Ocra

Vortici di vento, turbini di foglie o mulinelli di polvere cosmica, orde di gabbiani affamati.

Enormi zolle rivoltate: di terra ocra, arsa arida, mentre più nemmeno da ogni ferita aperta, il suolo stremato riesce a reclamare, invocare pioggia e salvezza.

Ha scritto dei libri, poi è morto: riuscireste a immaginare un epitaffio più bello per chi coltiva velleità letterarie?

Nessuno come l’insopportabile, insostenibile Simenon riesce, attraverso una rapida essenziale minimale descrizione di azioni quotidiane, in apparenza banali e registrando piccoli gesti domestici senza importanza, a rivelare i fiumi carsici, torbidi che attraversano l’animo umano: quando esondano all’improvviso in superficie, rivelano quanto i bipedi auto proclamati uomini, siano piccole, infinitamente piccole cose; molto spesso, anche troppo, impastate con tanta tenebra.

Equinozio, cavallo fannullone o giorno equo, in perfetto equilibrio tra giorno e notte? Ribaltare il giorno e la notte, almeno tentare, per saggiare l’effetto che fa: di solito, in quel fugace breve istante del passaggio di consegne tra le due fasi, accadono eventi portentosi. Per chi crede, per chi sogna, per chi progetta e fa.

Sognare Mammuth verdi che incedono inesorabili sulla neve candida abbacinante; inesorabili come destini di migranti costretti ad avanzare scalare proseguire, fidandosi dell’etica o della deontologia professionale di mangiatori di pietre, detti anche passatori, chissà poi quanto cortesi.

Impossibile non tornare alla terra che tremò, 65 milioni di anni fa – inezie, bazzecole, quisquilie – impossibile non pensare all’asteroide impazzito che zigzagando senza criterio nel cosmo decise di collidere con il pianeta Terra e innescare la traumatica estinzione – traumatica per loro, in primis, ma forse anche per i destini del globo – dei magnifici Dinosauri.

Arduo non da oggi rimare, rimirare – anche limare, volendo – arduo il poetare d’amorosi sensi, rimembranze, belle membra posate in chiare fresche dolci acque, dolci notti trascorse ad ascoltare la musica del vento; arduo ricostruire, quando chi vorrebbe battersi, battere le piste per edificare ponti di pace, viene additato quale sedicente neneista: ennesima idiozia mediatica propagata ai portavoce prezzolati, senza un briciolo di dignità, senza un’oncia di fantasia. Da sottoporre immantinente a test culturali: sui dadaisti, sui nichilisti, sui nichelisti.

Parare i rigori, del generale Inverno e non solo; nel Mondo Prima, quando anche le storie del calcio, qualche volta sapevano essere romantiche, quando la Russia, anzi le Russie erano CCCP, perfino un uomo gigantesco, scolpito nel gelido marmo, con una maglia nera e un berretto stile basco, capace – unico portiere fino ai nostri strani giorni – di vincere il Pallone d’Oro, si faceva applaudire dai suoi tifosi, ma anche dagli avversari cui negava spesso e volentieri la gioia del goal. Accanito fumatore, Lev Ivanovič Jašin morì a soli 61 anni, ma resta anche nell’immaginario di chi non ha avuto la possibilità di vederlo in campo, un totem non solo di classe, ma di correttezza e educazione: leggenda narra che i pochi attaccanti capaci di infilare il pallone nella sua porta, si fermassero poi a chiedere scusa, quasi avessero commesso un peccato di lesa maestà. Il nostro Sandro Mazzola ha sempre sostenuto che il tiro dagli 11 metri fallito contro Jašin durante una partita tra Italia e CCCP non fu un suo errore perché “quel giorno, in quella partita, in quel momento, lui mi ipnotizzò“.

Quando pensi al potere del carisma, pensa all’etimo, pensa al Ragno Nero.

Difficile discettare di Primavera – prima vera cosa bella nella vita, il tuo sorriso ad ogni età – chissà se Sakura fiorirà ancora, chissà se ChoCho-San – con o senza fili di vapore, fili di seta – organizzerà una cerimonia del thé completa e vorrà danzare per noi:

per tutta l’Umanità, senza distinguo, senza esclusioni, quando la Terra non sarà più ocra per sete, ma di nuovo per fierezza e regalità.

Incredulità

Pagina della Luna o delle innumerevoli, multiformi Lune; non solo nostre.

Lune storte, come il mondo, quando si sveglia dal lato sbagliato: arduo capire quale sia il lato giusto di un corpo sferico, più o meno.

Luna illuminata al 65%: avete qualcosa in contrario, da obiettare? Prendetevela con l’obiettivo, quello dei fotografi o al limite, limitare, con i responsabili dell’illuminazione su Selene; potrebbe funzionare come per il cioccolato, il migliore, quello fondente; percentuale di cacao, più è alta la percentuale, più è amaro: ottimo per chi sta dalla parte giusta, della percentuale.

La sospensione dell’incredulità è il meccanismo narrativo più antico dell’universo, ma negli ultimi 2 anni abbiamo esagerato un tantinello – fuori e dentro il tinello – ne converrete.

