Anima torbida (Walhalla)

Pagina Nera, pagina aperta carezzata lusingata dal Vento Morto.

Non ne conoscevate l’esistenza?

Vento mortifero, generato, partorito, vomitato dal Buio.

Vento letale, eppure immobile, dispensatore, propagatore di Immobilità.

Cielo nero che all’improvviso si erge dal nulla e sostituisce soffitti e pareti.

Cielo cupo cimitero, quelli tristi e degradati, Cielo plumbeo, araldo del Walhalla.

Anche Odino, Thor e Loki hanno preferito dileguarsi in fretta.

Fontane di paese, antiche risorse e gioia insperata zampillante sublime per ogni ciclista, della domenica e di professione.

Fontane verde ruggine, da tempo aride e sigillate; nelle proprie conche basali, rivoli misteriosi di acqua marcia, infestata da invisibili parassiti, foglie secche ridotte in fetida poltiglia, mozziconi di sigarette masticati consumati calpestati, come certe vite, tappi di plastica feticci decaduti di genti che hanno smarrito le albe.

Acqua torbida, come l’anima; come le anime consunte di uomini rassegnati.

“Monda il mio cuore, mondalo dalle passioni! Sarò finalmente libero, libero, libero!”.

“Lo sarai, certo e di certo sarai morto. Varca il cancello, l’ultimo, con coraggio, per rinascere a nuova Vita, alla vera Vita”.

Nelle tenebre, pulviscolo luminescente. Qualcosa di artificiale, artificioso, inutilmente tecnologico…

Ci appesantisce di nuovo mente cuore anima. Il corpo Prigione, il corpo Limite, il corpo che ferisce e inquina ogni potenzialità, il corpo che torna soma, pesante, pressante, riprende il dominio con le sue esigenze basiche, animali, detiene facilmente il controllo, il corpo che decide contro ogni flebile residua volontà di catarsi, esigenza di metempsicosi, aspirazione di trasmigrazione e rinascita.

Rassegnato, depongo e sotterro armatura scricchiolante e lacera e spuntate armi, firmo il temporaneo armistizio con il mio nemico più acerrimo e implacabile: me stesso.

Sono ancora qui, fino alla prossima battaglia.

Dialoghi virali II, la Vendemmia

Pagina Bianca, Pagina dedicata alle Telefonate antiche, pagina bianca che sospira pensando a preistorici, romantici telefoni bianchi; pagina dedicata ai dialoghi telefonici che duravano interi pomeriggi.

Surrogato dei doverosi e necessari dialoghi liceali. Telefonate sostitutive di lezioni grecolatine, meriggi di studio soppiantati da parole surreali futuristiche, in quelle cornette pensieri e sentimenti mai dichiarati, forse rimasti impigliati nell’intricato dedalo di lunghi e neri cavi telefonici.

  • Ciao, a che punto sei con il ripasso dell’Alcesti?
  • Cosa? Ripasso e richiudo? Alce o cesti? Ma di cosa stai parlando? Tu squaw Alce che porta Cesti?
  • Non fare lo scemo, lo sai che domani il Capitano di Ventura alle prime 2 ore interrogherà a tutto spiano! Senza pietà, senza prigionieri! Ultimo appello prima della chiusura del quadrimestre, meglio una vittoria in zona Cesarini per evitare rotture nel girone di ritorno e scongiurare brutte sorprese a giugno…
  • Brava! Ottima metafora, calzante come scarpini Pantofola d’Oro! Ma lo sai, sono metà fora e metà morfo… Sono allergico a schemi prestabiliti, a imposizioni, non fanno per me.
  • Ti rovini la vita da solo, fabbrichi il disastro tragico con le tue stesse mani…
  • Grazie per la preoccupazione, conforta. Sono allergico anche alle prediche e ai… salmoni!
  • Sei insopportabile e impossibile, un discorso serio con te, mai!!!
  • Serio o serioso (per me pari son!)? Mi salvo con l’ironia, tutelo la psiche con l’autoironia, aggiungendo ogni tanto polvere di sarcasmo; mi salvo da me, da quello che vedo in fondo al pozzo dei desideri da evitare, sperando che giammai spuntino in superficie per farsi realtà.
  • Ricevuto … Roger! Buttiamola in vacca sacra, con buona pace eterna per i Classici Greci. Ce mut la bighe?
  • Cjalde ma…
  • Orpo!

