Lunari Primordiali

Non mi chiamo Astolfo, credo.

La discussione lunare sul nostro sbarco – reale o inscenato – su Selene è peregrino, ormai.

Scevro di arroganza, al netto della presunzione, sul nostro argenteo satellite, mi reco ogni giorno da quando sono nato e senza necessità di conficcare un razzo in uno dei suoi magnifici occhi. Più ecologico di così.

Siamo ossessionati dalla Luna, era meglio quando ci limitavamo a farci stregare. Da Lei.

Andare di nuovo verso la Regina delle Maree – cosa sono in fondo 300.000 km al cospetto dell’eternità? – sbracare (intendo proprio sbracare) sul volto nascosto – non per colpa sua, sia solare questo dettaglio – per appurare: se sia possibile rintracciare vita; se sia possibile sfruttare giacimenti di materie prime, seconde, anche di seconda mano vista l’arietta cosmica che tira; appurare se ci siano giacimenti (falde), ma d’acqua, al momento molto più utili di quelli fossili, molti più rari delle terre rare; verificare se sia possibile quindi realizzare anche lassù giardini pensili, giardini all’inglese, ammettendo che in realtà l’arte e la cultura dei giardini è prettamente italiana, toscana in primis: brevettiamo?

Ci sorprenderemmo se spuntassero i Meganoidi, ci dovremmo sorprendere di più constatando che mentre il costo della vita – ma una sola vita quanto vale, al di fuori della rete virtuale del mondo dopo e dei videogames anni ’80? – sale vertiginosamente, bollette energetiche comprese, mentre un oscuro banchiere chiede al popolo se preferisce burro o cannoni, abbiamo realizzato il record il primato il “top plus ultra” delle esportazioni di gas: però, se non obbediremo ai diktat guerrafondai (ciao Costituzione!), l’inverno lo trascorreremo all’addiaccio – non Ajaccio – al freddo e al gelo, invidiando follemente la piccola fiammiferaia. A proposito, da adulta sarà poi diventata una spietata manager di qualche multinazionale?

Condannammo il grande Nolano al rogo, oggi Lui si vendica – idea sciocca, ne ‘convergo’ – innalzando oltre ogni limite la temperatura terrestre, perché la vendetta è una prelibatezza che si gusta meglio flambé. Con sorbetto finale, digestivo.

Se la Luna conserva una faccia nell’ombra, non lo fa per emulare Giano, né per incoraggiare la tipica doppiezza umana; inutile indagare, avrà le sue ottime regioni e ragioni. Legioni, lo escluderei.

Pompidou o Yuppi Du, questo è il dilemma: se hai coraggio, opta. In un momento della transizione umana così opaco, ci sono ancora gesti che fanno respirare cuori e anime. Non è un caso che i protagonisti siano due giovani ciclisti, perché gli eroi, quelli veri, sono sempre nel fulgore della gioventù, belli e audaci, in sella ai loro destrieri, cioè, velocipedi. Vingegaard e Pogacar – il primo, in maglia gialla, attende il rivale, in maglia bianca, ruzzolato a terra, durante una discesa a rompicollo. Bello buono utile, gli Antichi lo sapevano: per tacere delle Alpi e dei Pirenei, habitat perfetto per duelli o anche trielli, tra uomini e natura, calati negli elementi e nei colori primordiali, selvaggi nelle sfumature migliori e più ampie – anche, di vedute – possibili, quindi immaginabili; e viceversa.

Una Luna rossa gigantesca che spunta alle spalle di un monte nero; prima o poi ci rialzeremo dai nostri bassifondi, ma godiamoci spettacoli di ineffabile bellezza che non meritiamo. Il Voyager 1, sonda spaziale in viaggio da 45 anni, è giunta a 23,3 miliardi di km dalla Terra, oltre molto oltre le Colonne d’Ercole del nostro sistema solare; una distanza inconcepibile per la mente, una distanza che conferma quanto ci voglia ‘nasa’ per riuscire a orientarsi negli abissi cosmici. La sonda, forse stanca, forse provata dall’anzianità di servizio, ora ci invia dati che gli scienziati giudicano totalmente incongruenti, come se vagasse in stato confusionale; oppure, ipotesi alternativa, quelle civiltà aliene che ci illudiamo ostinatamente di riuscire a contattare in qualche modo – per convincerle a salvarci da noi stessi o per rifilare loro il nostro ciarpame? – si stanno facendo giocose beffe di noi.

Aria Terra Acqua Fuoco: i quattro elementi fondamentali si stanno ribellando; migranti terrestri sulla Luna per sfuggire alla furia filosofica e fisica di Gea?

Auto confinarci in una riserva extra planetaria – Popolo Navajo, dove sei? – come fosse una colonia penale, per mondarci dalle nostre responsabilità? Mentre una giovane Principessa tenta di riportare armonia nelle contrade, in sella all’equo e giusto equino nomato Opale.

Nella riserva, vagando per arrojo aridi, alla ricerca di Lunari da sbarcare dai fidi fidati intelligentissimi muli, sperando nella saggezza millenaria degli Anasazi:

perché solo la pazienza del vento, reiterata per eoni, riesce a trasformare perfino le crepe nella roccia in nuove sorgenti.