Una sciocchezza, una falsità, un’idiozia ripetuta migliaia di volte al giorno, h24 come si usa in voga, attraverso tutti i media a disposizione, in modo ossessivo compulsivo invasivo, diventa vera in un battibaleno (ribadisco, non ho mai capito cosa sia davvero): milioni, miliardi di persone, ipnotizzate dalla reiterazione perversa della falsa informazione, si arrendono e si convincono sia una verità. Tanto poi, i vari poteri – o anche solo uno dei tanti della scala gerarchica – in caso remoto di malcontento popolare generalizzato o locale, offriranno in pasto alle masse qualcuno da odiare, per ricompattare il popolo e, soprattutto, rinvigorire la fiducia nelle decisioni – le più abiette, le più inique, le più repressive – del governicchio di turno. Tutto ricomincerà in allegra armonia.

Incredulità: dolce chimera sei tu, inebriante passione, fortissima fragilità.

Le verità, i fantasmi delle verità – verità fantasma o ectoplasmi guardiani delle verità – si trastullano in un piccolo castello abbandonato, dismesso, quasi un rudere; un castelletto celato alla vista dei più, in ombra dietro l’imponente mole della cattedrale cittadina, castelletto che appare e scompare a giorni alterni, come certe targhe, come certe viste individuali, selettive: sulle mura, anzi sui mozziconi residui di merli (litici), cercando con attenzione e libertà – di animo, pensiero, sguardo – è possibile notare un piccione, guardiano e messaggero, delle antiche mura e dei segreti in esse contenuti.

Le verità non interessano, come avviene per la cultura: ormai ai popoli pare più appetibile l’intrattenimento, anche di infimo livello. Le verità impegnano, costringono alla presa non per i fondelli, ma di coscienza e conseguenti – queste sì – responsabilità.

Tutto sommato, meglio sospendere a tempo indeterminato l’incredulità, ormai al futuro non crediamo più – non lo sappiamo coniugare – potremmo tentare con la futurità inventata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire: il vero avvenire accade quando si regala un’esperienza di bene condiviso.

Anche perché la sua Pedagogia degli Oppressi, sempre attuale, rischia di tramutarsi in opera eterna.

Utopie? La grande risorsa umana è stata quella di trasformare le utopie in progetti concreti: come le umili biciclette dei Paesi Bassi, mezzi di trasporto che riescono a diventare cultura condivisa, cultura per il bene collettivo, ponte meccanico tra gruppi sociali, religiosi, etnici storicamente divisi.

Se l’altra realtà, quella dei soliti oppressori, risultasse infine indigesta, per ottenere realtà alternative o almeno confortevoli, confortanti – per 30 secondi – ci si potrebbe affidare, ultima ratio, ai creativi del marketing.

Con respiro sempre più corto.

Astrattismi e furori

In preda ad astratti furori, si potrebbe cedere alla tentazione di concionare sul mondo, con la giusta distanza – equidistanza o equivicinanza, in caso di furbi parassiti – da veri intellettuali.

Intellettuali di ritorno, d’accatto, raccattati dove capita, ma nello storto mondo dopo, sempre più storto sempre meno mondo, anche ragionare di arance, maledizioni, insalate (non solo di matematica) diventa arduo: mancano le fonti affidabili, mancano i riferimenti, culturali geografici alimentari; elementari, in primis.

Un tempo, uno spicchio era uno spicchio, una persona era, come premessa ontologica, sé stessa, era il territorio in cui abitava e, prima di salire o uscire di livello con il cervello, verso insondabili astrazioni, serviva – come diceva il filosofo Sgalambro – partire da questo, per non incorrere, non solo in astrazioni fatue, ma bislacche erronee fallaci; sotto ogni punto di vista, di svista, di raffinato ragionamento.

Ché, hai voglia poi a recitare la parte dell’uomo di mondo, tre anni di militare a Cuneo, colto, rotto – frantumato proprio – a e da tutte le esperienze, uomo che ne ha viste di ogni e di ogni potrebbe raccontare, con dettagli e sapienza; se mai hai utilizzato un forcone una zappa una vanga, ma pretendi di impartire lezioni di cucina e cibo ad un contadino, uno vero, meglio tacere.

Non so quali sostanze favoriscano, fungano – funghi – da ausilio alla percezione, alla creatività, alla meditazione; sarebbe bello e beneaugurante se un ragazzo alternativo, sulla porta di casa, da solo, solo in compagnia della sua fantasia, scrivesse: Benvenuti nell’Ipnosi.

Un maiale volante, realtà o allucinazione? Sogno a occhi aperti o illusione indotta dai media? Eppure, negli anni ’70, queste erano eventualità all’ordine del giorno, in grado di causare panico in città, allerta presso le enormi oscure centrali elettriche, presso aeroporti con batterie di radar antidiluvio – o anti diluviani? – non progettati per rilevare suini; in grado di trasformare il tran tran quotidiano in angosciose ore di allerta, con l’aeronautica militare in rampa di lancio – con le lance in resta – e cecchini dei reparti anti terrorismo in assetto di guerra, anzi guerriglia; per dimostrare che non abbiamo inventato molto, anzi.

Sarebbe meglio attendere un fascio di luce bianca, in una stanza con parete o sfondo nero, per convogliarla, lasciarla fluire attraverso un prisma di vetro e restare a osservare l’effetto che fa.

