Senza famiglie (Remi?)

Tutti a chiederci – quando è cominciato tutto questo?

Tutti chi? Gli Altri. Altri rispetto a chi? Non posso/voglio escludermi dalla cerchia degli Altri, umani; fino a prova contraria. Mi sfugge il concetto stesso di ‘tutto questo’, se Jep Gambardalla cominciasse a incalzarmi con pungenti quesiti da par suo, non saprei definire, né rispondere.

Lui, fortunato, di notte festeggia con tecno dance in terrazze vip, di giorno cammina per giardini lussureggianti dell’Aventino; io cammino di notte, per camini di Santiago (esistono ancora?) e tetti senza tegole né regole; anche perché qui ormai è sempre e solo notte, in questa casa vuota, o edificio che somiglia ad uno ‘spazio oikologico’, ma popolato di spettri; mi contraddico di continuo: non assenza di abitanti, ma inquilini incorporei. Non so se contengo moltitudini, pensiero stupendo inquietante, di certo contengo scempiaggini.

Deambulo tra assembramenti fantasmatici senza mascherine ma con lenzuola in abbondanza, chiedo permesso, anche perché è complicato aggirarsi senza importunare qualcuno, mi scuso con prontezza se urto qualcuno; non fisicamente, mentalmente e con la mia poco significativa presenza, poco scenica, poco di tutto.

Senza tema di smentita, ufficiale ufficiosa da ufficio (non più, ‘smentitetion from home’), sono certo che i miei passi incerti e timorosi riescano a disturbare le loro riunioni condominiali, i loro sabba festosi, più coinvolgenti e gioiosi degli ennesimi aperitivi esclusivi (ad escludendum?) del Popolo dei presunti Viventi. Tutti rigorosamente distanti da ogni pericolosa e deviante forma di umanità, tutti separati nella propria classe di appartenenza, con o senza girello in plastica tossica; l’ascensore sociale – quello per le risalite ardite – è bloccato da millenni; l’altro, il carrello senza freni dei minatori intrappolati nelle miniere di un ‘Re Salamone’, precipita al centro della Terra che è un piacere, a folle folleggiante Velocità.

Il periodo, meglio se breve, finirà, anche dovessero trascorrere anni a manciate. Finirà comunque, in qualche modo; categorico non porsi, soprattutto non porre, domande: chi dubita, è solo invertebrato invertito miscredente disfattista traditore. Di quale patria, piccola media o grande, non è dato sapere, anche perché analisti e sondaggisti non hanno ancora elaborato il Dato finale.

Credere ubbidire abdicare, la ricetta della felicità è più semplice di quella del lievito madre (padri assenti, a caccia di selvaggine varie, o anche eventuali) casalingo.

Ogni decisione decisa ex cathedra dal Gran Consiglio dei Neo Leviatani, comunicata dall’Olimpo di cartapesta dello studio tv dal Deus ex Machina (questo folle mondo di ex!) – impersonato a turno dal caratterista meno impresentabile! – anche la più dolorosa, sia chiaro e inciso a lettere di platino nel marmoreo obelisco, sarà stabilita solo per il nostro bene, teorico; noi sciocchi e irriconoscenti non ne abbiamo consapevolezza, non possiamo capire, non dobbiamo capire, perché le ragioni ultime sono oltre la portata la porta l’orizzonte della nostra comprensione e comunque meglio restino segrete; per nostra Salute e solita Sicurezza, mantra irrinunciabile delle Leggi Totali.

Gli Altri – non i cari Fantasmi – gli Altri, ovvero io & The Others, abbiamo svoltato, angolo strada e pagina del libro con interpretazione dei Sogni e dei Segni, premonitori, ovunque: torneremo come Prima, non sarà difficile: perché giammai siamo cambiati.

Cambiare ma perché, perché cantare se Tu Noi non ci siamo? Applausi, oceano di Mani. Mani nani tentacoli paranchi carrucole rampini rostri chele gigantesche, rosso fuoco.

Annaspo, ansimo, percorro precorro rincorro scale e Delia Scala, semper con rigore formale e finanziario, senza luce! Parsimonia e sobrietà. Nemmeno il conforto del classico barista chiacchierone, forse erano solo invenzioni letterarie e cinematografiche del Mondo Prima.

A forza di rimpiangere nostalgico ciò che non è mai esistito, ho mutato pelle e domanda: come/quando tutto si è concluso, distorto, dissolto? Dissoluto me.

Esauriti i silenzi collettivi (voci mute, respiri pesanti, talvolta pensanti), banditi, con tanto di taglia su pergamena incartapecorita, agape per condividere companatici, allegri schiamazzi, confidenze, finiti gel disinfettanti e risate – magari al mercato e teatro neri… – risate de core e risate veraci de panza; abbracci abbacchi abat jour, finiti anche quelli, pour toujour; cure reciproche, piccoli quotidiani gesti di gentilezza, nella dolce lieve brezza che dai porti di ponente sussurrava echi di nenie lontane e profumi intensi di spezie preziose sulle vele di brigantini commerciali;

finiti i quotidiani da tempo, finito fare l’Amore, all’Amore, con Amore.

Finite le domande (tanto, nessuno leggeva più, nemmeno l’algoritmo del ‘call me center’), nella nuova era del Mondo Dopo, per nostro sommo gaudio, diletto, privilegio esistono solo risposte: gentilmente erogate dalle app governative che governeranno i nostri giorni; a breve, la rivoluzionaria app per evacuare: ‘EvàQuo 5.0’.

