SALGARI, LA NONNA E LA BRISCOLA

Ogni tanto, molto di rado, qualche anima bella, qualche scriba dei quotidiani locali, tirava fuori la trita storiella: per carità, bravo è bravo, ma non corre, nel calcio moderno nessuna squadra può permettersi giocatori fermi…

BradHypo tra le varie caratteristiche caratteriali non annoverava la permalosità: – Nel calcio c’è chi corre e io lo ringrazio, di cuore; e c’è chi pensa: io penso.

Le sue risposte somigliavano ad aforismi filosofici (o a certe battute dei film di Sergio Leone) e di solito avevano il potere di disarmare gli interlocutori più critici e polemici. In fondo, alla fine, tutti o quasi gli volevano bene e cominciavano a prenderlo in simpatia.

Solo una volta in effetti lasciò tutti noi interdetti esclamando una specie di simil blasfemia: – Zio Canaco, ho sbagliato carico!

Durante una finale del torneo annuale di briscola tra le osterie locali, si lasciò sfuggire, conscio dell’imminente disfatta, questa imprecazione che sembrava più una citazione geo letteraria: lo era. Con umiltà e senza sfoggio, raccontava che era stato dai tempi dell’infanzia un salgariano doc, anzi docg; quindi l’esclamazione era da ritenersi un omaggio al popolo dei Canachi, a Sandokan, ai Tigrotti della Malesia. Al Sandokan letterario, protagonista del ciclo malese (per Brad, la nostra squadra era una sorta di romantica Mompracem del calcio) e a quello cinematografico, l’unico: quello impersonato da Kabir Bedi nei lungometraggi – per il nostro fuoriclasse ‘accuratissime ricostruzioni storiche’ – dirette da Sergio Sollima.

Per le sconfitte sul campo di pallone, non si arrabbiava, mai: – E’ solo un gioco, Ragazzi…

Quella volta però al tavolo da briscola, sembrò, non potrei definirlo turbato, ma pacatamente contrariato, sì: – Come diceva mia Nonna Epifania (ennesima Figura mitica, da lui considerata eterna fonte d’ispirazione) chi ha una strategia vincente con le Trevigiane, ha una strategia vincente per la Vita.

Fu così che per un punto Martin BradHypo non perse la cappa, né la capa, ma la partita e l’ambita confezione da 6 bottiglie di Ribolla Gialla, messa in palio come premio finale per i Campioni di Briscola, sì.

BradHypo era questo e molto altro. Un tipo straordinario, ma che non lo dava a vedere; un tipo unico e originale, senza averne l’aria, senza darsi arie, senza farlo pesare sugli altri.

(Continuerà???)

GIOCARE (AMARE) CON LENTEZZA

“Nel calcio e in amore che fretta c’è? L’importante è giocare bene

Questa la massima che gli ho sentito pronunciare più spesso durante la sua vita, la sua filosofia esistenziale.

Era il giocatore più tecnico che avessi mai visto, ma anche il più lento. Giocava poi con un piede solo. Nooo, intendiamoci: ne aveva due come quasi tutti noi, solo che il destro gli serviva giusto per salire e scendere dai mezzi pubblici o come base d’appoggio quando si concedeva un cicchetto ricreativo, prima delle partite più importanti: – Mi rilassa i nervi, sosteneva serafico con allenatori e compagni che non capivano come poi potesse essere lucido e scattante  – certo, scattante a modo suo… – sul rettangolo di gioco.

Credo che nessuno, nemmeno tra le mura di casa sua, abbia mai notato in lui impercettibili segnali di turbamento.

In campo, quando caracollava ondeggiando in mezzo agli avversari, utilizzava solo il piede mancino, per condurre e carezzare il suo amico più fidato e fedele: il pallone. Non gli ho mai visto infliggere un calcio all’oggetto fondamentale del football a 11, mai visto calciare di potenza o, peggio di una bestemmia in chiesa, con la punta dello scarpino.

Era come, permetterete l’audacia, se facesse l’amore con il pallone.