In tensione

Vorrei diventare un provetto inseguitore del Sacro, anche mentre dormo, come insegnava il Saggio.

Vivere in tensione – nell’accezione (anche, eccezione) migliore – verso il sublime, liberarmi da orpelli e catene (meglio di Houdini), sublimare me stesso fino a rendermi pura essenza, in volo verso il Tutto, verso l’Ente primigenio universale.

La Bellezza e la Poesia possono aiutare, una messa laica cantata e mistica possono ispirare e indicare la strada; se vi capitasse di incrociare i sentieri degli artisti Amara e Cristicchi siate propensi e predisposti a condividere molti passi insieme a loro: prima e oltre la loro grandezza artistica sono grandi anime. Hanno davvero recepito il messaggio, hanno visto la vera luce, quella senza ombre, hanno capito che siamo tutti piccoli ruscelli senza fonte, in questa vita terrena, ma hanno imparato che accettando questa nostra natura di pulviscoli cosmici, questa nostra transitoria finitezza, possiamo evolvere perché se ontologicamente siamo emanazione dell’Unico principio, possediamo dentro di noi la predestinazione all’eterno, in qualche forma e/o dimensione. Una piccola scintilla che attraverso la nostra evoluzione e liberazione dobbiamo aiutare a diventare luce perenne. Con grazia, leggerezza, attraversando beatitudini sublimi.

Dalle magiche rive del Lario alle torride strade del luglio francese, in sella ad una formidabile bicicletta perché Lui era formidabile, in tensione verso i suoi sogni da bambino: il destino è per motto popolare cinico e baro, qualche volta anche nella realtà, ma Fabio Casartelli, al pari di Marco Pantani, vive sempre nei nostri cuori: oggi pedala libero sui sentieri dell’Universo.

Chiedi a una ragazza di 15 anni di età, chiedile – a lei e a tutta la sua tribù di amiche e amici – chi fosse Mafalda e soprattutto il nome del papà della buffa, spigolosa bambina dai riccioli neri come carboni ardenti; chi fosse e come per decenni con il suo fulminante sarcasmo sia riuscita a denudare le debolezze, le miserie del mondo dei presunti adulti e fustigare tutti i vizi peggiori della loro sedicente evoluta società. Grazie Quino.

Avete mai osservato quanto siano belle le Tigri del Bengala sdraiate – non in tensione – in rilassamento felino accanto a ruscelli e pozze d’acqua nelle jungle più fitte? Se smettessimo di devastare specie viventi prima del nostro acefalo interventismo, se smettessimo di attentare alla biodiversità in nome del feticcio chiamato sviluppo, forse anche la tensione del Pianeta azzurro cesserebbe.

Tensione corporea, la medesima di Michelangelo Merisi – sempre lui, il Caravaggio – mentre divorato da una insana febbre (non solo fisica, fisiologica) moriva abbandonato sulla spiaggia di Porto Ercole; si era imbarcato a Malta, dove sopravviveva da auto esiliato, per sfuggire alla sedicente giustizia dopo i guai combinati a Roma e Napoli, con la speranza di tornare nella Città Eterna, per ottenere dal Papa il condono dai suoi peccati capitali. Per meriti artistici, ma la Vita e la società degli uomini, forse, non funzionano così, forse, semplicemente, con o senza tensione costante, non funzionano.

Tensione, alta tensione in un mondo che considera pandemie e guerre benedizioni per il trionfo del pil (finché ci sono, c’è speranza…), per conferire sempre più i pieni poteri al mercato globale sovranazionale di stampo liberista. Le vittime umane sono poco meno che incidenti di percorso sull’altare del profitto.

Tremate, empi – non perché lo scrive un indegno allievo dello scriba – ma vuoti dentro: vi credete invulnerabili, ma fino alla liberazione dalle passioni velenose sarete condannati a tornare: ancora ancora ancora e non sarà per raggiunto miraggio dell’immortalità (enormemente sopravvalutata).

In tensione evolutiva, per tramutarmi in un chicco di grano: dentro, tutti i segreti dell’armonia e della bellezza universali.

Dentro, l’innata capacità di nutrire i Popoli della Terra.

Presente remoto

Un milione di anni fa, o forse più.

L’incipit della sigla di chiusura della serie nipponica animata Ryu, ragazzo delle caverne resta bellissima, attuale, ma andrebbe forse aggiornata allo stato delle cose.

L’Umanità – ciò che ne resta – dispone di un nuovo potentissimo telescopio fotografico, capace di scrutare negli abissi oscuri dell’Universo per intercettare, recuperare, immortalare il presente che ci siamo lasciati alle spalle. Per ammirare la bellezza inquietante, ostile, poetica del cosmo distante da noi 4,6 o financo 5 – perché no? mi voglio rovinare – miliardi di anni ‘fu’; le luci, i colori di corpi celesti che non sono più tra noi fisicamente, ma che hanno lasciato tracce indelebili nella memoria storica, sulla lavagna della Volta. Uno alla volta, per carità: fatico a riesumare i fatti degli ultimi, recentissimi 365 giorni, immaginate il resto; il resto mancia, il resto del carlino oppure un decino di rame per acquistare un romanzetto stampato grossolanamente su carta riciclata; chissà mai che nel racconto popolare di un viaggio di uno o più eroi, si possano trovare se non le origini, almeno le ispirazioni.

