Project UFO

Pagina dello sdegno, della sorpresa, dell’indignazione, ma in grandi, rumorose quantità contro un nuovo Project UFO.

Gli scienziati bocciano un loro collega che, attraverso un documentato libro, sostiene l’esistenza, non probabile, ma certa sicura garantita al limone coltivato su Melpomene – fosse anche solo un pianeta e non una Musa ispiratrice, potremmo festeggiare con danze e canti – , degli Alieni.

Quante erano le dee dell’Olimpo e quali i loro attributi? Quante le muse e di quali materie si occupavano? Se esiste il Mal d’Africa e colpisce anche coloro che non ci hanno mai posato piede, mi sorprende di meno apprendere dell’esistenza della malinconia di Melpomene, ma non incamminiamoci su viali tortuosi e complicati.

Alcuni oggetti misteriosi, avvistati di recente nella nostra galassia e sprovvisti perfino di green pass, non sarebbero stelle o comete o asteroidi, ma astronavi o manufatti alieni. Lo afferma – sulla base dell’osservazione delle traiettorie e dei riflessi di luce cosmica sulle loro superfici – sempre lo stesso studioso che cerca, come novello Galileo, la verità là fuori; ci sono o ci sarebbero più cose in cielo e in Terra di quante ne possano prevedere le nostre fallaci, limitate filosofie? Non trascurando – anzi, forse sarebbe opportuno oscurarli – che i satelliti, le miriadi di nostri satelliti artificiali, lanciati in orbita sopra e all’insaputa delle nostre teste, con le loro luci di posizione, stanno sfregiando anche la vista del manto stellato notturno.

Caro Greg, ammettiamolo: oggi, arrivassero gli alieni, stropiccerebbero antenne occhi e eventuali tentacoli, osservando molti più extraterrestri qui tra noi sulla Terra, di quelli presenti a gozzovigliare nelle peggiori bettole della saga di Guerre Stellari, o sul lato oscuro della Luna, tra Popolo di Vega e Meganoidi.

Lo stesso ET, precipitasse adesso per il classico guasto al velivolo cosmico, allibirebbe e si direbbe: ma sono già rientrato a casa, senza nemmeno telefonata d’urgenza per richiesta soccorso interplanetario?

Va bene, le sciocchezze virali non si cambiano (soprattutto se garbano ai fantomatici mercati e poi lo ha detto anche la Rai), ma tra resilienza, green economy, Costituzione green per riforma (verde bile, di rigetto per la nostra idiozia), bum (!!!) dei like sui social e derelizione – deiezione morale? – quasi quasi, anche gli ospiti Alieni, preferirebbero la seconda; avessi sottomano un vocabolario, saprei scrivere il significato del lemma, ma non esageriamo con la perniciosa cultura. Tutto troppo connesso, ai condizionali.

C’era una volta la borghesia, che organizzava le rivolte in piazza – tanto poi, in piazza, a prendere botte e fucilate, scendevano soprattutto i villici – creando falsi miti di progresso; la sana antica borghesia, in allegra compagnia delle genti, quella del darwinismo sociale, è stata divorata dalle compagnie transnazionali, le stesse che, senza badare ad accuse di megalomania, allestiscono finte crisi geopolitiche, con autentiche crisi umanitarie da guerre, armate ambientali, su scala planetaria, per maggiori profitti e glorie finanziarie; vuoi mettere la differenza.

Dove custodiranno poi gli immensi tesori accumulati? A Fort Knorr? No, in quel maniero di cemento armato e metallo, solo i dadi vegetali degli antichi druidi, insieme alle pietre non d’oro, di granito, del curling, praticato dai 333 giovani e forti italiani.

Il tapino ET, Kunt per gli amici della futuromania, al dunque della vicenda, qualora sbarcasse adesso nel nostro giardinetto condominiale, nonostante nei decenni l’Umanità abbia spedito nello spazio messaggi di pace, brani musicali, poesie, rischierebbe di essere accolto a suon di bombe, però intelligenti e tanto festose;

se ne ripartirebbe, forse mesto, certo ammaccato e disilluso, pensando:

come mai si sono estinti animali prodigiosi e progrediti quali i dinosauri? Invece, questi bipedi si sono moltiplicati a dismisura e hanno infestato il Pianeta azzurro; prima del decollo ascensionale verticale, il classico saggio venerando – immancabile, imprescindibile – si recherebbe da lui e abbracciandolo per un congedo consolatorio, gli racconterebbe una istruttiva storiella di Gianni Rodari, quella della volpe che campò una lunga vita, fingendosi morta e divorando tutte le galline che ogni volta organizzavano una cerimonia funebre in pompa magna, credendo di essersi liberate per sempre dalla temuta, astuta predatrice.

ET, sfrecciando di nuovo verso lo spazio, libero, con un irresistibile sorriso, ironico sardonico, aggiungerebbe però un piccolo quesito finale:

le storielle sono belle, perché ognuno le interpreta a piacimento, tra voi chi sono le galline, chi le volpi?

Tra me e te, chi è il vero ufo?

P.S. Con un caro saluto e un abbraccio al Marziano a Roma, il leggendario Marziano di Ennio Flaiano; ma questa è davvero un’altra storia, o forse, sempre la stessa.

Moise o Edmun: si parte mattatori

Pagina del Kean.