Liberi – era ora!!! Ora fatale – da tutte quelle torme di domande lancinanti nelle tormente esistenziali, sui segreti di ogni famiglia, sulla raccolta di cumuli di scheletri in antichi armadi (portali dimensionali) tarlati, comuni a tutte le famiglie del Globo, famiglie più o meno naturali; domande senza soluzioni, nemmeno su settimane enigmistiche, in quanto mai formulate.

La vera, unica, ultima angoscia: quando sono finite, le Famiglie varie avariate variopinte?

Intanto, Remi, con i Suoi Cani, suona l’Arpa e va, spettacolo senza tempo.

Cabiria

Pagina Bianca, pagine delle Notti Bianche.

Non quelle antiche notti insonni e festose della Capitale, non le illusorie oniriche drammatiche notti di Cabiria o notti da incubo di Giuliette che amano davvero, confondendo letali gesti distruttivi di codardi invertebrati, senza dignità, con illusorie visioni di felicità; Donne filantropiche che sorridono lungo scogliere e mulattiere mostruose, che sanno e vogliono sorridere lungo cime tempestose, lungo rive procellose, incontrando Artisti di strada che regalano Cultura, in cambio di un po’ di gentilezza e di un pezzo di pane, buono però.

Rive brulicanti di folla, strade vicoli e piazze pacificamente invasi, assembramenti gioiosi, quando giocolieri maghi eteree danzatrici acrobatiche scalavano mura e torri di Castelli senza più Santi, né Angeli; Castelli incantati tra lampi di luci policrome, per abbagliare occhi menti fantasie in letargo, da secoli.

La Città Eterna (a momenti) intera compatta, senza ingiustizie, ma solo per una notte, accompagnava lo Spettacolo itinerante, la Città era allo stesso tempo palcoscenico e Attrice principale della Rappresentazione; che mai imita la Vita, semmai ne rivela oscuri, inconfessabili talvolta mirabolanti segreti.

Le prime luci dell’alba filtravano inaspettate, tra comitive comete quartieri antichi, come se quel miracolo potesse eternarsi e non fosse semplice passaggio terrestre mortale momentaneo: la magia e l’incanto, pudici, cedevano il passo alla ritualità del quotidiano incombente; il giorno dopo in quel Mondo Prima, agli inguaribili sognatori che non si arrendevano all’evidenza della realtà, ai sognatori che non volevano intendere ragioni e dirsi buonanotte (o buon nuovo giorno), mentre i bipedi (a)normali già si recavano al lavoro, sembrava solo una pausa, in attesa spasmodica e impaziente della successiva data della turné; cosa sono queste mani sempre flaccide? una vigorosa sciacquata con acqua fredda e sapone di Marsiglia, per ritrovare presa solida, scacciare torpore riattivare circolazione e moto diagonale e ondoso delle sinapsi.

Attendevamo un autobus che ancora oggi non passa; terremoto e blackout improvvisi, appoggiati a un muro scrostato e corroso dall’umidità, per non scivolare, per non piombare a terra, sulla Terra. Il balzo dimensionale dal regno magico è sempre traumatico. Temporale fortunale nubifragio, assenza di mezzi pubblici, di fortuna, di sfortuna, né piroghe, né zattere, da escludere a priori Arche di Salvataggio o di una qualche Alleanza. Pioveva il Cielo sulla città, cadeva sulle teste e sul Lungotevere la festa appena nata, era già finita, prima che la notte fosse giunta al termine, o a Termini.

Ieri Oggi Domani… Forse mai, cosa importa? Il surrealismo, tra le Nuvole, con o senza bombetta, non è comunque di questo Mondo?

Abbracciare una Donna che nel buio illumina la piazza più grande, impedirle di addormentarsi per scongiurare conseguenze; su un tappeto di Aladino uscito misteriosamente da una inesistente bottega di rigattiere, riaccompagnarla a casa sua in volo radente su mura antiche e inestricabili abominj contemporanei; abbandonarla prima che Oberon e Titania chiudano il varco, adagiarla sul suo letto intatto, per non gettarla in pasto ai demoni dalle mura diroccate di un acquedotto pre moderno, per non trafugare la sua borsetta e i suoi trucchi speciali, arti muliebri non replicabili;

Beata Ingenuità, anche Tu decrepita, chanson d’amour, souvenir d’Italie e viaggi mentali, telefoni e guanti bianchi, occhi cerchiati di nero, Pierrot metropolitani che vagheggiano ormai solo cornetti apotropaici e cappuccini con creme di latte rigenerante, nei artificiali di bellezze sbarazzine nelle vetrine delle boutique, niente più campanelli, solo volgari trilli, assordanti e dozzinali.

Nemmeno una Greta con un po’ di Garbo, cui porgere avanches di ardite conversazioni tra sconosciuti.

Cabiria non cedere, non credere alle fatue promesse degli Sceicchi Bianchi, non salire sulle loro altalene. Trova il Tuo, solo Tuo angolo in questo nostro presente che si dissolve come foglia secca d’acero sotto la suola di un gigante distratto.

Divino Amore, carnale spirituale metafisico, sei vero, umano o sei solo un santuario?

Non lasciamo ai poster ai posteri ai posteriori l’ardua (ir)responsabile sentenza.

Fratello Martin

Pagina Bianca, Pagina dello stormo di Rondini che contro il cielo bianco di nuvole o contro la pagina senza parole si stagliano perfette nella loro armonia circolare, ala curva, curvatura del nostro sistema solare.