Dicevo della sua lentezza leggendaria. Una sorta di Socrates, ma più flemmatico!

Noi della vecchia guardia lo chiamavamo BradHypo, per una vaga somiglianza somatica con Brad Pitt, molto vaga, e per la peculiarità, quella sì identica, al simpatico bradipo delle foreste pluviali del Sud America: la lentezza più volte menzionata.

A Roma, nei rioni popolari, lo avrebbero soprannominato Er Moviola, noi lo sfottevamo chiamandolo FermoImmagine o FilminStopMotion (come The Nightmare Before Cristhmas di Tim Burton), ma la diapositiva seguente era spesso il pallone che inspiegabilmente si accomodava placidamente nella porta avversaria o qualcuno dei suoi compagni che, ululando in modo scomposto tipo licantropo in notti di Luna piena, si precipitava ad abbracciarlo, dopo aver ricevuto un assist perfetto.

Su quasi tutti i suoi passaggi, sembrava fosse scritto con inchiostro simpatico: – Basta spingere in rete…

Dopo una marcatura personale o un servizio illuminante ai suoi compagni, la massima espressione di gioia di BradHypo si estrinsecava attraverso un sorriso sornione, uguale appunto a quello del bradipo, sazio in seguito a un lauto pasto a base di ramoscelli di Cecropia.

Placido e tranquillo.

Lento eppure quasi immarcabile, lento eppure quasi inafferrabile per i difensori antagonisti. Come se grazie a qualche strana magia, con la pacatezza dei suoi gesti tecnici e della sua (pseudo) corsa riuscisse a ipnotizzare gli avversari o a fermare per qualche secondo il tempo.

Quando i più arcigni e vigorosi avversari si innervosivano, frustrati dall’impossibilità di carpirgli la sfera, cominciavano a picchiarlo non visti dagli arbitri o tentavano di abbatterlo con entrate assassine: BradHypo, dopo ogni colpo ricevuto, si rialzava da terra con flemma maggiore, si riavviava la frangetta biondo platino, arrotolava ancor di più i calzettoni sotto i polpacci nudi e martoriati dalle tacchettate nemiche, commentando imperturbabile:

– Fa parte del gioco…

(Romanzo virtuale, romanzo multimediale, racconto, esperimento meta letterario???) …

Continua???

Il Mercato!

Pagina Bianca, pagina dei titoli da romanzo, pagina di romanzi senza titolo;

pagina dei romanzi che sono solo titolo e copertina, pagina dei romanzi che resteranno in eterno senza pagine.

Quante sono le Verità? Quante le Realtà? Infinite (almeno per gli Umanoidi), pari agli anni di programmazione dell’Universo, summa delle vite che lo hanno attraversato come Oceano senza tempo e senza approdi, flotta totale delle vite che continuano a solcarlo.

Non solo Leviatani, oppure sempre loro con divisa alternativa: i Filantropi, capeggiati dal Filantropo Supremo, quello che mentre “il morbo infuria, il pan ci manca” annuncia al Mondo con megafono virtuale: “L’elisir magico, traumaturgico, prodotto dai miei alchimisti di fiducia all’interno dei miei gabinetti ex Caligari, allevierà i vostri sintomi, ma inoculerà in voi 100 nuovi morbi”.

Non è mai signorile sbandierare i propri meriti, per questo i media restano silenti con eleganza sovrannaturale.

Un fantastico Elisir, solo per il bene e la salvezza dei Popoli, solo per stimolare la loro auto immunità e la passività totale.

“Ti inoculo i miei germi, in tutta sicurezza, al miglior prezzo garantito (100 al costo di 1!), in cambio mi cedi mente e anima; ma il mio nome resterà inscritto a futura memoria (damnatio memoriae!) nei sacri annales della Storia disumana, cesellato nel Cielo con caratteri siderali”.

Pagina Bianca, Pagina dell’Apocalisse in accezione etimologica, pagina di pasque anomale, epifanie aliene alienanti: nuove verità o insulse pellicole da tin age hollywoodiana?

