Infiniti

Quanti sono gli infiniti?

Domanda oziosa, forse.

Quesito peregrino pellegrino sciocco, ma le curiosità sono sempre ammesse e lecite, le risposte meno, anche perché di solito non giungono mai per tempo.

Per Alessandro Magno – al secolo messer Bergonzoni – dovremmo farci un giro nei reparti eternità, scopriremmo così che quotidianamente nascono degli infiniti; se le culle del paese sono vuote di bebé, ci consoleremo con il boom degli Infiniti.

Mi vuoi bene, più o meno infinito?

Il tarlo aleggia arieggia galleggia e la vita resta sospesa, come certi respiri, interrotti, non si sa se sul più bello; nel caso contrario, tutto sommando e molto sottraendo, meglio.

Annus horribilis, anno né fasto né infausto, anno esausto, esaustivo per certi versi e anche per certa, troppa trippa, anzi prosa, in eccesso, in esubero, spuria però di necessaria esuberanza.

Anno nefasto senza Nestore, impeccabile imperturbabile maggiordomo della tenuta di Moulinsart; per accedere ai molto segreti del castello – e della vita – sarebbe prima necessario convincere lui, incorruttibile e fedelissimo, a fornirci le mappe e le chiavi di accesso; più sicuro e sano, mantenere in vita dubbi e curiosità.

Servirebbe un principe Namor degli Abissi, invincibile cui chiedere non solo quanto è profondo il Mare, ma soprattutto di proteggere quell’infinito mistero blu dalle voglie rapaci delle multinazionali pseudo green; i fondali marini sarebbero disseminati di pietre ricche di litio, nichel, cobalto, manganese utilissimi per la fabbricazione di quelle pestifere batterie dei veicoli elettrici; la transazione ecocida incombe, poco importa che alla devastazione dei fondali oceanici si oppongano minuscole isole stato e centinaia di scienziati. Ormai dovremmo aver capito che la sola scienza buona è quella che garantisce come santa e giusta la spoliazione infinita delle risorse naturali. La pazienza di Madre Gea però non lo è, infinita.

Gli architetti sono qua, hanno in mano le città; ora rivendicano di essere non solo i maestri degli spazi saturi urbani, ma anche etnografi: sostengono sia ormai quasi impossibile distinguere tra città, aree suburbane, aree rurali; quindi se tutto è città – anche il povero Infinito fuggito in collina? – bisogna studiare attentamente le reti di relazioni umane e su quelle ridisegnare e edificare o riedificare nuovi/antichi ‘contenitori’ per consentire incontro e dialogo tra quegli strani bipedi, nel Mondo Prima umani, oggi chissà.

Dalle follie per la villeggiatura in ameni siti campagnoli campestri bucolici (senza offesa), alle follie per le campagne militari – siamo in guerra, giusto? – per l’inoculazione massiva massiccia di massa dei magici miracolosi rimedi; infiniti rimedi traumaturgici per infiniti disagi globali, mentali soprattutto, eppure il morbo dilaga.

Credere in Dio e nella Scienza è operazione facile, non mi costa nulla; auspico forteMente che anche loro – Dio e la Scienza, o chi per essi – credano un pochino nel sottoscritto; chiedo venia Sir William Golding per il furto con goffaggine e fuliggine, però con tanta gratitudine per l’efficace battuta.

Per restare nel tema infinito della potenziale tentazione del dominio dell’uomo sulla maggioranza dei suoi simili: l’uomo produce il male, come le api il miele. Lo stesso Signore delle Mosche allibisce: distopica sarà vostra sorella, cioè, intendo dire, la vostra realtà. Quando la distopia del reale esagera esonda esubera dai canoni del genere, senza essere esuberante (come la prosaica prosa di cui sopra), diventa solo contundente.

Infinito esoterico, due cerchi, sovrapposti, identici per forma ed energia anche di fronte ad uno specchio; connessi tra loro non tramite una strettoia ma in un punto, varco dimensionale. Il Tutto poggia sul Tutto, l’armonia e la rotazione dei cicli vitali sono senza inizio e senza fine.

Dovremmo imparare a camminare nei sandali di Tagore – o farci prestare i suoi occhi e in comodato d’uso, cucire la sua anima dentro di noi – ogni nostro passo diventerebbe un tratto di matita nell’Infinito, ogni nostro gesto, un confronto con l’Eterno: vis a vis.

Stupor Mundi

Stupor Mundi, Stupor Mundi, perché ci hai abbandonati?

Stupor Universi, Puer Apuliae, Puer Stupinigi (forse no), stupende stupefacenti, poco stucchevoli visioni.