Pagina del C’era una volta, depurata dalle nostalgie sovrastrutturali. Fiabe, favole, racconti, cicli narrativi, canzoni celebrative di gesta eroiche e amorose, romanzi di ogni genere e tipo, pupari artisti di strada saltimbanchi giullari di corte (unici a permettersi il lusso sfacciato della Verità, in quanto bislacchi per vocazione e corredo genetico), cantastorie fattucchieri imbroglioni da osteria e da contrada, improvvidi improvvisatori caratteristi da commedia grottesca certo, ma sempre dell’Arte; filtrati da un setaccio magico per separare pietre preziose da pietre senza nobiltà, come esistesse poi davvero anche solo un granello di Terra privo di valore.

Quelle Rondini, nel Mondo Prima, eravamo noi; capaci di solcare il Cielo in solitaria per giocare con il Vento, per tingerci d’oro (ancora) sfiorando agili albe infinite, capaci di rinnegare la nostra quota congenita di egoismo e narcisismo, per volare in formazione compatta, pattuglia alata depositaria dei reconditi codici del Cosmo, rotte incomprensibili mai casuali, traiettorie velocissime e imprevedibili, disegnate da secoli di istinto pratica immaginazione.

Il Popolo delle Rondini è migrato, la nostalgia in questo caso non è fatuo rimpianto, ma imperativo categorico, richiesta di soccorso per ogni tessera perduta del mosaico della Bellezza.

Eravamo noi – noi? – quando ancora sapevamo rinunciare a declinare tutto in prima persona, sapevamo osservare orizzonti nuovi attraverso lo sguardo degli altri, sapevamo camminare sui sentieri sconosciuti indossando calzature aliene, eravamo ancora convinti che formare comunità dialogiche, ma cooperative, fosse la più importante preziosa inestimabile dote peculiare di quegli incomprensibili bipedi che si sono auto definiti uomini.

Le Rondini autentiche sono tornate, dono divino, dono superbo e supremo.

Noi? Non sappiamo, non vogliamo più raccontare, raccontarci senza veli nella locanda dei sette peccati.

Rondini bianche con impeccabile livrea nera. I fucili non hanno mai smesso di sparare contro le anime, colpevoli di essere bianche, senza colore, summa tavolozza caleidoscopio di tutti i Colori intergalattici. Abbiamo ucciso le Rondini, trucidato le Anime.

Ci stiamo velocemente cancellando anche dalla Pagina Bianca, non siamo più nemmeno piccoli sgorbi d’inchiostro sulla superficie cartacea, solo monadi moleste che hanno obliato il significato, il senso della momentanea presenza e del passaggio sul globo di fango.

La finestra del mio studio è spalancata e si affaccia su un piccolo spicchio di Mondo (Marco Polo vorresti prendermi a bordo per un nuovo Milione?), eppure capto più Vita in quel modesto rettangolo dell’Universo che nelle lunghe silenziose meste fila in attesa all’esterno e nei parcheggi di aridi supermercati. Tra museruole tossiche guanti in plastica letale carrelli arrugginiti che infetteranno sempre più noi stessi e la nostra Casa Comune.

Fratello Martin, sacerdote, monarca non per sedicente, falso diritto divino, ma per pensieri parole opere terrestri, terribilmente concrete, così concrete da inoculare panico e terrore tra i potenti: anche Tu, Re delle Rondini nere, per tutti coloro che alzano testa e sguardo verso il Sole, abbraccia con il Tuo Spirito l’Umanità desolata e dispersa , insegnaci ex novo a volare, partendo dalla Prima Pietra, balbettando dalla Prima Pagina di una realtà incomprensibile.

Insieme.

Meazza

Pagina di Peppin fu Meazza G., un calciatore o un uomo? Una figurina, un balilla, un Italiano da raccontare? Pagina di un sogno con le fattezze del centravanti.

Pagina degli uomini sportivi, belli come divi di Hollywood, attori a loro modo, eroi delle domeniche popolari, perché un popolo, in catene o liberato (schiavo di altre, nuove, modernissime invisibili catene) ha sempre bisogno di eroi e dei; da acclamare e poi tradire, distruggere, annichilire con violenza, nella polvere dell’oblio o in quella di cruenti fuochi ormai spenti.

Chiedi chi era Meazza e non troverai risposte. Un uomo elegante, amante della vita e delle passioni, raffinato ballerino di tango e impareggiabile seduttore, giocatore di pallone e soprattutto d’azzardo, perché i dribbling più difficili e più spettacolari sono sempre quelli al proprio destino, alla propria vita, perfino a Dio: se ti credi fenomeno paranormale, prova a uccellare il Creatore con un tunnel o con un pallonetto!

Pagina del pallone, sgonfio, lacerato, abbandonato. Sfera senz’anima, predata della gioia, dispersa nel grigiore di un tetro cortile d’asfalto; privato il cortile, privato il pallone di imprevedibili rimbalzi, orbato da traiettorie magiche, incapace ormai di scovare spazi insondabili dalla percezione umana, là dove non esistono spazi, né rotte plausibili. Giardino desolato e brullo, sfera desolata, senza moto naturale, nostalgica perfino di quei calci ricevuti, nostalgica di quelle voci che incitano alla vita e al gioco, si inseguono e seguono partiture invisibili, forse inesistenti, forse metafisiche, voci che sono cassa di risonanza e eco per altre, infinite voci. Tutto immobile, tutto spento. Il pallone che non rotola, il cortile senza più i Bambini, nova suprema Lex.

Ho sognato, forse deliravo, i piloni dello Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro, a Mediolanum.

