Soli si muore, come i Delfini (senza l’Amore)

Pagina Bianca, Pagina della Finestra sbrecciata – ah, Porta Pia e il Bersagliere che tutto travolge – Pagina della finestra su muro bianco di casa bassa maghrebina, finestra spalancata come migliaia di braccia non ancora cadute, spalancate aperte accoglienti sull’Eternità.

Finestra senza battenti, senza scuri, senza tende per respingere la Luce, finestra sì, ma non del sistema operativo di qualche stupido pc (non buttiamola in politica o in trite immodificabili tiritere ideologiche!).

Dalla finestra senza sliding Doors (Jim Morrison perdonaci) può entrare, ma anche uscire di tutto, le finestre forse non le contengono, ma possono essere attraversate da moltitudini: predoni del deserto, galeotti anzi ex galeotti a bordo di una galea mentre remano forsennati al largo dalle prigioni, zingari felici, nomadi inconsapevoli, torme di villeggianti in astinenza da vacanze intelligenti, oggi più intelligenti che pria: smart Holidays! anche se, da uomo vintage, rammento che in tempi medievali fantozziani era un classico scattarsi la foto chiusi in camera con alle spalle il poster di mete tropicali, mai raggiunte nemmeno con la fantasia; da mostrare agli amici del Bar Sport a imperitura memoria genuinaMente farlocca; in vacanza con Veronica Ciccone, liberi da intrusivi abusivi abrasivi inutili cuochi tv; saltare dalla finestra in compagnia di una sapida minestra, saltare come Marsupiali, per optare per scegliere per tracciare un nuovo sentiero stellare non mediatico (ché astrocosmo prezzemoline e prezzemoloni ci hanno da eoni frantumato incenerito i covoni), sul quale incamminarci auspicabilmente in perfetta geometrica potentissima solitudine, percorso che ci condurrà verso il Nulla eterno o verso l’Origine, per continuare imperterriti impermeabili draconiani a non capire.

Cervelli senza finestre, per evitare che filtrino venti (vent’anni dopo, nemmeno i Visconti resistono più), pensieri, pulviscoli umanitari.

Pagina bianca, bianco latte (latte sovranista suprematista senza testa)? Pagina bianco lutto, Pagina libro bianco dei Dolori universali.

Pagina disperata come l’Amore di Nada Malanima – almeno Lei ne ha Una – Pagina Bianca dedicata alle Donne che se ne vanno, a rate, a puntate, ma poi non tornano; giustamente.

Restano con il mastice da falegname di Geppetto abbarbicate alle anime di piccoli uomini impotenti contro le procelle esistenziali.

Ragazze bellissime che si barricano in casa per auto deturpare la propria grazia davanti a uno specchio rigato da lacrime, in spregio a un mondo maschile vile gretto brutale; Donne che si commuovono e muovono sulle canzoni di Paola Turci, durante l’ennesimo trasloco della vita, una vita di traslochi, vite femminili perennemente in transito, con traslochi permanenti immanenti travolgenti.

Soli si muore, senza l’Amore, come ci ha insegnato Patrizio Sansone, tra note musicali e capelli al vento. Soli si muore, si muore soli, nel gelo della solitudine, come Miele la Principessa dei Delfini, brutalmente rapita dagli umanoidi, sottratta con violenza bestiale al Suo Popolo, per renderla schiava del losco profitto dei due zampe acefali; condannata a morire in solitudine, con la ignobile scusa della pandemia: idiozia virale globale.

Pagina dedicata a quella Ragazza, sbocciata Donna, che pianse ascoltando davvero per la prima volta Stella d’Oriente, dopo anni di trasferte e concerti Nomadi: non ci inganna l’Amore, ma non esiste qualcosa di più ingannevole infingardo fallace del cuore e soprattutto della mente dei piccoli uomini.

Non è importante che Tu ci sia o no, ma che ci amiamo e ci ameremo, continuando a vivere in nuove stagioni, nuovi paesaggi, nuove dimensioni.

Mai più soli, allevando Delfini liberi.

Starzinger Dreams

Pagina delle Cadute rovinose da basi lunari, cosmo vascelli, asteroidi vagabondi;

discese poco ardite senza rete, senza elevatore; risalite improbabili per assenza di forze (armate muscolari mai schierate), appigli immaginari tra pareti di roccia millenaria, bruna tagliente scivolosa, meravigliosa inaffidabile.

Cascate primigenie, genius loci – almeno il luogo, anzi lochescion, dispone di un Genio – potenza e bellezza allo stato puro, senza stato né leggi, quindi indomabili.

Panorami che mozzano il respiro, mozzi sotto coperta per timore reverenziale, mozzafiato in ogni senso, possibile e impossibile, probabile improbabile, cabalistico alchemico. Sentieri scoscesi per tentare di risalire in cima, vette inaccessibili, puntare spuntoni debolmente carezzati nell’intrico arboreo da furtivi tenaci impavidi raggi di Sole.