Non Kent – Clark o la contea – ma Kean, Edmun, il più grande di sempre; queste locuzioni (non locuste lacustri) mi fanno sempre rabbrividire, perché non ravviso i termini di paragone: né tematici, né, ancora di più, spazio temporali. Mi fido della parola, dei veri esperti (Gassman padre, Proietti Gigi).

Kean, lo riscrivo per ribadirlo: non l’ennesimo, il solito calciatore, ma il celebrato, acclamato, leggendario attore delle tragedie scespiriane.

A 7 anni, fuggire da un istituto scolastico, per incompatibilità, refrattarietà alle regole, ai dogmi educativi religiosi culturali; imbarcarsi su una nave come mozzo tuttofare, per scoprire che a bordo – torni a bordo, balordo! – la disciplina è più rigida e iniqua che sulla terraferma; fingersi storpio e malato, in modo così convincente, da riuscire a gabbare noti lazzaroni, quali i marinai: a quel punto, smettere di recitare, indossare maschere, diventa impossibile, diventa il destino.

Un talento immenso, esagerato, tracimante, da sconfinare spesso nei vizi, forse inevitabili per chi è stato dotato da Madre Natura di troppa sensibilità, troppe capacità, troppa passione, in ogni ambito e momento della vita; lascia allibiti sapere che alla fine i lati oscuri dei geni somigliano molto, si potrebbe dire: combaciano, con quelli dei poveracci comuni, dei diseredati dalla vita; nel caso specifico, donnine dai costumi allegri (più spesso, prive di costumi) e dipendenza devastante dall’alcol.

Caro Giorgio, capita, a volte, di sentirsi come il protagonista di quel romanzo di Bassani, tuo omonimo: passeggiando pigramente in un paese della bassa, fermarsi a osservare senza troppa attenzione la vetrina di una bottega con esposti poveri volatili imbalsamati (esistono ancora imbalsamatori? magari, amatoriali?) e all’improvviso sentirsi come un airone abbattuto durante una battuta di caccia all’alba, dalle parti del Delta del Po; uno sprazzo di calma, apparente, quasi di inspiegabile felicità, decidendo senza motivo di porre fine all’esistenza; poi, dopo il rientro a casa e una cena frugale, ipnotizzati dagli stessi, eterni programmi televisivi, addormentarsi sul divano e svegliarsi la mattina successiva, per riprendere intorpiditi e indolenti, l’incolore, insapore, inodore, molesta routine.

Il talento superbo, supremo, giustifica e basta a saldare le nefandezze, i debiti contratti con la società, con i propri cari? Il dibattito è aperto, da millenni; una risposta univoca, definitiva non esiste e forse nessuno mai sarà in grado di trovarla.

Era un uomo, la spiegazione banale, la più semplice, la più aderente alla realtà, la nostra: quella di animali limitati che per un tempo infinitesimale, si trovano a calpestare la crosta del Mondo, al cospetto spesso di problemi e quesiti, non solo pratici, giganteschi, spaventevoli, talvolta sconfinati, quanto l’Universo.

Ci si illude di dominare, si finisce dominati, dalle sregolatezze più che dalla genialità (si esaurisce anche quella, come la pazienza altrui, come i fegati corrosi dalla cirrosi); quando va di lusso o buona fortuna, si chiude con una salomonica patta, ma l’epilogo è noto, per tutti:

l’uscita di scena, almeno quella, lo stile del congedo dalle assi dell’esistenza terrena, dipendono da noi, dalla nostra volontà:

l’ultima, la più importante.

Visioni

Pagina delle Visioni, anche da Pejote, anche dei simpatici Visoni, ma vivi.

Orsi polari che si affacciano alle finestre degli avamposti più settentrionali esistenti sul Pianeta, quelli abbandonati dai bipedi; attorno a quelle che di fatto sono ormai le loro case, possiamo notare vegetazione curata e senza scarti o rifiuti, e, soprattutto – dettaglio non ininfluente – la totale, preoccupante assenza di ghiaccio e neve.

Il nostro paese è figlio, chissà quanto legittimo, di un passato non sempre adamantino, con il quale non ha mai fatto un vero redde rationem morale collettivo; forse così si spiegano oscure presenze nei palazzi rinomati e sceneggiate istituzionali anacronistiche, umilianti per le casse dello stato e soprattutto per l’intelligenza dei cittadini, rituali retaggio ingombrante di epoche e regimi che dovremmo rinchiudere negli archivi polverosi, sigillandoli una volta per tutte. Invece.

Dai buchi neri della patria, a quelli rotanti nello spazio che da un po’ di tempo inviano segnali luminosi alla Terra – cinefili, questi buchi neri, hanno certo visto anche loro Incontri ravvicinati del terzo tipo – potremmo trarre energia con un’efficienza pari al 150%, superiore a ogni fonte mai nemmeno immaginata; al momento, la piccola non trascurabile difficoltà, pare sia costituita – come segnalano puntualmente astrofisici e astronomi – dalla mancanza di tecnologia adeguata all’uopo e alla bisogna, ma gli scienziati restano fiduciosi: prima o poi, gli umani saranno in grado di rendere energeticamente fruttuosi, cedendo a poetiche visioni, la luce delle stelle e il buio delle galassie.