Scomuniche plurime per eresia, talvolta costituiscono autentiche patenti di valore al merito: civile umano culturale.

Il Mondo non lo abbiamo inventato noi adesso, per fortuna: le velocità di crociera delle civiltà sono sempre state molteplici, ad uso e consumo, alla bisogna dei Popoli nei cangianti contesti: il ritmo del Sud scandiva nel 1200, nel fantasmagorico Medioevo e dintorni, l’evolversi delle Arti della Cultura delle Scienze, delle riforme sociali e del diritto.

Se allibite per i mitici animali sfogliando bestiari dell’Asia, quella musicale gucciniana, non oso immaginare le vostre incontrollabili stupefacenti stupefatte reazioni, doveste mai imbattervi negli animali – meno mitici, assai più insidiosi – da Stupidario dei giorni dell’Avvento, in questo Globo stordito del Poi.

Un Poi molto lontano – non ci somiglia per niente! – da quello che cantavano i Micronauti in Futuromania.

Nemmeno la guerra è più la stessa; finché c’è emergenza – stato di perenne – c’è, purtroppo, speranza. Non per gli umani. Ventidue mesi consecutivi, un record mondiale, anzi, 22, una rosa completa per partecipare alla competizione; quella calcistica resta al momento un’ipotesi, una chimera del Qatar, quella sanitaria, oibò, senza soluzione, di continuità.

Stupefacente fu, la disfida: chi lanciò il guanto, chi lo raccolse; Amundsen e Scott scommisero tutto e tutto di sé stessi tra di loro, con l’idea fissa il sogno l’ossessione di raggiungere via mare per primi il Polo Sud. Il ghiaccio bollente fu appannaggio dell’indomito intrepido norvegese, ma tu sentinella che vedi? La consueta catastrofe psicocosmica per gli uomini semplici? Quelli il cui nome è talmente piccolo da risultare troppo ingombrante per essere stampato sui libri di Storia o nominato nei documentari? Meno male che ai tempi nostri, i due generi sono ormai desueti, poco frequentati, pochissimo bazzicati.

Certe memorie non si cancellano, restano custodite nelle ribaltine segrete in fondo al cervello; ribaltine che all’improvviso inaspettatamente si aprono da sole e inondano la mente e l’organismo con la loro essenza, trascinandoci catapultandoci senza possibilità di appiglio scampo fuga, in quello che eravamo.

Lo sapevi che El Zorro, in principio fu un prete? Tra tonaca e mantello nero, in fondo, poche differenze: il curato padre Miguel Hidalgo y Costilla, suonando le campane del villaggio di Dolores Hidalgo – sono io stesso confuso dalla toponomastica e dalla intricatissima nomenclatura messicane – il 16 settembre 1810 chiamò esortò incoraggiò il Popolo del Messico all’insurrezione contro i dominatori ispanici; perché quando l’oppressione è senza limiti, la rapidità di reazione e ribellione può sempre infrangere le catene e il molesto giogo degli oppressori.

Stupor Mundi, Stupor Mundi: adolescente predestinato ai fasti, crescesti in Magna Grecia, come uomo anche Tu cadesti preda di abbagli ed eccessi, ma fosti un ponte intellettuale, spirituale, in carne e ossa tra Occidente e Oriente; governatore illuminato, multiculturale e soprattutto visionario:

vero, perché la Trinacria era tutto il Sud, impero indiscutibile del Futuro, all’epoca mirabolante.

Convocate nella vostra cattedrale il Cancelliere Aulico, fatevi insegnare il più bel sonetto della Scuola Sicula e pregate:

per il subitaneo ritorno nell’Universo di un Novello Stupor Mundi.

Amenità pre (anti?) natalizie

Pagina davvero dentro, completamente immersa sommersa, nel teatro dell’assurdo.

Chiedo venia e anche valium per la banalità, assai poco kafkiana, poco beckettiana: non la banalità, l’azzardato accostamento.

Pagina reietta al cubo! Pagina strappata – che dottorone, parla proprio come un libro strappato, un re fosco stappato – tra i lamenti, non i suoi, della solitudine, in una stanza silenziosa, tra pile impolverate di vecchi volumi e bagliori incandescenti del Sole al tramonto.

Pagina miscredente, pagina eretica che osa criticare, mettere in dubbio il pensiero (suvvia, pensiero… non esageriamo), pensiero unico, alias Dogma;

pagina meschina che cede alle coatte manipolazioni, quindi inaffidabile a prescindere, soprattutto dopo la presunta resa alle dita minacciose, autoritarie che l’hanno sfogliata, esaminata da cima a fondo, fino all’ultimo punto. Pagina mercuriale – da non confondere con il mattinale, ammesso qualcuno ancora sappia cosa fu – pagina in perenne conflitto contro sé stessa, contro i propri limiti e difetti, adesso ancora di più.

