100 giorni

Pagina della grande sete.

Di verità, giustizia, equanimità, magari – se ne avanza – pace.

La grande sete del Mondo, anche di pioggia, perché senza una terra sana, irrorata da sana acqua piovana, la vita rischia di trasformarsi nel suo contrario; peggio, nella negazione – non annegamento, o forse sì – nell’inesistenza della vita, in ogni sua forma articolazione variante.

Cara Ursula, se più di 100 giorni senza gocce di pioggia su di te, ti sembrano pochi: tre mesi e oltre di siccità, aridità ambientale agricola, aridità spirituale umana intellettuale.

Cento giorni di te e di me, 100 giorni d’esilio all’Elba o altra isola a tua scelta – opta, magari fallisci, ma opta! – 100 giorni di bellissime sconfitte, meglio di un’unica grande vittoria crudele, senza arte senza parte senza poesia.

Cento giorni a scavare gallerie, vie di fuga, insieme a Faria, l’abate o insieme ad un sakem (Tatanka Yotanka) per scrutare gli orizzonti e i cieli, per intonare a Manitù inni votivi e propiziare la precipitazione, quella più urgente. Cento giorni d’assenza e poi? Bocciatura secca – secca, per forza di cose – o ennesimo inutile sfarzoso congresso a Vienna, per decretare secretare con Pulcinella l’impotenza, l’ignavia, la sciocchezza generale?

Può morire un fiume, si chiedeva Augusto Daolio in tempi già sospetti? Mentre apriamo il dibattito e giriamo la prima instant fiction fluviale, il grande padre Po ci saluta: mesta uscita di scena, senza passerella finale, senza concedere acclamati bis, purtroppo.

Sono più lunghi e duri da sopportare 100 anni di solitudine, oppure 100 giorni nella pazza massa, in questo delirante Mondo Dopo? Sotto i cipressi confortati dal pianto finale dei nembi, forse si respira aria nuova e fresca.

La sfida dei Cento nomi, o meglio dei 100 sinonimi perché – meno è meglio, scalpellare via il superfluo è diventata necessità vitale – ma se lo sai dire in modo ogni volta diverso armonioso financo bello, invii lampi d’intelligenza al Creato; 100 canti, 100 opere d’arte, 100 libri o almeno uno, una copertina l’avrai vista nella vita, un particolare un dettaglio una parola avrà scosso se non la tua coscienza, l’immaginazione, l’immaginario, l’istinto.

Com’era semplice la quotidianità con due sole, semplici verità, quelle di Agatha Christie, mentre oggi annaspiamo tra 100 verità, al minuto secondo e non sappiamo distinguere loglio da agosto.

Oggi i Rokes intonerebbero uno dei loro storici inni però all’opposto: è la siccità che se ne va e ritorna la pioggia; ma che colpa abbiamo noi, non sarà più cantabile per generazioni, ché di colpe e vergogne ne abbiamo cumulate troppe, non basteranno i 100 giorni di Caterina senza più casco d’oro a dissipare responsabilità ed effetti perniciosi.

Povere pernici, del deserto: anch’esse, nel loro micro universo, piangono lacrime di rabbia.

Biciclette

Quando un ragazzo eritreo, nato in mezzo alla polvere e alla povertà, vince per la prima volta nella storia una delle grandi classiche del nord nello sport chiamato ciclismo, io – perdonate l’invadenza personalistica – esulto, come avesse primeggiato un mio fratello.

In effetti, lui è mio fratello: così povero nell’infanzia che la vera ricchezza risorsa speranza sono state proprio quelle strade sgarrupate polverose insieme ad un catorcio che avrebbe dovuto somigliare almeno in qualche dettaglio ad una bicicletta.

Del resto, in una vecchia canzone, qualcuno chiedeva al Signore un grande dono: una bicicletta, per alleviare le fatiche di una vita dedita solo al lavoro salariato e agli inni cantati all’Altissimo. Un velocipede per evitare di recarsi al lavoro a piedi, per non tornare a sera inoltrata nella propria stamberga stremati, senza quasi più la forza per respirare.

Non vorrei celebrare troppo l’Eritreo che fece l’impresa, sarebbe una forma d’ingiustizia e anzi una sorta di razzismo al contrario – ché le tirate moralistico retoriche rivelano, confessano sempre l’ipocrisia, la doppiezza di chi vi si dedica con passione, da dedicare a altre, più impegnative, vere cause.

Pedalare, per inseguire i sogni, le lucciole, le comete, le stelle, le persone amate: pedalare per ascoltare meglio la musica del vento, interpretare i messaggi cosmici, raggiungere colline per scrutare panorami altri alti nuovi.

Come dicevano le nonne? Hai voluto la bicicletta? Se hai forato – nella vita, più che i copertoni – mettila in spalla (non le gambe) e pedala, se non vuoi che essa pedali te.