Sindrome di Stendahl davanti alla cattedrale laica del balun, come la prima volta che la vidi e la visitai, un senso di spaesamento al cospetto del gigante, ebbrezza, timore reverenziale e ammirazione per un luogo che dai racconti dei miei familiari e dai filmati d’epoca, nella mia percezione e nella mia immaginazione si era tramutato in un castello fiabesco, in un teatro leggendario di gesta pedatorie, da tramandare alle future generazioni, profane e ree, non per colpa o dolo, ma per crudeltà d’anagrafe, di non aver vissuto le epoche epiche.

Stadio vuoto, senza squadre schierate sul prato, né ululanti masse di tifosi; partigiani e campanili, massa e potere, massa è potere (?), potere alla massa, o potere carnefice delle masse?

Stadio Meazza, anche Tu appartieni ormai al Mondo Prima, relegato davvero in un universo mitologico, non più reale, non più disponibile, non recuperabile neppure attraverso l’invasione degli ultrafilmati, caricati carichi d’immagini a bizzeffe su youtube; nel Mondo Prima del prima, senza rete né imbarcazione né Nautilus, navigavi e vogavi su oceani di fantasia: le enciclopedie, tutti per una Utet per tutti, per i rari fortunati possessori o nelle rare occasioni di consultazione, fornivano indizi, spunti; il resto, il mancante, i dettagli più interessanti e ghiotti, le coordinate, omissioni opere parole missioni, venivano elaborati e aggiunti copiosamente lavorando d’immaginazione. Immaginando di lavorare.

Meazza Titanic, condannato a restare inabissato per sempre nell’oscura fossa delle Marianne – non floride campagnole, né ardite rivoluzionarie – ma ostili dee delle profondità, regine dei recessi inviolabili, del Mondo e della Memoria; condannato, non sappiamo ancora se si tratti di una maledizione o dell’ultima occasione per l’Umanità, a scivolare con lentezza inesorabile sempre più giù, verso l’epicentro e l’origine stessa della Tenebra.

E quel cortile intanto seguita a restare un deserto d’asfalto con un mesto pallone squarciato…

Manuale nazionale di pensieri superficiali

Pagina Bianca, Pagina dei Pensieri irrilevanti. Pensieri come baloon, magari! – fumetti nuvole pesanti, passanti, pensanti; loro sì.

Pagina bianca di troppe notti nero cristallo, notti maledette del Mondo Prima, affollate da infinite domande; come scriveva e cantava il Poeta Maledetto, sarebbe stato vitale non porsi mai.

Domande non inevase, di cui a monte e a valle, erano note la fine e soprattutto le risposte.

Pagina Bianca dell’Uomo che si illudeva di possedere e dominare una vita, indipendente dalla sua ombra (The Phantom, l’Ombra che cammina in mezzo agli uomini, senza prodigi della tecnica).

Ombra che forse, senza nemmeno troppe masturbazioni malversazioni mala elucubrazioni pseudo mentali, è l’unica sua vera, forte, concreta Identità.

Io non sono. Non vivo quindi non esisto. Penso? Penso di pensare, le conclusioni al termine della giornata e dell’ennesimo webinar ad minchiam, traetele Voi, se ancora avete voglia voglie testa e cuore.

Io non sono qui, non posso esserci. Un Sole obliquo dardeggia incontrastato su agglomerati grigi, spenti, assenti come l’Umanità che dovrebbe per sua natura brulicare, deambulare, brucare.

Le frecce incendiare trafiggono, peggio di specchi ustori archimedici, molto ustori poco taumaturgici, anche se talvolta un falò delle vanità e dei vanesi può essere catartico, trafiggono e ardono pupille serrate e pensieri senza via di scampo. Quali riflessioni possono sorgere da una mente deragliata. spiaggiata, rottamata da tempo immemore?

Nemmeno sulle pagine incartapecorite di vetusti quaderni delle Elementari, erano mai stati vergati pensierini così esausti, ombra stinta e scollata della Luce, repliche imperfette, corrotte da letali conformiste abitudini, plagi ciclici millenari, amari sudari volgari di parole vere forti creattive vitali.

In fondo, un novello, come patate novelle, San Sebastiano trafitto e rosolato dai dardi di Elio, potrebbe assurgere a simbolo non di martirio, ma compassione suprema.

Il quesito principale resta, galleggia nell’aria, sospeso come guru in grado di levitare, con veri trucchi o con tante verità artificiali, in saldo. Come sono giunto in questa piazza se da eoni sono rinchiuso nel mio Alcatraz – senza nemmeno samaritano Alka Seltzer – personale?

Piazza Sghemba, circondata da edifici sghembi, piazza nata da mente contorta, da menti di architetti invasori dell’urbe, affetti da tracotanza, baldanza incontrollata, delirio di onnipotenza, illusi convinti da droghe sintetiche auto prodotte di poter impunemente sfidare e vincere la competizione finale con gli Dei della Natura. Auguri e buon pro Vi faccia.

Onnipotenza – impotenza: il passo è breve, come quello che ci divide dall’orlo dell’abisso e dalla trama convulsa del noir chiamato esistenza umana. Più o meno. Meglio non compiere quel passo in avanti… è un attimo, tutto in un attimo. Piccolo passo, piccolo uomo, grande balzo, ma per chi e soprattutto, verso dove?

Confinato in casa, recluso domestico. Qualcuno sosteneva che i confinati dai fascisti fossero solo turisti in vacanza… Casa mia (?), casa mia, per prigione che tu sia… Fosse anche il domicilio di altro da me, cambierebbe qualcosa? Questioni minime, oziose. Come Juan Salvo, tutto è stravolto, travolto anche senza neve aliena, anche senza Grande Onda di Hokusai.

