Prove tecniche (di Primavera)

Benvenuti nella vita, reale.

Così cantavano le lacrime causa paure, fobie che si sono geneticamente mutate in rabbia. Rabbia senza canali di sfogo, rabbia allo stato brado.

Palestre sociali ove allenare la rabbia, sfiancarla con fatiche immani: sono state chiuse, abolite, interdette; si resta interdetti al cospetto delle dinamiche fallocefali del potere.

I rimedi sono approssimativi, ne resterebbe uno, autogeno endogeno : tramutare la rabbia in piccoli gesti d’amore; con questi chiaroscuri – spalanca gli scuri e anche le finestre, per consentire all’ossigeno e alla luce di espandersi, ovunque – prevedo procedure farraginose per stabilire, davanti ad una zuppa di farro, cosa sia amore, cosa resti escluso dal novero.

Novizi dell’amore, a voi l’ardua scelta: in ritiro spirituale sulle rive di un lago montano di origine vulcanica, abbandonarsi alla contemplazione, o dedicarsi alla cura delle rive, tempestate da miriadi di sfumature di screziature di grigio nero lavico? Mentre acque e nubi si compenetrano, si confondono e cigni imperturbabili regali magici volano e nuotano, indifferenti con naturalezza alla dissonante presenza umana.

Ossigeno, rarefatto, fatto(si) raro in alta quota: scalare montagne e trovare ancora altro rumore, altra plastica letale, altro veleno, in quell’aria che era preziosa, più del platino.

Atarassia, disponibile in soluzione idroalcolica, in compressa zigulì, presso lo speziale? Mi servirebbe un infuso di atarassia – non avrebbe per caso foglioline di atarassaco per me? Grazie – perché il puro Cynar solitario del maestro Calindri non basta più per attutire, per alleviare, per parare i colpi delle frenesia, della schizofrenia, della crudeltà, di questa vita pseudo moderna. Logorio, una ottimistica chimera.

La memoria sarebbe un dovere morale, contro ogni forma di negazionismo, contro ogni deriva – de riva? erudito trattato geo filosofico sulle rive di Mompracem o altri scogli pirati? – pericolosa anti storica? Il noto intellettuale – uno dei tanti – lo sostiene con inusitata vigoria, ma non fornisce soluzioni o escamotage alternativi quando la memoria si dimostra nei fatti ingannevole più di tutte le cose, le altre.

Aspirare alla semplicità, senza essere sempliciotti; processare la complessità, nel senso di metabolizzarla per vivere con sintesi critica, un piede nella vita reale l’altro nel futuro, qualunque concetto nasconda questa parola; testa ritta senza tensioni, per immergerla nei sogni, nelle nuvole, nei progetti, i più arditi.

Le foglie di ortica – avrete spero anche voi assaggiato il risotto, senza cercare la peluria (dell’ortica) nei chicchi – sono già forti, verdi, brillanti; le primule bianche e gialle mostrano con cauto pudore la loro acerba, rinnovata bellezza: prove tecniche generali di Primavera.

Ennesima ciclica conferma:

la vita trionferà, ancora una volta; nonostante l’umanità.

Anzi, trionferà a prescindere:

con o senza.

Tra Euclide e i Maya

Pagina dell’inconcludenza.

L’inconcludenza, cosa sarà mai questa crisi da inconcludenza? Come quelle squadre del pallone, giocano bene per carità, fitte trame di passaggi, ma inconcludenti: non tirano mai verso la porta avversaria.

Si potrebbe applicare il concetto ai corteggiatori cortesi delle donne angelicate, ai poeti immaginifici senza versi (mi stai per caso facendo il metaVerso?), alle sette, o gilde degli alchimisti, dei borgomastri inconcludenti nei loro borghi natali, che, con arroganza e presunzione, si sono convinti di essere detentori di capacità e poteri per guidare carri chiamati paesi, aggiogando i buoi dietro alla fila dei veicoli lignei: per miracol mostrare al volgo, incredulo stupefatto credulone. Si sa, poi, quanto sia inutile recintare – Jethro Tull dove sei, con il tuo flauto di Pan? – quando i buoi sono fuggiti da anni, quando la geometria ci suggerisce che tutto è formato da infiniti punti: come delimiti l’infinito, ammesso tu sia, anche in minima parte, parente genetico di Leopardi?

Uno dei fratelli Bennato – ben nati davvero – cantava Sono solo canzonette, per togliere veli di inutile, retorica mitologica dalla musica popolare, leggera e/o colta che fosse: fosse che fosse, la volta è diventata buona, anzi propizia e i cataloghi delle canzonette, ammesso siano firmate da autrici/autori vagamente noti, quando non colonne erculee della storia artistica mondiale, ora valgono più dell’oro: qualcuno giudica questa corsa multinazionale all’incetta come fosse una svendita dal robivecchi o rigattiere dei tempi defunti, qualcuno invece – considerato il lungo periodo di sofferenza (anche, insofferenza) pandemica – lo considera una sorta di indennizzo e comunque un importante segnale di vitalità. Chi può, nababbo si fa, gli altri, tirano a campare, auspicando di non tirare le cuoia.