Caterina, certo che la magia è reale: se la puoi pensare, prima o poi, la potrai rendere reale; se ancora non esiste nella nostra dimensione, qualcuno, magari proprio Tu che immagini e sogni così forte, la inventerà; per una volta: davvero per il bene nostro e di tutta la santa famiglia dei Popoli della Terra.

Sarà capitato anche a voi di avvertire disagio al cospetto di spiegazioni perfette, persino all’eccesso; così perfette, da stipare vagoni e vagoni di dubbi da viaggio, su ferro di rotaie. Qualcuno avrebbe la pretesa di convincermi che un piccolo paese aggredito da una super potenza militare, sia in grado di resistere con barricate di masserie, con trincee e pentole – rinforzate dai magnifici armamenti donati dalle nazioni che ripudiano la guerra – in stile cinque giornate di Milano, fatidico marzo 1848; super potenza comandata dall’emulo hitleriano di turno, vessato da bambino, cresciuto quindi con l’odio verso l’umanità, ma forgiato nel mito della gloria zarista (cesarista) – anche se, nazisti dell’Illinois a parte, in questa triste vicenda non è chiaro dove e quali siano – cattivo da manuale, villain paradigmatico, tanto che quelli dei fumetti, al confronto, paiono sbiadite, scolorite figurine. I buoni – o i buoi? – nel frattempo si riuniscono per parlare di pace a Versailles, con tanto di banchetti e foto ricordo, mentre la gente muore, di bombe e di fame; a Versalilles! Peccato sia assente, per superiori ragioni, il Principe di Metternich.

Forse, sottolineo forse, dovremmo domandare e domandarci – esigendo risposte – ‘cui prodest?‘: quali soggetti stanno traendo e trarranno i massimi profitti da questa ennesima, immane tragedia della stupidità umana? Tutto, ammettiamolo, con beneficio d’inventario, anzi, asinario: avremo almeno a disposizione consulenze circostanziate esaustive e intelligenti.

Tornando al nostro vero eroe, il Contadino, poeta della Terra:

potresti, con spocchia professorale, spiegare in tono accademico quanto sia buona e gustosa l’arancia in insalata, ma lui ti sconfiggerà dicendo, non solo che lo sa dall’alba dei tempi, ma che essendo lui costretto a coltivarla e a raccoglierla per pochi centesimi bucati, non guadagna abbastanza per acquistare il pane:

un’insalata senza pane è un insulto, una bestemmia, una delle tante, contro la dignità umana.

Scrivere sulla sabbia

In questo mondo di ladri, dura la vita per Robin Hood, Arsenio – non arsenico – Lupin, Diabolik.

Essere mussi, soprattutto volanti, è cosa buona e giusta; importante non trasformarsi in ciuchi, quelli di Collodi, né in pecoroni, alla mercé di lupi – andrebbe ancora bene – o degli immancabili volponi, quelli con gli stomaci iper tricotici e gli armadi colmi di code, di paglia.

Anche i ladri hanno perso aura romantica, lo stesso passator cortese – non era un calciatore bravo negli assist, o un atleta della pista specializzato nel passaggio del testimone – è stato retrocesso, degradato, incasellato a volgare brigante della strada; come se i colletti bianchi fossero viole di campo o stelle alpine.

La vita è un fiume, quello che, si spera, possa nascere domani; così le sere e i fiumi scenderanno su di noi, all’unisono. Con garbo.

Il mio amico magrebino – anche magrettino – Mustafa vede meglio e più lontano, tra le aride dune metropolitane; la sua bicicletta arrugginita e con ruote quasi quadrate è un cammello anziano e bolso che lo aiuta a trasportare la merce, abbigliamento vario, spesso di qualità di gran lunga superiore a quelle cianfrusaglie accatastate e spacciate ormai dentro i bazar – pardon, centri commerciali – della pseudo civiltà nord occidentale. Capisce gli uomini, senza tema di smentita o margine d’errore; quando la tua vita, la tua sopravvivenza, dipendono da una parola, dal tempismo di un gesto, dalla capacità di resistere a privazioni inaudite, migrazioni impossibili, l’acume e il colpo, d’occhio e d’ala, si sviluppano in fretta, all’ennesima potenza. Se riceve un gesto di gentilezza, porta la mano al cuore, senza affettazione: potrebbe insegnare empatia e pratica della comunità collaborativa nei migliori atenei: della Grecia, della Magna Grecia, del Pianeta.

Abbiamo recitato anche questa mattina la preghiera quotidiana per padre onnipotente, l’oro nero e per i suoi derivati, figli comunque illegittimi? Mi raccomando: con genuflessione incorporata, perché, oltre ogni chiacchiera da osteria istituzionale, oltre ogni promessa governativa che già contiene in sé la falsità e la volontà di non essere attuata, i Sacerdoti del fossile decidono ancora e sempre i destini dell’umanità raminga: chi vive e chi muore, chi prospera e chi finisce in rovina.