Visioni dal passato della Via Lattea: una notizia buona e una cattiva, per noi terrestri e anche per gli extraterrestri: pare che in effetti nella galassia siano esistite altre civiltà. Potremmo affermare che la nostra, molto più recente e in fondo giovane, sia quasi una civiltà adolescente. Fino a qui, restiamo nell’ambito delle note confortanti, quello che invece potrebbe e dovrebbe un po’ allarmarci, riguarda l’epilogo delle popolazioni aliene: pare siano estinte da molto tempo e le cause sarebbero da attribuire a olocausti nucleari e/o mutamenti climatici incontrollabili Una sorta di monito, non presidenziale, molto di più: del genere, civiltà avvisata, mezza salvata (se i padiglioni auricolari e soprattutto le menti, sono aperti e ricettivi).

Permangono come sempre i dubbi: vaghiamo su un Pianeta che dista 25.000 anni luce dal centro del Tutto, ma le galassie si stanno allontanando o avvicinando? In particolare: l’Universo prima o poi terminerà il proprio viaggio? Se è partito, dove arriverà?

Visioni, giunte fino a noi dalle prime forme di scrittura: anche se qualcuno resta scettico, Mama Africa si rivela ancora e sempre una fonte ricca di siti archeologici meravigliosi per gli studiosi – antropologi e non solo – desiderosi di capire sempre più e sempre meglio quando e come sia nata una tecnologia portentosa, quella del linguaggio scritto; i reperti più recenti pare confermino: i nostri avi, poco tempo dopo essersi collocati in posizione eretta, avvertirono la necessità di descrivere il mondo nel quale si trovarono a vivere e lottare per la sussistenza: l’ispirazione per i primi tentavi di grafia simbolica e semiotica – via via resi più semplici per un utilizzo più rapido e funzionale – pare sia sgorgata dai sogni, perché dai primordi ebbero l’intuizione che, oltre la caccia per la mera sopravvivenza, esistesse qualcosa di più prezioso e indefinibile, altro rispetto alla concreta quotidianità.

Visoni oniriche per interpretare la realtà, o viceversa.

Visioni, spartizioni, in senso lato: esiste qualcosa di più prezioso intimo perfetto della condivisione di pensieri, fiato, umori? Nemmeno la congiunzione carnale carnascialesca, allegra può raggiungere quelle vette di passione e compartecipazione – anche solo per brevi istanti – al destino, alla vita di qualcuno, altro da noi.

Il bacio, a ciascuno il suo: quello di Hayez, quello di Klimt, quello di Giuda; quello degli angeli caduti, oppure quello affidato al vento, da Neruda.

Il flusso pseudo informativo ininterrotto – tacitando visioni, illusioni, prospettive chimeriche – ha il potere di rendere ogni argomento banale, sovrapponibile, intercambiabile a qualsiasi altro; se ogni tema viene poi presentato in termini spettacolari, con toni celebrativi e trionfalistici, enfatici, parossistici, l’effetto marmellata scaduta, nauseabonda, diventa inevitabile; ad esempio, ho davvero compiuto enorme fatica per distinguere, per orientarmi, in queste settimane, tra notizie su pandemia, Quirinalia – minima moralia? – , pettegolezzi delle fantastiche costumiste dal sedicente festival delle canzonette;

a proposito, davvero credete che alcuni poverelli di spirito, propagandati quali artisti, siano maledetti, dannati e scandalosi, in senso etimologico? Dopo quel capellone barbuto di Gesù, pura illusione o ipocrisia: ai suoi tempi – che tempi – rinnegava la proprietà privata e le ricchezze, predicava la solidarietà tra gli esseri umani – e la praticava sul serio – spalancava il regno dei cieli agli ultimi della Terra, abbracciava lebbrosi e prostitute.

Infatti, lo hanno inchiodato: non solo alle sue visioni.

Sovranità (regalità?)

Pagina della sovranità, pagina sovrana.

Inchinarsi davanti ad un trono, no, ma al cospetto di una sovrana, la questione muta aspetto accento pensiero; se poi la sovrana è una grande, bella pagina, scritta in modo magistrale, non solo merita l’inchino, ma tosto il levare il copricapo, segno di rispetto e di ammirata deferenza.

Un’isola isolata – tautologia ontologica – in mezzo alle nuvole di un qualche cielo, una comunità isolata – che fa: insistisce? – di circa 200 anime: anime non saprei, ma un paio di centinaia di bocche da nutrire, senza dubbio. Con molti dubbi sulle possibilità di riuscire nell’impresa alimentare, con infiniti dubbi sulla capacità di disporre di risorse agricole, energetiche, financo medico curative, in qualche modo. Senza tentare di leggere l’immane Ulisse di James Joyce, ci si può cimentare nella sfida.

E’ l’emergenza che crea il sovrano o il sovrano crea emergenze continue per arrogarsi e dispiegare un potere di investitura quasi divina, per esercitarlo senza limiti, senza rispetto di vincoli di alcun tipo, legali morali etici?

Siamo passati dalla teoria storica di Erodoto – la Storia è creata dai grandi re e dai grandi condottieri – alla teoria Bloch – la storia è costruita da tutte le persone che la abitano e la attraversano; sempre secondo Bloch, meglio poi non fidarsi troppo della memoria e delle testimonianze dirette: è uno degli attributi più fragili, più mutevoli, meno attendibile degli individui e delle masse. Le reminiscenze sono sensazioni vivide, immagini nitide e fortissime, ma producono un lungometraggio spesso rimontato a casaccio, imperfetto, con clamorosi errori e vuoti narrativi, descrittivi, con clamorose topiche di trama.