Sono più vivi e vegeti, insieme ai loro vegetali prediletti, certi popoli ritenuti estinti – chiedi chi erano i Maya, chiedilo alle stelle – o altri ritenuti civili e progrediti, proni alle bugie dei peggiori mediocri dell’umanità?

Il capodanno dei Maya garantisce che questo sarà l’anno del Cervo, ma si sa, i segni del cielo sono spesso ingannevoli e si prestano a molteplici, contraddittorie interpretazioni: anno di stabilità ed equilibri, come sostengono i discendenti degli antichi sacerdoti o ennesimo anno da cornuti, come direbbero gli amici miei? Sii astuto come un cervo; ma l’astuzia non è la peculiarità della volpe? Appunto, quod erat demonstrandum.

Q.E.D.: il gruppo rock che ha già soppiantato e travolto tutti gli antagonisti sulla scena planetaria: rock filosofico, rock di geometrica potenza, poco incline ad Euclide. Il loro brano più celebre? Flectar Non Frangar.

Raccontami, o ninfa serenissima, custode del giardino, di quelle vite nate sulla Livenza, amori odj commerci conflitti; narrami le gesta di donne leggendarie e ominidi confusi, celebra con canti accompagnati dalla cetra, il trionfo della Natura, dei cicli naturali, dei tesori visibili appena sotto la superficie increspata di acque cristalline: alghe pluviali, come braccia vegetali, per carezzare il fluire dei destini nel Creato.

Pare che la Nasa – che fiuto – abbia spedito nel cosmo 500 semi di specie arboree terrestri, per capire se possano sopravvivere e maturare anche in assenza di gravità e in condizioni ambientali molto diverse da quelle abituali; pare che gli Alieni abbiano gradito l’omaggio e li abbiano trovati di loro gusto e gradimento; hanno infine ricambiato, inviando sul nostro pianeta altri 500 semi, subito piantati e ribattezzati Moon Trees, romantici Alberi della Luna. Con questi chiari di Luna, le loro fronde, ululano.

Ciao Alby, come stai? Talvolta ho la sensazione, spiacevole non saprei, che i Maya, Euclide, il mio computer, mi conoscano più di quanto mi conoscano i miei amici, meglio e in profondità di quanto io conosca me stesso; con buona pace di Socrate.

Il salto dai Maya ad Euclide, dagli Euclidei al Mondo Dopo; salto quantico, non pindarico, salto di specie – specie se salto:

mi si nota di più, se salto come scimmia nuda o se resto nella caverna a giocare con le ombre cinesi?

Duello al Sole

Pagina del duello, al Sole.

Sfidare il Sole a duello – chissà che fine avrà fatto il guanto di sfida, soprattutto se in maglia di ferro – o sfidare qualcuno a duello, singolare tenzone (non tendone), sotto il Sole? Sarebbe d’uopo chiedere consiglio a D’Artagnan, assai ferrato – nel senso delle lame – efferato nel settore.

Se il gruppo pop si chiama Propaganda – per sole Donne, di Sole Donne, non donne sole – e il brano più celebre, celebrato, non cerebrale, si intitola – perché i brani si distinguono dai titoli, anche nobiliari, non hanno nomi, non sono registrati all’anagrafe, ma alla siae – Duel. Se Cindy Lauper, 40 anni dopo, diventa regina dei video musicali on line, antesignana oltre i tempi, massimi.

I particolari all’apparenza più ininfluenti, i dettagli, i più marginali, sono quelli che innescano le micce della suggestione, che pungolano a seguire tracce d’immaginazione, a raccogliere briciole di realtà oniriche: Duel sulle infuocate autostrade statunitensi, più colabrodo delle nostre, inseguiti da un mostruoso tir assassino, guidato da un’ombra nera malefica, forse la parte oscura di noi stessi.

E’ sempre un giorno stupido quando muore un amico giovane, insensato non saprei, ingiusto; ingiustizia sommata a somme ingiustizie, quale risultato può offrire? Ai nostri piccoli occhi mortali, solo un grumo inesplicabile, inintelligibile. Resta, deve restare edificante più che mai, la gratitudine per i momenti belli, per le condivisioni preziose del tempo, dei gesti, delle piccole cure.

Come sosteneva l’artista Escher: il mondo è fatto a scale, confortato in questa sua visione inclusiva del consesso auspicabilmente civile – tutti prima o poi dobbiamo affrontare scale, anabasi catabasi continue – dal musicista Bach, noto per le sue fughe. Una conferma ulteriore del concetto basilare: scale di servizio e/o anti incendio, in certi frangenti, allungano la vita.

Scrutare l’orizzonte, per cogliere segnali di un imperscrutabile disegno universale, anche non divino, anche solo accennato, con sapienti rapidi tratti di matita, di carboncino; un vascello volante illuminato da un sole doppio, uno che filtra dalle nubi, l’altro dai marosi; un castello di Cornovaglia, sospeso sul filo, insieme a un gruppo di funambole capaci di sfidare il crollo delle capacità di ognuna;

uno stormo triangolare di gabbiani che scavalca in ascesa diagonale un ponte sul nulla, mentre lo stereo diffonde le note introduttive della lirica in musica Gli Uccelli, del mai abbastanza rimpianto, compianto, piantato pilastro nella nostra storia migliore: Battiato, fu Ciccio.