Focolare domestico, vade retro: voglio un’isola, uno scoglio appena. Non pretendo Mompracem, un piccolo, anonimo brandello litico e sabbioso, circondato da psicosi, marosi, terrori seminati a piene mani da astuti fattucchieri, morte, ché quella tanto non fugge mai dagli scaffali di supermercati e centri commerciali mastodontici.

Patetici peripatetici Robinson senza Venerdì, ormai spuri di tutti i venerdì, si riflettono senza immagine su pareti di specchi neri che rimandano al mittente solo tenebre, le nostre amate tenebre personali.

Un uomo è davvero tale (Talete talento talismano) senza possibilità di dialogo e confronto con un altro uomo? Può mai imparare apprendere rapprendere arti e sofia senza incontro/scontro energico con suoi simili, diversi da lui?

Molecole malate all’esterno, nel cielo sopra la casa, foriere e spargitrici di virus (quali? quanti?), contagiano Popoli da tempo condannati a loro insaputa.

Isolato ermeticamente (chi meglio di me?), mi nutro avidaMente di fobie, da solo creo e richiamo in servizio i mostriciattoli dell’altro H.P. – Lovecraft – li allevo con amorevole cura paranoica, anche fuori e lontano dall’Emilia.

Un’immensa ruota panoramica come quella del Prater viennese (ma va là, sul tagadà) un’immensa roulette (roulotte per Nomadi eterni, sarebbe meglio) russa senza sovietico piano quinquennale, una gigantesca partita a dadi con il Dottor Destino, decreterà in diretta mondiale via streaming, i fortunati vincitori di Salvezza&Libertà…

fino al prossimo concorso reality!

Trips&Tricks (occhio a Kundalini)

Pagina del Viaggio Immaginario, Pagina dell’evasione, Pagina delle Esplorazioni interiori (o nelle interiora, aruspice e cerusico di Te stesso?).

Viaggi nell’inconscio inconsapevoli di attraversare mondi spesso più insidiosi e brutali di quello esterno. La reclusione è chic, se puoi permetterti lussi e privilegi divagatori. Divagazioni sul tema, dal tema, nel teorema. Evasioni innocenti, non troppo, un po’ filibustiere, Fratelli della Costa e della Corsa.

Divagare, vagare, negare e annegare contro e dentro ogni bisbetica, banale evidenza. Brancolare tra bracieri spenti, spigoli improvvisi in agguato nelle tenebre. La ragione assopita genera mostri o i veri adorabili mostri della Laguna Nera si sono dati alla macchia per evitare di condividere con noi un finale inglorioso e indecoroso?

L’orologio della piazza ha battuto la sua ora (in assenza di campane e sacrestano, ci accontentiamo), un orologio fermo da un’eternità, ma, fortuna sua, nostra ennesima somma vergogna, due volte al giorno indovina quella giusta. Indovini da baraccone Barnum? Magari. Indovini indottrinati indottrinano masse ignare per conto dei Neo Leviatani e non si tratta di un gruppo rock post moderno.

Due volte al giorno non puoi bagnarti nello stesso fiume, ma sprecare il doppio dell’acqua in docce inadatte a mondare anime lorde, al netto dell’assenza di cervelletti verdi fritti alla fermata del treno; ma se il fiume non scorre più, arido come la nostra giustizia, arido più della nostra petrosa solidarietà (se sei povero e/o ultimo, ti tirano le pietre, aguzze) posso almeno deambulare nel suo stesso letto?

Balie per i Popoli, balie per le menti, balie e balle asciutte, per Tutti! Latte artificiale artificioso per noi eterni poppanti di Verità Equità Realtà. Confusi e infelici nei nostri girelli con cupola in plexiglass, connessi h24 a catene virtuali, più pesanti degli antichi piombi della Serenissima.

Oh, come vorrei evadere, da Sant’Elena, da Spielberg, dal Castello d’If (per correre a perdifiato e perdigiorno e perdisogni in If di Kipling), evadere da me stesso, liberando anche l’abate Faria(s).

Ancora oggi mi chiedo se fosse un mozzo poliglotta giunto dal Sud America, spacciatosi per immarcabile centravanti, o un astuto porporato capace di insinuarsi alla corte degli imperatori, con occultato nel breviario il suo losco catalogo, per Madamine annoiate e agiati Madamini.

Il Razzo di Melies per raggiungere e accecare la Luna, renderla un Polifemo satellitare, nell’occhio del Ciclope e per correttezza istituzionale anche in quello del Ciclone (grossa bicicletta mono ruota?); pareti del cervello con troppe finestre ormai murate, calce viva per le anime morte; libiamo, in alto i calici, brindiamo, spumeggianti più che mai, perché non siamo mai stati meglio di così, anche se dopo, andrà comunque tutto bene. Garantito al limone!

L’ultimo imperatore – del mattone e della monnezza – si è trasferito, satollo di karma placcati oro e zen di platinorum, sul suo satellite artificiale, a bordo del suo shuttle privato; progettato in esclusiva per lui e per la sua corte dei miracoli dai suoi scienziati personali, nei suoi laboratori, personali anche quelli (come cantava il Molleggiato: possiedi… personalità!). Satellite artificiale, vero paradiso fiscale.

Pagina del Buon Viaggio immaginario a quei pochi miliardi (non miliardari) di proletari rimasti, con o senza prole.

Un’oncia di peyote non si rifiuta a nessuno: Buon volo Pindarico senza rete, non svegliate Kundalini che poi s’incazza!

Attenti al ritorno, è sempre quello il momento più insidioso!

A meno che la vostra traiettoria di ammaraggio non sia stata precedentemente calcolata da Katherine Johnson o non vi abbia fornito uno strappo cosmico Valentina Tereskova.

Dissolvenza

(post multimediale)

Pagina Bianca, Pagina della Dissolvenza.