Teletrasporto, Signor Scott!

  • Si confondono i piani in questa notte infinita, passato e presente cambiano verso, si sovrappongono, si fondono, si agitano, intorbidando anche i possibili futuri, Universo e Multiverso, versi di animali notturni fanno il verso agli umani tracotanti, che si credono sublimi predatori, inconsapevoli di esseri semplici prede inermi.
  • Allibisco!
  • Comunque, Lui mi ha confidato che già prima, da dentro un palloncino unto, faceva fatica a esprimersi, ma oggi, con l’obbligo di mascherina… si sente giù di mordente, di giorno e anche di notte, specie dopo l’ultimo tg ansia!

Schermo senza immagini nel buio notturno, lampi di blu, ronzio fastidioso e continuo attraverso gli auricolari collegati al pc (che non è un obsoleto partito politico del Mondo Prima).

  • Lui ha aggiunto che in questo momento storico si sente ontologicamente (ornitologicamente?) confuso, in questi strani giorni di mascherine, un dì si identifica con Zorro – ad ogni affondo, una firma! – il dì seguente balbetta incerto di considerare nuovi orizzonti per accettare con serena, adulta maturità il suo ‘lato Colombina’… Ora, la quarantena da pandemia, ha rinsaldato a sorpresa il nostro logoro rapporto, dialoghiamo quotidianamente con gli antichi entusiasmi che credevamo sopiti per sempre, rinverdiamo i miti del passato, onorando l’era gloriosa dell’Ubalda!

Con chi sto parlando da mezzora???

Richelieu

Il latore del presente ha fatto quello che ha fatto per ordine mio e per il bene dello Stato. 3 dicembre 1627 RICHELIEU

Pagina Bianca, pagina da ritagliare, pagina dell’autocertificazione, pagina del modulo da compilare (anche senza app), pagina del Salvacondotto.

Non per me, non per la Comunità, ma per la sicurezza e l’intangibilità della Setta dei Leviatani.

Tu firmi lieto di ottenere il diritto alla deambulazione, diritto per generosa concessione – chiaro e incontrovertibile – scrivi il tuo nome e ti autodenunci, reo di nulla ma colpevole e colluso di tutto.

Tu firmi e con la somma delle firme – è sempre la somma che fa il totale! – loro saranno autorizzati anche legalmente dal consenso generale all’abitudine di Pavlov.

Pieno Potere, Controllo Totale, anche senza bisogno di catene, cucce di polistirolo, ossa di plastica per indurre la salivazione dei sudditi ad ogni minimo, impercettibile gesto, ad ogni invisibile mutazione dell’arcata sopraccigliare.

Pagina Bianca, pagina senza più parole, pagina delle testimoni d’inchiostro lavate via per sempre con sapone di Marsiglia e alcol;

pagina delle leggende un tempo metropolitano, oggi, esse stesse entità di finzione leggendaria. Saranno davvero mai esistiti eroi mitici, uomini ribelli, popoli rivoluzionari?

Pagina auto certificante, la sottoscrivo con chip pseudo mentale e attivo il magico incantesimo: salute e salvezza garantite?

Pagina Bianca, milionesismo modulo dell’autocertificazione, per certificare a me stesso, per convincermi con mente burocratica (burocraticaMente) virtuale che sono ancora vivo.

Vivo o virtuale?

P.S. Cardinale, plenipotenziario, dove siete? Mi fido ormai solo delle Vostre lettere d’incarico.

Dialoghi virali

– Da quanto tempo sono qui?

Echi di voci lontane, voci umane: reali? Miraggi acustici.

– Io, qualche volta, ho delle sensazioni, non saprei come definirli, non so se siano ricordi veri e propri, non saprei nemmeno spiegare cosa sono i ricordi.

– Forse stiamo tentando di capire, ricostruire come eravamo…

– Non capisco, spiegami, già in tv e su internet parlano tutti per enigmi: e poi i mezzi della protezione civile, i droni, i mezzi corazzati della cyber polizia, tutti diffondono questi messaggi registrati, con voci fredde metalliche, messaggi oscuri.

– Dai, prima… prima eravamo noi… noi eravamo qualcosa. Là fuori c’era qualcosa, forse c’erano tante cose e anche noi eravamo in mezzo a quelle cose. Oggi mi sembrano frammenti di sogni, anche se ormai non giungiamo mai al termine di questa notte, dormo poco e male; annaspo e incespico tra visioni e incubi.