Il Vairus vagabondo, il Meteorite affetto da gigantismo e l’Aracnide killer con violino…

Catastrofi socioculturali, catastrofisti da bancarella pronti a vendere il meglio del loro campionario all’offerente peggiore;

catastrofismi varj e assortiti ne abbiamo ancora, anche nella dispensa d’emergenza dentro il bunker di salvataggio (o tumulazione definitiva)?

Tranquilli, sta andando tutto bene, anzi, sempre meglio!

Ci salverà, come sempre, il Mercato, finalmente libero da ogni residuo vincolo, da ogni stramaledetta stupida legge – lacci e lacciuoli obsoleti e antiDiluviani in barba a Noé, anacronistici – rinvigorito, in quanto affrancato da ogni insulsa barriera e/o limite terrestre.

Pagina Bianca, Pagina delle teste (de) cadute;

gaudeamus, ne resterà soltanto Uno, per sua immensa grazia:

Nostro Signore, il Mercato!!!

Ottavo giorno

Al settimo giorno il Gran Sarto Facitore dell’Universo considerò equo abbandonarsi ad un sano ristoro. Lui. E., pensò che sarebbe stato irriguardoso non attendere almeno un giorno in più. All’ottavo quindi la sua decisione fu irrevocabile: smettere di pensare.

Pensare a cosa? Alla vita del Mondo Prima? Quale vita? Quale prima? Un vago concetto anche poco filosofico del prima, presuppone come conseguenza non necessariamente logica o dialogica, un dopo. Teorie aliene. Si sentiva anche lui alieno, a partire da se stesso, un corpo estraneo da debellare e allontanare, una pianta infestante aggressiva da sradicare,

All’ottavo giorno, si rese conto, o rese conto a qualcuno; ebbe la sensazione che Kronos, annoiato dal proprio incedere lento ma costante e inesorabile, avesse abdicato al proprio ruolo; in fondo, nella breve storia umana, molti intellettuali e filosofi, anche quelli in voga nei mercatini rionali tra la scelta del guanciale e del pecorino per la Gricia perfetta, avevano sostenuto che il Tempo (clemente o indifferente) fosse solo una delle innumerevoli convenzioni create dall’uomo per un necessario armistizio e compromesso con i propri limiti insormontabili.

Eppure, il tarlo continuava a tormentare, come una carie notturna: la vita di prima.

Invischiato, cristallizzato nella resina dell’eterno Presente, come uno sventurato e soprattutto inconsapevole moscerino della frutta, non avrebbe saputo, né potuto rispondere a dilemmi troppo più grandi di lui e delle sue limitate facoltà.

Insistere con questioni esistenziali dilanianti e dilaniate? Perseverare con quelle domande carsiche che scorrevano comunque sotto la pelle e sarebbe stato meglio non formularsi mai, per evitare che riaffiorassero all’improvviso in un momento di apparente requie, a tormentare e recare supplizio all’anima e all’inconscio?

Guardava allo specchio un volto sconosciuto, in teoria il suo; non aveva ravvisato grandi mutamenti esteriori, né interiori, eppure ogni cosa era oscura e oscurata alla comprensione. Nessuna nube radioattiva da Chernobyl o Fukushima, nessun cinematografico rimando a The Day After o al nipponico mondo di Ken (Sette vaghe Stelle dell’Orsa Maggiore); nel Mondo Prima una Donna importante lo gratificava chiamandolo Ragazzo del Futuro, come Conan (previa immancabile catastrofe nucleare), ma non lo era più; o forse mai era stato, né ragazzo, né futuro.

Si era allenato con puntiglio per tutta la sua irrilevante vita a restare a prudentissima e ossequiosa distanza dalla Vita. Ora raccoglieva i frutti, le reminiscenze (alcune di dubbia autenticità), miraggi e ancoraggi ad una quotidianità banale, indossando il niente con noncuranza, con esponenziale flemma. Le immagini più tormentose erano solo sostanza evanescente, aleatoria più di una mano ai dadi con il proprio destino.