Come in quei vecchi film del Cinema Muto, pagina dell’immagine che lentamente si diluisce fino a scomparire, passaggio dolce da racconto a nuovo racconto o a capitolo successivo, passaggio di consegne e testimone tra sequenze di una stessa storia o tra storie che vogliono essere raccontate, che vogliono dialogare; pagina dei personaggi che senza frenesia perdono definizione, sfumano come avvolti in una nebbia improvvisa generata misteriosamente, poi all’improvviso scompaiono come se ci fosse un Deus ex Machina (da presa) di nome Houdini, fagocitati dentro una dissolvenza al nero o in qualche gradazione di grigio, fagocitati dentro un solo minuscolo punto luminoso, pulviscolo di Luce bianca.

La Luce Bianca e la Pagina Bianca rappresentano la fine della pellicola e della narrazione? Alfa e/o Omega? Incipit o epilogo? Salvezza o dannazione?

Un Gabbiano maestoso plana veloce sotto il Ponte di Ferro, sfiora appena le acque limacciose del fiume un tempo, molte ere fa, biondo e eterno (finché è durato), afferra e ghermisce con il becco qualcosa che solo la sua vista e il suo istinto gli hanno segnalato (alga, pesciolino o ennesimo rifiuto di plastica?), con destrezza armoniosa, senza perdere il suo bottino, riprende quota; in piena apertura alare sale quasi in verticale, si staglia contro il tramonto che solo qui, nonostante la deturpazione dell’uomo. continua a offrire e offrirsi generosamente alla vista con ogni gamma dell’oro e dell’arancio, sapientemente miscelati dalla mano divina di un Van Gogh metafisico.

Il Gabbiano, tornando monarca del Cielo, lancia agli umani il suo monito più stridulo, il suo sgraziato, ma incontrastato inno alla Vittoria.

Sopra e sotto quel ponte, nel Mondo Prima, estati infinite. Il Fiume scorreva, ma lasciava scorrere bipedi, concedeva loro di organizzare sulle sue rive, feste e momenti di gioia senza atti di contrizione e penitenza.

Una ragazza, Emily Dickinson di Trastevere, percorreva silente argini e ponti, l’ingovernabile traffico inquinante si bloccava e dai finestrini aperti su nubi tossiche di smog, aspiranti vitelloni sgranavano pupille incredule: “Ma è Winona Ryder? Massì, quella de Edward mani di forbice e de Giovani carini e disoccupati…”.

Enigma mai risolto. Dilemma senza soluzione.

Raggi cosmici, Raggi Fotonici, nelle tiepide indolenti dolci notti stellate.

Cori di rane che nello stagno combattono per la Libertà. Batracomiomachia e Eros, Eros e Thanatos, ranocchi di fiume o Demetan & Ranatan che sognano girini del Domani?

Luminose fanciulle che ballano cantano e nelle loro teste belle fabbricano pensieri come coriandoli pancromatici.

Dove sei oggi Pat ragazza del baseball? Hai modificato regolamenti e inique usanze?

E Tu, Sugar, hai realizzato i tuoi sogni depurati dalla rabbia?

Mademoiselle Anne, avete infine rinvenuto il Vostro destino in fondo alle tazze di profumato te?

Una Donna che vede oltre muri e barriere piange, ha percepito per la prima volta, dopo anni di ascolto in lunghi viaggi e concerti itineranti, le parole di Stella d’Oriente.

La Notte qui scende piano, l’accompagna un ricordo lontano…

Seguo con gli occhi quell’eterna corrente, amo quelle visioni fluviali; anche se non ci sarai, tornerai: dal Fiume tornerai. Non è importante che Tu ci sia, o no, ma che T’amo e T’amerò.

Fade to Grey, Fade Out, Dissolvenza incrociata, Dissolvenza al nero.

Nero di seppia, parole eleganti, mondo anticato.

PROFESSIONISTA? PREFERIREI DI NO

Lui, sempre lui. Era quasi un’ossessione, una magnifica ossessione per tutti noi della squadra, per tante, infinite ragioni. Vi ho detto vero della vaga somiglianza somatica con Brad Pitt? Certo, sicuro.

Fisicamente invece (anche come stile di gioco) ai più ‘efferati’ di cose calcistiche, ai fanatici che conoscono come antichi rosari non solo anno di fondazione della prima squadra di calcio – che sia nata in Cina prima di Cristo, o nella Firenze medicea o in qualche sobborgo popolare e operaio di Londra e dintorni durante l’avvento dell’era industriale! – ma ti sciorinano a memoria anche nomi, cognomi, soprannomi della formazione titolare… ecco, per costoro, BradHypo sembrava ‘il gemello sputato’ (cosa mai vorrà dire, ancora me lo chiedo) di Mariolino Corso.

Forse è per questo, che lui, il nostro lui, non solo è stato l’unico ad avvicinarsi alla chimera di essere tesserato per una grande, vera, gloriosa società professionistica (cribbio, il Milan!), ma è stato anche l’unico a osare l’impensabile: come Celestino V, mutatis mutandonis, oppose un cortese ma netto rifiuto. Sì, avete capito bene, lo sciagurato genio del calcio, dopo provino ufficiale a Milanello e proposta di contratto, disse, come sempre senza enfasi: “Grazie, preferisco di no. Io quando gioco a pallone voglio pensare solo alla bellezza e al divertimento, qui sarei distratto da troppi fattori: l’immagine, il ruolo, la fedeltà agli sponsor. Non fa per me, scusatemi per il tempo perso”.