Con l’ennesima guerra giusta, il mercato godrà di nuovo di ottima salute: gli aedi mercenari nemmeno si vergognano più; con rinnovato vigore laudatorio hanno ripreso a celebrare in prosa e in musica – commerciale, avevate dubbi? – la magnificenza di fonti e impianti inquinanti (condannando senza appello gli ingenui, sciocchi ambientalisti, rei di dire no al vero progresso), la bellezza delle industrie nostrane di armi e armamenti, così efficienti così innovative da essere leader del mercato mondiale e campionesse al servizio dell’obsoleto, anacronistico, immarcescibile pil. Appunto, iper tricotici iper trofici, fuori dalla storia – cacciati fuori dall’istituto universale dalla maestra Storia – ma con i depositi blindati zeppi di zecchini, rupie, lingotti. Sarebbe bello si tramutassero in bit.

Aspetto il ritorno di Mustafa, da una delle sue peregrinazioni laboriose: spero voglia insegnarmi a scrivere sulla sabbia, anche a dispetto del vento, spero voglia insegnarmi a riconoscere i singoli granelli di sabbia e in mezzo a essi, l’abilità di ritrovare orientamento e orizzonti;

scrivere sarà attività aleatoria vaga indeterminata – sulla sabbia, poi – ma resta un viaggio che aiuta a comprendere e superare le nostre miserie, a recuperare la nostra dimensione dimenticata:

quella magica.

Comprimari anonimi

Se anche la follia mi diventa ordinaria – signora mia, mia signora – dove andremo a concludere le parabole?

Mi proporrei, indegno (il sottoscritto), a Simenon, non come protagonista; sarei felice di diventare anche solo un comprimario di uno dei suoi innumerevoli romanzi: non un aggettivo (come Fellini), né un avverbio, tanto non li utilizzava, li aveva eliminati, sfrondati su consiglio di Madame Colette che in spregio alla scrittura barocca e ridondante gli raccomandava: dalla letteratura, elimini la letteratura e tutto andrà bene.

Sono solo un portatore sano di nome, un tizio che auspica di finire – o ricominciare – dentro una pagina del Maestro, un nome da estrarre a caso dalla rete, anche perché oggi dagli elenchi telefonici cartacei sarebbe improbabile; in una riga, in un dettaglio impercettibile, uno stato d’animo passeggero o un anonimo passeggero di contorno, in qualche snodo di raccordo, quelli utili a collegare i passaggi determinanti delle umane vicende narrate.

Anche un autore buono, un uomo buono, quale Gianni Rodari, sottolineava l’importanza della capacità di pronunciare dei no, motivati; consapevole che rispondere spesso sì, in apparenza, semplifica la quotidianità; mentre la fermezza nell’opporsi, presenta sempre, prima o poi, un salato conto da pagare, senza abbuoni o biglietti omaggio, per il cinema il teatro, financo il circo, però moderno.

Caro Georges, José sarà mago, più che scrittore, però temo abbia ragione: la nostra cecità non è fisica, ma mentale; i nostri occhi funzionano, le nostre menti, invece, si rifiutano di vedere la realtà. Se deciderai di inserirmi in qualche tuo, avvisami, tramite piccione ambasciatore o pergamena, in bottiglia navale.

La cecità umana è follia o eminente idiozia? Non saprei, però chiedo: la Dea bendata è cieca o è una finta invalida? Di certo, la guerra ci vede benissimo ed è molto selettiva: sa bene quando palesarsi – del resto, è stata evocata per un biennio pandemico, forse l’ha scambiata per invocazione – sa bene chi colpire (i soliti poveracci), sa con precisione traumaturgica chi favorire; non fosse già così tanto impegnata, le si potrebbe chiedere di governare il mondo.

Non servono poderosi, ponderali – molto ponderati – tomi per analizzare la società e l’animo umani, per rivelarli; non servono blog, siti internet, vlog e chi è più virtuale (o virtuoso?) ne aggiunga: di solito, tutte le epifanie sulle deviazioni, devianze, meschinità sono ottimamente (chiedo venia per l’avverbio) mostrate, posate sulle gote rosse di vergogna e sulle coscienze scarlatte di colpa, dentro le pagine cartacee – di rado superiori a 200 – dei romanzi del pluricitato autore belga.

Per questo, non possiamo dirci, fingerci sorpresi o indignati, quando puntiamo l’indice contro le colpe altrui: siamo così ipocriti e in mala fede che tentiamo di occultare le nostre nefandezze, le nostre nequizie più malvagie, individuando un cattivo comune, un nemico di turno che funga da catalizzatore del male: da maledire, condannare, eliminare. Le pietre e le travi restano conficcate, nei nostri occhi, nelle nostre mani, lorde.

Con indolente leggerezza, nell’ambito di uno spettacolo brillante, anche Teresa Mannino, denuncia la nostra pseudo follia; le sue parole di ironica (non ho scritto iconica) saggezza, dovrebbero offrirci spunto, non solo per sorridere: per agire con intelligenza, con lungimiranza;

come razza, siamo diventati così stupidi e arroganti che ci illudiamo di migliorare attraverso la tecnologia, quanto la Natura ha creato e reso perfetto nell’arco dei millenni.

Nessuna sciocca invenzione, manipolazione umana, supererà mai un alto stelo di grano, né la corona di erbe spontanee che rendono i suoi chicchi unici, per proprietà nutritive e sapore.