I nonni sono per tradizione millenaria i depositari, i custodi della memoria, eppure, qualche volta – scherzi delle scienze – possono assurgere al ruolo di paradossi viventi: nel cosmo è così; se solo potessero viaggiare nella dimensione spazio temporale sarebbero perfetti testimoni da spedire su e giù per il continuum cronologico, a osservare e trascrivere – in tempo reale, è il caso di scriverlo – gli avvenimenti che vorremmo ricostruire in modo dettagliato e soprattutto coerente. Se si viaggia nel Tempo, ammettendo la sensatezza dell’espressione e soprattutto la fattibilità, estrema attenzione ai tachioni con il tachimetro della velocità luce manomesso, occhio alle curve pericolose, non quelle di Jessica Rabbit, ma quelle spaziotemporali chiuse – non le paratie dell’inutile ma costosissimo mose veneziano – di tipo temporale.

Mi sono perso, nel tempo e nel vaniloquio.

Sovrane acide, può capitare anche a corte, senza stringersi troppo per evitare i pericolosi assembramenti: dieta sbagliata, per lieve distrazione; Siracide – mai detto sì, al racide, anche perché, ignoranza crassa a parte, non ci hanno mai presentati – citato molto spesso dai dotti, negli ultimi tempi dell’impero. Saremo giudicati – dunque, è proprio vero che se non siamo sempre sul banco, degli imputati, siamo sempre al cospetto di una qualche commissione d’esame – per tutte le parole inutili che abbiamo pronunciato, sprecato in vita: cribbio, posso già appellarmi alla cassazione – o alla cassata sicula – posso già sperare in un condono, di quelli all’italiana, quelli una tantum che in realtà diventano, essi, eterni?

Un’autentica sovrana non ha bisogno di sbandierarlo, non ha bisogno di gran pavese al suo passaggio, né di pavé lastricato in oro per camminare:

una vera sovrana, quale sei Tu, Monica, eterna ragazza, anche senza pistola, con la luce negli occhi nei capelli nella persona, con corde vocali che modulano una voce magnetica, perfetta nella tragedia, nella commedia, capace di commuoverci e divertirci, fino alle lacrime, sempre con il rispetto e la cura per le parole e per gli interlocutori.

Come dici Tu:

il mondo non è di chi si alza presto, ma di coloro che ogni mattina sono felici di alzarsi, con occhi nuovi e nuovi sorrisi per il resto del Mondo.

Buon nuovo viaggio.

Tra le spighe nella nebbia

Se perfino un buco nero genera stelle, crea, immagina futuri – anteriori posteriori futuribili, io a cosa servo?

Notizia buona o pessima? Per chi ha sempre creduto in altri mondi nel cosmo, una gioiosa conferma.

Le stelle figlie di quel nero vuoto – domanda sciocca – sono impastate in proprio con la creta primigenia, oppure vengono aspirate da altri universi e poi catapultate nel nostro?

Il Buco Nero Artista potrebbe diventare uno strumento utile per lanciare gruppi di persone – non necessariamente turisti allo sbaraglio – nel giardino fiorito – no Eden, sobrietà – in quello di Claude Monet, per una colazione (di lavoro, giammai) idilliaca, bucolica, anche arcadica; ne avremmo bisogno, assai.

Da ragazzo passeggiavo spesso presso le rive, le sponde, gli argini del Reno; al mattino ante lucano, quando un lucore flebile tentava di intrufolarsi e farsi notare tra le fitte maglie della nebbia, compatta uniforme, quasi imbattibile: sapevo che anche lui era già lì, quel vecchio misterioso squinternato pittore, da una vita deciso a catturare l’istante preciso e irripetibile del primo albeggiare e del primo fotogramma visibile della sagoma scura dell’antico mulino, tra alte spighe di grano, avamposto ormai abbandonato di civiltà rurale, ma draconiano contro le ingiurie dell’incuria umana e del passo inesorabile di Kronos.

Una abitudine sana che coltivo ancora, con costanza.

Anche tra gli uomini bravi, esistono quelli più bravi e quelli, nonostante tutto, nonostante ogni esasperante tentativo di melassa politicamente corretta (corrotta), indispensabili; così, qualcuno riesce a diventare grazie al proprio ingegno e alle proprie portentose qualità un aggettivo, come Federico Fellini – felliniano – qualcuno, un saggio detto popolare, come il tennista iberico Rafa Nadal – quando credi non esistano più speranze, pensa a Nadal.

Mondo marcio! Nessuna divagazione da rapper, solo una semplice considerazione; andrebbe circostanziata: non il mondo, non l’umanità, una parte, ma come nella teoria della mela bacata nel cestino di quelle buone, è più facile che la decomposizione morale si propaghi dai pochi ai molti, mentre per invertire il procedimento di solito servono generazioni, investimenti illimitati in cultura e educazione, ottimi modelli ed esempi concreti, soprattutto familiari. Come dice e scrive il critico Tomaso Montanari viviamo in un certo senso nell’epoca del Tintoretto, in una temperie sociale globale immersa in quella luce meridiana eppure malata, luce finita di una congregazione antropologica le cui strutture, i cui modelli sono morti e in decomposizione, eppure per ignavia viltà pigrizia, rifiutiamo di registrare la realtà e soprattutto di reagire, anzi, programmare per tornare ad agire; agire i nostri destini, individuali e collettivi, per edificare una società globale finalmente fresca e nuova: democratica equa ecologica.