Saggiamente, all’Ottavo Giorno della Grande Reclusione globale, eliminò la connessione con il cervello centrale.

E fu subito sollievo.

Infanzia perfetta

Pagina Bianca, pagina della quotidianità ristretta (“Oh Mamma mia, mi si è ristretto il quotidiano!”), della quotidianità che credevamo libera e disponibile, sempre e per tutti, invece era un calessino senza cavalli, né storni né vidal; libertà stretta ristretta stringente, libertà feticcio o feticcio di libertà, elemento soffocante, palliativo, surrogato – come patriottico caffè di cicoria! – di una Vita Libera.

Pagina Bianca, pagina dedicata alle giornate di color, di calor Bianco.

Le conoscevo bene, quelle giornate. Giornate liquide che annegavano in sé stesse, in una luce bianca, lattiginosa, indefinibile. Quotidianità catatonica, onirica, ipnotica, senza necessità di sostanze alteranti, senza insalate di Peyote.

Giornate infinite, senza inizio senza conclusione che faccesse male, giornate indolenti, inconcludenti, oltre la semplice pigrizia fisica e mentale.

Finestre! Spalancate sul mondo, in apparenza in fermo immagine, fermo per un giro causa penalità, infrazione lieve non sanzionabile; aperte su un’umanità comune, rarefatta, refrattaria a ogni azione abituale, a ogni suono o rumore; finestre come cancelli, senza catene rugginose né lucchetti con combinazione astronomica, dai quali fluivano profumi dell’incipiente estate, inarrestabile travolgente estate di sogni e illusioni, canti gioiosi e festanti di rondini in volo, vibrazioni lontane (cinema all’aperto!), echi misteriosi portati dal Vento, brezze tiepide e gentili, talvolta mielose talvolta malmostose, per alimentare fantasie delicate e confortanti.

Pagina Bianca, pagina delle emozioni bianche, summa dell’intera tavolozza mentale di Van Gogh, pagina dedicate a Sorelle e Fratelli sparsi persi dispersi in ogni Continente, rimasti immaginari, eppure con il potere di suscitare nostalgia pungente e reale.

Pagina Bianca dedicata alla Bianca Infanzia, Infanzia Perfetta: tra avventure letterarie, sceneggiati televisivi, giochi collettivi, mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco per noi Cosmonavi degli Ufo Robot, esplorazioni pericolose in giardini condominiali, trasformati in foreste del Borneo: nelle quali voci di Madri affacciate a quelle finestre trovavano sempre il pertugio nell’intrico della vegetazione, voci per richiamare in approdi domestici sicuri, voci più autorevoli di un editto del Rajah Bianco di Sarawak, voci che riportavano nei ranghi della disciplina, le prime timide goffe ingenue ribellioni, i primi rudimentali voli di Libertà, mai più così vera.

Al mio Pantheon di riferimento vorrei chiedere la concessione di pieni poteri, per un giorno solo: oh Dei, concedetemi la facoltà di nuotare a ritroso nell’oceano silenzioso del Presente del Prima, concedetemi la facoltà di rivivere uno solo, solo Uno di quei Giorni Perfetti.

La Voce (a me dovuta)

Pagina Bianca, Pagina della Voce ritrovata, risanata; come una preziosa Amica dei tempi fuggiti, Amica caduta dal Cavallo ingannatore o forse da una scaletta lignea semovente, adatta a riesumare libri antichi, incunaboli segreti e misteriosi, celati nelle nicchie della Biblioteca di Babele.

O in quella di Atlantide (per tacere di Mu e delle impassibili facce litiche di Rapa Nui), in anticipo di millenni sul ridicolo ‘prima’ del III millennio, in anticipo su ogni inabissamento, non per insostenibile Felicità, ma per insostenibile dilagante virale: Stupidità.

Voce mia, Voce a me dovuta, perduta vagante nei meandri dell’Anima, dispersa in azione, dentro un dedalo di inutili contrade urbane, identiche nello stereotipo globale, imbellettate per spot da ipocrita reclame, degna di sordide chincaglierie; sovrastrutture tartariche che trascinano nel Tartaro: abbattere Alberi per lasciare spazio, ogni spazio, tutto lo spazio, a cemento asfalto e motori.