Opzioni disponibili: poche e poco malleabili, più spesso zero opzioni, situazione perfetta per indecisi timidi impreparati al tutto o anche solo al microcosmo individuale.

Piccolo spazio pubblicità, piccolo strapuntino quotidiano ove accucciarsi tremebondi indolenti.

Colmare pupille intorpidite da eccesso di ologrammi con anime silvane selvagge, non schedate non omologate non certificate; magnificenza a passo non d’uomo ma di Natura, lento costante ciclico, gamba adeguata, senza orgasmi, riflessiva cauta, guardinga circospetta concentrata, solo sul respiro e sul terreno; produrre non merci inutili senza senso senza valore, ma fantasie e introspezioni nelle spelonche dell’anima per (ri) guadagnare la Vita.

Senza distrazioni fatali, incaute evasioni.

Zavorrare il proprio corpo mortale, diletto e prigione, al percorso più aspro e tortuoso, genuflettersi alla Montagna e alla Natura, muovere arti (anche mestieri, senza offesa) mandibole pensieri con sapienza, scevra di supponenza.

Elfi, Nani, Folletti, Hobbit (no hobbies, grazie), Giganti, anche qualche Orco perché in FantasyLand nessuno è clandestino, mimetizzati tra fronde, tronchi, rocce, ombre, anfratti, osservano, silenziosi e beffardi, lo spettacolo di arte varia avariata di un uomo stagionato da troppe stagioni, innamorato dell’Universo, così bislacco da sfidare a singolar tenzone tutti i suoi limiti, difetti, patetici ipocriti auto inganni.

Nessuna scorciatoia, nessun compromesso, compagnie senza anello magico al naso, zero trucchetti, senza rete su cui planare al momento opportuno o da cui scaricare app tutorial tutori mentali, facili sos to the World, fuori sacco dentro bottiglie di vetro.

Gambe mani testa Anima Coraggio – anche senza I Maggio – Sangue al cuore Carne Fiato Occhi spalancati Vista acuta (se non mente), non una peculiarità di meno. Non compariranno elicotteri travestiti da Valchirie, non Cavalieri dell’Apocalisse, senza visione ampia complessa complessiva.

Il Cielo sarà sempre più blu, ma anche sempre un passo in salita quasi verticale, oltre la testa terrestre e prigioniera di sé stessa.

Anche a testa china, con polmoni al collasso, dopo salasso energetico psicofisico, solo immaginando qualcuno che sogna di volare, Icaro stesso, potrai raggiungere il portale, il valico tra Terra, Cielo, Mare, il leggendario etereo confine sull’Eternità, dove abitano Camaleonti canterini, Felicità dormienti, Fiori pronti a sbocciare.

Martinitt (Orfani?)

Pagina dedicata ai Bambini, ancora e sempre ai Bambini, abbandonati alla loro sorte, a un dottor Destino qualunque; maschera di ferro arrugginito per travisare un volto senza volto, cosmo diligenza per ratti interstellari.

Bambini abbandonati agli orfanotrofi, ufficialmente orfani, ma con genitori viventi e vegetali, biologicamente vivi, per anagrafe e istituzioni; elisi dal ruolo e dalla storia.

Al netto di motivazioni più o meno gravi urgenti plausibili, dalla povertà di spirito a quella di sostanze materiali; passando in ginocchio per tutta la gamma ampia delle miserie e indecenze mortali.

Pagina delle sofferenze e dei traumi infantili, inflitti da pseudo adulti mai cresciuti, pagina dei poeti, non ricchi proprietari d’immobili, Poeti loro sì a propria insaputa, ma spinosa dardeggiante sofferenza.

Pagina dei bambini ufficialmente dichiarati orfani, condotti all’ora d’aria da educatori aguzzini, più spietati di torturatori della colonia penale penitenziaria alla Cayenna, tutti legati insieme in fila indiana da un guinzaglio di cuoio, infinito.

Pagina anonima, anonima sequestri di intelligenza e umanità, pagina senza risposte, perché fondamentali sono solo le domande, individuali collettive globali.

Pagina di dolori dell’anima, invisibili intangibili incorporei, più pesanti dei macigni scagliati da Polifemo contro quell’imbroglione (affascinante) di Ulisse, macigni che volano e si abbattono contro cuori e sentimenti, i più fragili si spezzano, i più indifferenti respingono, mentre il pubblico in ansia chiede alla giuria se le gracili spalle di esseri viventi ancora alla casella del via, siano state concepite congegnate progettate per trasportare pietre enormi come montagne, aguzze come lance primitive, incandescenti come dardi forgiati da Vulcano.

Massi litici che non solo schiacciano, ma precludono alla vista, orizzonti e compagni di ventura e cammino, tortuoso ma comune.