Accedere, incedere, mai cedere – solo il passo, alle Signore – con inspiegabile baldanza dentro il recinto, detto ok corral (meglio un recinto per il bestiame o un camposanto litico dismesso?), per il duello finale, con nella testa quel motivetto che fa così, di Morricone, Ennio;

sfida finale a tre, consapevoli che quando un uomo con i propri limiti incontra il proprio doppelganger portatore insano degli stessi limiti, rovesciati, quell’uomo è dannato.

Rimane il terzo sfidante, speriamo vinca, ancora e sempre:

Elio fiammeggiante.

Silenzio

Pagina del silenzio, invocato reclamato – a gran voce! – desiderato bramato necessario.

Non uno dei tanti, ma quel silenzio carico pregno denso di attesa, attese, anche dolorose, anche lancinanti laceranti.

Il silenzio incombente che precede come una overture rossiniana il tutto, ché il tutto, poi, giunge sempre, a valanga. Inarrestabile.

Gentile Anthony, ce lo hai insegnato proprio tu, con la tua formidabile intelligenza, con la tua lingua nuova travolgente sconvolgente: dovremmo diffidare di chi predica e sostiene di applicare gli strumenti del bene ad ogni costo – benefattori invasati? – siamo poi così sicuri che altri da noi sappiano con certezza cosa sia il nostro bene? Anche la retorica della bellezza salvifica potrebbe essere ingannevole oltre modo: ne abbiamo conosciuti di appassionati di scoiattoli, piccioni, perfino di Mozart e Bach che poi, non solo protetti dall’oscuro manto delle notti, si abbandonavano alla violenza crudele, veri drughi del male: totale, senza redenzione.

Prendere, prendersi cura di se stessi in primis, con la saggezza dei felini, prendere per donare, donare senza ritorno, senza attendere il domani; anche chi promette doni – concessioni – e ritorni (alla casa della Madre e del Padre?) alla sedicente normalità, desta cupe preoccupazioni e motivi di inquietudine, come fossimo incatenati ad una mitologica incudine.

Prima delle armi, sempre, senza se, senza ma, senza discussioni, la pace eterna, per vivere operosamente, al bando definitivo armi e guerre: per il riposo, avremo tempo modi e maniere, tutta l’eternità successiva.

Nelle curve del silenzio, potremmo trovare perfino un po’ di amore, per poi accoglierlo, con silenzioso stupore, come vibranti poesie di Neruda e Tagore.

Annegare nell’Oceano del Silenzio, per ritrovare la voce, la propria;

naufragare grazie all’Oceano del Silenzio su spiagge silenti, quiete, per riuscire a distinguere di nuovo le Voci:

quelle della dignità e della giustizia.

Pandemie: Achab o Frost?

Pagina delle pandemie virali, non solo, non in via esclusiva, legate all’era dei virus mutanti.

Purtroppo, dai primordi – bagordi balordi? – dell’Umanità (la u minuscola sarebbe più appropriata), le autentiche pandemie epidemie epiche riguardano da molto, troppo vicino, le disuguaglianze sociali e le logiche claustrofobiche, soffocanti, predatorie, del potere.

Buongiorno, quindi, a chi nei mesi scorsi – scorsi via in fretta, a nodo, anch’esso scorsoio – con faccia bronzea (ma non bella come i masculi di Riace, con annesso ex sindaco eretico) si erano, improvvidi meschini, investiti travestiti da paladini, promotori della campagna per assegnare il Nobel per la medicina (pace o pece?) – già molto ammaccato, per opacità tutte sue – ai caporioni delle multinazionali farmaceutiche; detentrici esclusive e poco collaborative dei brevetti di tutti i farmaci più importanti e necessari al momento sulla Terra, aziende a due gambe, perché troppo facile e assolutorio sarebbe associarle al biblico Leviatano: nel corso dell’ultimo anno, gramo per i popoli, esse hanno realizzato utili pari a 1.000 (!!!) dollari al secondo, creando 5 nuovi miliardari (fonte: Oxfam, articolo pubblicato su Altreconomia, febbraio 2022); i vaccini, non solo quelli imperfetti di nuova generazione, per i paesi in via di sviluppo restano un miraggio nel deserto, una chimera, appassita: infatti, in quelle regioni del nostro Pianeta, le persone che muoiono contraendo il coronavirus detto covid 19 sono, in percentuale, quasi il doppio rispetto a chi vive nei famigerati, cosiddetti paesi ricchi nord occidentali.

Se non fossi il caritatevole samaritano – virtuale – che sono, vi chiederei: avete mai incontrato, dopo lauta lieta colazione, una Panthera tigris altaica, meglio nota come Tigre bianca (albina, senza offesa né discriminazione caleidoscopica) dell’Amur, la magnifica possente Tigre siberiana? Di cuore, vi augurerei prima o poi, di farne una conoscenza ravvicinata, e dopo la comprensibile espressione di meraviglia sui volti e nella voce, vi inviterei a spiegare a Lei tutte le vostre, certamente valide, ragioni: buon simposio.

