, voi vorreste convincermi che criminale è chi danneggia una pompa di benzina o fora un oleodotto?

Quel concertino a colpi di martello servirebbe a comunicare un messaggio, moderna bolla sulla pubblica piazza; sedicenti signori, la pacchia è finita, firmato in calce da: Rita Pavone (virtuosa dell’attrezzo ante litteram) Thor e anche Vulcano.

Anche Rupa Marya e Raj Patel, entrambi professori, ricorrono alla metafora fiammeggiante, partendo dal punto di vista che non considera più i nostro corpi entità separate dal mondo naturale e dalle forze sociali: tutte queste componenti sono costitutive dello stesso grande organismo. I nostri corpi mortali sono deboli e infiammati, quindi molto più esposti alle malattie – le nuove patologie virali pandemiche non sono casuali – perché abbiamo indebolito il pianeta, anzi lo abbiamo letteralmente messo a ferro e fuoco. Ne parlano in modo ampio e circostanziato nel loro saggio a 4 mani, Infiammazione. Medicina, conflitto e disuguaglianza (Feltrinelli): un libro di argomento medico, politico, sociale, economico? Una sapiente analisi che non trascura alcuna di queste materie, anche perché sarebbe folle credere di comprendere la realtà scomponendola in camere stagne, in alambicchi sterilizzati non comunicanti. Ci sorprenderemo nello scoprire che le popolazioni indigene hanno ‘teorizzato’ l’esposoma, ovvero da sempre sono coscienti che l’insieme delle influenze ambientali e sociali cui siamo sottoposti dalla nascita alla morte, influenza in modo determinante la nostra salute. Il covid dunque sarebbe il risultato fatale della volontà umana di dominazione su ogni forma di vita sul pianeta. Non supereremo questa e le altre crisi se non ci convinceremo della necessità della medicina profonda (deep medicine); primo passo, un radicale mutamento di pensiero: non più, mai più, economia rapace di sfruttamento in nome del massimo profitto, ma economia della cura, della rigenerazione, dell’accoglienza. Lo sapevano bene i nostri nonni e bisnonni: i semi si conservano e si condividono, le radici si innaffiano e si proteggono, in modo comune e inclusivo: non perché lo stabiliscono eventuali leggi umane, ma perché il cuore sa che questo è giusto.

Se davvero volessimo salvare il pianeta e noi stessi, dovremmo – seguendo l’esempio di 8 milioni di organizzazioni contadine, non per caso all’avanguardia e già in marcia su questo percorso virtuoso – accettare come primo gesto di buona volontà che i malati siamo noi, nella nostra forma mentis e che la medicina è una soltanto:

abolire il capitalismo neoliberista e decolonizzare la Vita.

Oro, non per forza alla patria

Pedalare tra i campi, accompagnati da uno stormo radente e festoso di rondini.

Il mattino avrà certo l’oro in bocca, però per prudenza – nei confronti del mattino – eviterei di ripeterlo con frequenza: esiste il rischio che qualcuno si metta in testa di farglielo sputare, con le buone o con le cattive.

Ore in palio, al palio di contrada. Volete ore da vivere o oro? Dentro la pentola in cima al palo, una pregevole, gradita sorpresa. Forse. E la cuccagna?

La buona educazione richiede un lungo, faticoso, laborioso processo di apprendimento, quella cattiva è immediata, soprattutto le truci applicazioni pratiche. Per la semplicità, la sobrietà, lo stesso; si raggiunge scalando vette, scalpellando via tutto il superfluo.

Forse l’amore è apolide e somiglia a qualcosa che muore – del resto, cosa non deperisce per obsolescenza geneticamente predisposta? – ma anche solo la reminiscenza di un amore, continua a restare amore.