Orfani bianchi (pittore ti prego, tra gli orfani bianchi, dipingi un orfano nero…), Orfani di Casa Bonelli, Orfani di Guerra, Orfani di Pace e di Vita.

Oliver Twist, Heatchcliff, Bambi e Dumbo, Tom Sawyer & Huck Finn (per cantare spirituals di Jim il Nero), Mary Lennox (non Annie senza Eurythmics) e Pippi Calzelunghe (fuori categoria!), Anna dai capelli rossi & HP (il maghetto…), senza tralasciare Peter Pan, Pollyanna e il Piccolo Principe…

Affetti sghembi, più che stabili; figli adottivi, figli illegittimi, figli d’anima (ma carnali relazioni, fugaci ardori notturni), figli d’elezione che mai saranno eletti.

Non sempre uno svantaggio esistenziale, se poi hai la tenacia e le capacità per diventare come Edoardo (Eldorado) Bianchi artigiano del velocipede più rivoluzionario della storia, o come Ezio Vendrame, calciatore per caso, cacciator gentile di Amori femminili, Poeta in tutte le accezioni e eccezioni possibili immaginabili immaginarie.

In fondo, “la squadra giovanile migliore da allenare, è una squadra composta da orfani”, proprio perché ognuno di loro sa “quanto pesa il dolore/ sulle piccole spalle di un’anima”.

Ma con tiri sempre più mancini, fantasiose bugie al cubo o in fase cubista, slalom speciali da ubriachi, anche l’orfano più disperato e ingegnoso può sognare di dribblare, se non gli dei, almeno la propria Vita, incardinata su rotaia pre stabilita.

Della Nuova Babele (per cantar di Danilo Sacco)

Pagina degli Appunti per il dopo, se verrà.

Appunti nel buio. Al buio. In tutti i sensi, con tutti i sensi ottenebrati.

Note, musicali: sperando di non essere sommersi da immondizie concrete, nauseabonde, in aggiunta a quelle musicali.

Note per rammentare a noi stessi di non scordare strumenti a corda e soprattutto di affidare la nostra immaginazione ai Poeti, ai Musici (anche Mosici), agli Artisti, ai Pazzi, a tutti gli Irregolari di ogni ordine e genere, in disordine di apparizione e scomparsa.

La Torre di Babele, mai più lirici tramonti, tramonti della lirica, lirica senza tramonto dal Giardino degli Aranci, solo albe a getto continuo a getto di pennellate a getto d’inchiostro e matite, per nuovi Orizzonti, possibilmente gentilmente infiniti, per nuove necessarie Persone.

Lo ha già cantato anche quel marxista indolente di Lennon, John per amici e detrattori, niente più confini, niente più muri; niente tv tv del niente, niente social asociali più dell’Eremita cieco di Frankestein Jr., robuste cure coatte – queste sì! – contro la mediocrità cui hanno derubato da tempo l’aurea corona, miliardi di voci, una sola cacofonica polifonica Realtà, infinite voci che infischiandosi di chi perde o vince, inneggiano a chi impara, voci infinite che cantano secondo le proprie possibilità, dialogano, capiscono e si capiscono da punti di vista e di esibizione differenti, tutti originali personali all’inverosimile, per la crescita del Coro, alla faccia del pil letale che ci vorrebbe mesti solisti ego maniaci.

Realtà in formato Tyson o tentare di prendere a pugni la Realtà, fino a quando resterà un po’ di fiato? Prendere a pugni le ovvietà, le verità banali prestabilite, scaricabili in confezione famiglia, anzi popolo (conveniente, per la setta dei Neo Leviatani); sgretolare con un ragionamento e un sorriso sardonico leggi (t)erga omnes inumane, inaccettabili.

Consacrare Uomo e Natura quali unici (nella propria categoria) patrimoni universali, con o senza bollini di certificazione, una Nuova Babele, una nuova società mondiale, non più – mai più – delle nazioni e delle razze, ma di Tutti i Popoli del Pianeta Terra.

Esseri Umani e Ambiente dichiarati senza trucco parrucco inganno: patrimonio dell’Umanità totale, patrimonio non dei padri padroni e/o di figli figliastri, ma globale, indisponibile agli appetiti predatori individuali; patrimonio universalis, indispensabile non dispensabile, sacro anche senza beatificazione religiosa dogmatica, sopra oltre ogni fallace legge umana, sopra ogni interesse particulare di minimi recinti urticanti.

Senza se e senza ma, subito, adesso, qui e ora.