Sarebbe bello pedalare nella Vienna del 1948, quella divisa – divisa militare, giusto per rammentare la Storia – in quattro porzioni ognuna controllata dalle 4 potenze (quattro sberle nella padella delle nazioni) vincitrici, se così pare umano esprimersi, della II guerra mondiale; più interessante ancora girare in bicicletta nel sottosuolo della capitale austriaca, in bicicletta, insieme a guide d’eccezione esperte quali Graham Greene e Rollo Martins, alla ricerca delle anime perdute e delle memorie in quell’immenso dedalo fognario che consente di raggiungere in modo capillare e infallibile ogni anfratto della città, anche il più remoto e segreto.

Nel frattempo, in superficie, nel Mondo Dopo, avremmo necessità, urgenza, diritto a delle allegre gite domenicali pedalanti, anche per fuggire dall’invasione dall’inflazione di tutte le rivoluzioni e soprattutto di tutti gli eroi – non bastavano i supereroi dei lungometraggi cinematografici, spuri ormai di una quota minima di fantasia o afflato poetico – che ci sono piovuti addosso come tifoni tropicali negli ultimi due anni; un eccesso di rivoluzioni ed eroi: siamo in imbarazzo, non sappiamo più dove collocarli.

Nel frattempo, un anomalo – possiamo ancora definire anomalie le risposte traumatiche della Natura all’arroganza antropica? – rialzo di circa 40 gradi centigradi in Antartide, ha causato lo scioglimento di un’area ghiacciata vasta quanto l’intera Roma;

in vista dell’inondazione finale, sarebbe lungimirante cominciare ad allenarsi con i pedalò, o forse, meglio ancora, con le biciclette di ET, quelle volanti.

Nel frattempo, Lui, non solo non è tornato a farsi una pedalata sulla Terra, ma non ha più nemmeno telefonato.

Estremi, non di versamento

Cercare rifugio, riparo: nella Casa, in una casa, anche quella del Fauno, andrebbe bene.

Diaframma, intercapedine tra noi e la propaganda, perché – credo che l’esperienza sia condivisa ormai – tutto è diventato propaganda.

Decidere di diventare interpreti, delle persone in senso lato e ampio, più che delle loro parole: parole spesso depotenziate di senso, parole sensibili al dolore; parole che possono – potrebbero, potevano – raccontare e costruire mondi, o mondi ormai edificati solo di parole, vuote, e immagini ridondanti?

Archetipo, sarà un tipo d’arco? Sarebbe interessante approfondire la materia, non solo teorica, ma concreta, visto che a breve saremo di nuovo chiamati a dedicarci alla caccia per procacciare sostentamenti, per noi e per i nostri prossimi. In ogni caso, archetipo sarà lei, compresa tutta la sua tribù.

Sarebbe sempre doveroso e opportuno non lasciarsi sfuggire, tenere sott’occhio i paradigmi: verbali in primis, poi tutti gli altri; vite esemplari, modelli esistenziali, poco alla moda, pochissimo in voga.

Prossimi nel senso di vicini e prossimi, di un qualche futuro, nella versione, visione ottimistica della faccenda; eppure, come scrive in modo esaustivo Maurizio Maggiani, i monumenti sono lì, non solo a celebrare presunte grandi imprese, presunti grandi personaggi, ma quale monito molto solido delle nefandezze e degli errori madornali, da non replicare. Invece, chissà come, spunta sempre un però, un accidente, un imprevisto, una piega e anche una piaga, della storia comune del mondo. E il monito, monolitico o meno che sia, cade nella polvere dell’oblio, nelle onde dei furori insensati.

Forse per questo, ne stiamo abbattendo e/o oscurando a go go, perché sono ingombranti, fastidiosi, ci costringono – anche a nostra insaputa, nell’inconscio – a fare i conti con noi stessi, con le nostre ataviche responsabilità, con le nostre coscienze stratificate, incrostate: non risolveremo i dilemmi della nostra era, non scioglieremo i nodi gordiani, con sciocche proibizioni di romanzi immortali o eliminando dai testi di Storia i protagonisti imbarazzanti che appartengono ai nostri stessi popoli d’origine.

Qualcuno sosteneva con la ragione e con le spalle che la letteratura, o si occupa del fantastico, del magico, o semplicemente, non è – oppure si tramuta in altro genere; soprattutto oggi, con una primavera anomala a tinte fosche anche per le polveri e le ceneri delle guerre in corso, sono tentato di accogliere e fare mia questa importante, autorevole lezione; non fuga dalla realtà, ma tentativo di leggere, individuare tra gli atomi, dimensioni diagonali, alternative, rigeneranti.

Non sarà una risata a sommergerci, ma la nostra inarrestabile idiozia: censurare Gagarin, l’Albero di Turgenev – perché non radere al suolo il Giardino, quello dei Ciliegi? – perfino la povera cagnetta Laika e financo Oleg Blokin, solido centravanti sovietico, non ci restituirà il bene dell’intelletto, né quello comune. Quando abbiamo smesso non solo di capire il Mondo, ma anche di coltivare le regole – ora, qui e ora – della convivenza civile?