Amenità – menate, avrebbero detto i sociopatici anni ’70 – pre natalizie, ma resta imperativo categorico non debellare violenti e violenza: salvare il Natale. Messaggio ecumenico, molto condiviso, oscuro però, quasi quanto la comicità dentro uno scaduto cine panettone.

La carica dei 608 (decessi) ‘correlati’ a Balaklava; morire in Crimea, galoppando furiosamente contro mura inespugnabili, contro serrate fila di cannoni tonanti è forse meno eroico di chi muore per qualche non meglio precisato, non previsto effetto fatale dei rimedi magici? Rimedi così magici che di colpo – il giorno successivo – le vittime si riducono a 16 – sempre troppe, ammettono dolenti gli aedi della gilda – meglio di 608; una grande carica, divenuta piccola, piccola così: una carichetta.

Come sapeva quel duro, quel dritto dal cuore tenero di Fred, nelle notti buie e tempestose, anche una piccola può sparare, al cuore.

Pagina della Resistenza, mai sterile o futile, mai. Resistenza adeguata, resistenza resiliente (tié, beccati ‘sta resilienza di ritorno!): la strategia generale resta adamantina, mutano le tattiche per raggiungere l’obiettivo, Mahatma docet.

Pagina apparentemente piegata, per autotutela: che disguido, che scivolone, che topica. Pagina come Mercurio il dio e come il mercurio: alata, inarrestabile; liquida impetuosa, quando sembra incanalata, scivola via, ovunque, più inafferrabile che pria.

Puoi chiedere tutto a questa Pagina, tra le righe delle Pagine non esistono segreti barriere giudizi pregiudizi: sarà la pagina cartacea di un preistorico elenco telefonico a sconfiggere l’arida impersonalità della matrix ipertecnologica; fidatevi di Simenon, tutti i suoi Personaggi uscivano in carne, ossa, difetti, misfatti dagli elenchi cartacei degli abbonati ai servizi telefonici del Mondo Prima.

L’Anima della Pagina è intatta, la struttura stava cedendo, come in quei giorni di abbandono a Roma.

La fine sarebbe stata nota – forse nobile? – molto prevedibile, molto stupida: quando le forze nemiche sono soverchianti, si può simulare alleanza, perfino resa, meglio galleggiare dentro una fontana, fingendo annegamento. 

Certe pagine sono sorelle vere di Michele Strogoff, il corriere dello zar: simulano cecità, mancanza d’orizzonti, ma rifiutano, respingono in autonomia gli inchiostri letali, corrivi, corrosivi.

Un’amazzone in sella al proprio fidato puledro arabo, al trotto sugli argini, osserva il panorama; campi esausti, montagne innevate, fiume inquinato dai liquami del progresso e della civiltà.

Nonostante l’aria così sporca, nonostante questa storia sempre più sporca, scocca il momento di benedire le affinità elettive, serrare la Simbiosi tra le Pagine:

quelle Resistenti.

Sciamano praticante

Si fa presto a dire Corvo.

Corvo sarà lei e tutta la sua famiglia.

La maldicenza impera, comunque meglio Corvi che disumani.

Invochiamo Lug, dio Lug: la divinità che padroneggia mille arti, divinità regale, divinità di Luce, così lontana da certe lugubri interpretazioni postume, fanatiche, condensati di arrogante ignoranza.

Se Lug affida al Corvo i suoi messaggi, cifrati o meno, avrà un ampio ventaglio di buone motivazioni.

Mi fido più dei vaticini di Lug che di quelli dei sacerdoti del Dogma; mi affido alla lancia Sleabua non per diventare invincibile, solo per proteggermi da chi vorrebbe farmi la bua, chissà poi perché.

In Gallia, lo chiamavano Lugus, i Romani lo identificarono – al netto dei miei personali conflitti d’interesse e d’immagine – Mercurius Artaios e Mercurius Moccus, protettori rispettivamente dell’Orso e del Cinghiale (animale molto apprezzato a Roma, anche all’epoca dei fasti dell’Impero): naturalismo ante litteram? Forse no, però le due presunte Bestie: che portamento, che finezza, che regale possanza.

Adoravamo i fratelli Corvi quali messaggeri degli Dei, non solo di Lug; perché da sempre – loro, gli alati – sanno parlare, sono giocherelloni, dispongono di notevole memoria e perfino, certamente superiore al nostro, di un innato senso dell’umorismo, grazie al quale talvolta si fanno beffe dei loro colleghi e degli ingenui bipedi.