I sogni sono desideri, illusioni, visioni? Gli incubi sono concreti e spigolosi, lo sperimentiamo quotidianamente, benediciamo questa notte, trascorriamola scrivendo e riscrivendo racconti utopici da trasformare in Progetti, per rendere reali i pensieri più onirici, quelli più audaci, quelli ritenuti eretici dai Guardiani fallocefali; estirpare dal corpo e dalle viscere di Madre Gea tutti gli infinitesimali frammenti infestanti o germogli della gramigna malefica inquinante, dei virus delle fobie isteriche, delle ignoranze patologiche che ci trascinano nel Maelstrom dei riti superstiziosi, della paura insana che non è accortezza ma genuflessa supina rassegnazione, ossequioso servilismo senza l’ombra refrigerante di un dubbio, servilismo senza speranza di affrancarsi, catene eterne al muro invisibile dell’ingiustizia affaristica.

Amebe sempiterne. Senza terno, né al lotto, né nella rosa dei Venti delle opzioni esistenziali.

Ecco perché edificare Una Nuova Babele:

per ricoprire dall’alto tutto il Mondo con petali di Libertà e Parole onni comprensibili, onnicomprensive.

Non solo fiori, ma Pane Rose Opere di Bene.

Comune globale.

Rin Tin Tin, Tin Tin e l’Estate perduta

Pagina bianca, pagina dell’estate perduta, pagina bianca della primavera ingannevole, un tempo menava tedeschi in camper, oggi vairus volatili; oggi mena alla romana noi uomini del prima.

Pagina della Natura che con semplicità ribadisce la propria supremazia, su noi vili viziati terrorizzati, a gambe levate dal panico, senza distinzioni senza distinti levrieri, fuggiamo in rotta senza rotta, in disordine sparso, senza semi. Rintanati isolati isolanti, monadi auto recluse, illuse, senza essere pie, di meritare e ottenere salvezza e redenzione.

Pagina bianca dell’Estate non trovata, non pervenuta, mancata, non rinvenuta, per sua volontà, nostra distrazione distruttiva, niente partenze demenziali scoglionate, niente vacanze massificanti sempre esclusive, elusive senza dubbio.

Estate perduta, estate dannata, ottima annata, chi ha perso cosa?

Qualcuno ritroverà – forse i Goonies ispirati da Cindy Lauper – qualcuno tornerà, forse un nuovo Odisseo, magari Lessie fidanzata con Rin tin tin , mentre Tin Tin indaga sul mistero della sparizione del volto nascosto di Selene.

Pagina senza Estate a renderti arida, senza temi né memorie delle ferie d’Augusto a inchiostrarti di fole, folate di bugie e fantasie, senza meravigliose Lucertole e Lucciole, senza interminabili meriggi, nei quali affogare in caldissimo abbacinante abbraccio, senza più soffocare perire in quel tedio madido che oggi – così è se ci appare senza appartenerci – miraggio miracoloso di briciole di felicità.

Illusoria illecita illudente, bramata amata distrattamente perduta.

Saracinesche

Pagina Bianca, Pagina sfondo bianco per vecchie Saracinesche chiuse, abbassate per sempre, bloccate a terra da chiavistelli ormai inviolabili.

Saracinesche verniciate di verde smeraldo, in un tempo antico, anzi in una dimensione presente archiviata; verde allegro come un prato primaverile dopo salvifico acquazzone improvviso;

Pagina delle Saracinesche scrostate, arrugginite, dimenticate dai proprietari e dai passanti, abbandonate al loro destino, cigolano, gemono, si lamentano per l’incuria e per la mancanza di attenzioni, come i fantasmi che popolano quegli edifici fatiscenti da cui promanano effluvi maleolenti ectoplasmatici muffiti.

All’esterno, fuori da noi e dalle nostre case, imperversa la Danza della Morte e non so nemmeno più se sia rito macabro o festoso, se il ‘fuori’ riguardi il Mondo Prima o quello, alieno e inesplorato impraticabile del Dopo.

Saracinesche spente, sarabande di bande disperate disperse, senza bussola sotto un cielo nero di stelle, travisate con i mantelli dell’invisibilità.

Generazioni di Giovani condannate a massacrarsi per la stupida tracotanza di pochi disperati inumani che si credono potenti e mascherano la loro cupidigia di bassa lega dietro parole vuote auliche (dei patrie famiglie…), generazioni annientate, persone di ogni età, moribonde e/o decedute, in infinite file, cataste, piramidi di bare senza nome, senza un saluto, senza più parole, senza un commiato affettuoso, senza un abbraccio fisico o anche solo ideale;

l’uomo diventa ritorna si scopre tremebondo nulla, pulviscolo evanescente primordiale.

Niente faccia, niente nome, niente identità; eppure ottenebrati dall’illusione criminale e letale di dominare il mondo, per inesistente diritto divino.

Il Pianeta e la Natura, flemmatici e incuranti, preparano senza fretta né alterigia, la necessaria finale raschiatura della vecchia pergamena, ormai consunta da troppe banali riscritture, inutilizzabile, incartapecorita, malsana.