Ogni tanto, qualche sedicente guru – grandissimo figlio di paragnosta – ci vorrebbe convincere a mutare punto di vista (vita?), ma chi osserva il mondo da una bicicletta, lo sa e lo fa, per istinto e necessità; come Giuan Guareschi, da Milano alla Riviera romagnola e ritorno, a colpi di pedali, nel 1941. Prima di don Camillo e del compagno Peppone. Sapeva che in bici lo spazio diventa la dimensione dell’infinito. Le carovane, come sosteneva Alvaro Mutis, sono simbolo di nulla, essenza ontologica, teleologica della deriva; la nostra, anche se fingiamo di ignorarla. Resta il racconto, quello in e dal velocipede: è eterno movimento, senza le sbarre e le barriere della fissità del ricordo (ingannevole la memoria umana, più di ogni cosa)

Come un cammello in una grondaia, certo; come l’ombra della luce; come un orologio svizzero al polso di un cieco: per il passato, gli storici veri, ma se volessimo vivere ancora un po’, potremmo scegliere poeti comandanti, intimi conoscenti, anzi amici del futuro:

magari in bicicletta, dentro campi di grano.

Per mutare, con le mani (permuta manuale?)

Tanto per cambiare – ma anche, tanto per cantare – vorrei vestire i panni di Giovanni Drogo; forse si chiamava Giuseppe? In fondo, nessuno lo conosceva davvero.

Indossare una divisa che non mi appartiene, lontana da ogni mio ideale, durante un’alba livida, afosa, con un sole nascente così pallido evanescente da convincermi che sia finto. Osservarmi allo specchio per verificare se il mio aspetto formale sia in ordine e proprio come Drogo – non drogo alcunché, né mi sono mai drogato – accorgermi di non provare la tanto attesa soddisfazione; la felicità, per pudore, meglio non menzionarla nemmeno.

Precipitare senza fretta, dopo una vita di interminabili, improbabili attese – alle fermate dei mezzi pubblici romani che somigliano tanto, troppo a quelle della vita – nel romanzo dell’attesa senza fine; sperare dentro la fortezza Bastiani – bastione allegorico di tutte quelle realtà immutabili di cui siamo prigionieri per nostre ignavia e indolenza – in una bella scaramuccia, gazzarra con orde di Tartari; i quali, dispettosi come non mai, o forse lontani cugini di Godot, non arrivano mai all’appuntamento. Fortezza dei Bastiani non più trafitti da dardi crudeli, ma finalmente Bastiani ostinati e contrari?

La vedetta giura vendetta per questa noia psicocosmica – se fossi colto, mi azzarderei a digitare spleen, ma don Bruno mi rifilerebbe a ragione uno scappellotto – più letale di un colpo di mortaio: li mejo mortai tuoi, esclamavano i romani arruolati a forza non nella legione di Cesare, ma in quella straniera. Anche perché Franza o Spagna, finché se magna, magnamose pure le palme del deserto.

Non lo facevo cosi arido e granuloso; non esistono più le lande di mezzo cammino: se non ti stai trascinando esausto, allucinato dal sole impietoso – questo sì, reale – disidratato, in cerca di un’oasi o almeno di una sala da the con gentili odalische/i, come puoi ingannare il tempo e la morte? Cosa puoi trovare nel deserto? Profeti pazzi, predoni, scorpioni, forse visioni?

Maledetto Tartaro, nel senso del fiume infernale e anche della placca che si deposita sullo smalto dei denti umani: quando dormi, se riesci, meglio non digrignare. Potresti atterrire e mettere in fuga i tuoi incubi preferiti. Una tartare di tonno rosso di Marzamemi, con pistacchio di Bronte?

Romanzi dell’attesa, strategie dell’attesa, scritti dal temporeggiatore; per tutta una vita mortale aspetti la vita, poi quella a bordo del bus – cui qualcuno darà alle fiamme, nottetempo – che a tutta velocità scavalca impunemente, beffardamente la tua fermata di riferimento, dal finestrino ti rivolge un sonoro pernacchio e si congeda con un perentorio, definitivo marameo. Consapevoli che la malvagità e la violenza non sono degli insetti, della vegetazione, dei fenomeni – naturali! – solo degli esseri presunti umani.

Ci si dovrebbe sempre rivolgere alla poetica saggezza di un Fiore:

chiediamo perdono, anche in posizione verticale;

tutto ciò che scorre in modo circolare, entro le leggi della Natura, è vita, in purezza.