Come nella Bella e la Bestia: cara lo sai, ti amo così tanto che non consentirei a nessun altro di chiamarti bestia.

Lo scemo del villaggio – senza essere principe o granduca – riteneva corvacci neri tutti quelli che non erano d’accordo con lui, o che osavano profetizzare esiti incerti, ingloriosi per le sue scombiccherate avventure; come sia finita, si sa: i Corvi suonano liberi il loro urlo rock dal cielo, lo scemo vive di bassi imbrogli, di mancette da parte di fresconi al cubo.

Al Corvo saggio e lucente chiederei:

qual è il confine tra altruismo e autolesionismo? Ha senso parlare o pretendere altruismo se questo comporta violenza fisica e psicologica contro un individuo? In quale articolo della Costituzione o in quale empireo etico/morale si configurerebbe uno scempio così vergognoso e criminale?

Confidando in un cortese riscontro, l’amico scrittore Paul Auster ha fornito qualche indizio: l’esperimento umano è fallito, per eccesso di stupidità; pochi esempi pratici però lapalissiani: incapacità di affrontare la pandemia in modo razionale e con approcci multi livello, mancanza di reale volontà di affrontare la crisi climatica che condurrà, con un miliardo di anni di anticipo sul previsto, all’estinzione della vil razza umana e dannata; la Terra poi, indifferente e superiore, proseguirà il suo percorso nell’Universo.

Stendermi sulla collina sotto l’albero dei Corvi, sciamani praticanti, in attesa, dolce; più o meno come fossi sulla riva di un fiume: attesa però, non di cadaveri dei malintenzionati, ma delle perle corvine. Non credo sia stato Odino a cacciarli via dalle sue spalle, temo siano stati gli insulsi uomini a dare loro la caccia, per paura e per invidia.

Caro Corvo hollywoodiano forse, come sostieni Tu, non potrà piovere per sempre, di certo non hai mai frequentato le lande del nordest italico: tentando di trovare nella sabbia di qualche spiaggia le conchiglie che propiziano sorti buone e progressive, sarà bene segnare sul taccuino di viaggio che di solito la fine è propedeutica: a nuovi inizi, a nuove relazioni, giuste ed eque, con Madre Natura;

Bimbi e Corvi guideranno i Popoli rigenerati:

per insegnare loro ex novo – palingenesi generale – i pilastri della Vita.

Amletismicità ermetica

Sicofante o Sicomoro, questo è un altro bel dilemma.

Sicofante nel senso di delatore: spregevole spregiativo spregiudicato; nel senso etimologico: colui che di propria audace iniziativa, denuncia un crimine o un criminale: egregio civico cittadino.

Certo, Sicomoro, sempre un gran bellissimo ficus; poco importa se dall’Africa o dal Medio Oriente; importante sarebbe non fare naufragio di civiltà umana, ma l’argomento è poco cool, al momento; e poi chissà, non serve per essere eletti, nemmeno in punta di soglio – non sogliola, alla mugnaia – di San Pietro e/o Quirinale.

I frutti di codesto fichissimus sono infiorescenze o viceversa? Magari, per aumentare la confusione sotto questo cielo rosso sanguigno, unisessuali, ma tentiamo di restare in equilibrio precario, senza esagerare.

Senza esagerare con l’equilibrio – ché la sana follia potrebbe offendersi – senza esagerare con il precariato, ché già l’umana condizione abbonda di precarietà.

Traditori di tutti, in primis di sé stessi: cedere al minimo compromesso, il misfatto è già compiuto, senza nemmeno mercede da intascare; impiccalo più in alto il Giuda Iscariota, ma quando sei tu, a chi puoi affidare il delicato compito? Forse a Ramon, ma quel sicario – né sicofante, né sicomoro – maneggia meglio le armi da fuoco.

Più eroico morire impiccati o sparati, per riscattare un minimo di dignità personale?

Più eroico sorbire la dose magica semestrale o l’arrivo improvviso dei rimedi, appurata l’incredibile apatia, la sorprendente indolenza delle ampolle degli speziali ufficiali, con bolla imperiale controfirmata dal Podestà, quello dell’ultimo giro di banderuola? Giostra momentaneamente abolita.

La Storia siamo noi, gente infima, gens minuta che racconta storie al minuto, al dettaglio; la storia siamo noi, ma noi, chi? Nell’Annuario del who’s who – o del wto – non ho mai trovato la voce noi né storia, a dire il vero, non ho mai trovato nemmeno le voci. Speriamo che qualcuno, prima o poi, faccia le nostre veci, edificando una vera storia nuova.