Una catartica palingenesi e il giardino dell’Eden risorgerà non dalle ceneri, ma da fonti incontaminate, mai sfiorate da mani umane, splendido sontuoso, di sbalorditiva Bellezza.

Per pochi eletti o per nessun elettore.

Dopo. Tutto questo trionfo della Vita, dopo di noi.

Senza di noi, perché la pietra pomice avrà ripulito l’Universo anche dalle residuali vestigia umanoidi.

Un palinsesto, un’overture a sorpresa: Guglielmo Tell, William il Conquistatore, Guglielmo (Elmo?) Arancia d’Inghilterra, o Lone Ranger?

Mentre Gioacchino, cuoco musicista o viceversa, si esibisce nella preparazione di raffinati manicaretti per concludere lo spettacolo delle Ere e inaugurare una storia nuova, un nuovo corso percorso;

chissà se esisteranno Narratori: per inventare parole nuove, vere, vitali, senza inganni né trabocchetti, dritte e taumaturgiche.

Chissà se ci sarà qualcuno pronto e fermo, con la volontà la necessità il desiderio di ascoltare, apprendere, dialogare.

Ascoltare e recepire, comprendere, non prendere, interiorizzare, progettare Nuove Comunità, dove potenziali Esseri del Futuro non siano più uomini predatori, non perdano la favella al cospetto dei Lupi, sappiano restare umani, figli fedeli dell’Humus originale, umili per ogni altro umile.

Capaci di bandire per sempre saracinesche, porte blindate, fortezze inespugnabili, strumenti della morte e immaginare solo storie per generare ponti di Luce, progettati e adatti per Esploratori della Vita universale.

Raschiare via senza rimpianto anche solo la memoria di una memoria precedente.

Per essere, per renderci, l’Universo e noi stessi, improbabili aspiranti eternauti, almeno una volta, liberi da vincoli e zavorre.

Liberi di esistere davvero.

In bilico (auto coccodrillo/epigrafe per il mio primo 50°)

Il 40 uno spartiacque, come Mosè (con aiutino metafisico) piantato in mezzo al Mar Rosso;

ma il 50, mannaggia al piffero e ai pifferai magici, spaventa: mezzo secolo, una vita intera, mica mezza. Fino a non molte generazioni fa, l’aspettativa media di permanenza sulla Terra si aggirava attorno ai 30, scarsi…

Mezzo secolo, saluti al gineceo alla grotta di Platone al peripato con tutte le Peripatetiche (io stesso, volente o nolente, a partire dal destino inscritto nel nome, sono figlio di quella cultura).

Affronterò la prova con equilibrio compostezza e dignità; si sa che, maturità a parte, gli esami non si concludono mai per davvero, a maggior ragione quelli superati.

Dunque, sobrietà e serenità: cribbio, il 50 non esiste, è solo uno stato alterato della mente e … un catartico vaffanculo, come direbbe Augusta, mia saggia vulcanica Amica romana.

Cos’è dunque questo 50? Pare simboleggi l’uomo totale (l’uomo del calcio totale della Grande Olanda anni ’70?), la forza della parola che induce all’azione, grazia (Graziella e …) gentilezza rigenerazione (ricominciare dal via? preferirei di no), ascensione spirituale (attenti alle truffe) illuminazione (cribbio, bollette anche nel delicato giorno del genetliaco?); associato al 14° Arcano dei Tarocchi, Angelo solare che personifica (se così possiamo scrivere) cambiamento, mutazioni (genetiche), trasformazioni (ottimo per un ‘fanatico’ di ‘anime robotici’); nella Bibbia rappresenta il numero della Festa e della Gioia (meglio di così!), nella Smorfia parte nopea e molto napoletana, il pane, l’alimento più importante e buono del genere umano. Ringrazio la Dea Partenope e mi ritengo appagato.

Ribadisco però, ci sono arrivato a mia insaputa, il 50 (mi sono fermato ai 30 con 20 anni di esperienza supplementare, come sostiene la mia Amica Cristina, mamma di Romolo e Akira) è nulla. pura immaginazione, FataMorgana nel deserto del Mojave, assieme ai Navajos; il 40 lo conoscevo bene e lo rammento meglio:

Costa dei Trabocchi (e trabocchetti della memoria emotiva), Eremo Dannunziano (Ella era una Turris Eburnea, Regina e Prigioniera della Torre, senza maschera di ferro), San Vito Chietino e Base Aldebaran; cena galattica per camminatori sulla Via Lattea, foto rubata, Ella catturava l’anatomia di un istante, me, tra Garbino e Scijone, assorto, intento a scrivere qualche sciocchezza delle mie: dove sarà mai finito quell’appunto?