Michele, cantore della Costituzione, lo hai declamato e ripetuto spesso e temo non volentieri: se in una presunta repubblica democratica, si attuano forme coercitive delle opinioni individuali, se dai cittadini si pretendono cieca obbedienza e giuramenti coram populo di fedeltà alla patria, quel paese non si è già geneticamente mutato nel regime dittatoriale che diceva di contrastare, di detestare, di non volere più essere?

Vorrei essere allievo, anche pagante – appagato di sicuro – garzone di bottega dei Magnifici Sette del ’32 (1900): sembra un capolavoro di Kurosawa, per restare in ambiente cinematografico, invece si tratta di 7 registi nati nello stesso anno magico: Truffaut, Forman, Oshima, Tarkovskij, Malle, Reitz e Kluge, artisti convinti che attraverso grandi film sia possibile cambiare, in meglio in bella copia, il Mondo. Un po’ ci sono riusciti, perché gli spettatori dei loro lungometraggi di sicuro sono diventati persone più profonde e immaginifiche, ma se non hai mai partecipato a un cineforum pomeridiano del Cinema Don Bosco non sai cosa ti sei perso.

Lottare per scrivere questo Mondo Dopo in bella copia, gradita calligrafia: per ottenere il risultato saremo costretti a diventare tutti estremisti, estremisti scuola di Fratello Martin Luther King, “perché se una struttura sociale produce iniquità e povertà, deve essere riorganizzata, da cima a fondo“.

Estremisti per la giustizia, estremisti per l’uguaglianza, estremisti – oggi più che mai – per la pace.

Edicole e carrelli

Girare il mondo, come si gira una pagina.

Sfogliare il mondo, come si sfoglia un libro d’arte, di fotografia o una semplice rivista – ah signora mia che tempi, quelli della rivista e dell’avanspettacolo.

Girare il mondo, capovolgerlo: cosa fatta, capo ha – diceva Nonna Erminia – ma qui siamo al cospetto di un’umanità senza capo né coda (quella ci è caduta molti anni fa, forse e non a tutti); soprattutto, popoli succubi di capi mai ignari, inadeguati, collusi, rei.

Attraversare il mondo a bordo di un carrello, come quelli della grande crisi argentina, quelli utilizzati durante le oceaniche manifestazioni di piazza – i cacerolazos – proteste sonore, con stoviglie pentole posate, perché una rivoluzione nasce anche dalla musica, soprattutto se sono le Donne a decidere, a guidare.

Rammenterete certo quella pellicola hollywoodiana, quella eterna storia di eterni adolescenti, rimasti rinchiusi dentro un supermercato: a raccontarsi, a baloccarsi con i carrelli per la spesa, sfrecciando tra le corsie sui pattini, ascoltando musica dai walkman, aspettando le luci di una nuova alba. Che li avrebbe condannati, da adulti, al mesto ruolo di clienti del mercato senza leggi, senza regole, senza dei.

In questo contorto Mondo Dopo, le luci all’orizzonte sono solo quelle dell’ipermercato planetario, nella speranza che le merci e i beni primari non scompaiano mai dagli scaffali sui quali sono nate per sporogenesi; le genti abitano ormai dentro gli edifici commerciali, sono le nuove platoniche caverne delle ombre morali, delle ombre illusorie, illusionistiche.

Edicole votive trasformate in bazar multifunzionali, anche per decidere – e versare poi relativo obolo – a quale santo votarsi, per quale santo votare, in attesa che gli eletti non necessariamente del settimo cielo (astenersi settimo cavalleria, squadrone di vili assassini) possano, soprattutto vogliano intercedere: per qualcuno, se non per tutti.

Una rosa nera si staglia chissà come sulla crepa di un muro di cinta, in lutto per la perdita dell’empatia e anche della simpatia tra le persone; quando qualcuno parla di appelli per umanizzare la guerra, diventa più semplice, automatico, credere nella Terra di Mezzo di Tolkien, nel Popolo degli Ent, magnifici Alberi senzienti, parlanti, migranti.

Cosa sarà mai questa crisi? Ci sorprenderebbe scoprire – siamo proprio un branco di beluga (magari!) – che in lingua greca, quella antica, il lemma indicava una scelta, una decisione, una fase decisiva nell’evoluzione di uno stato, patologico o meno. Dovremmo abbarbicarci all’etimologia e proprio in questi tempi attuare una autentica crisi in senso umanitario, una scelta finalmente, non solo di Sophie, anzi magari optare con sofia e saggezza, accomunate in un solo destino: il nostro, comunitario equo condiviso ragionato.

Del resto – dalla parte del resto del carlino – il connubio tra corpo e loquela è atavico, inscindibile, eterno non saprei: il corpo e il linguaggio camminano insieme, ma le vere energie per sostenere entrambi sono le parole.