Nei momenti peggiori, nei momenti oscuri, non di eroi ci sarebbe bisogno, solo e sempre di buoni esempi: fate quello fanno e non quello che vi predicano aedi di sventura, mercenari dei gangli del potere.

Francis Drake – lui sì, un vero drago dei mari – a bordo di un guscio di noce, con una ciurma di disperati ma cugini di primo grado dei sette mari, per primo realizzò l’impresa di circumnavigare questo nostro piccolo, pazzo, meraviglioso Mondo.

Attendiamo il primo circense, cioè, circumnavigatore del Cosmo, garantendo – almeno a lui – un salario non minimo, ma dignitoso equo commisurato alle esigenze della vita universale.

James Webb che soppianta e costringe alla pensione il vecchio Hubble ci costringe ad un ulteriore bagno di umiltà: credevamo di essere pulviscolo però geniale, invece forse siamo anche meno. In ogni caso, anche il potente e sofisticato Webb, per farsi lanciare in orbita, ha avuto bisogno necessità limite di appoggiarsi alla sua guida e musa Arianna.

Il Poeta scrive che il bianco e il blu sono mari, isole, natanti: le isole e le coste offrono riparo, riposo, ristoro ai marinai, ma una vela, piccola o grande, per sua intima vocazione e natura, prima o poi, continuerà a scegliere di navigare, anche controvento, anche contro corrente.

Nel presente remoto tutto accade nello stesso istante, senza soluzione di continuità (forse, senza soluzioni); la presa della Bastiglia, l’attentato a Palmiro Togliatti vicino a Montecitorio ma con la guerra civile evitata dalle imprese di Gino ‘il giusto’ Bartali al Tour, il debutto sul piccolo schermo di mio fratello Calimero, il ritrovamento grazie ai prodigi delle scansioni di un autoritratto di Van Gogh – Van Gogh, Vincent Van Gogh! – dietro una tela appartenuta al papà di Ian Fleming, padre letterario di James Bond.

Oppure credere di riuscire ad addomesticare e cavalcare l’Orca nel giorno dedicato alle sue celebrazioni; non un’orca qualsiasi, ma Horcynus Orca quella di Stefano D’Arrigo, unico capace di rivaleggiare in scarsa leggibilità con James Joyce: Oh, giovanotti, ma ve lo volete mettere in testa che quella non è una quilibet qualsiasi, ma è l’orca, orca orcinusa, la Morte in una parola, la Morte marina? Ma sul serio, sul serio pensate di poterla fare fessa, di incavallarla? Ma sul serio, sul serio pensate di poterci qualcosa, di influirvi, di cambiarle il principio?

Questo presente remoto logora più dell’inseguimento ai sogni, più delle utopie che non tramutiamo mai in progetti.

Questo eterno presente remoto, però iper definito nell’immagine, iper pre determinato dall’algoritmo supremo, è come un impietoso confronto tra il cinema muto in bianco e nero e quello del mondo dopo, infarcito di improbabili colori, effetti forse speciali, però algidi:

100 minuti negli ultra versi virtuali non valgono una sola, romantica dissolvenza nel seppia.

L’estate più bella del Mondo

Le bandiere: finalmente sventolate, lasciate libere di garrire al vento, senza più vergogna.

La gente in piazza, fiumane inarrestabili di persone che nell’azzurro torrido eppure fresco, sciamavano festanti, iridescenti.

La gioia vera: assaporata fino in fondo, dal primo all’ultimo morso, in quanto improvvisa, inaspettata, imprevista.

L’estate, la più fulgida e lussureggiante delle stagioni, ma anche la più ingannevole: pare possa durare in eterno, ma finisce in fretta – come certi giochi certe illusioni certe passioni divertenti – fugge e lascia sovente sul terreno frutti amari, sorprese spiacevoli, effetti deleteri. O rammarico, preferibile, o malmostoso rimpianto.

Non a caso, Just an illusion degli Imagination fu uno dei dischi più acquistati durante quell’anno formidabile (per tacere di Der Kommissar, Paradise, Reality).

Il peccato più grave collegato alla gioia resta sempre l’incapacità di riconoscerla, di goderne, di rendere pan per focaccia con gratitudine, a coloro, o allo stesso destino che anche solo per un istante hanno voluto graziosamente concederla.

Fu giusto, fu un diritto sacrosanto non considerare il ponte chiamato passato, né quello da edificare, conosciuto ancora oggi come futuro (sempre in divenire, di là da venire), per ballare insieme sulla piazza solida, ma finita, del presente. Fu lecito abbandonare all’oblio il piombo e il sangue del decennio precedente; fu bello volare con le biciclette nel cielo notturno stellato grazie al piccolo amico venuto dallo spazio, manifestare a NY in 750.000 contro le armi nucleari, applicare per l’undicesima volta l’eccezione del minuto di 61 secondi – aggirando la precisione dei cucù elvetici.