Siamo tutti funamboli, a nostra insaputa. Forse. Io oggi diventato ufficialmente anagraficamente impietosamente vintage, di sicuro sì. In bilico, su una fune tesa tra due punti ignoti, sul baratro del nulla o di una tenebra cosi fitta e fonda che non consente di scorgere … il fondo, ammesso esista.

Sono un dinosauro funambolo, con alta percentuale di possibilità di traghettarmi integro sulla parete opposta (vero?); dinosauro senza dubbio, partito non solo dal precedente secolo, ma millennio, planato sul Pianeta Azzurro come Bia (o Mary Poppins) dal Mondo Prima.

Una sfida, non saprei dire se audace o idiota, alla paura dell’ignoto e della morte, nella speranza che Sogno e Poesia esistano davvero e siano astri immortali, non importa se a distanza siderale.

Del Tuo abbraccio avrei bisogno ora; ora avrei bisogno della mia copia del Trattato di Funambolismo (assonanza nemmeno troppo casuale con sonnambulismo), opera immensa non del piccolo Filippo ma dell’Artista della Vita, Philippe Petit; libro che Tu mi hai prima regalato e poi smarrito, in Corso d’opera di esistenza di progetto.

Carpire il segreto di come si possa conquistare l’Inutile, oltre ogni respiro interrotto.

Assaporo piano e con gratitudine il gusto, aspro e deciso, di ogni fallimento sconfitta dolore.

Quante volte sarà precipitato Philippe Petit?

p.s. Mio Papà quand’ero pargolo (non rammento) mi cantava il Piccolo Naviglio come ninna nanna e finiva poi per addormentasi, ma Lo ringrazio perché la passione per vascelli, pirati dal grande cuore, nobili corsari è certamente nata così; mia Mamma mi ha confessato che sono l’Impresa più bella che ha compiuto nella vita (“Pensa come stai messa”… Le ho risposto, con gratitudine); le Tre Nonne e lo Zio Aviatore mi hanno cresciuto con Amore Dedizione Fantasia;

Leonessa Flavia, infine ma mai ultima, è ormai proprio convinta di amare questo ‘vecio scarpon’…

Bilancio parziale: molto positivo.

Colonne infami e Utopie

Pagina della Colonna, Piazza Colonna, Colonna infame infamante o di semplici morti di fame?

Forse quinta colonna, colonna della quinta, gola profonda, perché una spia, non necessariamente dal freddo, talvolta anche a L’Avana, si trova sempre. Pazienza, se non mi ama.

Arrivò di notte, anche se piazze vie vicoletti scorciatoie nascoste e scorci erano stati da tempo e per tempo bonificati e desertificati (anche perché volevamo dare una robusta mano ai mutamenti climatici e genetici). Scortato da un’imponente colonna militare in assetto da guerra.

Di notte, non con il favore ma con tutto il sinistro fervore delle Tenebre, giunse l’Araldo; Araldo del Potere, Araldo dei Negromanti (non gruppi pop del Salento), Araldo dei Neo Leviatani, incaricato di affiggere il terribile nuovo reale cogente editto (Ei lo disse…) alla colonna virtuale; affiggere per affliggere e infliggere; i cittadini non dovevano sapere, i cittadini dovevano solo rassegnarsi e ubbidire, in silenzio, a testa china, chinando la testa al cospetto dei tiranni insinuati ormai perfino nell’intonaco della Stanza dei Bottoni. Prostrarsi prostrati.

Bottoni colorati, ma non nuove battaglie dei bottoni, né passatempi ludici per i Bambini del Popolo.

I piccini, infingardi e imbroglioni, piccole spore del Demonio, in realtà ci odiano, sono loro i nostri nemici più letali, sono gli Untori.

Il Potere aveva deciso: una enorme U scarlatta di stoffa sarebbe stata tosto cucita da aziende tessili governative, sugli abiti destinati agli Untorelli (come agnelli sacrificali) che spargevano la peste del nuovo millennio, baloccandosi tra vairus e pandemie, nel Mondo Dopo, terrorizzato e infelice.

Pagina della Colonna cui legarono tutti i Bambini, Pagina dedicata ai Bambini di Prima che eravamo noi, ma lo abbiamo rimosso dalla memoria, abbiamo tranciato di netto tutte le Orecchie Acerbe rintracciate.

Pagina di quelli che oggi odiano i Bambini, detestano il Futuro perché sanno che non ne faranno parte, odiano i Bambini e li condannano, senza diritto di replica difesa appello, alla carcerazione preventiva, in attesa di caricarli tutti sulle astronavi in costruzione nei laboratori dei nuovi magnati, magnaccia del denaro fasullo e delle leve di comando, astronavi per deportare i fastidiosi mocciosi in una qualche dimensione del Cosmo. Abbandonandosi poi a nuovi inutili fatui fasti.