Voce ritrovata, ripescata grondante e infreddolita dal fondo del pozzo, esaurito da troppi desideri banali; issata a bordo di un Nautilus di salvataggio dalla Fossa delle Marianne delle aspirazioni, aspirazioni come brezze primaverili, inebrianti ma inconsistenti; voce salvata dai ranger ecologici in un Cimitero dei Mammuth, colossi stremati in un deserto di Utopie confinate nell’Iperuranio dei progetti futuri; futuro al cubo, futuro da (in) cubo, (in) cubo al futuro!

– Sogni dispersi nell’Universo, inseguendo i latrati dell’innocente martire Laika.

Pagina Bianca dedicata alla Voce che non voglio più smarrire (o abbandonare allo smarrimento), Voce narrante di follie finalMente libere;

Pagina dedicata all’Amica che delusa dai troppi libri, elettronicamente vergati in serie da scriventi galeotti, aveva imparato a sfogliare e leggere le Anime, nelle Anime.

Pagina della Voce che grida “per riscattare l’Anima dal torpore”, per incitare a manovre esistenziali ampie ariose estetiche, per inseguire ancora la Vita su rotte e traiettorie invisibili, diagonali, miracolose.

Anima torbida (Walhalla)

Pagina Nera, pagina aperta carezzata lusingata dal Vento Morto.

Non ne conoscevate l’esistenza?

Vento mortifero, generato, partorito, vomitato dal Buio.

Vento letale, eppure immobile, dispensatore, propagatore di Immobilità.

Cielo nero che all’improvviso si erge dal nulla e sostituisce soffitti e pareti.

Cielo cupo cimitero, quelli tristi e degradati, Cielo plumbeo, araldo del Walhalla.

Anche Odino, Thor e Loki hanno preferito dileguarsi in fretta.

Fontane di paese, antiche risorse e gioia insperata zampillante sublime per ogni ciclista, della domenica e di professione.

Fontane verde ruggine, da tempo aride e sigillate; nelle proprie conche basali, rivoli misteriosi di acqua marcia, infestata da invisibili parassiti, foglie secche ridotte in fetida poltiglia, mozziconi di sigarette masticati consumati calpestati, come certe vite, tappi di plastica feticci decaduti di genti che hanno smarrito le albe.

Acqua torbida, come l’anima; come le anime consunte di uomini rassegnati.

“Monda il mio cuore, mondalo dalle passioni! Sarò finalmente libero, libero, libero!”.

“Lo sarai, certo e di certo sarai morto. Varca il cancello, l’ultimo, con coraggio, per rinascere a nuova Vita, alla vera Vita”.

Nelle tenebre, pulviscolo luminescente. Qualcosa di artificiale, artificioso, inutilmente tecnologico…

Ci appesantisce di nuovo mente cuore anima. Il corpo Prigione, il corpo Limite, il corpo che ferisce e inquina ogni potenzialità, il corpo che torna soma, pesante, pressante, riprende il dominio con le sue esigenze basiche, animali, detiene facilmente il controllo, il corpo che decide contro ogni flebile residua volontà di catarsi, esigenza di metempsicosi, aspirazione di trasmigrazione e rinascita.

Rassegnato, depongo e sotterro armatura scricchiolante e lacera e spuntate armi, firmo il temporaneo armistizio con il mio nemico più acerrimo e implacabile: me stesso.

Sono ancora qui, fino alla prossima battaglia.

Dialoghi virali II, la Vendemmia

Pagina Bianca, Pagina dedicata alle Telefonate antiche, pagina bianca che sospira pensando a preistorici, romantici telefoni bianchi; pagina dedicata ai dialoghi telefonici che duravano interi pomeriggi.