Dalla guerra guerreggiata, alla guerra fredda, auspicando che il procedimento evolva in fretta in pace, anche fredda shakerata, da gustare, sorbire: con immenso piacere.

Pacifici anonimi incalliti (PAI, come le imbattibili patatine dell’infanzia), comprimari anonimi.

Però, pensanti.

P.S. Se Simenon fosse troppo impegnato in uno dei suoi viaggi intorno al mondo, come consolazione di lusso, mi appellerei a Jiro Taniguchi: comparire all’improvviso nel suo capolavoro L’Uomo che cammina, in compagnia del fedele amico a quattro zampe, sarebbe un onore; nel ruolo del camminatore, o nel ruolo del cane.

Lettera bacio testamento

Lettera a Te, caro carissimo Fedor.

Hai molte colpe, a partire dalla nazionalità di nascita: ucraino, russo, russo ucraino, viceversa o all’unisono. Che confusione, sotto il Cielo tutto è ingarbugliato, l’animo umano e la mente sempre più, all’ennesima potenza, dell’impotenza congenita.

Come in una fulminante vignetta di Mauro Biani, Tu pensavi molto, troppo, e, soprattutto, scrivevi; questo ha decretato la Tua condanna postuma, oltre a quelle subite in vita per le tue idee libertarie, poco gradite al regime degli zar. Qualcuno dice che la storia – a differenza di Paganini – offre repliche: la prima in forma di tragedia, la seconda con l’abito della farsa. Noi, qui, siamo giunti all’idiozia conclamata, dispiegata, rivendicata con orgoglio.

Incredibile quanto le tue opere contemplassero e analizzassero con il pantascopio dell’intelletto tutte le nevrosi, i limiti dell’uomo moderno; schiacciato dalla geometrica potenza degli edifici urbani, spersonalizzato dalla massa che sono tutti, tutti contro l’individuo solo, monade inadatta, incapace di reagire agire affermare un proprio pensiero, assalito dallo spleen, dalla noia del vivere che si muta spesso in risentimento, in odio anche per le offese non ancora ricevute e che rischia di tracimare in volontà di auto cancellazione o di annientamento dei propri simili.

Capisci anche Tu che meriti il rogo, la condanna alla damnatio memoriae.

Come la cultura latina, come Dante, come lo stesso Luigi Pirandello: ammirati, studiati in tutto il mondo, ma oggi meritevoli del marchio d’infamia, meritevoli di essere messi al bando, all’indice, rei in toto di non avere mai preso le distanze dal regime fascista, espressione impura di una pseudo cultura, autoritaria repressiva coloniale. Tié.

Si resta poi sbigottiti al cospetto dell’arrogante impudenza con la quale certi politicanti, ex o in attività, pretenderebbero anche applausi e patenti di santità per i loro ruoli, alquanto opachi, di consulenti speciali per aziende nazionali, auto proclamati, auto innalzati paladini dei prodotti indigeni sui mercati internazionali: misteriosamente, quasi sempre, tali prodigiosi prodotti sono armamenti letali o fonti fossili inquinanti di energia; mai parmigiano e prosciutti, per fornire un esempio banale, ma saporito assai.

Il tempo scivola via: come i Nomadi vorrei cantare non è stato tutto inutile, ma che le bombe non siano propense all’ascolto delle altrui ragioni, lo sapevamo prima di costruirle e venderle; mi preoccupano di più le sordità intellettive selettive delle degli smidollati smidollate in teoria rappresentanti del mondo dei buoni. Invio un bacio al cielo, consapevole che scrivere missive non sia mai stato una questione semplice; scrutando lo spazio, spero possa un giorno arrivare, da qualche galassia indipendente, l’Arcadia di Capitan Harlock.

Se fossimo costretti a vergare un testamento – soprattutto spirituale – sarebbe confortante, auspicabile applicare il metodo Ennio (Morricone, assai simile a quello del Manzoni):

pensarci su, al cospetto della pagina intonsa e bianca, pensarci bene, per poi regalare all’umanità bellezza senza tempo, bellezza autentica, bellezza universale.

Come una musica inafferrabile, nel vento astrale.

Scorie scandalose

Pagina dello scandalo, non ho scritto sandalo; del resto, non sono degno di scrivere, né di allacciare i calzari, a chicchessia.

Chi sarà mai questo Chessia (assonanze, prima che ci colga il sonno)? Forse un lontano cugino di Carneade.

Non riusciamo a decidere in modo radicale una strategia operativa per eliminare e soprattutto non produrre monnezza inquinante sulla Terra, ma siamo già riusciti a colmare lo spazio sopra le nostre teste – spesso vacue, vuote – di detriti di fabbricazione antropica, compreso il moncherino di razzo cinese che il 4 marzo si schianterà ufficialmente sulla nostra Luna smarrita; battezzandola quale ennesima discarica abusiva dei nostri veleni, mentali e spirituali.