Lasciò come faceva con le sue finte sul campo (compresa quella che durante la partitella gli permise, senza nemmeno toccare il pallone, di mettere sedere a terra il libero titolare e osservare che la sfera esaurisse la propria energia cinetica poco oltre l’ostacolo utilizzato per l’occasione come porticina) tutti interdetti e senza parole; ma forse proprio perché davvero rammentava un po’ troppo un idolo che era stato in fondo uno dei simboli storici degli odiati cugini, non scatenò moti di disperazione o estremi tentativi di convincerlo a mutare decisione tra le fila dei dirigenti del Diavolo presenti alla partitella.

Così, davvero così, sfumò quell’incredibile opportunità, e non si ripresentò mai più, perché sappiamo che il microcosmo calcio è come un piccolo villaggio tradizionale, con i suoi riti, con le sue regole che per convenzione comune mai devono essere infrante, né messe in discussione, pena il crollo di tutto il circo, compresi tendone spalti e carrozzoni.

BradHypo era quello fortissimo, lento e soprattutto troppo bislacco per fare il calciatore professionista.

“Non ha la testa giusta”, dissero di lui nell’ambiente, quasi a giustificare “uno spreco scellerato di talento”.

O forse, ma la mia è solo un’opinione da profano del ‘calcio industria’ dello spettacolo e, soprattutto, da amico, aveva troppa testa.

“Voglio solo divertirmi, se devo concentrarmi su altro mi distraggo e la magia muore”.

Tutto qui, non c’erano altri segreti.

Forse.

Non raccontò mai, neppure a me, perché alcuni anni dopo, all’improvviso, decise di non giocare più, di non allietare più con le sue invenzioni compagni, spettatori e perfino avversari.

Non furono le sconfitte, perché vi ho già spiegato, credo, che non badava in modo particolare al risultato (era felice se ci vedeva felici); ma vi posso garantire che alcune batoste lasciarono invece il segno sul morale e sull’entusiasmo di alcuni di noi, suoi compagni.

Non quindi la maledizione che sembrava aleggiasse sulle nostre teste e che sempre ci impedì di vincere il campionato fu la causa del suo addio al calcio. Collezionammo risultati incredibili con prestazioni fantasmagoriche, riempimmo comunque la nostra bacheca sociale con coppe e supercoppe, ma il campionato ci sfuggì sempre, come una sorta di primula rossa o di fantasma inafferrabile. Ci furono incredibili battaglie campali, rimonte impensabili in condizioni improbabili (improbabili condizioni fisiche nostre, improbabili condizioni meteo per disputare qualcosa che somigliasse vagamente ad una partita di calcio), ma come fossimo, debite proporzioni sempre presenti, una piccola Olanda (Arancia Meccanica…) dei dilettanti, nonostante il nostro gioco spesso brillante e emozionante (soprattutto grazie a Lui), la Vittoria finale restò per noi un traguardo troppo lontano, altissimo, impervio, irraggiungibile. Una Fortezza inespugnabile nel deserto dei sogni irrealizzabili.

Senza averne coscienza, eravamo entrati nella leggendaria enciclopedia calcistica delle grandi squadre rivoluzionarie senza vittoria…

Prima puntata: Vi presento… BradHypo

Seconda puntata: Salgari, la Nonna e la Briscola

CONTINUA?

Bambini perduti

Pagina Bianca, Pagina delle Domeniche mascherate: domeniche che hanno sostituito e cancellato per sempre Carnevale. Brighella Ballanzone Arlecchino Colombina, siete superati obsoleti inutili, siete fuori, fuori dal Tempo, dalla Storia, dalle storie sui social.

Domenica è solo l’ennesimo involucro vuoto, un suono che si spegne nel silenzio, senza alcuna identità. Abbiamo scelto di fabbricare giorni senza nome, giorni senza sostanza, giorni senza quotidianità, non giorni per travisare e mimetizzare non umani.

Nella scintillante società tecnologica senza confini, aboliti per legge suprema tutti i limiti e le regole della Natura, avevamo creato dal nulla della stessa sostanza del Nulla, i famigerati non luoghi; fisici materiali impersonali al cubo. Dove annegare nell’anonimato in mezzo ad un oceano di invisibili sconosciuti alieni. Un abominio (a)sociale, strutture sofisticate eppure surreali, monadi stipate rinchiuse in bolle artificiali, rinchiuse ermeticamente in bolle virtuali e indistruttibili, edificate con grigi mattoncini di ego senza L; finte emozioni sovrastrutturali per annientare passioni naturali di lacrime sangue e sudore, estensioni tecnologiche e rozze propaggini cibernetiche (clave chiodate del contemporaneo), algide, spurie di umanità, acuminate per ferire mortalmente gli altri concorrenti nella ruota dei criceti, per abbattere nemici perfidi, astutamente travestiti da fratelli di Pianeta.

Per la legge mai scritta del ‘contrabbasso’, ottone ammaccato e stonato, siamo stati relegati (rilegati, non come preziosi codici miniati, ma come neo schiavi inconsapevoli) nella risacca tossica dei non giorni, mucillagini e meduse radioattive da far impallidire il reattore di Chernobyl, sommersi da gusci acuminati di conchiglie vuote, conchiglie di plastica, vuote di senso, foriere di soffocanti infinite parole vuote che bruciano le ultime particelle di ossigeno e azoto.

Parole sussurrate, parole urlate, terribili parole delle ataviche paure, voci metalliche impersonali, voci senza volto, toni calibrati del Padre Supremo che acriticamente e draconianamente ammonisce e soprattutto punisce, ma si astiene dall’insegnare;

rigido maestro ex cathedra (hey teachers, leave the Kids alone), che impartisce lezioni senza costrutto senza memoria a stuoli di adulti ragazzini, adulti imprigionati per sempre in un’adolescenza senza vie di fuga, senza oblò da cui gettarsi in mare aperto o lanciarsi nel vuoto di porti industriali, cuori neri e morti di stantie civiltà.