Surrogato dei doverosi e necessari dialoghi liceali. Telefonate sostitutive di lezioni grecolatine, meriggi di studio soppiantati da parole surreali futuristiche, in quelle cornette pensieri e sentimenti mai dichiarati, forse rimasti impigliati nell’intricato dedalo di lunghi e neri cavi telefonici.

  • Ciao, a che punto sei con il ripasso dell’Alcesti?
  • Cosa? Ripasso e richiudo? Alce o cesti? Ma di cosa stai parlando? Tu squaw Alce che porta Cesti?
  • Non fare lo scemo, lo sai che domani il Capitano di Ventura alle prime 2 ore interrogherà a tutto spiano! Senza pietà, senza prigionieri! Ultimo appello prima della chiusura del quadrimestre, meglio una vittoria in zona Cesarini per evitare rotture nel girone di ritorno e scongiurare brutte sorprese a giugno…
  • Brava! Ottima metafora, calzante come scarpini Pantofola d’Oro! Ma lo sai, sono metà fora e metà morfo… Sono allergico a schemi prestabiliti, a imposizioni, non fanno per me.
  • Ti rovini la vita da solo, fabbrichi il disastro tragico con le tue stesse mani…
  • Grazie per la preoccupazione, conforta. Sono allergico anche alle prediche e ai… salmoni!
  • Sei insopportabile e impossibile, un discorso serio con te, mai!!!
  • Serio o serioso (per me pari son!)? Mi salvo con l’ironia, tutelo la psiche con l’autoironia, aggiungendo ogni tanto polvere di sarcasmo; mi salvo da me, da quello che vedo in fondo al pozzo dei desideri da evitare, sperando che giammai spuntino in superficie per farsi realtà.
  • Ricevuto … Roger! Buttiamola in vacca sacra, con buona pace eterna per i Classici Greci. Ce mut la bighe?
  • Cjalde ma…
  • Orpo!

Teletrasporto, Signor Scott!

  • Si confondono i piani in questa notte infinita, passato e presente cambiano verso, si sovrappongono, si fondono, si agitano, intorbidando anche i possibili futuri, Universo e Multiverso, versi di animali notturni fanno il verso agli umani tracotanti, che si credono sublimi predatori, inconsapevoli di esseri semplici prede inermi.
  • Allibisco!
  • Comunque, Lui mi ha confidato che già prima, da dentro un palloncino unto, faceva fatica a esprimersi, ma oggi, con l’obbligo di mascherina… si sente giù di mordente, di giorno e anche di notte, specie dopo l’ultimo tg ansia!

Schermo senza immagini nel buio notturno, lampi di blu, ronzio fastidioso e continuo attraverso gli auricolari collegati al pc (che non è un obsoleto partito politico del Mondo Prima).

  • Lui ha aggiunto che in questo momento storico si sente ontologicamente (ornitologicamente?) confuso, in questi strani giorni di mascherine, un dì si identifica con Zorro – ad ogni affondo, una firma! – il dì seguente balbetta incerto di considerare nuovi orizzonti per accettare con serena, adulta maturità il suo ‘lato Colombina’… Ora, la quarantena da pandemia, ha rinsaldato a sorpresa il nostro logoro rapporto, dialoghiamo quotidianamente con gli antichi entusiasmi che credevamo sopiti per sempre, rinverdiamo i miti del passato, onorando l’era gloriosa dell’Ubalda!

Con chi sto parlando da mezzora???

Richelieu

Il latore del presente ha fatto quello che ha fatto per ordine mio e per il bene dello Stato. 3 dicembre 1627 RICHELIEU

Pagina Bianca, pagina da ritagliare, pagina dell’autocertificazione, pagina del modulo da compilare (anche senza app), pagina del Salvacondotto.

Non per me, non per la Comunità, ma per la sicurezza e l’intangibilità della Setta dei Leviatani.

Tu firmi lieto di ottenere il diritto alla deambulazione, diritto per generosa concessione – chiaro e incontrovertibile – scrivi il tuo nome e ti autodenunci, reo di nulla ma colpevole e colluso di tutto.

Tu firmi e con la somma delle firme – è sempre la somma che fa il totale! – loro saranno autorizzati anche legalmente dal consenso generale all’abitudine di Pavlov.