Fu giusto quell’urlo contro il cielo, urlo più famoso di quello di Munch, grazie al quale ci riscattammo in toto da noi stessi, credendo per un solo secondo – quello in più, mai esistito – che con la magia della voce saremmo rimasti così, giovani dentro e fuori, giovani dentro quell’estate, in eterno.

Le mani vigorose che innalzarono al cielo madrileno il trofeo erano le sue, quelle del Capitano silenzioso, ma erano – anche – le nostre e quelle dell’Artista che le immortalò sulla tela con le pennellate indelebili della Storia collettiva; le braccia che cercavano altre braccia erano le loro – bravi ragazzi come noi, uomini non replicabili, come Gaetano – che ci avevano creduto e si volevano bene, ma erano anche quelle di un popolo senza identità comune, di genti popoli torri campanili correnti per una volta popolo unico: è stato un attimo, ma è stato bellissimo, il più bello. Forse; però: Grazie. Solo e per sempre, grazie.

L’estate più bella, nell’immaginario e nell’incontentabile animo dei bipedi, purtroppo è sempre la successiva: la prossima sia, dunque, quella della definitiva affermazione dell’Umanità e, soprattutto, non sia sorella gemella del famigerato Godot. Anche in contumacia di coppe e di campioni.

(Rammentando: Spagna, 13 giugno – 11 luglio 1982: mandi, Vecio)

Effetti

Arenberg, basta la parola.

No, non si tratta del confetto dagli effetti purganti, ma della mitica foresta, temutissima da chi ama il ciclismo: certo, affrontarla potrebbe indurre gli stessi risultati lassativo emozionali delle pasticche, ma questa è davvero un’altra storia.

Non dimenticate a bordo o in sella i vostri effetti personali, soprattutto – sarebbe inopportuno – gli affetti. Vedete quello che potete fare in proposito, nel caso, attrezzatevi. Non lavate via quella polvere, non subito: forse non si percepisce, tra sobbalzi sulle pietre, sudore, cadute, botte terribili, escoriazioni e sangue, ma quelli sono pulviscoli di Storia, per una volta – illo tempore, c’era una volta una ruota – quella vera.

L’ottimo Gian Antonio Stella segnala che siamo tutti ambientalisti – tra l’altro, per qualcuno è assimilabile a un terribile insulto, ma nel nostro unico interesse dovremmo esserlo davvero tutti – con la tutela dell’ambiente altrui: ergo, se sussistono mire espansionistiche di voraci interessi privati, anche le doverose procedure previste dal codice in ossequio alla Costituzione, vengono serenamente omesse ignorate inapplicate. E’ il caso delle famigerate pale eoliche marine che stanno deturpando assieme alle colate di cemento la meravigliosa Sardegna: per questi progetti di sedicente sviluppo nessuna via nessuna vas (le valutazioni pre e post progettuali sugli eventuali impatti contro il ‘paesaggio’), mentre le antiche torri litiche difensive erette ai tempi del Barbarossa, con la loro struggente bellezza ci rivolgono sguardi di biasimo e pietà.

Caro Mr Wonka, voi insegnate al mondo che il cioccolato si tempera; non so se esista correlazione – non c’è correlazione, belavano in coro certe schiere di schiavi, un tempo – ma anche le sopraffine lame di Toledo, si temperano. Cioccolato rigorosamente fondente per stemperare le intemperanze e nel godimento del palato e della mente, ritrovare le giuste, opportune armonie collettive. Pare poi che sbocconcellare cioccolato fondente sia propizio e propedeutico per altre piacevoli attività, ma almeno per una volta non sconfiniamo in zona rossa: o anche sì. Meglio, chissà.

Tropico del Capricorno, Tropico del Cancro, ora anche chi vanta natali ai tropici comincia a preoccuparsi: il solito team di esperti – quanti ne abbiamo sparsi sul Pianeta – pare abbia individuato un altro buco nell’ozono, stavolta in corrispondenza dei Tropici, addirittura sette volte più ampio rispetto a quello sopra l’Antartide. Un altro gruppo di scienziati ha però criticato con veemenza questo studio, bollandolo come lavoro superficiale, zeppo di errori, anzi di buchi. Si resta allibiti, al cospetto dello spettacolo della scienza ufficiale, quella che dovrebbe aiutare l’Umanità ad alleviare grandi sofferenze, a individuare soluzioni alle grandi questioni che stiamo affrontando nel terzo millennio. I saggi antichi avrebbero sentenziato: peso el tacon del buso (o del sbrego). Purtroppo, non ci resta che piangere.

Tutto sommando – è il totale che fa la somma e anche la soma – meglio issarsi in spalla gli effetti e gli affetti essenziali e partire camminando, per un viaggio senza destinazione né conclusione certa, ma con il chiaro intento di andare a vedere cosa ci sia dietro ogni muro, oltre ogni ostacolo;

un viaggio fisico e onirico, un viaggio dentro il mondo e dentro i sogni, attraverso sentieri sinuosi, derive non lineari ma armoniche – meglio perdersi per trovarsi – con i tasca taccuini, penne, matite e una piccola armonica a bocca.

Binari (goccia)

Pagina dei problemi da abolire

Il nazionalismo rigurgita? Aboliamo le nazioni. Sembra un paradosso, un’utopia – sempre meglio di un’autopsia – sarebbe un magnifico programma politico e tra l’altro qualcuno ci aveva già pensato addirittura nella prima metà del secolo passato (forse, non per caso).