E Tu, signor Rodari, cos’hai da guardare? Resta nel tuo limbo etereo, inutile irrilevante; educare, imparare dai Bambini, giocando seriamente con Fantasia? Può mai essere affidabile efficiente produttivo un tizio che si fa chiamare Gianni? Grammatica della Fantasia, ppfffui!!!

Non abbiamo ancora capito che la Tua ‘letteratura infantile’ è lo strumento più potente per ammaestrare i sedicenti adulti, per guarirli dalla loro atroce banale aridità.

Laika scodinzolando tra le Stelle, attende i nostri Marmocchi (Occhi di Mare) …

Lei sì, li renderà liberi e gioiosi, con il senso di Gianni per l’Utopia.

Finalmente.

p.s. Utopia aveva una sorella maggiore che si chiamava Verità senza errore… ma questa è un’altra Storia.

Mymosa (no mose, non più Mosè)

Pagina Bianca, pagina bianca con al centro una macchia nubiforme di giallo Van Gogh.

Pagina delicata, dedicata all’Albero di Mimosa, quello che incontravo ogni mattina, durante la mia passeggiata unica e quotidiana, la mia ora d’aria.

Ci salutavamo con allegria, dialogavamo con affetto e sympatheia.

Passeggiata con annessa rappresentazione finzione illusione che i riti del leggendario Mondo Prima – uno dei molteplici inganni della mente? – fossero ancora praticabili, potessero sussistere e resistere:

pedalare, su arterie d’asfalto e su viali alberati (li abbatteranno in nome della Nuova Modernità a dEfficienza Totale) quando lo Stellone ci assiste, incursioni in edicola, commissioni e incombenze da antica vita, superata dagli Eventi.

Albero di Mimosa, Nostalghia non solo di Tarkovsky, ma della Tua arborea terapeutica benefica presenza, simbolo di Bellezza effimera. Uno stereotipo indegno figlio illegittimo della clausura che regala, non fratelli né sorelle consorti a braccia conserte, ma spazio/tempo per meditazioni, forse più accurate, forse più meditate e meditabonde; tra bende e linimenti, conforto per anime contorte.

La Bellezza? Effimera! La Giovinezza (tosto si dilegua)? Effimera!

Effimero tutto il meglio dell’Universo (l’Universo stesso): il Maggio libertario colorato foriero di fragranze inebrianti, Effimera la Verità e Sue Propaggini, ridenti e fuggitive le Realtà preziose nel momento, nell’istante (anatomia di un istante) della loro massima e più evoluta forma espressiva.

Preziose in quanto brevi, impossibili da eternare catturare distillare; distillare e suggere con parsimonia il Nettare, della Bellezza finalmente in connubio con Saggezza, da trasfondere infondere inscrivere nel nostro codice genetico; o in ciò che resta, del codex e dei geni, sempre più rarefatti rari fugaci.

Dea Balta, Balta Dea, riBalta il Mondo, Tu che orni Te Stessa con batuffoli dai petali di Sole, argentea Dea, come Elio e le Stelle sorelle o in sorellanza cosmica, donaci cinture di Luce, non per cingere e imprigionare, non per fabbricare strumenti belluini bellici, ma Armonia e Gentilezza che possano resistere per un solo giorno, o ogni giorno sappiano e vogliano risorgere; anche senza le nostre ceneri.

Pagina Bianca lacrime, Pagina in memoria dell’Albero di Mimosa, salvato dalle acque, trascinato nel fango, tratto a riva non dal kriminal tango né dal (molto di più) kriminal mose, novello Mosé, non più ormai.

Oggi Ti hanno spenta, adorata Mymosa;

non cammino.

No mas.

Senza famiglie (Remi?)

Tutti a chiederci – quando è cominciato tutto questo?

Tutti chi? Gli Altri. Altri rispetto a chi? Non posso/voglio escludermi dalla cerchia degli Altri, umani; fino a prova contraria. Mi sfugge il concetto stesso di ‘tutto questo’, se Jep Gambardalla cominciasse a incalzarmi con pungenti quesiti da par suo, non saprei definire, né rispondere.

Lui, fortunato, di notte festeggia con tecno dance in terrazze vip, di giorno cammina per giardini lussureggianti dell’Aventino; io cammino di notte, per camini di Santiago (esistono ancora?) e tetti senza tegole né regole; anche perché qui ormai è sempre e solo notte, in questa casa vuota, o edificio che somiglia ad uno ‘spazio oikologico’, ma popolato di spettri; mi contraddico di continuo: non assenza di abitanti, ma inquilini incorporei. Non so se contengo moltitudini, pensiero stupendo inquietante, di certo contengo scempiaggini.

Deambulo tra assembramenti fantasmatici senza mascherine ma con lenzuola in abbondanza, chiedo permesso, anche perché è complicato aggirarsi senza importunare qualcuno, mi scuso con prontezza se urto qualcuno; non fisicamente, mentalmente e con la mia poco significativa presenza, poco scenica, poco di tutto.