Cara Isadora, me lo hai insegnato tu: la ciucaggine può essere una risorsa, se equivale alla caparbietà tesa verso un ampio orizzonte, diventa un peccato mortale, se sinonimo di ignoranza conclamata, auto compiaciuta, reiterata.

Diventare crisalide, crisalide cruciale, auspicando nella trasformazione in farfalla: sempre più spesso, ci affidiamo a gusci vuoti, incartapecoriti, aridi, finiti. Quelli non sono gusci del miracolo, solo tombe calcinate da riti stantii, anacronistici, anti storici.

Ieri, quel vecchio eccentrico – l’ultimo degli infimi, come si definisce lui – mi ha parlato per la prima volta:

ragazzo, se domani qualcuno troverà in te delle qualità, stai certo che sono dentro te già oggi; la gente giudica in fretta, senza conoscere; anche qui, dove mi apposto sempre a lavorare, loro vedevano solo erba inutile, ma era grano in attesa di maturare. Ascoltami, di notte, guarda prima le stelle e poi dormi e sogna la tua vita come un dipinto, quando sarai di nuovo sveglio, dipingi la tua vita con i colori dei tuoi sogni.

Che strano, oggi sono tornato per parlare con lui, ma ho trovato solo erba alta e raggi solari arancioni che facevano capolino nella nebbia, per una volta, remissiva.

Nelle segrete

Pagina delle segrete vie, sotterranee, carsiche in caso di fiumi, arcane traiettorie.

Parole d’ordine, frasi convenute, in forma di haiku classici, cui rispondere con haiku di pari livello e valore, però coerenti a quelli dei guardiani dei portali.

Orientarsi con un antico orologio da taschino – 85 anni di obsolescenza attiva – riesumato dai cimeli di famiglia: perfettamente funzionante. Esso. Cosa resterà di questi anni pandemici, brutti stupidi spietati, incapaci perfino di volare via? Quell’orologio abbinato alla bussola, sua coeva e cugina, di primo, anzi primissimo grado.

Mancherebbe un libro, il libro della Vita, a questa preziosa compagnia, ma sceglierlo, tra le migliaia, pare ora, ancora, impresa improbabile.

Per un giorno, solo per un giorno, giocare a pallone nello stadio Maracanà, insieme ai verde oro, se poi ci fosse Zico, meglio; oro verde, già, ne sparlano tutti – chiacchiere vuote, preferirei i crostoli, grazie – ma le chiacchiere dovrebbero essere bandite, ridotte a zero, come quelle letali emissioni di natura antropica che mai elimineremo, perché siamo ipocriti nei meandri più segreti di noi stessi; le nostre anime dannate angelicate, miasmi e meraviglie.

Per uscire a rivedere il cosmo, quando ti trovi recluso, segregato nelle segrete stanze, talvolta serve come ossigeno, una rottura: frantumare lo stallo, la stalla, financo gli specchi, e buonanotte a tutte le scaramanzie, cartomanzie, superstizioni, alle quali nessuno crede, ma, in fondo, teme che siano vere. I cocci di bottiglia o di specchi servono, soprattutto quelli di forma esagonale: tasselli di un mosaico immaginato, inventato dall’astronomo italiano Guido Horn, un destino nel nome di ognuno. Horn: Corno o tromba che sia, nato nella Trieste austriaca ma ebreo di famiglia, combatté per l’Italia nella Grande sanguinosa, indecente guerra: con le stelle nella mente e nel cuore, intuì che forse, per osservare con attenzione i segreti della volta cosmica, sarebbe stato più preciso e anche più economico realizzare non telescopi ciclopici con specchi enormi, ma ‘binocoli’ spaziali con lenti costituite dai famosi frammenti esagonali. Ancora oggi e nel futuro sfruttiamo e sfrutteremo quella sua formidabile idea.

Le verità che rammentavo erano verità del cactus, del resto la realtà è una pianta grassa, ricolma di aculei; esimio speculatore edilizio, se cerchi un nuovo inquilino da sistemare in collina, cercalo tra gli indigeni detti anche autoctoni (sempre meglio degli auto scimuniti): magari non sarà un genius, ma il vantaggio è che sarà già in loci, loco – matto più che mai.

Talvolta, dagli oscuri segreti meccanismi che regolano le nostre vite sociali e politiche vorremmo davvero evadere, ribellarci, ma il potere dei numeri – a proposito di kabbala, numerologia e filosofie occulte e sciamaniche – se non ci incatena, in qualche misura, ci condiziona: il 13 è un simbolo di buona o cattiva sorte? Un tempo arcaico vide gente esultare controllando 13 vaticini calcistici azzeccati su piccole schede targate Sisal/Totip. Meglio abbracciare il senso tibetano per il Creato e apprezzare le buone invenzioni umane, da ogni dove, di qualunque inventore geniale con ottimi propositi siano; anche perché, nel Mondo Dopo, altri 13, Lucifero e i suoi sodali, Angeli ribelli per tradizione traduzione e anche tradimento biblici, pare abbiano perso energia, intenzione, voglia di allestire nuove sommosse, contro i poteri pre costituiti:

rassegnazione o ribellione alternativa, l’ardua scelta e soprattutto azione, spetterà al solito consesso, quello delle donne, degli uomini & alieni varj.

Anche alla luce del Sole, fuori dal piccolo scrigno segreto.