Senza parole non abbiamo il potere di immaginare: né le nostre anime, né il mondo che faremo; speriamo prima.

I poi li abbiamo terminati, anche al supermercato globale.

Ocra

Vortici di vento, turbini di foglie o mulinelli di polvere cosmica, orde di gabbiani affamati.

Enormi zolle rivoltate: di terra ocra, arsa arida, mentre più nemmeno da ogni ferita aperta, il suolo stremato riesce a reclamare, invocare pioggia e salvezza.

Ha scritto dei libri, poi è morto: riuscireste a immaginare un epitaffio più bello per chi coltiva velleità letterarie?

Nessuno come l’insopportabile, insostenibile Simenon riesce, attraverso una rapida essenziale minimale descrizione di azioni quotidiane, in apparenza banali e registrando piccoli gesti domestici senza importanza, a rivelare i fiumi carsici, torbidi che attraversano l’animo umano: quando esondano all’improvviso in superficie, rivelano quanto i bipedi auto proclamati uomini, siano piccole, infinitamente piccole cose; molto spesso, anche troppo, impastate con tanta tenebra.

Equinozio, cavallo fannullone o giorno equo, in perfetto equilibrio tra giorno e notte? Ribaltare il giorno e la notte, almeno tentare, per saggiare l’effetto che fa: di solito, in quel fugace breve istante del passaggio di consegne tra le due fasi, accadono eventi portentosi. Per chi crede, per chi sogna, per chi progetta e fa.

Sognare Mammuth verdi che incedono inesorabili sulla neve candida abbacinante; inesorabili come destini di migranti costretti ad avanzare scalare proseguire, fidandosi dell’etica o della deontologia professionale di mangiatori di pietre, detti anche passatori, chissà poi quanto cortesi.

Impossibile non tornare alla terra che tremò, 65 milioni di anni fa – inezie, bazzecole, quisquilie – impossibile non pensare all’asteroide impazzito che zigzagando senza criterio nel cosmo decise di collidere con il pianeta Terra e innescare la traumatica estinzione – traumatica per loro, in primis, ma forse anche per i destini del globo – dei magnifici Dinosauri.

Arduo non da oggi rimare, rimirare – anche limare, volendo – arduo il poetare d’amorosi sensi, rimembranze, belle membra posate in chiare fresche dolci acque, dolci notti trascorse ad ascoltare la musica del vento; arduo ricostruire, quando chi vorrebbe battersi, battere le piste per edificare ponti di pace, viene additato quale sedicente neneista: ennesima idiozia mediatica propagata ai portavoce prezzolati, senza un briciolo di dignità, senza un’oncia di fantasia. Da sottoporre immantinente a test culturali: sui dadaisti, sui nichilisti, sui nichelisti.

Parare i rigori, del generale Inverno e non solo; nel Mondo Prima, quando anche le storie del calcio, qualche volta sapevano essere romantiche, quando la Russia, anzi le Russie erano CCCP, perfino un uomo gigantesco, scolpito nel gelido marmo, con una maglia nera e un berretto stile basco, capace – unico portiere fino ai nostri strani giorni – di vincere il Pallone d’Oro, si faceva applaudire dai suoi tifosi, ma anche dagli avversari cui negava spesso e volentieri la gioia del goal. Accanito fumatore, Lev Ivanovič Jašin morì a soli 61 anni, ma resta anche nell’immaginario di chi non ha avuto la possibilità di vederlo in campo, un totem non solo di classe, ma di correttezza e educazione: leggenda narra che i pochi attaccanti capaci di infilare il pallone nella sua porta, si fermassero poi a chiedere scusa, quasi avessero commesso un peccato di lesa maestà. Il nostro Sandro Mazzola ha sempre sostenuto che il tiro dagli 11 metri fallito contro Jašin durante una partita tra Italia e CCCP non fu un suo errore perché “quel giorno, in quella partita, in quel momento, lui mi ipnotizzò“.

Quando pensi al potere del carisma, pensa all’etimo, pensa al Ragno Nero.

Difficile discettare di Primavera – prima vera cosa bella nella vita, il tuo sorriso ad ogni età – chissà se Sakura fiorirà ancora, chissà se ChoCho-San – con o senza fili di vapore, fili di seta – organizzerà una cerimonia del thé completa e vorrà danzare per noi:

per tutta l’Umanità, senza distinguo, senza esclusioni, quando la Terra non sarà più ocra per sete, ma di nuovo per fierezza e regalità.

Futilitarismo

Più è futile, più diventa utile, o tentano di piazzarlo così. Utile alla bisogna del mercato, senza tema e senza smentita.

Nel trionfo della futilità, nella militanza acritica del futilitarismo, lento muore il pensiero umano, lento – nemmeno troppo – tracolla il nostro amato pianeta. Lo amiamo, giusto?