Pagina bianca delle Voci bianche, Pagina bianca delle Voci infantili; avrete notato anche voi che i Bambini sono spariti dalle città, come in M mostro di Dusseldorf (Peter Lorre dove sei? Vuoi diventare segretario generale dell’Unicef?);

dai cortili, dalle finestre aperte, dalle terrazze condominiali, echeggiano ancora le Voci dei Bambini perduti, bollati, marchiati con scarlatti marchi d’infamia, untorelli manzoniani dell’illusione chiamata Futuro, sicari al soldo e servizio del Necromante finale.

Voci vere o illusioni sonore registrate?

Quelle voci definite un tempo argentine con manierismo stereotipato, come il coro delle Rondini, o quello degli Alpini, percorsi indefinibili di inusitata Libertà, tra Cielo e Montagne emerse dagli abissi;

Cielo, Montagne, Mare, sono davvero esistiti?

I Bambini, dove sono andati tutti i Bambini?

Pagina Bianca della Colpa, Pagina della Condanna eterna, Pagina dell’Espiazione impossibile, delle impossibili assoluzioni e prescrizioni per tutti i crimini che abbiamo commesso e perpetriamo senza posa contro i Bambini.

Divano (nido?) vuoto

Pagina di quelli che parlano con se stessi, parlano con la Luna e si confidano con il suo volto nascosto.

Tutti gli altri interlocutori sono mimetizzati, in rotta strategica, in fuga o esiliati?

Chissà se almeno Astolfo e l’Ippogrifo si sono salvati; o saranno stati costretti a recitare in telenovelas e talk show (o nell’ennesima serie virale su Moonflix???);

confido nelle truppe di Re Vega, la loro base di sicuro esiste ancora e resisterà, non può essere stata espugnata, non da noi; nemmeno l’avamposto terrestre su Selene che ora e sempre dal 1999 veglia su di noi e sulle nostre traversie può essere caduto nell’argentea polvere satellitare…

Ama il tuo nemico come e più di te stesso, perché lui è il tuo cuore di tenebra, ma è comunque un cuore che diffonde vita; ogni avversario è un simbolo, ogni antagonista deve essere reale, necessario per mantenere viva vegeta reattiva l’Umanità – anche senza soccorso Atlas – , per illudersi ancora che una salvezza sia possibile.

Parlo con il Silenzio, dopo averlo invitato a entrare, accolto con gli onori dovuti e meritati, auscultato attentamente, senza interruzioni di insopportabili pause caffé o pause reclame.

Parlo con la Coscienza, anche se dubito che Lei abbia voglia di rivolgermi volto e parola, afono per troppi anni – io – , mai davvero riscattata per intero, nemmeno con grida dal e nel silenzio o con grida d’aiuto; gride imperiali che hanno imposto la cessazione della società civile, dei gesti di civiltà minima e umanità di base.

Parlo con Dio, poi in un raro momento di lucidità, noto che la teoria di quelli che parlano (a sproposito) con Lui, di Lui, per Lui… è già lunghissima, affollatissima, infinita.

Abdico e abiuro me stesso.

Parlo con i miei colleghi, gli dei dell’Olimpo o di un pantheon anche minore, anche più umano, anche proletario e di periferia disagiata, esterno ad ogni sacro GRA (Grande Raccordo Analgesico).

Vorrei parlare con la Grande Anima Mundi, con la Natura, con Pangea, con il vero nucleo ontologico di ogni essere vivente, animale o vegetale, terrestre o extraterrestre, perché se appartengo all’Universo, nessuna anima o cosa di questo Universo può essermi aliena.

Condivido la mia sorte (ria o attraversando il rio che scorre eternamente?) cercando sinceramente empatia e comprensione con gli Universi, presenti, paralleli, obliqui, ubiqui.

Parlo, parlo, parlo; parole fitte come nebbia padana, per ore, come ventriloquo a energia solare, ciarliero come mai in vita mia, né prima né dopo.

Parlo anche senza divano, senza divano rosso, senza divano dello psicanalista. Senza necessità di ipnosi, solo per desiderio di gnosi, di sofia. Di catarsi verbale mentale spirituale.

Attendo l’ora fatale, esiziale, quella delle rivelazioni ultime, i segreti di famiglia, inconfessabili anche al cospetto della fine del Mondo, anche in camera caritatis di fronte alla cattedra dei Reggitori Supremi.

Attendo senza respiro, anzi, con il respiro interrotto, quell’unico decisivo, fondamentale momento, come un goal da cineteca in zona Cesarini (dei Cesari, minori), attendo il rigore, calcistico e morale, finalmente vincente, capace di spezzare le catene delle colpe, vere o presunte, della stasi della vita, nella vita, dalla Vita.

Attendo me stesso: impostore magno, fuggiasco infingardo, travisato con i panni lisi del solito appassito Godot; attendo la Vita che scorreva impetuosa come fiume galattico, mentre restavo inerte, identico a me stesso, inutile burattino senza fili.

Eppure, sempre seduto sulla stessa riva dello stesso fiume, abbarbicato al saggio Salice che si specchia e piange per tutte le Ofelie fluttuanti, canto senza pudore inni stonati alle meraviglie del Cosmo, osservo, parlo con me dentro di me, attendo con fiducia.

Sperando che la prossima Ofelia in transito fluviale non sia me.