Corde

Lo sapete voi, più e meglio dell’ignoto, indegno compulsatore seriale.

Ci sono verità indimostrabili scientificamente, eppure vere, più del vero, oltre ogni enciclopedia:

il Mondo è sorretto da corde.

E chi regge le fila, anzi i fili, mi correggo: le corde?

Corde non solo marinaresche, corde non solo spirituali, corde musicali, perché la scintilla primigenia è nata da un suono, primordiale rudimentale sperimentale finché si vuole, ma un Suono.

Suono creAttivo, risonanza genitrice del Creato e di tutte le meraviglie collegate.

Forse, giovani musicisti, liberi e ribelli, artisti di strada, per le strade di questo bizzarro pianeta: forse – speriamo sia così – sono loro a dare vita al concerto.

Alzi la mano chi non conosce l’Alieno: David Bowie; il cognome letale di un famigerato coltellaccio, forse perché le sue note, le sue parole erano affilate nella fucina dell’intelligenza extraterrestre, erano perfette in un mondo di giganti, di titani, spesso poco inclini al dialogo, all’accoglienza dei profughi cosmici. L’adorabile Alieno venne tra noi da un altro pianeta, lo stesso non si può dire della hostess terrestre che ebbe anche lei il destino volante, donna caduta dal cielo, non per miracolo, ma causa disastro aereo: senza paracadute, senza ali angeliche, senza energie parapsicologiche, si salvò e divenne, ad honorem, aliena, nella considerazione dei suoi stessi consimili. Alla colonna sonora, pensate voi. Siamo tutti al netto dei nostri titoli di studio, absolute begginers: principianti assoluti dell’esistenza.

Se mezzo secolo e 10.000 metri di altezza vi sembrano pochi, potremmo sempre provarci insieme: un balzo collettivo e via, verso nuove emozioni, nuove avventure; forse, forse al cubo, quando qualche presunto politico vaneggia di rose di nomi all’altezza per incarichi istituzionali, si riferisce a questo. Potremmo da oggi invocare la prova del 9, per la verifica sul campo di atterraggio: nel vuoto senza paracadute di seggi blindati, di leggi ad personas, di cadreghini multipli contemporanei. Sarebbe un piccolo passo per l’umanità, un grande balzo in avanti – finalmente – per la nostra vetusta struttura socio politico culturale.

Corde corde corde (di chitarre), chi ha tante corde vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta; parafrasando – parafrasi o perifrasi? questo un altro ansiogeno dilemma – una vecchia divertente canzoncina, troviamo il senso ironico della vita artistica di Bob Dylan; da sempre poco incline ad accordarsi, accodarsi alle mode, ai movimenti, alle correnti del golfo del momento, dopo aver ceduto alla solita bieca multinazionale multimediale i diritti dei suoi testi, da poco, ha pensato bene di cedere anche quelli su ogni suo brano musicale, passato presente e futuro. Buona pensione di lusso, naBobbo Dylan! Potrai acquistare corde di chitarra in platino, da qui all’eternità.

Altro che Nobel per la letteratura, i parrucconi incartapecoriti di Stoccolma avrebbero dovuto conferirti quello per l’economia, caro coerente alla tua personalità, Robert Zimmermann: non ti capirono nel Mondo Prima, fosti sì rivoluzionario della musica, ma non il menestrello della sedicente rivoluzione giovanile, furbo sessantottina: furba, nel senso che molti pseudo profeti di quella stagione, si sono poi sistemati da veri carrieristi senza peluria sentimentale, senza coscienza, nei più vari, avariati consigli d’amministrazione delle compagnie ultra sovra nazionali e delle banche, sanguisughe del globo; riuscendo anche a piazzare in classifica stomachevoli diari personali, finto intimisti, finto nostalgici per i migliori anni: della turlupinatura collettiva, come troppo spesso, nei secoli dei secoli.

Sogno arcadico, poco futuristico: volare tra gli alberi con le corde – pardon, liane – di Tarzan, nella giungla africana o in quella urbana, poco importa: anzi, al richiamo dell’Uomo allevato dal Popolo delle Scimmie, bisognerebbe proprio restare in attesa per osservare, all’interno di una megalopoli soffocata da acciaio, cemento e smog, quale animale sarebbe in grado, se non di rispondere, almeno di percepire il suo possente urlo di richiamo, di chiamata (non di chiama, per carità) alla rivolta contro ogni sopruso, contro le ingiustizie.

L’ultima frontiera dell’Umanità: il cuore di tenebra dell’Universo – o degli universi alternativi – anche se permane forte il dubbio che quella vera resti, ora e nel futuro, se verrà: la mente umana con i suoi derivati.

Attenzione alle corde, la tentazione di annodare può sempre giungere di soprassalto e poi non è detto che nei paraggi si trovino Gordio e la sua spada; vennero esploratori, vennero con la chiara volontà di fondare colonie, poi, sopraffatti dalla bellezza dei luoghi, restarono avvinghiati, legati come avessero trovato delle terre materne natali.

Evadere dalle regole della finta società, sulle corde del suono, sulle sequenze, frequenze, frequentazioni dei viaggiatori mistici tra le dimensioni; illudiamoci di impostare i parametri, il risultato finale sarà, nell’ipotesi migliore:

una meravigliosa sinfonia aleatoria.