– Ma sì, hai ragione qualcosa c’era. Vedo persone che si affacciavano dai balconi o chi le aveva, usciva sulle terrazze; si salutavano, si chiamavano a gran voce, poi, non so dire perché, qualcuno faceva partire musiche a tutto volume e la gente cantava e ballava, sventolava bandiere. Poi, ma non sicuro, ridevano e piangevano. Forse era una grande festa nazionale. forse celebravano qualcosa o qualcuno.

– Una festa, una celebrazione?

– Oh, è un po’ che vi seguo nella chat virale, siete fuori, non ricordo niente di questa roba, mi sa che avete svalvolato di brutto. Spero solo che i droni infermieri arrivano presto con le iniezioni giornaliere di sidro sintetico polivalente, quello contro ogni malessere.

– Oggi ne ho più bisogno del solito, anch’io…

– Vabbé vi saluto, state bene se potete.

SPEGNERE IMMEDIATAMENTE OGNI DEVICE ELETTRONICO; ANCHE PER OGGI LA FINESTRA CHAT CONCESSA GENEROSAMENTE DAI NOSTRI LEVIATANI SUPERIORI SI CHIUDE. SIATE SEMPRE CITTADINI UBBIDIENTI E TUTTO ANDRA’ BENE, PERCHE’ I NOSTRI LEVIATANI SONO I MIGLIORI. ATTENDETE LE PROSSIME ISTRUZIONI.

(Ai miei contatti di chat non posso raccontare che di notte ogni tanto leggo ancora sullo schermo blu dello smart un vecchio messaggio mai cancellato: “Rammentate, le vostre vite sono in comodato d’uso, ma i cervelli potete, avete il dovere di restituirli usati”.

Forse un algoritmo illegale dal deep web, anzi di sicuro, nessuno dei cittadini onesti scriverebbe assurdità di questo tipo. I cervelli?).

Sentieri.

Doppelganger?

Quando ti appresterai a metterti in cammino, nella tua bisaccia non manchino mai lo yo-yo magico e la bussola; tutto il resto, lo troverai lungo i sentieri”.

Avevo un appuntamento? Come quello di HP, il Maestro Hugo Pratt?

Mi sembrava di sì. Un appuntamento al buio? O nel buio? Un appuntamento del Mondo Prima?

Un rimasuglio, una frattaglia, una ferita del Prima? Retaggi psicologici, some spirituali di epoche lontane irrecuperabili?

Appuntamento con qualcuno o per fare qualcosa? Forse mi ero anche scritto un appunto, un richiamo mnemonico a base di vecchio inchiostro sulle pagine di quelle antiche agende cartacee che le banche del Mondo consunto fingevano di consegnare in omaggio alla fine di ogni anno ai clienti migliori? Omaggi, dalle banche… Omaggi, esclusivi, solo ai clienti migliori.

Oppure avevo segnato questo presunto impegno nell’epoca delle follie digitali sulla memoria virtuale di qualche “fattapposta” elettronico?

Nebbia di Londra, nebbia padana, confusione nella testa, kaos neuronale, respiro affannoso, ancora, di nuovo, forse ero preda di un delirio da febbre equatoriale? Ero all’equatore?

Sempre, martellante, quella voce interna (coscienza? grillo sparlante? grillo mentale?) che impartiva ordini inesorabili indifferibili che rendevano categorico il ‘dover andare’.

Andare dove se l’ordine dall’alto era rimasto lo stesso: – Non muovetevi! E’ vietato ! E’ pericoloso! Tutelate voi stessi e i vostri concittadini! Chiudetevi in casa, mettetevi la museruola!

Pensavo ogni tanto, sempre più di rado, agli altri, ai sedicenti concittadini: esistevano ancora? erano ancora Persone? Da tempo non ne rilevavo tracce, non ne incontravo e del resto, come avrei potuto, senza possibilità, senza diritto di movimento?

Non udivo più da molto (o almeno questa era la mia convinzione) nemmeno i classici rumori del vicinato: il rasaerba dal giardino della villetta confinante, una assordante canzoncina commerciale ululante da qualche finestra del condominio dietro casa, o i toni sempre sopra le righe e sopra l’umana sopportazione di qualche battibecco tra coniugi smemorati ormai di avere scelto un tempo una sorte comune.