Le pareti del cervello sono, dovrebbero essere, mura portanti del castello chiamato donna/uomo; speriamo siano, restino abbastanza – a sufficienza, mai con sufficienza – libere, libere per esercitare la professione specifica, quella meravigliosa ginnastica mentale conosciuta con il nome di sinapsi – beato chi recita a menadito il greco, antico: Zorba – pareti spoglie per dipingere, per appendere fiori nuovi o quadri: di Van Gogh, Artemisia, Caravaggio, Tamara, Hopper, Vettriano, Frida e via così, ad libitum; immagini sontuose, per alimentare l’immaginazione.

Quando sugli argini incontro persone scampate a guerre, persecuzioni, carestie – anche e in larga parte per colpa mia, del mio egoismo cieco – le saluto con sincera empatia, ma mi resta sempre il dubbio di non essere degno di rivolgere loro nemmeno una parola.

Nel coacervo, nel marasma, nell’inestricabile ginepraio di commissioni e comitati di origine e diretta dipendenza parlamentare, ne esiste uno che avrebbe, come missione precipua e sacra, il controllo della sicurezza – niente di meno, niente di più – della nostra immalinconita Repubblica; ebbene, codesto comitato, nonostante gli ultimi 7 anni – di guai varj ed eventuali, comprese certe irrituali repliche istituzionali – siano stati in assoluto i più caldi da quando la scienza ha cominciato a registrare fenomeni meteo e temperature della febbre del Pianeta, sostiene l’insostenibile tesi della necessità di accompagnare la sedicente transizione ecologica con un raddoppio dell’accaparramento di energia da idrocarburi: una perfetta applicazione da manuale – anzi, da romanzo – della famigerata, funesta sindrome di Achab, il capitano pazzo che condusse alla mattanza il suo equipaggio, per inseguire demoni e ossessioni personali.

Dovremmo imparare a memoria le poesie di Robert Frost e dalla memoria, trasferirle e metabolizzarle con l’anima – ove disponibile – per capire, in modo definitivo, che niente è più effimero illusorio evanescente dell’oro; il mondo finirà, con fuoco o ghiaccio, nessuno può ancora stabilirlo:

potrebbe concludersi con una doppia condanna, con un epilogo doppio, chissà quanto catartico, sempre per colpa della algida cupidigia dell’uomo e/o della fiamma incontrollata delle sue insane pulsioni.

Sempre attingendo al buon Frost, potremmo auspicare che dopo aver creato da soli la notte più lugubre, sarebbe saggio non oltrepassare l’ultimo bagliore dell’avamposto, l’ultima fioca luce della nostra civiltà.

Project UFO

Pagina dello sdegno, della sorpresa, dell’indignazione, ma in grandi, rumorose quantità contro un nuovo Project UFO.

Gli scienziati bocciano un loro collega che, attraverso un documentato libro, sostiene l’esistenza, non probabile, ma certa sicura garantita al limone coltivato su Melpomene – fosse anche solo un pianeta e non una Musa ispiratrice, potremmo festeggiare con danze e canti – , degli Alieni.

Quante erano le dee dell’Olimpo e quali i loro attributi? Quante le muse e di quali materie si occupavano? Se esiste il Mal d’Africa e colpisce anche coloro che non ci hanno mai posato piede, mi sorprende di meno apprendere dell’esistenza della malinconia di Melpomene, ma non incamminiamoci su viali tortuosi e complicati.

Alcuni oggetti misteriosi, avvistati di recente nella nostra galassia e sprovvisti perfino di green pass, non sarebbero stelle o comete o asteroidi, ma astronavi o manufatti alieni. Lo afferma – sulla base dell’osservazione delle traiettorie e dei riflessi di luce cosmica sulle loro superfici – sempre lo stesso studioso che cerca, come novello Galileo, la verità là fuori; ci sono o ci sarebbero più cose in cielo e in Terra di quante ne possano prevedere le nostre fallaci, limitate filosofie? Non trascurando – anzi, forse sarebbe opportuno oscurarli – che i satelliti, le miriadi di nostri satelliti artificiali, lanciati in orbita sopra e all’insaputa delle nostre teste, con le loro luci di posizione, stanno sfregiando anche la vista del manto stellato notturno.

Caro Greg, ammettiamolo: oggi, arrivassero gli alieni, stropiccerebbero antenne occhi e eventuali tentacoli, osservando molti più extraterrestri qui tra noi sulla Terra, di quelli presenti a gozzovigliare nelle peggiori bettole della saga di Guerre Stellari, o sul lato oscuro della Luna, tra Popolo di Vega e Meganoidi.

Lo stesso ET, precipitasse adesso per il classico guasto al velivolo cosmico, allibirebbe e si direbbe: ma sono già rientrato a casa, senza nemmeno telefonata d’urgenza per richiesta soccorso interplanetario?