Bisognerebbe sperare in un Drago volante come la magnifica illusione sotto forma di aurora verde fluorescente, nel cielo d’Irlanda, nel febbraio del 2019, un drago sputafuoco in grado di eliminare all’istante con il suo alito venefico, salvifico, ogni corpo solido nel suo raggio d’azione; sarebbe comodo, troppo comodo e come sempre assolutorio per la nostra idiozia, la medesima da decenni; la stessa che, nonostante la drammatica situazione ambientale, per ignavia e pigrizia demoniache, ci spinge a illuderci sulla improbabile, inattuabile soluzione criminogena di sempre: nascondere polvere e briciole tossiche sotto il tappeto. Come nel Lazio, come a Roma, dove qualche anima bella, anzi brutta, pessima, mutando nome alle consuete, consunte schifezze di palazzo, ha creduto di poter riesumare impunemente uno pseudo progetto di discarica – abusiva già dalla sola idea, prima che criminale per il buon senso e per le leggi – accanto a Villa Adriana, patrimonio Unesco dell’umanità (sempre più lisa, quasi elisa, disperata), vicino alle amene aree collinari di Tivoli, un paradiso sul pianeta, se non ci fossero gli interventi offensivi dei miseri, miserrimi bipedi; inadatti al volo, planare e non solo.

Nel tempo del pan nazionalismo – o pannazionalesimo, come avrebbero detto i saggi all’osteria – di stretta osservanza europea (niente popò di meno che), non ci siamo accorti delle 30 guerre che dilaniavano il nostro piccolo pianeta, ma quando ci hanno imposto di condannarne una, ci siamo allineati, scattando in piedi all’unisono, sorvolando come bombardieri sulle armi costruite e vendute dalle nostre aziende, sicuramente a fine del bene. Come scrive Francesco Merlo, a certi iper cattedratici (ansiosi di censurare un corso su Dostoevskij, colpevole di essere nato in Russia), bisognerebbe regalare in formato audiolibro L’idiota; costoro poi forse ignorano, postilla personale, che spesso, perfino il re, annoiato dal servilismo bolso e acefalo di certi realisti più realisti di lui, per scuotersi dalla noia e rinnovare il sollazzo, ordina ai suoi soldati: celeri decapitazioni degli stessi laudatori, fino al giorno prima in gara spasmodica per magnificare le gesta, le imprese, i progetti audaci del sovrano.

Idee scandalose, in accezione negativa; non come il corpo nudo del Poeta, ritratto su pellicola dal fedele amico fotografo, non come il suo corpo straziato, riverso sulla rena (sopra un brandello di litorale popolare, trasformato in arena, per farne carne da macello, martire da offrire in estremo sacrificio alle menti ristrette, alle coscienze sdrucite): scandalosa ogni sua parola, perché il poeta vero, proprio come il vero profeta, scandalizza, deve scuotere dalle viscere, con le sue parole, con le sue azioni, con la sua stessa presenza fisica sulla terra, accanto a noi, in mezzo a noi; un destino lucente e crudele: condanna l’eletto a vivere dentro il consesso umano, additato, in fondo ostracizzato per la sua preziosa alterità, capace di abbracciare e scandagliare con la mente superiore ogni anima dei suoi simili e per questo condannato nel momentaneo transito planetario, all’invidia generale, all’odio insulso delle élite e delle masse – l’ipocrisia dello stigma collettivo, per rimuovere le colpe individuali – ad una suprema solitudine esistenziale. Dall’Olocausto – caustico finale – ai giardini dell’empireo: Olimpo, con pioggia di foglioline d’alloro.

Una Olivetti lettera 22 non è un orpello archeologico, ma la miniera delle parole, la fabbrica della fantasia, il tesoro dello zio, detto Mario l’aviatore.

La vera libertà non è mai gratuita e agli eretici, come premio, di solito spetta il rogo, da protagonisti:

sulla pubblica piazza, con mordacchia sul viso.

La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?” (da una lettera di PPP all’amico Franco Farolfi, estate 1943).

Agone

Discesa agli inferi, scendere, o risalire, nell’Ade; con o senza guardiani, ché in assenza di indicazioni, magari rischi di intraprendere la strada, quella giusta.

Speriamo non sia il sentiero delle buone intenzioni: tutti innamorati, appassionati della pace, ma la guerra fatale vanta sostenitori, corteggiatori – sponsor – migliori; meglio strutturati, economicamente, mediaticamente.

Calarsi, anche senza apnea, nei sotterranei, nei bassifondi, nelle viscere oscure dell’umanità; accorgersi poi di essere precipitati dentro lo stadio, non finale, non ultimo, di Domiziano, dannata – anche d’annata – memoria; sotto, dentro piazza Navona, senza sciocco mercimonio; purtroppo, senza fontane.

Servirebbe una botte di rovere, quale riparo e un lumicino non funebre, non funereo, per ricercare con costanza l’uomo; prima o poi, da qualche anfratto, da qualche recesso – senza allusioni – dovrà saltare fuori.

Nel buio, con ostinazione, coraggio, financo ottimismo ché a volte, più c’è luce – istituto della luce – più arduo distinguere le questioni, i dettagli essenziali. Vorrei essere trasparenza totale, per accogliere il cielo, mare calmo senza minima increspatura per riflettere fedelmente le cose, visibili invisibili. Marguerite e Margaret ci hanno mostrato come e cosa fare; se non le conoscete, presentatevi, con sollecitudine.