Non credo passassero più per le vie nemmeno i mezzi rumorosi e inquinanti e maleolenti della cosiddetta nettezza urbana per la tutela del decoro e dell’ambiente!

Tutto e tutti scomparsi, fagocitati dal grande, incombente, innaturale Silenzio assoluto.

Il mio doppelganger si annidava nel buio? Era lui il mio appuntamento con il destino, del destino?

Lo chiedevo ad alta voce a me stesso, per capire se avevo ancora una voce, se ero vivente.

Nessuna risposta. Silenzio, solo una sorta di respiro quasi impercettibile, un respiro interrotto, nelle tenebre senza soluzione di continuità e senza cuore. Ché un cuore di tenebra resta comunque un cuore. Era lì davvero o si trattava di una potente auto suggestione? Attendeva me? Per aggredirmi, ghermire la mia anima sdrucita e ormai quasi inutile? Inerte, intransigente, mi scrutava.

L’appuntamento era forse a Venezia, la patria adorata di HP? Serenissima un tempo, ora spettrale, senza più le offese di orde di turisti incontrollabili e senza auto controllo, senza la patetica rassegnazione degli sparuti indigeni, senza mastodonti meccanici a minacciare l’esistenza stessa della Laguna.

Tra calli piazzette giardini segreti sotoporteghi misteriosi mai segnati sulle mappe o semplicemente cancellati dalle memorie umane, forse avrei potuto finalmente incontrare Corto Maltese, gentiluomo di fortuna, e il padre nobile creatore, Hugo Pratt.

Forse, passeggiando in modo indo-lento, conversando amabilmente e senza la sciocca frenesia del dover fare e/o dover raggiungere, trio quanto mai improbabile e negazione di ogni geometria euclidea (geometria arcana e mercuriale, senza ombre ma con molti dubbi), con ponderate e giuste soste conviviali, tentare di risolvere l’enigma più astruso:

quello relativo alla scomparsa dell’Umanità.

Amati Fantasmi dell'Infanzia

Fantasmi (una generazione chiamata Futuro)

Pagina Bianca, Pagina dedicata ai miei amati Fantasmi.

Quelli dell’Infanzia, pagina bianca della Gratitudine per Voi che non mi avete abbandonato, mai.

Non mi avete lasciato solo nemmeno per un giorno della mia vita, neppure per un istante.

Cari, carissimi, preziosi Fantasmi oggi che anche Voi siete partiti dalla nostra base comune e segreta, inaccessibile per chi ha inaridito e smarrito la Fonte dei Sogni, ecco, sappiate che l’unico, grande sentimento che nutro ancora nei Vostri confronti è solo questo: Gratitudine.

Mi avete indicato la rotta quando, solo per colpa mia, vagavo senza orientamento nel Mondo e confondevo la visione dell’Orizzonte con miraggi insidiosi.

Mi avete sussurrato le antiche gesta degli Eroi della Fantasia, i fatti e i valori degli Eroi della mia Famiglia: quelle erano le risposte ai dubbi dilanianti, quelli erano gli esempi per edificare una nuova personalità, nuovi modi di vivere e camminare nella Vita.

Grazie Daniele, eri il più piccolo, ma il più intraprendente, la tua natura come quella del Tuo papà Comandante di vascelli era di esplorare il mondo, con audacia, sempre;

Grazie Maurizio, prima acerrimo nemico istigato dall’erba cattiva, dalla gramigna coltivata e somministrata dalla tribù dagli invidiosi, poi Amico di avventure campali;

grazie Andrea, Fratello che sei rimasto sempre ritto e inafferrabile dalla stessa parte del Giardino incantato;

grazie Nicola, compagno inseparabile di una sola memorabile stagione, insieme eravamo gli Huck&Finn della scuola;

grazie Luca, Artista dalla nascita, pomeriggi indimenticabili di studio merende invenzioni della fantasia;

grazie Giovanna, fatina delle Elementari;

grazie Monica, principessa del Castello, principessa degli Abeti che dominavano la vallata e diventavano la nostra scorta arborea contro ogni minaccia quotidiana.

Grazie, sia scritto a chiare lettere, con inchiostro indelebile, su questa pagina bianca del commiato, dedicata a Voi Fantasmi dell’Infanzia, a ciascuno di Voi che abita per sempre nella memoria e nell’anima. La pagina cartacea e quella virtuale saranno presto solo frammenti minuscoli, invisibili, fluttuanti nel vento cosmico che tutto avvolge e trascina via e disperde negli eoni del Tempo, rendendoli incorporei, ma eterni.