Va bene, le sciocchezze virali non si cambiano (soprattutto se garbano ai fantomatici mercati e poi lo ha detto anche la Rai), ma tra resilienza, green economy, Costituzione green per riforma (verde bile, di rigetto per la nostra idiozia), bum (!!!) dei like sui social e derelizione – deiezione morale? – quasi quasi, anche gli ospiti Alieni, preferirebbero la seconda; avessi sottomano un vocabolario, saprei scrivere il significato del lemma, ma non esageriamo con la perniciosa cultura. Tutto troppo connesso, ai condizionali.

C’era una volta la borghesia, che organizzava le rivolte in piazza – tanto poi, in piazza, a prendere botte e fucilate, scendevano soprattutto i villici – creando falsi miti di progresso; la sana antica borghesia, in allegra compagnia delle genti, quella del darwinismo sociale, è stata divorata dalle compagnie transnazionali, le stesse che, senza badare ad accuse di megalomania, allestiscono finte crisi geopolitiche, con autentiche crisi umanitarie da guerre, armate ambientali, su scala planetaria, per maggiori profitti e glorie finanziarie; vuoi mettere la differenza.

Dove custodiranno poi gli immensi tesori accumulati? A Fort Knorr? No, in quel maniero di cemento armato e metallo, solo i dadi vegetali degli antichi druidi, insieme alle pietre non d’oro, di granito, del curling, praticato dai 333 giovani e forti italiani.

Il tapino ET, Kunt per gli amici della futuromania, al dunque della vicenda, qualora sbarcasse adesso nel nostro giardinetto condominiale, nonostante nei decenni l’Umanità abbia spedito nello spazio messaggi di pace, brani musicali, poesie, rischierebbe di essere accolto a suon di bombe, però intelligenti e tanto festose;

se ne ripartirebbe, forse mesto, certo ammaccato e disilluso, pensando:

come mai si sono estinti animali prodigiosi e progrediti quali i dinosauri? Invece, questi bipedi si sono moltiplicati a dismisura e hanno infestato il Pianeta azzurro; prima del decollo ascensionale verticale, il classico saggio venerando – immancabile, imprescindibile – si recherebbe da lui e abbracciandolo per un congedo consolatorio, gli racconterebbe una istruttiva storiella di Gianni Rodari, quella della volpe che campò una lunga vita, fingendosi morta e divorando tutte le galline che ogni volta organizzavano una cerimonia funebre in pompa magna, credendo di essersi liberate per sempre dalla temuta, astuta predatrice.

ET, sfrecciando di nuovo verso lo spazio, libero, con un irresistibile sorriso, ironico sardonico, aggiungerebbe però un piccolo quesito finale:

le storielle sono belle, perché ognuno le interpreta a piacimento, tra voi chi sono le galline, chi le volpi?

Tra me e te, chi è il vero ufo?

P.S. Con un caro saluto e un abbraccio al Marziano a Roma, il leggendario Marziano di Ennio Flaiano; ma questa è davvero un’altra storia, o forse, sempre la stessa.

Moise o Edmun: si parte mattatori

Pagina del Kean.

Non Kent – Clark o la contea – ma Kean, Edmun, il più grande di sempre; queste locuzioni (non locuste lacustri) mi fanno sempre rabbrividire, perché non ravviso i termini di paragone: né tematici, né, ancora di più, spazio temporali. Mi fido della parola, dei veri esperti (Gassman padre, Proietti Gigi).

Kean, lo riscrivo per ribadirlo: non l’ennesimo, il solito calciatore, ma il celebrato, acclamato, leggendario attore delle tragedie scespiriane.

A 7 anni, fuggire da un istituto scolastico, per incompatibilità, refrattarietà alle regole, ai dogmi educativi religiosi culturali; imbarcarsi su una nave come mozzo tuttofare, per scoprire che a bordo – torni a bordo, balordo! – la disciplina è più rigida e iniqua che sulla terraferma; fingersi storpio e malato, in modo così convincente, da riuscire a gabbare noti lazzaroni, quali i marinai: a quel punto, smettere di recitare, indossare maschere, diventa impossibile, diventa il destino.

Un talento immenso, esagerato, tracimante, da sconfinare spesso nei vizi, forse inevitabili per chi è stato dotato da Madre Natura di troppa sensibilità, troppe capacità, troppa passione, in ogni ambito e momento della vita; lascia allibiti sapere che alla fine i lati oscuri dei geni somigliano molto, si potrebbe dire: combaciano, con quelli dei poveracci comuni, dei diseredati dalla vita; nel caso specifico, donnine dai costumi allegri (più spesso, prive di costumi) e dipendenza devastante dall’alcol.

Caro Giorgio, capita, a volte, di sentirsi come il protagonista di quel romanzo di Bassani, tuo omonimo: passeggiando pigramente in un paese della bassa, fermarsi a osservare senza troppa attenzione la vetrina di una bottega con esposti poveri volatili imbalsamati (esistono ancora imbalsamatori? magari, amatoriali?) e all’improvviso sentirsi come un airone abbattuto durante una battuta di caccia all’alba, dalle parti del Delta del Po; uno sprazzo di calma, apparente, quasi di inspiegabile felicità, decidendo senza motivo di porre fine all’esistenza; poi, dopo il rientro a casa e una cena frugale, ipnotizzati dagli stessi, eterni programmi televisivi, addormentarsi sul divano e svegliarsi la mattina successiva, per riprendere intorpiditi e indolenti, l’incolore, insapore, inodore, molesta routine.