Vorrei tornare ragazzo, non per me stesso, non per sempre, ma per confondermi tra i giovani di questo mondo dopo, per confrontarci dialogicaMente senza barriere, né pregiudizi; vorrei rincorrere quella coppia in via Zamboni, esortarla a camminare sempre con le mani intrecciate per sciogliere i nodi gordiani dell’iniquità, convincerla a conservare sempre sulla vita e sulle persone quello sguardo trasognato, sognante, curioso con dolcezza.

Sul selciato: tracce di vestigia, passi umani, giubilei celebrati con pioggia piovana, non solo immaginaria, e foglie di lauro. Sulle note di Io voglio vivere e Un pugno di sabbia incontrare sorelle e fratelli fino ad oggi sconosciuti, eppure veri senza confini, soprattutto mentali; perché dovremmo avere capito che i popoli sono una sola famiglia globale. Da Mama Africa verso l’infinito.

Sotto e lungo i portici più lunghi d’Europa, imbattersi in una confraternita del vino: che tu chieda alla polvere o all’elisir di Bacco – il colbacco è tornato di moda? perbacco – nei dettagli si annidano talvolta sagge verità.

Se poi noti qualcuno – magari tra i santi sans papiers di Piazza Grande – che tenta di accumulare riserve di stucco, non ti stupire, non restare di stucco con stucchevoli considerazioni e pensa ai ragazzi e pensa ai colori, quelli della via Paal.

Girare il globo – farlo girare? – grazie ad un mappamondo chiamato Magellano o a bordo di una futilitaria: importanti restano, ancora e sempre: gambe forti, cuori orecchie e occhi aperti.

Concediamoci un tempo dedicato al pensiero, un piccolo spazio: meglio, pensiamo ad un piccolo spazio – un’intercapedine di suolo di 10 centimetri, quando i centimetri contano – quello che ricopre la Terra, senza il quale non crescerebbero più piante e alberi; pensiamoci bene, prima di concedere ulteriori permessi alla disumana cementificazione, perché quel suolo pensa; anche in vece nostra e nei millenni ha dimostrato di saperlo fare in modo egregio.

Presto però, prima che la tenace foschia del futilitarismo renda ovattata e indifferente ogni cosa, prima che le nebbie del porto fagocitino anche tutti noi.

Incredulità

Pagina della Luna o delle innumerevoli, multiformi Lune; non solo nostre.

Lune storte, come il mondo, quando si sveglia dal lato sbagliato: arduo capire quale sia il lato giusto di un corpo sferico, più o meno.

Luna illuminata al 65%: avete qualcosa in contrario, da obiettare? Prendetevela con l’obiettivo, quello dei fotografi o al limite, limitare, con i responsabili dell’illuminazione su Selene; potrebbe funzionare come per il cioccolato, il migliore, quello fondente; percentuale di cacao, più è alta la percentuale, più è amaro: ottimo per chi sta dalla parte giusta, della percentuale.

La sospensione dell’incredulità è il meccanismo narrativo più antico dell’universo, ma negli ultimi 2 anni abbiamo esagerato un tantinello – fuori e dentro il tinello – ne converrete.

Una sciocchezza, una falsità, un’idiozia ripetuta migliaia di volte al giorno, h24 come si usa in voga, attraverso tutti i media a disposizione, in modo ossessivo compulsivo invasivo, diventa vera in un battibaleno (ribadisco, non ho mai capito cosa sia davvero): milioni, miliardi di persone, ipnotizzate dalla reiterazione perversa della falsa informazione, si arrendono e si convincono sia una verità. Tanto poi, i vari poteri – o anche solo uno dei tanti della scala gerarchica – in caso remoto di malcontento popolare generalizzato o locale, offriranno in pasto alle masse qualcuno da odiare, per ricompattare il popolo e, soprattutto, rinvigorire la fiducia nelle decisioni – le più abiette, le più inique, le più repressive – del governicchio di turno. Tutto ricomincerà in allegra armonia.

Incredulità: dolce chimera sei tu, inebriante passione, fortissima fragilità.

Le verità, i fantasmi delle verità – verità fantasma o ectoplasmi guardiani delle verità – si trastullano in un piccolo castello abbandonato, dismesso, quasi un rudere; un castelletto celato alla vista dei più, in ombra dietro l’imponente mole della cattedrale cittadina, castelletto che appare e scompare a giorni alterni, come certe targhe, come certe viste individuali, selettive: sulle mura, anzi sui mozziconi residui di merli (litici), cercando con attenzione e libertà – di animo, pensiero, sguardo – è possibile notare un piccione, guardiano e messaggero, delle antiche mura e dei segreti in esse contenuti.

Le verità non interessano, come avviene per la cultura: ormai ai popoli pare più appetibile l’intrattenimento, anche di infimo livello. Le verità impegnano, costringono alla presa non per i fondelli, ma di coscienza e conseguenti – queste sì – responsabilità.