Pieno Potere, Controllo Totale, anche senza bisogno di catene, cucce di polistirolo, ossa di plastica per indurre la salivazione dei sudditi ad ogni minimo, impercettibile gesto, ad ogni invisibile mutazione dell’arcata sopraccigliare.

Pagina Bianca, pagina senza più parole, pagina delle testimoni d’inchiostro lavate via per sempre con sapone di Marsiglia e alcol;

pagina delle leggende un tempo metropolitano, oggi, esse stesse entità di finzione leggendaria. Saranno davvero mai esistiti eroi mitici, uomini ribelli, popoli rivoluzionari?

Pagina auto certificante, la sottoscrivo con chip pseudo mentale e attivo il magico incantesimo: salute e salvezza garantite?

Pagina Bianca, milionesismo modulo dell’autocertificazione, per certificare a me stesso, per convincermi con mente burocratica (burocraticaMente) virtuale che sono ancora vivo.

Vivo o virtuale?

P.S. Cardinale, plenipotenziario, dove siete? Mi fido ormai solo delle Vostre lettere d’incarico.

Dialoghi virali

– Da quanto tempo sono qui?

Echi di voci lontane, voci umane: reali? Miraggi acustici.

– Io, qualche volta, ho delle sensazioni, non saprei come definirli, non so se siano ricordi veri e propri, non saprei nemmeno spiegare cosa sono i ricordi.

– Forse stiamo tentando di capire, ricostruire come eravamo…

– Non capisco, spiegami, già in tv e su internet parlano tutti per enigmi: e poi i mezzi della protezione civile, i droni, i mezzi corazzati della cyber polizia, tutti diffondono questi messaggi registrati, con voci fredde metalliche, messaggi oscuri.

– Dai, prima… prima eravamo noi… noi eravamo qualcosa. Là fuori c’era qualcosa, forse c’erano tante cose e anche noi eravamo in mezzo a quelle cose. Oggi mi sembrano frammenti di sogni, anche se ormai non giungiamo mai al termine di questa notte, dormo poco e male; annaspo e incespico tra visioni e incubi.

– Ma sì, hai ragione qualcosa c’era. Vedo persone che si affacciavano dai balconi o chi le aveva, usciva sulle terrazze; si salutavano, si chiamavano a gran voce, poi, non so dire perché, qualcuno faceva partire musiche a tutto volume e la gente cantava e ballava, sventolava bandiere. Poi, ma non sicuro, ridevano e piangevano. Forse era una grande festa nazionale. forse celebravano qualcosa o qualcuno.

– Una festa, una celebrazione?

– Oh, è un po’ che vi seguo nella chat virale, siete fuori, non ricordo niente di questa roba, mi sa che avete svalvolato di brutto. Spero solo che i droni infermieri arrivano presto con le iniezioni giornaliere di sidro sintetico polivalente, quello contro ogni malessere.

– Oggi ne ho più bisogno del solito, anch’io…

– Vabbé vi saluto, state bene se potete.

SPEGNERE IMMEDIATAMENTE OGNI DEVICE ELETTRONICO; ANCHE PER OGGI LA FINESTRA CHAT CONCESSA GENEROSAMENTE DAI NOSTRI LEVIATANI SUPERIORI SI CHIUDE. SIATE SEMPRE CITTADINI UBBIDIENTI E TUTTO ANDRA’ BENE, PERCHE’ I NOSTRI LEVIATANI SONO I MIGLIORI. ATTENDETE LE PROSSIME ISTRUZIONI.

(Ai miei contatti di chat non posso raccontare che di notte ogni tanto leggo ancora sullo schermo blu dello smart un vecchio messaggio mai cancellato: “Rammentate, le vostre vite sono in comodato d’uso, ma i cervelli potete, avete il dovere di restituirli usati”.

Forse un algoritmo illegale dal deep web, anzi di sicuro, nessuno dei cittadini onesti scriverebbe assurdità di questo tipo. I cervelli?).