Il talento superbo, supremo, giustifica e basta a saldare le nefandezze, i debiti contratti con la società, con i propri cari? Il dibattito è aperto, da millenni; una risposta univoca, definitiva non esiste e forse nessuno mai sarà in grado di trovarla.

Era un uomo, la spiegazione banale, la più semplice, la più aderente alla realtà, la nostra: quella di animali limitati che per un tempo infinitesimale, si trovano a calpestare la crosta del Mondo, al cospetto spesso di problemi e quesiti, non solo pratici, giganteschi, spaventevoli, talvolta sconfinati, quanto l’Universo.

Ci si illude di dominare, si finisce dominati, dalle sregolatezze più che dalla genialità (si esaurisce anche quella, come la pazienza altrui, come i fegati corrosi dalla cirrosi); quando va di lusso o buona fortuna, si chiude con una salomonica patta, ma l’epilogo è noto, per tutti:

l’uscita di scena, almeno quella, lo stile del congedo dalle assi dell’esistenza terrena, dipendono da noi, dalla nostra volontà:

l’ultima, la più importante.

Visioni

Pagina delle Visioni, anche da Pejote, anche dei simpatici Visoni, ma vivi.

Orsi polari che si affacciano alle finestre degli avamposti più settentrionali esistenti sul Pianeta, quelli abbandonati dai bipedi; attorno a quelle che di fatto sono ormai le loro case, possiamo notare vegetazione curata e senza scarti o rifiuti, e, soprattutto – dettaglio non ininfluente – la totale, preoccupante assenza di ghiaccio e neve.

Il nostro paese è figlio, chissà quanto legittimo, di un passato non sempre adamantino, con il quale non ha mai fatto un vero redde rationem morale collettivo; forse così si spiegano oscure presenze nei palazzi rinomati e sceneggiate istituzionali anacronistiche, umilianti per le casse dello stato e soprattutto per l’intelligenza dei cittadini, rituali retaggio ingombrante di epoche e regimi che dovremmo rinchiudere negli archivi polverosi, sigillandoli una volta per tutte. Invece.

Dai buchi neri della patria, a quelli rotanti nello spazio che da un po’ di tempo inviano segnali luminosi alla Terra – cinefili, questi buchi neri, hanno certo visto anche loro Incontri ravvicinati del terzo tipo – potremmo trarre energia con un’efficienza pari al 150%, superiore a ogni fonte mai nemmeno immaginata; al momento, la piccola non trascurabile difficoltà, pare sia costituita – come segnalano puntualmente astrofisici e astronomi – dalla mancanza di tecnologia adeguata all’uopo e alla bisogna, ma gli scienziati restano fiduciosi: prima o poi, gli umani saranno in grado di rendere energeticamente fruttuosi, cedendo a poetiche visioni, la luce delle stelle e il buio delle galassie.

Visioni dal passato della Via Lattea: una notizia buona e una cattiva, per noi terrestri e anche per gli extraterrestri: pare che in effetti nella galassia siano esistite altre civiltà. Potremmo affermare che la nostra, molto più recente e in fondo giovane, sia quasi una civiltà adolescente. Fino a qui, restiamo nell’ambito delle note confortanti, quello che invece potrebbe e dovrebbe un po’ allarmarci, riguarda l’epilogo delle popolazioni aliene: pare siano estinte da molto tempo e le cause sarebbero da attribuire a olocausti nucleari e/o mutamenti climatici incontrollabili Una sorta di monito, non presidenziale, molto di più: del genere, civiltà avvisata, mezza salvata (se i padiglioni auricolari e soprattutto le menti, sono aperti e ricettivi).

Permangono come sempre i dubbi: vaghiamo su un Pianeta che dista 25.000 anni luce dal centro del Tutto, ma le galassie si stanno allontanando o avvicinando? In particolare: l’Universo prima o poi terminerà il proprio viaggio? Se è partito, dove arriverà?

Visioni, giunte fino a noi dalle prime forme di scrittura: anche se qualcuno resta scettico, Mama Africa si rivela ancora e sempre una fonte ricca di siti archeologici meravigliosi per gli studiosi – antropologi e non solo – desiderosi di capire sempre più e sempre meglio quando e come sia nata una tecnologia portentosa, quella del linguaggio scritto; i reperti più recenti pare confermino: i nostri avi, poco tempo dopo essersi collocati in posizione eretta, avvertirono la necessità di descrivere il mondo nel quale si trovarono a vivere e lottare per la sussistenza: l’ispirazione per i primi tentavi di grafia simbolica e semiotica – via via resi più semplici per un utilizzo più rapido e funzionale – pare sia sgorgata dai sogni, perché dai primordi ebbero l’intuizione che, oltre la caccia per la mera sopravvivenza, esistesse qualcosa di più prezioso e indefinibile, altro rispetto alla concreta quotidianità.

Visoni oniriche per interpretare la realtà, o viceversa.