Gru, dilemmi

Comincia sempre così, da un dilemma o da un piccolo, insignificante accadimento quotidiano;

banale quanto basta eppure tessera del domino, senza causa apparente, senza fato contingente, stringente: innesca la caduta progressiva, inarrestabile di tutte le altre tessere o con punto di svista colmo di ottimismo, permette alle nere tessere di produrre cinesi creativa?

La Luna, la mezza Luna influenza le nostre scelte, le nostre opzioni, a metà? Possiamo attribuirle responsabilità e colpe? possiamo scaricare su Selene le nostre omissioni, le missioni fallite, le inadempienze, i nostri avariati limiti strutturali, cui non vogliamo porre rimedio, per inedia, per ignavia?

E’ la gru, braccio meccanico della nostra sedicente civiltà che persevera nell’idiozia – ce ne vuole, per reputare lo sviluppo simbolo e sinonimo di progresso – a spostare in cielo la mezza Luna, forse fertile (se custodisse davvero riserve acquifere), o è il nostro miglior satellite naturale, a determinare gli spostamenti, i movimenti, le azioni di forza della macchina, come fosse una marea, che s’illude di scalare le sfere universali, ma resta mesta abbarbicata, incatenata dalla gravità, alla cara preziosa crosta terrestre?

Non ho trovato dilemma con peculiarità organolettiche che lo rendano solubile, diluibile con l’effetto, o almeno l’affetto – senza affettazione – del tempo; non saprei dire se i miei territori siano luciferini, beati, mistici, certo io che li attraverso, incerto incespicante spesso inadatto, sono viaggiatore anomalo.

Catafalchi, sepolcri imbiancati, cariatidi cullate da geremiadi che non sono giochi olimpici riservati ai soli figli di Geremia o a coloro che indossano quel nome; in certi lunedì più ferali di altri – non feriali, magari ferroviari – quando un’inesplicabile malinconia, sorda ad ogni invito di fuga, assale l’anima come parassita infestante, la mente vaga e talvolta perfino sogna, grazie a Giuni l’Artista suprema: uomini di notte, ai tabernacoli di vizi, vanno in cerca dell’amore e sono tanti, dentro una novella Babilonia.

Vorrei disporre della gru progettata da Battiato & Sgalambro, la stessa utilizzata da Gill, unico ultimo vero discepolo: la gru metafisica, in grado di sollevare l’Essere, anche quello senza qualità;

sollevarlo, in tutti i sensi, in ogni senso possibile, meglio ancora se impossibile.

Corse & Scalate

Pagina dei Tiratori, però franchi.

Franchi Franco e Ingrassia Ciccio, artisti sottovalutati, non a caso, lontani dal sottobosco dei franchi tiratori, sottocategoria detestabile dei cecchini; impallinatori, a seconda di usi e costumi, convenienze, calcoli: di piccioni, poveri piccioni viaggiatori inconsapevoli – inconsapevoli del destino, non dell’identità da augelli – piccioni politici, ché uno pseudo San Sebastiano da trafiggere torna sempre utile; senza scomodare santità varje, né illustri, esagerati paragoni, torna buona la cambusa di allocchi da sacrificare, sull’altare delle trame e dei tramacci; un allocco supremo, così, si trova sempre e comunque.

Sono tiratori senza pudore, birboni immatricolati, spesso (sempre) mercenari, però franchi: adamantini – sinceri, chissà – nel loro sporco lavoro; qualcuno tanto lo deve fare e, come dicono i grandi saggi, fuori c’è la fila, ti rifiuti tu, avanti il prossimo.

Caro Martin (il pescatore?), saprai – da detti proverbiali popolari – che per un franco si rischia di perdere cappa, spada, strada e talvolta financo la ghirba.

Corsa, scalata, duello; si stenta a credere, non solo al paranormale, alla normale prassi, istituzionale o meno che sia; beato chi ha fede, chi non ce l’ha, resti scapolo, celibe, nubile, nobile. Una carica – speriamo non di tritolo – diventa nello sciatto, scarico, ordinario immaginario mediatico, una sorta di gara all’ultimo sangue, un contesa rustica rusticana, all’ultima spada coltello pugnale o letale intruglio venefico – da far impallidire Madonna Lucrezia, quella dei Borgia – invece della procedura elettorale parlamentare per designare il nuovo (ignorando la pietosa/impietosa anagrafe) inquilino del Quirinale (ex Vaticano): per 7 anni, se non di guai, vissuti spesso malvolentieri, in modo molto pericoloso.

Ché i perigli non sono opzionali: quando ti investono, ti investono; vallo a dire agli abitanti di Tonga.

Pagina della crisi esistenziale, esistenzialista dei tiratori; dalla culla, all’asilo, dalle elementari, all’università, non li nota mai nessuno, anche senza dono o maledizione dell’invisibilità; almeno una volta – semel in settennato, il seme giusto – ogni tanto, senza incomodare lutti papali (fascia nera su abito bianco) altrui, concediamo loro un momento di vanità, vanagloria, protagonismo; se poi il ruolo, sarà negativo, barra (codice a barra) pessimo, pazienza: purché il volgo ne parli. Una vita da pessimo: magari un giorno ti consegnano (a insindacabile giudizio di una commissione tra le infinite) non l’oscar, ma il tapino di latta, come ultimo dei cattivi, inetto, poco adatto, a diventare il migliore dei famigerati.