Se come scrive Alberto X, la fotografia ci costringe a credere che il passato sia successo, alle Fotografe affido la testimonianza di chi eravamo, di chi fosse questo scriba virtuale se non virtuoso; alle Fotografe capaci di conoscere le Anime – perché se non le riconosci non le vedi non le cerchi prima, le Anime – non potrai mai scattarle, descriverle in/con un fotogramma.

Quanti fotogrammi pesa davvero un’Anima? Si può soppesare un’anima in fotogrammi? Anatomie di pochi, brevi, istanti, però fatali, decisivi.

Una Giubba Rossa fuggita da un solco in vinile di Battiato, ritta nella sua divisa, si staglia contro il Cielo, osservando una solitaria Pattinatrice di bianco agghindata: evoluzioni su un laghetto ghiacciato, immacolata anima immaginifica multi cromatica, fragile delicata generosa Poetessa del Ghiaccio.

Amleticismi di basso impero, mentre brucia Babilonia – i suoi prodigiosi Giardini pensili, no –

e crolla anche Babele, con tutti i babilonbabbei del tempio.

Ridere ci seppellirà, liberi

Pagina della/nella Santa Barbara: se brancolare nel buio dei dubbi esistenziali vi affanna, attenti a non accendere cerini, svedesi, zolfanelli, la verità rivelata potrebbe avere effetti esplosivi.

Pagina dei Clown, quelli un tantinello – fuori o anche dentro il tinello – malefici, abrasivi, disturbanti; come l’Elmo X garliniano (Mastro Alberto Garlini) nella Bologna vera nell’immaginazione del 1977, degradata a territorio di guerriglia dagli esperimenti repressivi del criminale dottor K; eppure quella sorta di Joker degli anni plumbei, inoculava dubbi a profusione: si può ridere di tutto e di tutti? Anche della violenza e dei martiri? Anche della manipolazione delle menti e delle coscienze da parte di poteri più o meno forti, più o meno occulti? Risposta imperativa: si deve ridere, soprattutto in mezzo alle cariche, tra il sibilo sinistro delle pallottole e la scia incendiaria delle molotov, ridere sopra e dietro barricate, di masserizie o dentro catapecchie pericolanti, destinate al crollo, all’implosione alla prima vibrazione causata dall’incedere inarrestabile dei cingolati armati.

A proposito di manipolazione – mani in alto, vi arrendete senza condizioni? – il capitalismo consumistico imperialista (per restare sull’onda d’urto dei ciclostilati di denuncia di studenti artisti ribelli degli anni ’70) non ha vinto, ha stravinto a mani basse: ci aveva già tramutati in perfetti automi consumatori, senza più spirito critico, né autonomia decisionale; nel Mondo Dopo ha osato l’inosabile ed è riuscito a rendere ognuno di noi una merce – di basso costo, di scarsa qualità – con stampigliato un meraviglioso codice a barre (con il blocco geopolitico produttivo di provenienza);

tutti con il nostro unico meraviglioso incancellabile codice a sbarre.

Da dietro quelle sbarre, brilla il sole senza ombra;

anche dal fondo delle fetide immateriali nostre prigioni, in alto i calici; libiamo e soprattutto, insieme e grazie al Re dei Pagliacci, sbellichiamoci.

Se schiatteremo dalle risate, li avremo fregati buggerati sbeffeggiati.

Forse per l’ultima volta, ma vuoi mettere la soddisfazione:

una crassa risata ci seppellirà, però liberi!

Sogni segni promesse

Pagina dei Sogni quelli che di solito – da vulgata cinica o semplicemente pratica – muoiono all’Alba.

Eppure l’Alba è essa stessa una promessa o comunque una premessa, indispensabile; conditio sine qua non. La condizione terrestre del siamo qua noi e fino a quando siamo qui, converrà sognare: almeno questa attività resta ancora gratuita e forse – non ne sarei così sicuro – non controllata.

I Sogni sono la materia di cui siamo composti, insieme all’Acqua; scivolano via, evaporano, si adattano, hanno natura carsica, possono fluire impetuosi, inarrestabili; altro che controlli di psicopolizie in assetto anti sommossa onirica. I veri Sogni sono i mattoncini del DNA dell’Araba Fenice, viaggiano attraverso dimensioni, ere, eoni, universi, i più varj ed eventuali. Se ne abbatti uno, esso si moltiplica all’ennesima potenza, per sporogenesi. Come avviene con la mattanza degli Alberi.

Trasogno o sono desto? Forse, ipnotico.

Sia tersa nel senso più ampio ed etimologico la navigazione quotidiana, come i segni scritti nel Cielo, senza macchie e senza paure, del Mattino.