Visioni, spartizioni, in senso lato: esiste qualcosa di più prezioso intimo perfetto della condivisione di pensieri, fiato, umori? Nemmeno la congiunzione carnale carnascialesca, allegra può raggiungere quelle vette di passione e compartecipazione – anche solo per brevi istanti – al destino, alla vita di qualcuno, altro da noi.

Il bacio, a ciascuno il suo: quello di Hayez, quello di Klimt, quello di Giuda; quello degli angeli caduti, oppure quello affidato al vento, da Neruda.

Il flusso pseudo informativo ininterrotto – tacitando visioni, illusioni, prospettive chimeriche – ha il potere di rendere ogni argomento banale, sovrapponibile, intercambiabile a qualsiasi altro; se ogni tema viene poi presentato in termini spettacolari, con toni celebrativi e trionfalistici, enfatici, parossistici, l’effetto marmellata scaduta, nauseabonda, diventa inevitabile; ad esempio, ho davvero compiuto enorme fatica per distinguere, per orientarmi, in queste settimane, tra notizie su pandemia, Quirinalia – minima moralia? – , pettegolezzi delle fantastiche costumiste dal sedicente festival delle canzonette;

a proposito, davvero credete che alcuni poverelli di spirito, propagandati quali artisti, siano maledetti, dannati e scandalosi, in senso etimologico? Dopo quel capellone barbuto di Gesù, pura illusione o ipocrisia: ai suoi tempi – che tempi – rinnegava la proprietà privata e le ricchezze, predicava la solidarietà tra gli esseri umani – e la praticava sul serio – spalancava il regno dei cieli agli ultimi della Terra, abbracciava lebbrosi e prostitute.

Infatti, lo hanno inchiodato: non solo alle sue visioni.

Sovranità (regalità?)

Pagina della sovranità, pagina sovrana.

Inchinarsi davanti ad un trono, no, ma al cospetto di una sovrana, la questione muta aspetto accento pensiero; se poi la sovrana è una grande, bella pagina, scritta in modo magistrale, non solo merita l’inchino, ma tosto il levare il copricapo, segno di rispetto e di ammirata deferenza.

Un’isola isolata – tautologia ontologica – in mezzo alle nuvole di un qualche cielo, una comunità isolata – che fa: insistisce? – di circa 200 anime: anime non saprei, ma un paio di centinaia di bocche da nutrire, senza dubbio. Con molti dubbi sulle possibilità di riuscire nell’impresa alimentare, con infiniti dubbi sulla capacità di disporre di risorse agricole, energetiche, financo medico curative, in qualche modo. Senza tentare di leggere l’immane Ulisse di James Joyce, ci si può cimentare nella sfida.

E’ l’emergenza che crea il sovrano o il sovrano crea emergenze continue per arrogarsi e dispiegare un potere di investitura quasi divina, per esercitarlo senza limiti, senza rispetto di vincoli di alcun tipo, legali morali etici?

Siamo passati dalla teoria storica di Erodoto – la Storia è creata dai grandi re e dai grandi condottieri – alla teoria Bloch – la storia è costruita da tutte le persone che la abitano e la attraversano; sempre secondo Bloch, meglio poi non fidarsi troppo della memoria e delle testimonianze dirette: è uno degli attributi più fragili, più mutevoli, meno attendibile degli individui e delle masse. Le reminiscenze sono sensazioni vivide, immagini nitide e fortissime, ma producono un lungometraggio spesso rimontato a casaccio, imperfetto, con clamorosi errori e vuoti narrativi, descrittivi, con clamorose topiche di trama.

I nonni sono per tradizione millenaria i depositari, i custodi della memoria, eppure, qualche volta – scherzi delle scienze – possono assurgere al ruolo di paradossi viventi: nel cosmo è così; se solo potessero viaggiare nella dimensione spazio temporale sarebbero perfetti testimoni da spedire su e giù per il continuum cronologico, a osservare e trascrivere – in tempo reale, è il caso di scriverlo – gli avvenimenti che vorremmo ricostruire in modo dettagliato e soprattutto coerente. Se si viaggia nel Tempo, ammettendo la sensatezza dell’espressione e soprattutto la fattibilità, estrema attenzione ai tachioni con il tachimetro della velocità luce manomesso, occhio alle curve pericolose, non quelle di Jessica Rabbit, ma quelle spaziotemporali chiuse – non le paratie dell’inutile ma costosissimo mose veneziano – di tipo temporale.

Mi sono perso, nel tempo e nel vaniloquio.

Sovrane acide, può capitare anche a corte, senza stringersi troppo per evitare i pericolosi assembramenti: dieta sbagliata, per lieve distrazione; Siracide – mai detto sì, al racide, anche perché, ignoranza crassa a parte, non ci hanno mai presentati – citato molto spesso dai dotti, negli ultimi tempi dell’impero. Saremo giudicati – dunque, è proprio vero che se non siamo sempre sul banco, degli imputati, siamo sempre al cospetto di una qualche commissione d’esame – per tutte le parole inutili che abbiamo pronunciato, sprecato in vita: cribbio, posso già appellarmi alla cassazione – o alla cassata sicula – posso già sperare in un condono, di quelli all’italiana, quelli una tantum che in realtà diventano, essi, eterni?