Tutto sommato, meglio sospendere a tempo indeterminato l’incredulità, ormai al futuro non crediamo più – non lo sappiamo coniugare – potremmo tentare con la futurità inventata dal pedagogista brasiliano Paulo Freire: il vero avvenire accade quando si regala un’esperienza di bene condiviso.

Anche perché la sua Pedagogia degli Oppressi, sempre attuale, rischia di tramutarsi in opera eterna.

Utopie? La grande risorsa umana è stata quella di trasformare le utopie in progetti concreti: come le umili biciclette dei Paesi Bassi, mezzi di trasporto che riescono a diventare cultura condivisa, cultura per il bene collettivo, ponte meccanico tra gruppi sociali, religiosi, etnici storicamente divisi.

Se l’altra realtà, quella dei soliti oppressori, risultasse infine indigesta, per ottenere realtà alternative o almeno confortevoli, confortanti – per 30 secondi – ci si potrebbe affidare, ultima ratio, ai creativi del marketing.

Con respiro sempre più corto.

Astrattismi e furori

In preda ad astratti furori, si potrebbe cedere alla tentazione di concionare sul mondo, con la giusta distanza – equidistanza o equivicinanza, in caso di furbi parassiti – da veri intellettuali.

Intellettuali di ritorno, d’accatto, raccattati dove capita, ma nello storto mondo dopo, sempre più storto sempre meno mondo, anche ragionare di arance, maledizioni, insalate (non solo di matematica) diventa arduo: mancano le fonti affidabili, mancano i riferimenti, culturali geografici alimentari; elementari, in primis.

Un tempo, uno spicchio era uno spicchio, una persona era, come premessa ontologica, sé stessa, era il territorio in cui abitava e, prima di salire o uscire di livello con il cervello, verso insondabili astrazioni, serviva – come diceva il filosofo Sgalambro – partire da questo, per non incorrere, non solo in astrazioni fatue, ma bislacche erronee fallaci; sotto ogni punto di vista, di svista, di raffinato ragionamento.

Ché, hai voglia poi a recitare la parte dell’uomo di mondo, tre anni di militare a Cuneo, colto, rotto – frantumato proprio – a e da tutte le esperienze, uomo che ne ha viste di ogni e di ogni potrebbe raccontare, con dettagli e sapienza; se mai hai utilizzato un forcone una zappa una vanga, ma pretendi di impartire lezioni di cucina e cibo ad un contadino, uno vero, meglio tacere.

Non so quali sostanze favoriscano, fungano – funghi – da ausilio alla percezione, alla creatività, alla meditazione; sarebbe bello e beneaugurante se un ragazzo alternativo, sulla porta di casa, da solo, solo in compagnia della sua fantasia, scrivesse: Benvenuti nell’Ipnosi.

Un maiale volante, realtà o allucinazione? Sogno a occhi aperti o illusione indotta dai media? Eppure, negli anni ’70, queste erano eventualità all’ordine del giorno, in grado di causare panico in città, allerta presso le enormi oscure centrali elettriche, presso aeroporti con batterie di radar antidiluvio – o anti diluviani? – non progettati per rilevare suini; in grado di trasformare il tran tran quotidiano in angosciose ore di allerta, con l’aeronautica militare in rampa di lancio – con le lance in resta – e cecchini dei reparti anti terrorismo in assetto di guerra, anzi guerriglia; per dimostrare che non abbiamo inventato molto, anzi.

Sarebbe meglio attendere un fascio di luce bianca, in una stanza con parete o sfondo nero, per convogliarla, lasciarla fluire attraverso un prisma di vetro e restare a osservare l’effetto che fa.

Caterina, certo che la magia è reale: se la puoi pensare, prima o poi, la potrai rendere reale; se ancora non esiste nella nostra dimensione, qualcuno, magari proprio Tu che immagini e sogni così forte, la inventerà; per una volta: davvero per il bene nostro e di tutta la santa famiglia dei Popoli della Terra.

Sarà capitato anche a voi di avvertire disagio al cospetto di spiegazioni perfette, persino all’eccesso; così perfette, da stipare vagoni e vagoni di dubbi da viaggio, su ferro di rotaie. Qualcuno avrebbe la pretesa di convincermi che un piccolo paese aggredito da una super potenza militare, sia in grado di resistere con barricate di masserie, con trincee e pentole – rinforzate dai magnifici armamenti donati dalle nazioni che ripudiano la guerra – in stile cinque giornate di Milano, fatidico marzo 1848; super potenza comandata dall’emulo hitleriano di turno, vessato da bambino, cresciuto quindi con l’odio verso l’umanità, ma forgiato nel mito della gloria zarista (cesarista) – anche se, nazisti dell’Illinois a parte, in questa triste vicenda non è chiaro dove e quali siano – cattivo da manuale, villain paradigmatico, tanto che quelli dei fumetti, al confronto, paiono sbiadite, scolorite figurine. I buoni – o i buoi? – nel frattempo si riuniscono per parlare di pace a Versailles, con tanto di banchetti e foto ricordo, mentre la gente muore, di bombe e di fame; a Versalilles! Peccato sia assente, per superiori ragioni, il Principe di Metternich.