Maximilian ce lo canta da anni: l’Immaginazione aiuta ma non è che possa fare miracoli; se sei un burattino di legno in un mondo di pescicani – e il pescecane in fondo non è nemmeno il predatore peggiore – non diventerai un genio in carne e ossa o nella lampada (o era una lampara?), nemmeno facendoti raccomandare da fate turchine e grilli parlanti.

Come scrive Fabio il Narratore imparerai l’arte della fuga – colonna sonora durante la ritirata precipitosa, una sonata di Bach – e soprattutto della sopravvivenza, del vivere se non sopra una colonna dorica, almeno dentro il ventre del bistrattato pescecane; ambiente umido e oleoso, però a clima temperato, spettacoli garantiti, magari non proprio in chiaro, ma continui grazie a candele e ombre proiettate sulle pareti, non del cervello, della panza; in sottofondo echi lontani (chissà poi perché) del sax solista della melodia principale di Us and Them, mentre i Pink Floyd sul lato oscuro della Luna, finalmente riuniti, offrono all’Universo il concerto epocale, quello più spettacolare di tutti i tempi e anche templi, del Rock.

come insegna la Storia del Mondo:

non restano i migliori, solo i para normali che come sciocche banderuole si adattano alle correnti di Eolo, a quelle di Nettuno, al flusso imposto dai dominatori, del momento.

Se anche il Vento diventasse radioattivo – speriamo con Radio Libere – come profetizzavano i Righeira, indossare sombreros non ci salverà da una ‘scapigliatura’, con sfumatura alta.

In attesa dell’Apocalisse, nel senso del segno (o anche sogno, se vi aggrada di più);

se i nostri cuori rotoleranno nel fango,

accada almeno sul Lungotevere in festa:

finale.

La memoria dei Mammuth e delle Pietre

Facile battuta: alla razza umana servirebbe un hard disk quantistico (come sono aggiornato!), una Memoria quasi infinita, come quella dei Mammuth.

I Mammuth si sono estinti, però se lo ricordano bene! Soprattutto, rammentano i perché e tutte le eventuali sciocchezze che hanno commesso; poi certo, una cospirazione universale contro di loro ha giocato sporco, eliminandoli in blocco ma questa è materia per paleontologi e storici.

Sei forse tu paleolitico? Dunque, abbi almeno la dignità del Silenzio.

Io da paleolitico quasi parente dei Flinstones e soprattutto di B.C. posso continuare a compulsare sciocchezze, virtuali.

Litico, appunto (litico, anche con me stesso, appena sveglio al mattino): perché oltre alle memorie virtuali esistono quelle delle pietre, altroché miscredenti malfidati. Per tacere, dei paradossi – dossi stradali? – che non sono paradenti o para bellum o para parti delicate, ma forse ci arriveremo; nel senso, a intenderci non ai sospensori utilissimi ai discepoli di Tersicore.

Le pietre emiliane soprattutto hanno voluminosa memoria – da suscitare l’invidia di Pico della Mirandola – ma anche quelle del Foro Romano e quelle del Partenone, se proprio non volete considerare la mirabile Magna Grecia (peggio per voi, senza offesa): interrogate in modo giusto e adeguato, ne avrebbero da raccontare.

La memoria, la memoria, della storia, delle Storie; un registro scolastico compilato quotidianamente con piccole volute – le volute di fumo azzurro lontananza, azzurro nostalgia – imprecisioni e ai posteri non sarà demandata l’Adua sentenza, ma tramandata una piccola verità storica, parziale, aggiustata, a uso e consumo.

Memoria, per chi volesse affrontare la sfida, Proust e Joyce vi attendono a braccia e tomi spalancati.

Pietre nella testa, quelle calpestate in epoche diversi, in snodi drammatici della vicenda umana sul pianeta, da Aristide e Hermes; se 22 e 14 anni vi sembrano pochi molti giusti, per affrontare le prove sovrumane imposte da guerre atroci, in Africa, in Europa, decise da uomini aridi pavidi gretti avidi: stupidi.

La memoria dei virus mutanti è formidabile – ah, ci fosse ancora il covo di quei formidabili pirati salgariani, dell’Emilio, che da bambino avrebbe voluto imparare non solo a navigare, ma a disegnare il Vento – meno quella dei bipedi che in teoria dovrebbe vigilare sulla nostra salute e garantire un’equa distribuzione delle risorse, comprese quelle scientifiche mediche farmacologiche.

Non ci sarà mai vera Giustizia fino a quando lo stato riterrà evasore un Poeta Inventore come B.M. – non il sedicente duce,m a Benito Martinuzzi – nullatenente causa affannoso inseguimento di un Grande Sogno, mentre continuerà a trattare con guanti bianchi i furfanti della grande evasione, quelli che uccidono scuola, ricerca, salute pubbliche.