L’economia globale di regime neo liberista distrugge risorse, ambiente, cancella biodiversità, diritti, costituzioni? Ne stiamo ancora a discutere? Aboliamola, ora e per sempre, ammesso abbia senso l’espressione per sempre.

La vita insegna e diventa formativa quando fa male – lo sosteneva con convinzione e cognizione di causa Alda Merini – però potremmo almeno impegnarci a renderla più sensata, più razionale, più equa, riportandola nei giusti, bilanciati, ciclici binari della Natura.

In fondo, come sostiene il duro e puro degli Angeli del cabaret, questa economia per funzionare ha bisogno di gente infelice e disadattata; così la politica, purtroppo (un tempo nobile arte, ma forse quella era la boxe). Popoli sereni, gioiosi, in armonia con l’Universo non si farebbero mai imbrogliare, sovrastare, limitare, imprigionare dalle idiozie markettare, dell’una e dell’altra: economia e politica, diverse facce della stessa moneta scaduta e fuori corso (nonché tempo massimo), da decenni.

Acca due O: non è la sigla incomprensibile di uno di questi letali cellulari o tablet di generazioni perdute, né il codice identificativo del cyborg che spegnerà il tasto dell’alimentazione all’Umanità. Un tempo era la formula chimica – non alchemica – di un elemento non prezioso, fondamentale. Come ci rammentano gli eruditi acqua nasce dal connubio tra i punti cardinali nord sud, pensandoci manzonianamente potrei anche riuscire a trovare un senso di percorrenza e scorrimento alla faccenda. Peccato che nel frattempo nella nostra ansia nichilista camuffata da modernismo il Pianeta stia collassando per mani lorde nostre e l’acqua non la troveremo più dove eravamo abituati; forse, non la troveremo mai più punto.

Anche qualche illustre accademico di fama planetaria comincia a scriverlo (quindi, nessuno leggerà): confidiamo un po’ troppo sul leggendario potere salvifico delle crisi – crisi sinonimo di opportunità? dipende, soprattutto se i litiganti fanno le comari petulanti, mentre la casa comune è un rogo – tra mezzo secolo, potrebbero (sul serio, stavolta) non esserci più tracce parvenze vestigia della razza umana, vile e dannata.

Come frecce scoccate
da un ludico arciere
che non ha sempre
per mira un bersaglio, bensì
la bellezza d’una traiettoria,
sorvoliamo lo spazio degli anni.
Nella permanenza in volo
ci viene meno l’orientamento,
siamo oggetto di lanci sbagliati
e privi di verosimile obiettivo.
Dove, dove cadremo?
così senza onore.
(Valentino Zeichen)

Se ci salveremo, sarà solo in poetica polifonia:

in fretta, però, prima che evapori l’ultima goccia.

Darsi contegno

Pagina di una petizione: quando istituiremo una giornata mondiale dedicata alle giornate mondiali di qualcosa?

Ne abbiamo riservata una perfino agli asteroidi, compreso quello (politicamente corretto) che – forse – causò l’estinzione dell’avanzatissima civiltà dei Dinosauri.

Ci trastulliamo con queste miriadi di giornate – trastullarsi? baloccarsi in mezzo ai trulli? – per distrarre noi stessi (armi di distrazione di massa, sempre attuali) dalle questioni più serie più urgenti più cogenti; anche più bollenti, perché come sostiene qualche pseudo scienziato sarà anche vero che non esistono mutamenti climatici di natura antropica, però la febbre del Pianeta s’impenna e non accenna a contenersi, diminuire, darsi un contegno; convegno no, ne abbiamo visti a centinaia in questi biechi anni e sono sempre inutili raduni di incartapecoriti dirigenti, totalmente inadatti alla bisogna dell’ecologia e dei Popoli.

Caro Aldo, apri le porte, spalanca – spelonca? – i portoni della percezione: ne abbiamo bisogno, magari quelli delle coscienze e delle menti che al momento paiono chiusi a doppia mandata. Almeno spalanca le finestre, crea un mulinello, un ricambio d’ossigeno che favorisca le sinapsi.

I mari risalgono i letti dei fiumi per decine di chilometri e qualcuno esulta: l’acqua per la pasta è già salata, non solo, è anche già in ebollizione. I confini non naturali, geopolitici, uniscono o dividono? La risposta del saggio Maestro Magris è disarmante nella semplicità: di certo, separano. La matrice resta unica, ma l’uomo con arroganza e delirio di onnipotenza pretende di parcellizzare ciò che nasce comune, condiviso, universale.

Che belli i fiumi verdi, come l’Isonzo, davvero fiume più verde d’Europa, senza ipocrisie markettare: anche i fiumi uniscono, attraversano, collegano e si prestano a essere scavalcati da ponti, per connettere, ancora e sempre più.

Un tempo la tv non era un’arma di distrazione delle masse, né un sinistro medium concepito per indottrinare, ipnotizzare; era abitata, era costruita in modo umano e delicato, da persone e artisti che conservavano volti umani, capaci di regalare sogni emozioni sorrisi: capaci di irradiare ossigeno azzurro, aria di casa, aria di libertà. Sammy, dove sei?