Forse, sottolineo forse, dovremmo domandare e domandarci – esigendo risposte – ‘cui prodest?‘: quali soggetti stanno traendo e trarranno i massimi profitti da questa ennesima, immane tragedia della stupidità umana? Tutto, ammettiamolo, con beneficio d’inventario, anzi, asinario: avremo almeno a disposizione consulenze circostanziate esaustive e intelligenti.

Tornando al nostro vero eroe, il Contadino, poeta della Terra:

potresti, con spocchia professorale, spiegare in tono accademico quanto sia buona e gustosa l’arancia in insalata, ma lui ti sconfiggerà dicendo, non solo che lo sa dall’alba dei tempi, ma che essendo lui costretto a coltivarla e a raccoglierla per pochi centesimi bucati, non guadagna abbastanza per acquistare il pane:

un’insalata senza pane è un insulto, una bestemmia, una delle tante, contro la dignità umana.

Scrivere sulla sabbia

In questo mondo di ladri, dura la vita per Robin Hood, Arsenio – non arsenico – Lupin, Diabolik.

Essere mussi, soprattutto volanti, è cosa buona e giusta; importante non trasformarsi in ciuchi, quelli di Collodi, né in pecoroni, alla mercé di lupi – andrebbe ancora bene – o degli immancabili volponi, quelli con gli stomaci iper tricotici e gli armadi colmi di code, di paglia.

Anche i ladri hanno perso aura romantica, lo stesso passator cortese – non era un calciatore bravo negli assist, o un atleta della pista specializzato nel passaggio del testimone – è stato retrocesso, degradato, incasellato a volgare brigante della strada; come se i colletti bianchi fossero viole di campo o stelle alpine.

La vita è un fiume, quello che, si spera, possa nascere domani; così le sere e i fiumi scenderanno su di noi, all’unisono. Con garbo.

Il mio amico magrebino – anche magrettino – Mustafa vede meglio e più lontano, tra le aride dune metropolitane; la sua bicicletta arrugginita e con ruote quasi quadrate è un cammello anziano e bolso che lo aiuta a trasportare la merce, abbigliamento vario, spesso di qualità di gran lunga superiore a quelle cianfrusaglie accatastate e spacciate ormai dentro i bazar – pardon, centri commerciali – della pseudo civiltà nord occidentale. Capisce gli uomini, senza tema di smentita o margine d’errore; quando la tua vita, la tua sopravvivenza, dipendono da una parola, dal tempismo di un gesto, dalla capacità di resistere a privazioni inaudite, migrazioni impossibili, l’acume e il colpo, d’occhio e d’ala, si sviluppano in fretta, all’ennesima potenza. Se riceve un gesto di gentilezza, porta la mano al cuore, senza affettazione: potrebbe insegnare empatia e pratica della comunità collaborativa nei migliori atenei: della Grecia, della Magna Grecia, del Pianeta.

Abbiamo recitato anche questa mattina la preghiera quotidiana per padre onnipotente, l’oro nero e per i suoi derivati, figli comunque illegittimi? Mi raccomando: con genuflessione incorporata, perché, oltre ogni chiacchiera da osteria istituzionale, oltre ogni promessa governativa che già contiene in sé la falsità e la volontà di non essere attuata, i Sacerdoti del fossile decidono ancora e sempre i destini dell’umanità raminga: chi vive e chi muore, chi prospera e chi finisce in rovina.

Con l’ennesima guerra giusta, il mercato godrà di nuovo di ottima salute: gli aedi mercenari nemmeno si vergognano più; con rinnovato vigore laudatorio hanno ripreso a celebrare in prosa e in musica – commerciale, avevate dubbi? – la magnificenza di fonti e impianti inquinanti (condannando senza appello gli ingenui, sciocchi ambientalisti, rei di dire no al vero progresso), la bellezza delle industrie nostrane di armi e armamenti, così efficienti così innovative da essere leader del mercato mondiale e campionesse al servizio dell’obsoleto, anacronistico, immarcescibile pil. Appunto, iper tricotici iper trofici, fuori dalla storia – cacciati fuori dall’istituto universale dalla maestra Storia – ma con i depositi blindati zeppi di zecchini, rupie, lingotti. Sarebbe bello si tramutassero in bit.

Aspetto il ritorno di Mustafa, da una delle sue peregrinazioni laboriose: spero voglia insegnarmi a scrivere sulla sabbia, anche a dispetto del vento, spero voglia insegnarmi a riconoscere i singoli granelli di sabbia e in mezzo a essi, l’abilità di ritrovare orientamento e orizzonti;

scrivere sarà attività aleatoria vaga indeterminata – sulla sabbia, poi – ma resta un viaggio che aiuta a comprendere e superare le nostre miserie, a recuperare la nostra dimensione dimenticata:

quella magica.