Senza tema di smentita, ufficiale ufficiosa da ufficio (non più, ‘smentitetion from home’), sono certo che i miei passi incerti e timorosi riescano a disturbare le loro riunioni condominiali, i loro sabba festosi, più coinvolgenti e gioiosi degli ennesimi aperitivi esclusivi (ad escludendum?) del Popolo dei presunti Viventi. Tutti rigorosamente distanti da ogni pericolosa e deviante forma di umanità, tutti separati nella propria classe di appartenenza, con o senza girello in plastica tossica; l’ascensore sociale – quello per le risalite ardite – è bloccato da millenni; l’altro, il carrello senza freni dei minatori intrappolati nelle miniere di un ‘Re Salamone’, precipita al centro della Terra che è un piacere, a folle folleggiante Velocità.

Il periodo, meglio se breve, finirà, anche dovessero trascorrere anni a manciate. Finirà comunque, in qualche modo; categorico non porsi, soprattutto non porre, domande: chi dubita, è solo invertebrato invertito miscredente disfattista traditore. Di quale patria, piccola media o grande, non è dato sapere, anche perché analisti e sondaggisti non hanno ancora elaborato il Dato finale.

Credere ubbidire abdicare, la ricetta della felicità è più semplice di quella del lievito madre (padri assenti, a caccia di selvaggine varie, o anche eventuali) casalingo.

Ogni decisione decisa ex cathedra dal Gran Consiglio dei Neo Leviatani, comunicata dall’Olimpo di cartapesta dello studio tv dal Deus ex Machina (questo folle mondo di ex!) – impersonato a turno dal caratterista meno impresentabile! – anche la più dolorosa, sia chiaro e inciso a lettere di platino nel marmoreo obelisco, sarà stabilita solo per il nostro bene, teorico; noi sciocchi e irriconoscenti non ne abbiamo consapevolezza, non possiamo capire, non dobbiamo capire, perché le ragioni ultime sono oltre la portata la porta l’orizzonte della nostra comprensione e comunque meglio restino segrete; per nostra Salute e solita Sicurezza, mantra irrinunciabile delle Leggi Totali.

Gli Altri – non i cari Fantasmi – gli Altri, ovvero io & The Others, abbiamo svoltato, angolo strada e pagina del libro con interpretazione dei Sogni e dei Segni, premonitori, ovunque: torneremo come Prima, non sarà difficile: perché giammai siamo cambiati.

Cambiare ma perché, perché cantare se Tu Noi non ci siamo? Applausi, oceano di Mani. Mani nani tentacoli paranchi carrucole rampini rostri chele gigantesche, rosso fuoco.

Annaspo, ansimo, percorro precorro rincorro scale e Delia Scala, semper con rigore formale e finanziario, senza luce! Parsimonia e sobrietà. Nemmeno il conforto del classico barista chiacchierone, forse erano solo invenzioni letterarie e cinematografiche del Mondo Prima.

A forza di rimpiangere nostalgico ciò che non è mai esistito, ho mutato pelle e domanda: come/quando tutto si è concluso, distorto, dissolto? Dissoluto me.

Esauriti i silenzi collettivi (voci mute, respiri pesanti, talvolta pensanti), banditi, con tanto di taglia su pergamena incartapecorita, agape per condividere companatici, allegri schiamazzi, confidenze, finiti gel disinfettanti e risate – magari al mercato e teatro neri… – risate de core e risate veraci de panza; abbracci abbacchi abat jour, finiti anche quelli, pour toujour; cure reciproche, piccoli quotidiani gesti di gentilezza, nella dolce lieve brezza che dai porti di ponente sussurrava echi di nenie lontane e profumi intensi di spezie preziose sulle vele di brigantini commerciali;

finiti i quotidiani da tempo, finito fare l’Amore, all’Amore, con Amore.

Finite le domande (tanto, nessuno leggeva più, nemmeno l’algoritmo del ‘call me center’), nella nuova era del Mondo Dopo, per nostro sommo gaudio, diletto, privilegio esistono solo risposte: gentilmente erogate dalle app governative che governeranno i nostri giorni; a breve, la rivoluzionaria app per evacuare: ‘EvàQuo 5.0’.

Liberi – era ora!!! Ora fatale – da tutte quelle torme di domande lancinanti nelle tormente esistenziali, sui segreti di ogni famiglia, sulla raccolta di cumuli di scheletri in antichi armadi (portali dimensionali) tarlati, comuni a tutte le famiglie del Globo, famiglie più o meno naturali; domande senza soluzioni, nemmeno su settimane enigmistiche, in quanto mai formulate.

La vera, unica, ultima angoscia: quando sono finite, le Famiglie varie avariate variopinte?

Intanto, Remi, con i Suoi Cani, suona l’Arpa e va, spettacolo senza tempo.