Possiamo preoccuparci dello stato di stress delle obsolete, vecchie industrie occidentali, non pronte, sorprese, non attrezzate al necessario, non più procrastinabile processo di decarbonizzazione del Pianeta; dello stress della Terra, alla fine, pare importi poco a lorsignori, sempre gli stessi. Chissà se i politici e i manager leggono – sanno leggere, vero? – imparerebbero molto anche solo sfogliando l’ultimo report dell’Ipcc (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ente al di sopra di ogni sospetto di conflitti d’interessi): una transizione equa ed efficace, si può fare e si deve perseguire, perché abbiamo già oggi tutti gli strumenti per realizzarla. Senza ulteriori scuse e/o pretesti per favorire le multinazionali fossilizzate.

Mentre perfino la Grecia, culla di tutti i saperi e di tutte le arti, tradisce il ritorno ad una economia ecologica (del resto, l’UE aveva provveduto anni fa a rimettere in riga la Terra degli Dei), gli occhi speranzosi di chi vorrebbe salvarla questa cara antica Terra, cercano Venezia – la magica esoterica metafisica Serenissima – che a settembre ospiterà l’incontro tra i movimenti internazionali per la decrescita (non pauperismo, a scanso di equivoci), in nome della sostenibilità e della salute; perché ormai troppo spesso – come scritto dal professor Paolo Cacciari nel saggio Ombre Verdi – il capitalismo green è un imbroglio:

l’ennesimo, né bello, né buono.

Bianco, quanti giorni a Natale?

Il mondo avvampa, aspettando qualcosa.

Aspettando Corot, dipingo. Non sono più così convinto che la frase, il titolo – nobiliare? ancora? ampiamente post litteram – la battuta fosse di codesto tenore; aspettando, mi chiedo ancora chi aspetta chi o quale evento, avvento.

Sono io in attesa? Da solo? Accompagnato dai genitori con libretto personale e giustificazione ufficiale? Insieme a mio fratello, ad un gruppo di amici? Un assembramento o, peggio, una radunata silenziosa?

Chi è che aspetta? Solo questo angoscioso dilemma, già mi spacca il capello, il cuoio capelluto, il cranio.

Corot, chi fu costui? Lui sì – Giovanni Battista – per mio massimo scuorno, sapeva destreggiarsi con la pittura: essere beato e supremo. Vedutista sarà Lei, con tutto il Suo Paesaggio.

Tela bianca, pagina bianca, paloma blanca; scherzi, non solo di un dottore nomato Destino.

Foto bianca, scatto anomalo senza razzismo implicito esplicitato dai simboli; impressionare l’Universo – quale, di grazia? – che potrebbe essere una luce bianca, un foglio ancora in bianco, un pensiero vergine intonso.

Esiste ancora oggi, nel Mondo Dopo, un’isola laggiù, i cui abitanti indigeni – solo loro, davvero padroni della loro isola – si chiamano tutti Arturo; massimo della democrazia, peccato non siano (possiamo dare loro torto o condannarli?) un fulgido modello di ospitalità: se qualche estraneo fa solo la mossa di avvicinarsi o tentare lo sbarco, finisce infilzato o nel pentolone di acqua bollente (un po’ di razzismo nella coda velenosa, è quasi salvifico nell’era del buonismo ipocrita).

Tra l’altro, fischiettando e balzando di (Porto) palo in frasca, oggi la nostra spettacolare satellitare Luna è nuova, il Pianeta quasi, siamo noi ad essere consunti vintage vagamente avariati, anche se ancora qualche ironico con stile è convinto che il Mondo resti bello proprio per questo; nella morsa incandescente dell’afa – per citare decennali reportage giornalistici di eccelsa originalissima qualità – aumenta la voglia di deambulare nottetempo, con il fervore delle tenebre; magari dalla mezzanotte in poi, in rispettabile compagnia di Streghe e Vampiri.

Un giorno qualcuno scriverà racconti su un uomo fuori dal tempo prigioniero dentro un oscuro maniero senza cancelli, né ponti levatoi, non il solito re nudo, ma un altero inafferrabile duca; un giorno qualcuno scriverà decine di racconti in teoria fantastici – erroneamente scambiati per fantasy – sulla questione delle questioni: le iene del profitto sono gente misera, senza fantasia perché l’oro nero (neo globale) o petra oleum è il terribile nulla onnivoro; ci costringeranno, quelle parole, a spogliarci del superfluo, a tornare al punto zero che non sarà il nastro riavvolto della cassetta, ma la nuova presa di coscienza: senza fratellanza e condivisione, senza comune senso di umanità siamo niente.

Magari genitori biologicamente, eppure aridi, incapaci di generare qualcosa d’altro, da noi, qualcosa di utile e virtuoso non solo per noi.

Tutto scompare, fagocitato da un puntino luminoso – rubare Bellezza, rubare Sublime, trafugare e poi darsi alla fuga con tre Van Gogh (nel senso di quadri), relativo e ininfluente il volgare valore commerciale – abbacinante (come negli schermi delle antiche, rudimentali tv). Al bianco Natale, comunque: – 180 giorni; tanto ormai si sa, dopo le Ferie d’Augusto, plana rapido San Nicola.