Tutto scorre, tutto finisce, non le Emozioni, non la Gratitudine.

C’era una volta una generazione chiamata Futuro, correva sui mari d’erba, alle pendici di montagne incantate azzurre color di lontananza, ma anche di speranza in favolosi tesori nascosti su isole della Fantasia; una generazione che in miniere di sale scintillante ha costruito in segreto fantasmagoriche astronavi per viaggi interstellari.

Futuro è partito, in modo saggio, senza di noi a bordo.

Pagina Bianca dell’Arrivederci: in un’altra Galassia, lontana lontana, o, semplicemente, parallela.

Lucertola (o Klees Popinga?)

Crogiolarsi al sole, circospetta.

Una lucertola, vorrei avere il pitagorico potere della metempsicosi e reincarnarmi lucertola, per me sarebbe comunque un balzo quantico e qualitativo.

Rinascere rettile comune, rettile da muretto; amante del sole ma pronto a celarmi negli anfratti più bui, oltre ogni siepe, nelle minime fratture delle rocce, scavate da gocce d’acqua pazienti, capace di adattarmi a vivere in case antiche antiquate diroccate dall’incedere di Kronos e dalla distrazione degli uomini, pronto a cibarmi in sublimi frutteti, ma anche nei reticolati urbani;

una lucertola in grado di trasformare ogni ambiente nel proprio regno.

Lucertola con epidermide corazzata di verde diamante, lucertola maestra di strategie dell’autonomia e della falsa morte, amputazione auto indotta delle parti superflue in caso di pericolo, e morte recitata, meccanismi di sofisticata difesa, per amore e trionfo della Vita.

Vorrei essere Lyzard, nato cattivo dalla fantasia degli autori, ma precursore dei danni causati dell’arroganza umana, quando egomaniaci ipertrofici impersonano un qualche dio e credono di poter giocare e manipolare a piacimento il codice stesso dell’Esistenza.

Sono i pensieri umani a plasmare la forma delle Nuvole o sono le Vagabonde del Cielo, con la loro essenza di vapore acqueo, a creare e indurre fantasiose riflessioni nelle menti asfittiche dei piccoli bipedi?

Ho attraversato le epoche, i ’70 di piombo sangue e lacrime, ma anche delle legioni di Eroine e Veri Eroi, volati da noi su astronavi decollate dal misterioso Paese del Sol Levante;

gli ’80 circo rutilante di disimpegno ilarità scialo immotivati, crollavano muri di mattoni, ma anche antiche muraglie ideali, venivano giù in silenzio ma implacabilmente, trascinando nella polvere e nelle macerie, secoli di studi e dottrine antagoniste e lotte socio umanitarie;

i ’90 inutili e caotici, con nuove stantie guerre fratricide, sfociati negli ‘000 degli inganni globali, delle bugie letali più della monnezza tossica, iniettata nelle vene di un Pianeta depredato ed esausto, delle bestemmie di bombe intelligenti travisate da democrazia d’asporto, per annientare comunità di esclusi reclusi sfruttati, per cancellare libertà costituzioni diritti, per porre sull’illusorio trono del dominio totale, i Grandi Parassiti bulimici, senza limiti.

Io, immobile, sulla banchina della stazione, come Klees Popinga, uno dei tanti figli di Simenon;

uomo che guardava passare i treni delle storie e della Storia, in attesa di balzare a bordo di un Espresso chiamato Futuro; io, distratto dallo spettacolo ferroviario:

era già transitato veloceMente, assieme all’Accelerato della Vita. Il Futuro, come il Galaxy 999, viaggiava solo di notte, come un sogno, oltre i confini della Galassia, ma ero rimasto a terra, in terra.

E Lady Maysha non era nata per attendere in eterno.

Arrivano davvero, questa volta sono qui per me, in modo definitivo. Non ci saranno scappatoie giustificazioni parodie trucchi, vie di fuga segrete, come nei romanzi e nelle pellicole di cappa e spada, non storici passetti di borgo per fughe divine , nessun passaggio dimensionale o trasmigrazione mentale.