Passatempo – il tempo passa, anche fosse solo una dimensione – mio diletto, gigioneggiare divagare inneggiare con, alle divine Parole; aggettivo desueto, pare sia divenuto diletto – di letto? – e mentre scrivo, demodé retrò antiquato, anche desueto stesso. Sono desueto, per me stesso. Una benedizione, una consacrazione, diventare aggettivo: solo i veri artisti ci riescono dopo una vita intera di passione, di passioni, in bilico sul limitare tra il mondo dei sensi e quello sovrasensibile. Tre sono giunti – in sogno, come altrimenti? – a lenire le mie frustrazioni, a confortare i miei numerosi difetti; tre numero della perfezione: Van Gogh, Kurosawa, Fellini (con litografie celebrative di David Lynch).

Quando cammini, presta la tua attenzione, alle valvole rapide di sfogo o di ausilio alla forza anti dispersione di gas – anch’essi nobili, se va bene – o umori; importante non disperdere gli umori, in particolare, della pazza folla: non sempre le civiltà del momento hanno sotto mano una cloaca, massima.

Un tempo cancellato dalla memoria, anche piccole canzoni riuscivano a trasmettere con poetiche armonie grandi insegnamenti; in una, interpretata dalla signora Carla Bissi, si ammoniva con amara delicatezza:

più lontano vai, sempre meno conosci.

Lo stolto, imperturbabile, replicherebbe:

non è importante conoscere, ma è meglio sia importante chi conosco.

Pazza Gioia dello Smarrimento

Pagina della pazza gioia, gioia per la pizza.

Pazza pizza gioiosa, abbandoniamoci alla pazza gioia, anzi passa gioia – prego, prima tu, graziosa creatura del cielo – passa gioia senza freni, passa la gioia, eccome, soprattutto quando e se ti illudi che sia eterno il sollazzo.

Gaudeamus: della sacra pizza.

Finché ce n’è – si scriverà davvero così? per fortuna, la glossa madre è un’opinione da balera – meglio tutelarla, averne cura, dimostrarle gratitudine. Del domani, anzi dell’istante successivo, certezza alcuna. C’è o non c’é? Ci è o ci fa.

Balliamo sul filo, non si sa se sia più rassicurante quello teso tra due vette irraggiungibili o quello affilato a puntino del rasoio di Jack Occam; optare per una colonna sonora adeguata in previsione – ah, la previdenza – di una fine, per un fine, per il fine del Mondo, quale abbiamo creduto di conoscere: i più coltivati nei vasti campi dell’anima, vorranno lasciarsi cullare al congedo dalla sonata (o era una sinfonia di fine vita in Leningrad?) numero 7 di Shostakovich, le persone più popolari magari preferiranno votare, ma solo in caso di attacco nucleare – opzione Kubrick – per la canzone We’ll meet again, della Vera diva Lynn;

anche se il giorno dopo, il centro città potrebbe somigliare più al deserto dei Tartari, che a quello immaginario, avventuroso di Tartarin di Tarascona. Al netto, della scorta dei Leoni dell’atomo.

Attenzione alle fumate – figlie e figli dei fiori, ci siete ancora? – mentre con il lanternino, anzi, con l’insopportabile luce blu di schermi inesauribili, cerchiamo l’uomo giusto o quello meno sbagliato tra torme e tormenti di bipedi senza qualità, le enormi aggregazioni gassose bianche o nere, non indicano solo un esito, un risultato di uno spoglio, ma potrebbero segnalare, eruzioni cutanee, esplosioni, di gioia.

Qualcuno gioisce di sicuro in questo Mondo Dopo: pare che l’era dei virus mutanti non abbiano cambiato le tradizionali abitudini inique in vigore tra i gruppi più o meno umani, che prevedono l’aumento indiscriminato della ricchezza dei soliti noti, all’aumentare delle difficoltà, delle angosce, delle disdette – delle vacanze, senza dubbi – di tutti gli altri, senza santi né sarti in paradiso (fiscale).

Lasciate o raddoppiate? Loro raddoppiano.

Vi arrendete? Come dicevano agli avversari con ghigno beffardo i mitologici – quelli sì – blancos del Real Madrid, negli anni ’50 del 1900, quando in Iberia e sui campi della Coppa dei Campioni, i trofei erano loro appannaggio per diritto di piedi, divini; miedo escenico? Paura del palcoscenico? Molto di più, anche senza fantasmi o misteriose maledizioni. A proposito, adios senor Gento e grazie per ogni meraviglia.

Sfidare la morte, ma al chiaro di Luna, come se non sfidassimo la Nera Signora ogni giorno, anche nel pieno fulgore del Sole; auspicare che almeno una volta nella Storia – che bella storia sarebbe – trionfi la rivolta degli appesi (non gli insaccati, sia chiaro), quelli che da sempre patiscono per la repressioni delle voci, dei diritti, della libertà;

rammentare di andare, nella giusta stagione, a raccogliere le fragole nel loro posto, quello giusto e rammentare la domanda della commissione d’esame a quel giovane aspirante dottore: qual è il primo dovere di ogni medico? Per tacere del buon caro vecchio Ippocrate, chiedere perdono.

Anche Tolkien smarrì il sentiero, in una terra di mezzo, forse la sua, ma vivendo una favola per adulti, soprattutto, raccontandola, trovò un piccolo pittore di foglie e un albero meraviglioso che gli (ri) donarono coordinate e sensi, dell’orientamento esistenziale:

l’Albero della Vita, quello che, (d)al centro dell’Universo, sostiene e alimenta tutto il Creato.