Lo sapete – avrete certo avvistato anche voi – Moby Dick, o il di lei daimon: come in un capolavoro di Miyazaki, galleggia, imperturbabile, sopra la piazza. Forse vuole verificare di persona – anzi, di cetaceo – se la leggenda metropolitana dello stadio riconvertibile in arena acquatica per naumachie abbia qualche fondamento.

Di sicuro, per non fare buchi nell’acqua, le fondamenta della piazza e dei suoi palazzi, affondano, poggiano, sullo stato, stadion, sotterraneo; stadio agonistico: buone corse, buon pancrazio, per tutti.

Dovremmo essere di nuovo e sempre in agone, come umanità, nei confronti della vita, della politica, prima di terminare in agonia afona da resa incondizionata.

Servirebbe una secessione, come quella di Klimt e dei suoi colleghi: spalancare finestre e orizzonti, per aerare ambienti asfittici, scardinare convenzioni, disarcionare mummie incartapecorite.

Vivere almeno per un giorno sul battello fluviale fantasma, ormeggiato in mezzo al Tevere; condividere pasti pensieri passioni progetti, con gabbiani e sans papier.

Congedarsi dalla giornata, osservando insieme a questi nuovi amici un tramonto marziano e un arcobaleno invertito, detto circumzenitale;

nato dalla rifrazione della luce su frammenti di ghiaccio nei cirri, a picco sopra di noi, ci invita a alzare la testa:

per sorriderci, con nuovi vividi colori.

Guerra è bello, per chi incassa

Chi sono io – io son chi sono, forse – per citare me stesso?

Tuttalpiù, mi cito in tribunale, reo confesso – confetto, sarebbe meglio, con mandorla di Noto, grazie – al cospetto della giuria più implacabile inflessibile: la mia coscienza.

Sai Bertoldo, lo scrisse anni fa, con dotte opportune citazioni, Alessandro Baricco: la schifosa guerra è bella, in senso perverso; esercita sugli uomini, dai primordi del nostro insano apparire, un magnetismo malato irresistibile: elmi corazze spade urla belluine strategie e tattiche l’ardimento l’audacia il sangue la crudeltà, talvolta, in casi unici più che rari, onore e empatia.

Le zampogne e i tamburi che incalzano, gli aedi che declamano: cosa importa a chi ama Marte – causa profitti senza limiti – dei bravi cittadini, dei bravi contadini, delle madri e dei bambini, dei vecchi che restano a terra, polvere sangue sudore, spazzati via dal vento, in un attimo? Fino a quando c’è polemos, c’è speranza di affari loschi, travestiti – in modo grossolano – da grandi questioni di principio: incasso io, incassi tu? Incassiamo noi, auto proclamati ottimati aristocratici, i popoli e il pianeta si arrangino da soli, o si rivolgano agli aruspici.

Guerra è pace, guerra è dovere categorico, guerra è bello, con le bombe intelligenti e i droni; guerra è magnifico, per chi incassa, non si incassa e gongola, con le pupille a registratore di cassa – Zio Paperone di Carl Barks, al confronto, appare un autentico filantropo – anzi, a matrioska nel paradiso fiscale: tanto dentro una cassa o in una voragine finiscono solo civili ignari di come si impugni una fionda, inconsapevoli del perché qualcuno voglia sganciare contro di loro ordigni letali. Come predicava solitario nel deserto l’odiatissimo Gino Strada – nel mondo delle menzogne il criminale peggiore è colui che racconta la verità – odiato soprattutto dagli ipocriti farisei che, in favore di telecamera, spergiuravano di amarlo.

Quando la farsa muta in tragedia, i comici peggiori, i più falsi e velenosi, invocano misure draconiane: sono gli stessi che stringevano solo pochi giorni prima patti inconfessabili, accordi remunerativi con i cattivi di turno, pronti a mimetizzarsi nelle tane per poi omaggiare, inchinarsi, lodare, dietro cospicua mercede, i cattivi successivi, nuovi, sostitutivi. Franza o Spagna purché se magna. Neanderthal si vergogna per noi.

La fiaba nera del più lungo periodo di pace mai vissuto – appunto: mai – dall’umanità, fiaba, perché il mondo continuava a essere dilaniato da massacri e olocausti a più latitudini, anche a nostra colpevole insaputa, conferma l’antico adagio di Trilussa/Proietti: dopo il macello, i soliti famigerati, tra tavole imbandite e crapule inaudite, sproloquieranno di pace e lavoro, per incamerare più quattrini di pria e rendere il popolo cojone , sopravvissuto alle bombe intelligenti, più rintronato e schiavo che mai.

Il bravo Maurizio Maggiani ha tentato di spiegarcelo con sagace ironia, attingendo all’etimologia: la guerra werra per i Germani significava gara, al massimo gazzarra agonistica tra le tribù, mentre per i nostri padri Latini, bellum, dalla radice accadica, belum ossia potere esercitato dal re e da bullu: senza eufemismi, abbattere, sterminare, distruggere. Purtroppo, ancora oggi sperimentiamo nella storia del progresso umano, quale delle due forme sia diventata predominante, totalizzante, monopolizzante.