Un’autentica sovrana non ha bisogno di sbandierarlo, non ha bisogno di gran pavese al suo passaggio, né di pavé lastricato in oro per camminare:

una vera sovrana, quale sei Tu, Monica, eterna ragazza, anche senza pistola, con la luce negli occhi nei capelli nella persona, con corde vocali che modulano una voce magnetica, perfetta nella tragedia, nella commedia, capace di commuoverci e divertirci, fino alle lacrime, sempre con il rispetto e la cura per le parole e per gli interlocutori.

Come dici Tu:

il mondo non è di chi si alza presto, ma di coloro che ogni mattina sono felici di alzarsi, con occhi nuovi e nuovi sorrisi per il resto del Mondo.

Buon nuovo viaggio.

Tra le spighe nella nebbia

Se perfino un buco nero genera stelle, crea, immagina futuri – anteriori posteriori futuribili, io a cosa servo?

Notizia buona o pessima? Per chi ha sempre creduto in altri mondi nel cosmo, una gioiosa conferma.

Le stelle figlie di quel nero vuoto – domanda sciocca – sono impastate in proprio con la creta primigenia, oppure vengono aspirate da altri universi e poi catapultate nel nostro?

Il Buco Nero Artista potrebbe diventare uno strumento utile per lanciare gruppi di persone – non necessariamente turisti allo sbaraglio – nel giardino fiorito – no Eden, sobrietà – in quello di Claude Monet, per una colazione (di lavoro, giammai) idilliaca, bucolica, anche arcadica; ne avremmo bisogno, assai.

Da ragazzo passeggiavo spesso presso le rive, le sponde, gli argini del Reno; al mattino ante lucano, quando un lucore flebile tentava di intrufolarsi e farsi notare tra le fitte maglie della nebbia, compatta uniforme, quasi imbattibile: sapevo che anche lui era già lì, quel vecchio misterioso squinternato pittore, da una vita deciso a catturare l’istante preciso e irripetibile del primo albeggiare e del primo fotogramma visibile della sagoma scura dell’antico mulino, tra alte spighe di grano, avamposto ormai abbandonato di civiltà rurale, ma draconiano contro le ingiurie dell’incuria umana e del passo inesorabile di Kronos.

Una abitudine sana che coltivo ancora, con costanza.

Anche tra gli uomini bravi, esistono quelli più bravi e quelli, nonostante tutto, nonostante ogni esasperante tentativo di melassa politicamente corretta (corrotta), indispensabili; così, qualcuno riesce a diventare grazie al proprio ingegno e alle proprie portentose qualità un aggettivo, come Federico Fellini – felliniano – qualcuno, un saggio detto popolare, come il tennista iberico Rafa Nadal – quando credi non esistano più speranze, pensa a Nadal.

Mondo marcio! Nessuna divagazione da rapper, solo una semplice considerazione; andrebbe circostanziata: non il mondo, non l’umanità, una parte, ma come nella teoria della mela bacata nel cestino di quelle buone, è più facile che la decomposizione morale si propaghi dai pochi ai molti, mentre per invertire il procedimento di solito servono generazioni, investimenti illimitati in cultura e educazione, ottimi modelli ed esempi concreti, soprattutto familiari. Come dice e scrive il critico Tomaso Montanari viviamo in un certo senso nell’epoca del Tintoretto, in una temperie sociale globale immersa in quella luce meridiana eppure malata, luce finita di una congregazione antropologica le cui strutture, i cui modelli sono morti e in decomposizione, eppure per ignavia viltà pigrizia, rifiutiamo di registrare la realtà e soprattutto di reagire, anzi, programmare per tornare ad agire; agire i nostri destini, individuali e collettivi, per edificare una società globale finalmente fresca e nuova: democratica equa ecologica.

Cara Isadora, me lo hai insegnato tu: la ciucaggine può essere una risorsa, se equivale alla caparbietà tesa verso un ampio orizzonte, diventa un peccato mortale, se sinonimo di ignoranza conclamata, auto compiaciuta, reiterata.

Diventare crisalide, crisalide cruciale, auspicando nella trasformazione in farfalla: sempre più spesso, ci affidiamo a gusci vuoti, incartapecoriti, aridi, finiti. Quelli non sono gusci del miracolo, solo tombe calcinate da riti stantii, anacronistici, anti storici.

Ieri, quel vecchio eccentrico – l’ultimo degli infimi, come si definisce lui – mi ha parlato per la prima volta:

ragazzo, se domani qualcuno troverà in te delle qualità, stai certo che sono dentro te già oggi; la gente giudica in fretta, senza conoscere; anche qui, dove mi apposto sempre a lavorare, loro vedevano solo erba inutile, ma era grano in attesa di maturare. Ascoltami, di notte, guarda prima le stelle e poi dormi e sogna la tua vita come un dipinto, quando sarai di nuovo sveglio, dipingi la tua vita con i colori dei tuoi sogni.

Che strano, oggi sono tornato per parlare con lui, ma ho trovato solo erba alta e raggi solari arancioni che facevano capolino nella nebbia, per una volta, remissiva.