Comprimari anonimi

Se anche la follia mi diventa ordinaria – signora mia, mia signora – dove andremo a concludere le parabole?

Mi proporrei, indegno (il sottoscritto), a Simenon, non come protagonista; sarei felice di diventare anche solo un comprimario di uno dei suoi innumerevoli romanzi: non un aggettivo (come Fellini), né un avverbio, tanto non li utilizzava, li aveva eliminati, sfrondati su consiglio di Madame Colette che in spregio alla scrittura barocca e ridondante gli raccomandava: dalla letteratura, elimini la letteratura e tutto andrà bene.

Sono solo un portatore sano di nome, un tizio che auspica di finire – o ricominciare – dentro una pagina del Maestro, un nome da estrarre a caso dalla rete, anche perché oggi dagli elenchi telefonici cartacei sarebbe improbabile; in una riga, in un dettaglio impercettibile, uno stato d’animo passeggero o un anonimo passeggero di contorno, in qualche snodo di raccordo, quelli utili a collegare i passaggi determinanti delle umane vicende narrate.

Anche un autore buono, un uomo buono, quale Gianni Rodari, sottolineava l’importanza della capacità di pronunciare dei no, motivati; consapevole che rispondere spesso sì, in apparenza, semplifica la quotidianità; mentre la fermezza nell’opporsi, presenta sempre, prima o poi, un salato conto da pagare, senza abbuoni o biglietti omaggio, per il cinema il teatro, financo il circo, però moderno.

Caro Georges, José sarà mago, più che scrittore, però temo abbia ragione: la nostra cecità non è fisica, ma mentale; i nostri occhi funzionano, le nostre menti, invece, si rifiutano di vedere la realtà. Se deciderai di inserirmi in qualche tuo, avvisami, tramite piccione ambasciatore o pergamena, in bottiglia navale.

La cecità umana è follia o eminente idiozia? Non saprei, però chiedo: la Dea bendata è cieca o è una finta invalida? Di certo, la guerra ci vede benissimo ed è molto selettiva: sa bene quando palesarsi – del resto, è stata evocata per un biennio pandemico, forse l’ha scambiata per invocazione – sa bene chi colpire (i soliti poveracci), sa con precisione traumaturgica chi favorire; non fosse già così tanto impegnata, le si potrebbe chiedere di governare il mondo.

Non servono poderosi, ponderali – molto ponderati – tomi per analizzare la società e l’animo umani, per rivelarli; non servono blog, siti internet, vlog e chi è più virtuale (o virtuoso?) ne aggiunga: di solito, tutte le epifanie sulle deviazioni, devianze, meschinità sono ottimamente (chiedo venia per l’avverbio) mostrate, posate sulle gote rosse di vergogna e sulle coscienze scarlatte di colpa, dentro le pagine cartacee – di rado superiori a 200 – dei romanzi del pluricitato autore belga.

Per questo, non possiamo dirci, fingerci sorpresi o indignati, quando puntiamo l’indice contro le colpe altrui: siamo così ipocriti e in mala fede che tentiamo di occultare le nostre nefandezze, le nostre nequizie più malvagie, individuando un cattivo comune, un nemico di turno che funga da catalizzatore del male: da maledire, condannare, eliminare. Le pietre e le travi restano conficcate, nei nostri occhi, nelle nostre mani, lorde.

Con indolente leggerezza, nell’ambito di uno spettacolo brillante, anche Teresa Mannino, denuncia la nostra pseudo follia; le sue parole di ironica (non ho scritto iconica) saggezza, dovrebbero offrirci spunto, non solo per sorridere: per agire con intelligenza, con lungimiranza;

come razza, siamo diventati così stupidi e arroganti che ci illudiamo di migliorare attraverso la tecnologia, quanto la Natura ha creato e reso perfetto nell’arco dei millenni.

Nessuna sciocca invenzione, manipolazione umana, supererà mai un alto stelo di grano, né la corona di erbe spontanee che rendono i suoi chicchi unici, per proprietà nutritive e sapore.

Dalla guerra guerreggiata, alla guerra fredda, auspicando che il procedimento evolva in fretta in pace, anche fredda shakerata, da gustare, sorbire: con immenso piacere.

Pacifici anonimi incalliti (PAI, come le imbattibili patatine dell’infanzia), comprimari anonimi.

Però, pensanti.

P.S. Se Simenon fosse troppo impegnato in uno dei suoi viaggi intorno al mondo, come consolazione di lusso, mi appellerei a Jiro Taniguchi: comparire all’improvviso nel suo capolavoro L’Uomo che cammina, in compagnia del fedele amico a quattro zampe, sarebbe un onore; nel ruolo del camminatore, o nel ruolo del cane.