Un gatto di pietra può ispirare un paradosso della branchia meccanica della fisica quantistica, conservando agilità e magia prettamente egizie, dell’antichissimo Egitto; se non mi ritenete affidabile né credibile – giustamente – crederete a Erwin Schrodinger che nel remoto, nel senso di lontanissimo da noi, 1935 utilizzò anche molta ironica fantasia per evidenziare quanto la meccanica quantistica applicata a un sistema fisico macroscopico portasse a risultati irridenti il buon senso quotidiano: noi, come il celebre gatto, possiamo essere considerati all’unisono vivi e morti, come i portentosi rimedi potrebbero senza dogma essere considerati efficaci o perfettamente inutili; del resto la ricercatrice sudafricana Coetzee – omonima di un grande Nobel della Letteratura – nonostante si sia sgolata per spiegare che Omicron causa sintomi lievi nonostante la rapida trasmissibilità, non è riuscita a evitare il solito allarmismo mediatico, con crollo delle borse e psicosi globali, peggio di quando sulla Terra giunsero i rettili alieni chiamati Visitors.

I Mammuth marciano, magari in modo flemmatico, le memorie quantistiche – memorie di Adriano, memorie di un Quanto – no, quindi sono utili non solo quali intelligenti animali da compagnia, ma nel caso, da soma;

le memorie virtuali di un comunissimo pc o quella di una chiavetta usb sono leggerissime volatili frivole, possono fuggire disperdersi scomparire nello spazio più o meno infinito;

quelle dei colossi litici no, non saranno pratiche da trasportare o portare, hanno il vantaggio però di essere – di solito, perfino in questo Mondo Dopo – stanziali:

sai sempre dove trovarle.

Nel cielo vespertino, nel mare intestino

Sabato del villaggio, chissà come si vive nel villaggio al sabato.

Cielo vespertino, primo astro della sera: una magnifica illusione, il primo astro il più alto una stella morta che irradia Bellezza nel cosmo anche dopo migliaia di anni luce dal trapasso.

Il collasso di una Stella, tragedia, ciclica necessità o benedizione?

Vorrei essere quella scia di vapore – più o meno innocuo – di quell’aereo che strumento illusorio anch’esso ci fa credere di essere i signori e padroni del Globo; vorrei essere quella tremolante momentanea scia che riverbera e rifrange gli ultimi bagliori di Elio vagabondo imperatore del nostro sistema solare; doppia illusione – meglio di certe dosi doppie, di schiaffoni morali – ma che estatica meraviglia, che impagabile sorsata di Vita.

Spariamo razzi nel blu, inseguendo meteore e pianeti, dimentichi, smemorati – del legno e della clorofilla – di tutto, del tutto, di noi stessi, della nostra humanitas, in primis.

Sabato livido, la ferita qualche volta si sutura, i lividi e le cicatrici mai; come diceva quello: migliaia o milioni di morti causa guerre, fame, epidemie – soprattutto di ingiustizia e sfruttamento – sono algida statistica, un solo soldato o ministro del Dogma caduto in qualche battaglia, diventa un lutto nazionale/mondiale, un martire perfetto per imbrigliare il sentimento, le anime in subbuglio delle masse.

Come se le Donne e gli Uomini, i Bambini e gli Anziani, Migranti, transitassero solo attraverso il nostro piccolo mare, ci siamo colpevolmente ipocritamente disinteressati di tutti gli altri sentieri di tutti gli altri mari; chissà se ogni vittima che annega e precipita sui fondali marini, come avviene nel Firmamento, si tramuta in una stella degli abissi, pronta a donare nuova vita, altra bellezza, ma anche a richiamarci alle nostre non più differibili, enormi responsabilità.

Come ammonisce Don Di Piazza – novello Fra’ Cristoforo – l’Avvento della vita nova, non è misticismo, contemplazione, culto dell’effimero, ma dialogo con noi stessi, tra noi della auspicabile razza umana, confronto sincero con la dimensione metafisica, preghiera attiva, azione per il bene comune che diventa:

la forma più sublime e nobile di preghiera e gratitudine per l’Universo, per la Gioia della Creazione e del transito terrestre.

Teoria del cuneo (e della mazza)

Titolo volutamente enigmatico, fuorviante, ammiccante o ammaccante.

Dipende dal punto di osservazione, dalla vista dell’osservatore, dal dito che indica e dalla Luna, più o meno riottosa, più o meno luminosa.

Teoria non complottista, meglio sgomberare il campo virtuale dagli equivoci della clandestinità da tastiera: i rimedi, tutti per tutto il vasto campionario dei mali, funzionicchiano, nicchiano, soprattutto, ma non è proprio il caso di essere pedanti e pignoli.