Forever Young, Eyes without a Face, Bette Davis’ Eyes, Enola Gay, Stay on These Roads…

L’ennesima colonna sonora degli anni del vuoto divertimento, del divertimento fatuo, del vuoto e del nulla, indossati in modo volgare;

la mia catalessi musicale, il mio personale masochismo catartico degli amori immaginari e solo immaginati, compilation che non servirà a congedarsi dalle scene in modo dignitoso.

La fine è la più importante, ma è anche nota e del resto, il Manuale nazionale di Pensiero Superficiale, avvisava a chiare lettere: non si esce vivi dagli (eterni) anni ’80.

Do You really want to live Forever?

In Alphaville or (O)megapolis?

Criceti

Pagina Bianca, pagina dedicata al Club dei Criceti.

Non solo il Club delle Amiche e degli Amici che nel Mondo Prima si riuniva, in sessione plenaria, in occasione della serata finale del Festival di Sanremo; con tabellone completo dei concorrenti alla disfida canora e grande concorso Indovina chi vince: ci si poteva iscrivere a squadre o individualmente; previsti, naturalmente, ricchi premi e cotillons e riconoscimenti, i più vari ed eventuali, per i veggenti più veggenti…

Il Criceto, sacro roditore, corre instancabile nella sua ruota, felice e inconsapevole. Riceverà il suo meritato guidernone, il suo pezzettino di foglia di lattuga o frammento di cacio peperino.

Imperativo categorico: la ruota deve girare, sempre e comunque, senza soluzione di continuità, anche all’infinito, anche a più infinito.

Perché correre, piccolo roditore? Non sei mica Forrest Gump… Fino a dove? Fino a quando? Ad un certo punto, anche Forrest l’americano si è un tantino stancato ed è uscito dal gruppo.

Nella ruota, non puoi, il fine è solo correre. Senza soste per inutili riposi, senza pit stop per oziose domande.

Il Criceto, adorabile pelosetto, non vuole sapere, non si pone quesiti, anche perché, è noto – la scienza ufficiale lo certifica, nero su bianco – i dilemmi interferiscono con le prestazioni sportive.

Il pacifico animaletto diventa Criceto Mannaro se tenti di indurlo anche solo ad una minima pausa, una pausa breve di riflessione. Giammai! – Non voglio SAPERE! Voglio solo CORRERE!

Ritrai in fretta la carezzevole mano, Amico mio, o rischi di vederla troncata di netto dal Criceto instancabile che rifiuta Sofia.

Kantiano e pavloviano, più degli stessi Kant&Pavlov, lui sa che deve (DEVE) fare fare fare, correre correre correre. Fare cosa, fare come, fare perché sono inutili zavorre esistenziali e esiziali, per lui.

Come la filosofica grotta (caverna, spelonca, antro, ognuno opti per la definizione preferita) di Platone, il criceto, anche senza essere un antico ateniese, si è creato la sua dimensione perfetta, la sua magica, indistruttibile bolla di atarassia cinetica.

Pagina Bianca, pagina in memoria del Criceto maratoneta, che di corsa sparì, ma senza pensieri.

Inganni

La scambiai per mattina, ero convinto fosse ora diurna.

Invece, ero incatenato nella soffocante immutabile immobilità in vigore nel Mondo Dopo.

Sembrava proprio mattina. Visioni, in rapida sequenza, inafferrabili. Altre, oltre ogni possibile percezione visiva, mentale, spirituale. Volti umani. Il Tuo volto illuminato, il Tuo sorriso, quello che un tempo sapeva illuminare, senza pre condizioni.

Mi sconvolgeva quel volto perché non riuscivo ad assegnarlo, collegarlo a una persona reale, fisica.

Mera meravigliosa illusione per aggrapparsi, avvinghiarsi, abbarbicarsi alla tenue, micro speme che qualcosa esistesse ancora? Tentavo di respirare in un’atmosfera rarefatta e viziata da clausura coatta, anelavo aria frizzante, da inspirare senza posa, afferrare a manciate, quasi masticare ossigeno vero in purezza, aria irrequieta e tiepida e profumata di lavanda e bucati stesi al sole; aria commossa dei giorni nuovi dell’antica Primavera, che trascorrevano spediti come pagine di un romanzo accattivante, creando un’attesa indefinita, ma non infinita, di incontri, di un incontro capace di rigenerare il Mondo.