Le anime empatiche sanno connettersi, anche senza bisogno di rete (virtuale e/o di protezione), come rammenta il grande avventuriero letterato Marco Steiner, citando il poeta W. B. Yates:

Credo nella magia, nell’evocazione degli spiriti, anche se non so che cosa sono; credo nel potere di creare a occhi chiusi magiche illusioni nella mente e credo che i margini della mente siano mobili, che le menti possano fluire l’una nell’altra, così creando o svelando una mente o energia unica, poiché le nostre memorie sono parti dell’unica memoria della natura.

Rivelazioni (apocalissi), rilevazioni

Pagina delle menti, allo stato bradipo.

Lasciando, abbandonando una comunità – grande, piccola, media che sia – senza regole, senza limiti, allo stato brado, rischiamo di ottenere effetti perversi, lontani dallo stato brado dei puledri selvaggi, nelle vaste praterie di un qualche pianeta.

Focalizzarsi, chissà poi il perché e financo il per come, su Lepanto, battaglia navale antica di una certa rilevanza storica, e anche di una certa risonanza: misteri della psiche, sempre la stessa dell’incipit.

Mannaggia alla miseria, perdonerete l’impeto e l’assalto; la miseria, come la disdetta, ci vede benissimo, è davvero scientifica, colpisce sempre con estrema precisione i soliti poveracci. Del resto, è anche colpa loro, sono sempre in troppi. Afghanistan, terra petrosa, terra del cuore, martoriata e martire, sii, se mai potrai, santa e salda nella resistenza, ad ogni nuova tragedia.

Il canto libero di Elisa è sempre più verde – Elisa Toffoli – e il suo ritorno musicale al Futuro è un giusto, auspicabile ritorno alla Natura; la Musica può e deve essere sostenibile, nonché veicolo per una vita equa, giusta ed ecologica: l’idea della Cantautrice sembra ancora oggi un’utopia o una provocazione, eppure la follia spesso è solo il sinonimo della visione di realtà alternative, in attesa di realizzazione concreta; biglietto agevolato per concerti con migliaia di spettatori che pedalando, consentono di realizzare spettacoli dal vivo, a impatto ambientale zero. Come direbbero le nostre amate Nonne: gambe in spalla e via andare, anzi, pedalare. Chi comincia?

Le congiunzioni astrali sembrano favorevoli: a breve nella volta cosmica il raro allineamento di 5 pianeti – piano pentaplanetario? – visibili a occhio nudo, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, ma vivo e aperto: avevo frainteso o iper inteso la notizia, scambiando visibili con vivibili; ormai da anni, dentro l’armadio, oltre agli scheletri e ai fantasmi, conservo una valigia pronta, con una sola giacca pesante, anzi pensante, e poche rimembranze, quelle più leggere: pronto a salpare. Purtroppo, anche stavolta si tratta di una fugace – lei sì, fortunata – illusione. Mercurio, però, con l’immeritata fama di egocentrico presenzialista, uscirà finalmente dall’ombra della luce solare e sarà ammirabile in tutto il suo notevole splendore.

Pare che, nonostante tutte le avversità storiche, Mama Africa conservi il primato di continente più fiducioso e ottimista nei confronti del futuro, ma solo per chi riesce – attrezzi e bagagli – a trasferirsi verso altri lidi; non saprei se interpretarlo come segnale positivo; certo, chi è pronto con la sacca da viaggio in mano o sulle spalle si conferma un inguaribile ottimista, o, in alternativa, un coraggioso esploratore dell’universo delle possibilità.

Citando indegnamente, parafrasando un Maestro che non meriterebbe sfregi – Borges – i libri sono estensioni degli uomini sui generis (sui generis le estensioni, non gli uomini, famigerati alieni): non sono strumenti materiali, quali una pala, un coltello o un’arma, ma sono prolungamenti della memoria e dell’immaginazione, sono estensioni delle anime che si materializzano e consentono a chi cede alla loro fascinazione, di librarsi e volare, negli spazi immensi, infiniti.

Il 24 giugno non è il 24 maggio, parrebbe, distratti da afa e zanzare, razionamenti idrici e incipienti crisi alimentari, una data come un’altra, una data anonima: ecco, oggi, ma nel 1910, nacque (fu fondata) l’Anonima lombarda che detta così sembra un’associazione criminale dedita ai sequestri, invece era la fabbrica delle automobili Alfa (nessuna notizia di Omega). In seguito, conquistata nel cuore da Romeo, divenne una vera industria moderna – Alfa Romeo, elementare Watson – capace negli anni di produrre vetture leggendarie, per coloro che amano il genere; anche una carrozzeria ribattezzata disco volante. A proposito, chissà mai chi inventò la fortunata espressione: forse un alcolista anonimo (anche lui), forse uno scrittore fallito, bisognoso di inventarsi un espediente letterario da dime novel per sbarcare il lunario o sbarcare sulla Luna, forse un inguaribile sognatore.