Natale è prossimo e sarà bellissimo, come auspicava un tempo nel Mondo Prima, Anna dai capelli rossi; scomparse le efelidi, non sempre sbocciano, la festività più cool dell’anno – red? chissà – se non bellissima, sarà normale, come da decreto legislativo del sultano. Nell’evo antico incivile rozzo senza miracoli della scienza, qualcuno vagava alla ricerca dell’autentico spirito natalizio, nell’attualità tutto è stato reso più efficiente e pratico: Natale di serie A per gli adoratori del dogma, bravi cittadini; Natale di serie B per i pariah, per gli eretici che tra l’altro saranno condotti al rogo in Campo de’ Fiori, al posto della Befana.

Così con un vero colpo di prestigio del prestigioso gabinetto ristretto del sultano, saranno salvati all’unisono – uni suono, suono unico, un po’ monocorde molto rassicurante – Scrooge, Santa Claus e la bislacca vecchina che, nonostante gli acciacchi e le molte primavere sulla gobba, si ostina a volare nelle notti di gennaio, su scope senza riscaldamento.

Cara Mafalda, non vorrei, perché potrebbe sembrare accanimento anti gerontocratico…Eppure, da giorni, ci frantumano i timpani con la storiella didascalica dell’anziano signore piemontese 92enne che in un affollato ristorante romano, ha richiamato l’attenzione di un trafelato cameriere per farsi controllare in modo molto teatrale, poco sabaudo, il famigerato lasciapassare verde bile: forse nostalgico dello Statuto Albertino, quindi di una costituzione ottriata, con le libertà graziosamente concesse da un sovrano, illuminato a giorno finché vuoi, ma sempre sovrano e titolare di tutti i poteri. Qualcuno potrebbe ribattere che questo invece è altissimo esempio di civismo e legalità. De gustibus.

A proposito poi di narcisi che rifiutano il portentoso rimedio per inguaribile narcisismo, mi sovviene quella scena di un lungometraggio di Nanni Moretti: mi si nota di più se in un locale affollato richiamo ai suoi doveri (???) un dipendente o, se in modo discreto, sollecito il titolare a osservare i sedicenti protocolli di sicurezza?- Mi si nota di più se poi esco dall’affollato locale capitolino (immagino che a Torino o Milano certe caotiche incivili situazioni non capitino, mai) e torno sereno a casa o se i miei amici si precipitano a telefonare alle redazioni nazionali per raccontare con dovizia di particolari la mia epica impresa?

L’attempato ma ancora vivace signore in questione, eroe nazionalpopolare in quanto campione di divulgazione scientifica (!!!), negli anni ha sostenuto la non pericolosità degli inceneritori e la mancanza di impatti ambientali significativi con le estrazioni petrolifere in mare; ma sono impercettibili, trascurabilissimi, oziosi dettagli. Certo, Egli ha tutto il diritto di non trascorrere le proprie serate tra le mura domestiche, confortato da brodini caldi di vero pollo, plaid di vera lana e intrattenimento a base di ennesime repliche dell’ispettore Derrick e della Signora in giallo; noi avremmo il diritto di tentare di campare senza articolesse moraleggianti ispirate dalle sue vicende private.

La mazza del titolo è quella dell’hockey, trasformata in grafico dal climatologo statunitense Michael Mann; espediente ideato molti anni fa per rendere visibile a colpo d’occhio, a impatto – un colpo di mazza fa indubbiamente male, soprattutto a freddo e senza casco – gli effetti dei mutamenti climatici; da 20 anni l’industria fossile tenta di negare l’innegabile, di indossare maschere di verde ipocrisia, di strumentalizzare e dirottare sui singoli cittadini le responsabilità di un disastro globale imminente; oppure di utilizzare il catastrofismo – ‘vera pornografia climatica’ – come il famigerato cuneo, la strategia del cuneo degli antichi Romani, il divide et impera che dopo millenni funziona ancora, facendo litigare tra loro gli attivisti, riducendoli a ‘inattivisti’, inconcludenti litigiosi.

Anche perché il bailamme sotto il Cielo è sempre più grande e la situazione sarà ideale – per i soliti famigerati sospetti – ma i focolai, quelli di protesta popolare, si moltiplicano ovunque sul Globo: contro il furto e la distruzione dei diritti e delle risorse; tanto tuonò che piovve e stavolta potrebbe essere un nuovo diluvio universale, poco piacevole; altro che inconsistenza utopica della bistrattata decrescita felice.

Le grandi decisioni delle istituzioni nazionali, mondiali e delle multinazionali dell’energia non sono più procrastinabili, devono essere prese adesso, anzi:

ieri.