Dalla finta mattina, mi chiedevo e chiedevo al silenzio: le Rondini saranno tornate, anche questa volta? Staranno nidificando, trasformando con la loro grazia e i loro canti armonici, disumani spazi urbani in potenziali nuovi giardini terrestri? Nei quali finalmente nessun essere vivente si opponga più per follia e brama di potere ai cicli e ai ritmi della Natura… Nei quali più nessuno sia così tracotante da ergersi e considerarsi legibus solutus, superior (Lupus et Agnus), dominus dell’Universo?

Dalla finta mattina, momenti, frammenti di memorie, tra sfrenate policrome danze gitane, palpebre socchiuse delicatamente, mai per tedium vitae, ma per fugaci, necessarie e catartiche malinconie. Torneranno al galoppo le mandrie dei Puledri selvaggi della Gioia? Ci trasporteranno gentilmente e generosamente verso vallate risanate, di nuovo brulicanti di Vita e Canti e fonti incontaminate?

“Vorrei posarmi come un petalo bianco e leggero sopra le Tue labbra – anche se non Ti conosco, anche se forse Ti incontrai in un’altra dimensione, anche se ancora non mi riveli il Tuo santo nome – per sussurrare sogni antichi mai defunti, baci ardenti eppure dissetanti, come gocce di nettare della vigna più preziosa del monte Olimpo, come briciole di panacea impastata di Amore.

Mia Gioia… Mia? Chi sei? Dove sei?”.

Il tempo del Mondo Prima mi perseguitava, tempo ove Tu, Garcia (Lorca) e Pablo (Neruda) e io…

Forse stavo annaspando senza dignità in un ricordo falso come le vecchie monete degli uomini, forse si trattava dell’ennesimo inganno della mente.

False memorie per alimentare ancora attimi di sopravvivenza.

Senza Amnistia

Mi risvegliai avvolto in una notte oscura… non dalle tenebre naturali, di solito mie protettive e invocate amiche, ma da quelle primordiali, del Nulla, precedenti al Kaos che generò la Vita.

Come era stato possibile ritrovarmi catapultato in quella dimensione se ogni spostamento, anche minimo, fisico e mentale, era stato proibito? Avevo viaggiato in linea retta, scalando un Himalaya, o ero stato risucchiato da un imbuto dantesco? Mi ero ritrovato solo, anche lì, circondato da assenza di vita, assenza di suono, elisione totale di ogni forma, anche solo rudimentale e primigenia, di logos.

Ero atterrito, angosciato e senza parole per raccontare. Parole che sarebbero comunque state strumenti inutili in quel contesto.

Mi accucciai istintivamente, ripiegamento fetale e illusoriamente protettivo. La testa dentro le braccia per sottrarmi a insidie terribili, in quanto non visibili, ectoplasmatiche.

Tremavo, ansimavo, piangevo.

All’improvviso, una luce argentea, un ponte infinito di luce, un fiume d’argento dal fluire placido. La visione mi fornì conforto, per un attimo. Requie repentina ipocrita. Poi le vidi, gli occhi riuscirono di nuovo a mettere a fuoco le immagini in quel buio oltre tempo. Scorrevano a centinaia, come in cerimoniale regata funebre. Bare d’argento. Non riuscivo a contarle, Non centinaia, migliaia.

Scorrevano lente e inesorabili al centro del letto fluviale, avanzavano senza imbarcazione guida, senza corteo luttuoso al seguito. Come potevo assistere a quello spettacolo tremendo se stavo serrando le palpebre in uno sforzo innaturale e disumano, fino a infliggermi dolore, al limite della sopportazione; come preferissi auto infliggermi la cecità per esplosione, anzi implosione delle pupille nelle rispettive orbite oculari, invece di essere condannato ad assistere a quella macabra scena?

Cosa rappresentavano quelle bare, un incubo, un sogno malato? Contenevano davvero corpi umani senza più calore? Amabili resti di quelle che un tempo furono persone nel Mondo Prima? Come forse ero stato anch’io? E cosa ero in quella realtà apocalittica?

Fu straziante il pensiero di essere chiamato a sollevare i coperchi di alcuni di quei tetri involucri e scoprire all’interno le salme dei miei familiari, di qualcuno della mia brigata di Amici, di qualcuno che amai profondamente e di qualcuno da cui fui sinceramente e disperatamente amato.

Prostrato e senza più forze mi arresi.

Meglio la prigionia solitaria, eterna, senza rimembranza, senza possibile amnistia.

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Hermes Pittelli

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