Apocalisse, ormai sappiamo che il tuo nome significa rivelazione e in te possiamo trovare l’accurata descrizione di uno sbarco di Ufo, ma nelle ere pre cristiane: saranno stati anche degli extraterrestri, quei visitatori, ma pare fossero buone forchette, sempre affamati e pronti a rimpinzarsi a quattro palmenti (avevano forse quattro bocche ciascuno?): tanto è vero che nei millenni è rimasta celebre l’espressione magnare a Ufo.

Ingozzarsi come l’anonima – mica poi tanto – sequestri multinazionale o sovranazionale che da decenni ha sequestrato le nostre vite, le vite dei Popoli del Mondo: hanno capito – essi – che organizzandosi su larga scala, controllando risorse energetiche, risorse alimentari, risorse economico finanziarie industriali, risorse medico farmacologiche, avrebbero tenuto in pugno chiunque, molto più e molto meglio di governi autoritari, dittatoriali; senza nemmeno più necessità di rapire qualcuno. Anche perché come si sa, dopo tre giorni, l’ospite diventa troppo simile agli avanzi di un pasto ittico.

Un tempo trapassato, fummo i Criceti sulla Ruota, ma nell’ambito dell’ultima serata sanremese, da vivere in gruppo, divisi in squadre in competizione surreale e ironica per riuscire a indovinare i vincitori della kermesse canora; per evitare però di restare su certe ruote di solito ingranaggi dentro le gabbie della società globale estrattiva che soffoca l’umanità – nell’accezione più articolata e ampia – dovremmo dedicarci quanto prima, prima che anche il troppo tardi sia scaduto, agli Orti:

delle culture, delle colture.

Rivelazioni, rilevazioni, carotaggi malevoli che promettono scenari prossimi venturi da vaso di Pandora, aperto da Cassandra.

Meglio e con una certa sollecitudine, la nuova società degli Orti, prima che qualcuno ci obblighi – e non si tratta di una grottesca esagerazione – a risolvere la questione climatica oscurando “quell’accidente di Sole“.

Ombre lunghe (e Lautrec?)

Pagina delle ombre lunghe – mai allungare l’ombra (a nord est sanno perché), soprattutto quella di nero – e delle ragnatele, sofisticate architetture realizzate dagli Aracnidi, forse gli stessi (immaginari) che tormentavano Toulouse Lautrec durante i suoi deliri etilici.

Frequentare antiche case chiuse da decenni – nel senso di dismesse – abbandonate per incuria, consegnate al degrado: quanti rudinassi – tradotto: ruderi – si potrebbero salvare, con accurate amorevoli ristrutturazioni, donando nuova vita agli edifici e alle comunità.

Esorcizzare o celebrare, rogo delle fobie e delle vanità – anche delle vacuità, già che ci siamo – o estasi, nirvana delle nostre paure, limiti, insicurezze più recondite, inconfessabili? Sfruttare la Luna e le sue fasi, razionare, razionalizzare l’acqua sempre più preziosa e soprattutto i falò: per una volta, impegniamoci ad evitare una delle piaghe bibliche estive.

Migrare in fondo è vivere, la nostra natura è migrante: se non fossimo geneticamente progettati per i cambiamenti, non esisterebbero le farfalle. Partire, qualche strappo in salita, talvolta, non è solo fatalità, ma necessità – individuale e collettiva – viaggiare intorno al mondo, nell’universo, non a bordo della solita, consunta navicella siderale, ma con l’onnipresente fidata bicicletta velocipede, quella con le ruote lenticolari: lenti per osservare meglio i dettagli – la bellezza – ruote che contengano lenticchie e pan di via, per l’opportuno, necessario sostentamento.

Sulle sponde amatissime della Via Lattea, mulini a vento solare e tulipani bianchi, non per razzismo cosmico, ma per sintesi finale dei colori di ogni genere, specie, pianeta.

Satelliti naturali, a migliaia, satelliti non in senso latino – schiera ristretta di mercenari a protezione del o di un dominus, uno qualsiasi purché munifico – ci osservano dall’alto per una visione ampia e completa delle cose; ombre lunghe inevitabili durante il primo giorno d’Estate, solstizio, giorno più lungo dell’anno con luce solare persistente. Giornata torrida afosa, anche senza indurre sé stessi in tentazioni pericolose, pensando ad alcove lascive. Quanto sono belle le Donne d’estate, mentre sfrecciano allegre in sella alle loro biciclette, indossando freschi abiti con motivi floreali, floreali Loro, in primis?

Da etimo latino (ancora?), latineggiante con latinorum, il solstizio è il sol dell’avvenire che si ferma (speriamo di no), ma la data in cui avviene il fenomeno si muove, muta, non rimane mai la stessa.

Stonehenge o Pantheon? Per tacere dell’innominabile – in questa mesta temperie – Russia, tra balzi sopra i falò propiziatori e dispersione di petali su chiare fresche dolci acque fluviali.

Dimmi, opta con chi e dove trascorrerai questo percorso quotidiano e forse saprai chi sei:

magari solo per le prossime 24 ore, mai senza gli occhi stra allunati dei Bambini e degli Artisti come Lautrec, capaci, loro sì, di viaggiare, immaginare, creare altri Mondi;

forse migliori, almeno per un giorno:

quello più luminoso.