Come in quel video degli anni 80 del mondo perduto – anima dispersa – del mondo dissolto, del mondo che se ne andrà in una dissolvenza nucleare – le genti stanche dei soprusi e delle vessazioni dovrebbero andare a prelevare con garbo (anche meno) gli ottuagenari rincoglioniti che, esaltati da pilloline di testosterone chimico, predicano la santità dei conflitti ma pigiando un tasto mandano a morire milioni di persone innocenti; dovrebbero rinchiuderli dentro un’arena blindata, costringerli a salire sopra un ring, accomodarsi sulle poltroncine e con bibite e patatine, assistere al deprimente catartico spettacolo della lotta all’ultimo sangue: dei sedicenti uomini forti, tutti contro tutti, tra loro; uomini forse, ominicchi di sicuro.

Il Carnevale finisce male, cantava profetica Casco d’Oro, ma si riferiva alle pene d’amore;

dopo più di mezzo secolo, quelli che avrebbero dovuto imparare dalle tragedie globali, stupida pandemia (pandemia della stupidità) compresa, non hanno ancora decretato il bando definitivo di armamenti e guerre.

Nonna Pina ha capito tutto, inutile preoccuparsi della salute e dell’equilibrio ambientale della Terra: con la soluzione finale nucleare, semplicemente non sorgerà alcun giorno dopo.

E in cassa giaceranno infine, alla fine della fiera, anche gli amici della guerra; però sarà una cassa extra lusso, di platino, con illuminazione eterna, alla deriva perenne nel cosmo:

vuoi mettere il privilegio.

LA GUERRA CHE VERRÀ (bonus track)

di Bertolt Brecht

La guerra che verrà

Non è la prima.

Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente faceva la fame.

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.

Quasimodo (quasi, todo modo)

Pagina degli occhi di Quasimodo.

Guardarci dentro, guardare sul serio, per vedere, per precipitare negli abissi: della deformità, della schiavitù.

E’ stato Metropolis a creare lo schiavismo dell’uomo senza personalità nel mondo moderno, o viceversa, il mondo moderno a partorire l’aberrante incubo cinematografico di Fritz Lang?

E’ il despota che ama e rafforza all’ennesima potenza il suo dispotismo, o sono gli schiavi ad amare alla follia – scherzo o follia della mente? – la loro condizione di infelice, disperata assenza di libertà e coercizione?

Come era bello sopravvivere ubbidendo ai comandi dall’alto, ma di uno solo.

Con i Faraoni dell’Antico Egitto – prima che Kenneth Branagh sbracasse e in senilità si impegnasse per rovinare i capolavori di Agatha Christie – ci si spaccava la schiena da mane a sera a da sera a mane, trasportando lastroni di granito, ma le nutrienti scodelle di riso e lenticchie erano certe e gustose; abbronzatura gratuita garantita.

Quasimodo ci osserva dall’alto della sua cattedrale, prigione o rifugio, insieme ai suoi amici garguglioni – l’onomatopea in rima potrebbe ingannare – insieme alle sue campane, che fa cantare a squarciagola per risvegliarci dal nostro lungo sonno, letargo, torpore: lo sapete che i medici egizi già effettuavano operazioni chirurgiche al cervello? Lo sapete che – Vichinghi a parte – un navigatore islandese, Leif Erikson, raggiunse le Americhe 500 anni prima di Cristoforo (gridando dal suo drakkar: terra nova, terra nova!)? Lo sapete che la Bibbia di Gutenberg non fu il primo libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili?

Gentile Michele Ainis, in fondo, scoprire che la nostra amata stimata venerata Costituzione, nella sua veste tipografica del 1948, differisce dalle copie amanuensi e dattiloscritte preparatorie, non è poi così sorprendente; tanto non la conosciamo lo stesso. Al limite dell’ignoranza, si potrebbe lanciare un grande concorso a premi: trova le differenze. Ai primi 10 fortunati, abili osservatori, nonché (e)lettori, spetterà il reintegro dei loro doveri/diritti sanciti dalla Costituzione: quella originale, ovvio.

Fiumane di adolescenti indolenti elettrici sciamano via, confusi infelici vocianti, mentre permane la sensazione che la voglia, la fame di vivere sia un’attitudine, una peculiarità da curare, da coltivare anche con feroce passione; la struggente gratuita bellezza del mondo cura – cura da tutelare, preservare – dovremmo capire che quella è la vera risorsa, per tutti.

Artemisia o Caravaggio? Caravaggio o Artemisia? Artemisia e Caravaggio, potrebbe essere la giusta opzione; Merisi, certo saprai che un tempo, Oloferne aveva un diavolo per capello e tanti grilli per la testa – non era semplice essere un generale assiro con beghe politico militari in Giudea – , ma Giuditta lo ha sistemato: per le feste e oltre. Con un taglio netto, ei fu passato remoto.

Caro Quasimodo, se un nuovo mondo ci sarà, se sarà possibile ricreare un nuovo consesso umano civile, anche dovesse trattarsi di una tirannia – illuminata più di ogni forma di governo o, todo modo, per volontà divina, riuscita malriuscita (la forma di governo, non la volontà divina) – spero si possa vivere dentro:

la tirannia della farfalla.