Dissolvenza

(post multimediale)

Pagina Bianca, Pagina della Dissolvenza.

Come in quei vecchi film del Cinema Muto, pagina dell’immagine che lentamente si diluisce fino a scomparire, passaggio dolce da racconto a nuovo racconto o a capitolo successivo, passaggio di consegne e testimone tra sequenze di una stessa storia o tra storie che vogliono essere raccontate, che vogliono dialogare; pagina dei personaggi che senza frenesia perdono definizione, sfumano come avvolti in una nebbia improvvisa generata misteriosamente, poi all’improvviso scompaiono come se ci fosse un Deus ex Machina (da presa) di nome Houdini, fagocitati dentro una dissolvenza al nero o in qualche gradazione di grigio, fagocitati dentro un solo minuscolo punto luminoso, pulviscolo di Luce bianca.

La Luce Bianca e la Pagina Bianca rappresentano la fine della pellicola e della narrazione? Alfa e/o Omega? Incipit o epilogo? Salvezza o dannazione?

Un Gabbiano maestoso plana veloce sotto il Ponte di Ferro, sfiora appena le acque limacciose del fiume un tempo, molte ere fa, biondo e eterno (finché è durato), afferra e ghermisce con il becco qualcosa che solo la sua vista e il suo istinto gli hanno segnalato (alga, pesciolino o ennesimo rifiuto di plastica?), con destrezza armoniosa, senza perdere il suo bottino, riprende quota; in piena apertura alare sale quasi in verticale, si staglia contro il tramonto che solo qui, nonostante la deturpazione dell’uomo. continua a offrire e offrirsi generosamente alla vista con ogni gamma dell’oro e dell’arancio, sapientemente miscelati dalla mano divina di un Van Gogh metafisico.

Il Gabbiano, tornando monarca del Cielo, lancia agli umani il suo monito più stridulo, il suo sgraziato, ma incontrastato inno alla Vittoria.

Sopra e sotto quel ponte, nel Mondo Prima, estati infinite. Il Fiume scorreva, ma lasciava scorrere bipedi, concedeva loro di organizzare sulle sue rive, feste e momenti di gioia senza atti di contrizione e penitenza.

Una ragazza, Emily Dickinson di Trastevere, percorreva silente argini e ponti, l’ingovernabile traffico inquinante si bloccava e dai finestrini aperti su nubi tossiche di smog, aspiranti vitelloni sgranavano pupille incredule: “Ma è Winona Ryder? Massì, quella de Edward mani di forbice e de Giovani carini e disoccupati…”.

Enigma mai risolto. Dilemma senza soluzione.

Raggi cosmici, Raggi Fotonici, nelle tiepide indolenti dolci notti stellate.

Cori di rane che nello stagno combattono per la Libertà. Batracomiomachia e Eros, Eros e Thanatos, ranocchi di fiume o Demetan & Ranatan che sognano girini del Domani?

Luminose fanciulle che ballano cantano e nelle loro teste belle fabbricano pensieri come coriandoli pancromatici.

Dove sei oggi Pat ragazza del baseball? Hai modificato regolamenti e inique usanze?

E Tu, Sugar, hai realizzato i tuoi sogni depurati dalla rabbia?

Mademoiselle Anne, avete infine rinvenuto il Vostro destino in fondo alle tazze di profumato te?

Una Donna che vede oltre muri e barriere piange, ha percepito per la prima volta, dopo anni di ascolto in lunghi viaggi e concerti itineranti, le parole di Stella d’Oriente.

La Notte qui scende piano, l’accompagna un ricordo lontano…

Seguo con gli occhi quell’eterna corrente, amo quelle visioni fluviali; anche se non ci sarai, tornerai: dal Fiume tornerai. Non è importante che Tu ci sia, o no, ma che T’amo e T’amerò.

Fade to Grey, Fade Out, Dissolvenza incrociata, Dissolvenza al nero.

Nero di seppia, parole eleganti, mondo anticato.

PROFESSIONISTA? PREFERIREI DI NO

Lui, sempre lui. Era quasi un’ossessione, una magnifica ossessione per tutti noi della squadra, per tante, infinite ragioni. Vi ho detto vero della vaga somiglianza somatica con Brad Pitt? Certo, sicuro.

Fisicamente invece (anche come stile di gioco) ai più ‘efferati’ di cose calcistiche, ai fanatici che conoscono come antichi rosari non solo anno di fondazione della prima squadra di calcio – che sia nata in Cina prima di Cristo, o nella Firenze medicea o in qualche sobborgo popolare e operaio di Londra e dintorni durante l’avvento dell’era industriale! – ma ti sciorinano a memoria anche nomi, cognomi, soprannomi della formazione titolare… ecco, per costoro, BradHypo sembrava ‘il gemello sputato’ (cosa mai vorrà dire, ancora me lo chiedo) di Mariolino Corso.

Forse è per questo, che lui, il nostro lui, non solo è stato l’unico ad avvicinarsi alla chimera di essere tesserato per una grande, vera, gloriosa società professionistica (cribbio, il Milan!), ma è stato anche l’unico a osare l’impensabile: come Celestino V, mutatis mutandonis, oppose un cortese ma netto rifiuto. Sì, avete capito bene, lo sciagurato genio del calcio, dopo provino ufficiale a Milanello e proposta di contratto, disse, come sempre senza enfasi: “Grazie, preferisco di no. Io quando gioco a pallone voglio pensare solo alla bellezza e al divertimento, qui sarei distratto da troppi fattori: l’immagine, il ruolo, la fedeltà agli sponsor. Non fa per me, scusatemi per il tempo perso”.

Lasciò come faceva con le sue finte sul campo (compresa quella che durante la partitella gli permise, senza nemmeno toccare il pallone, di mettere sedere a terra il libero titolare e osservare che la sfera esaurisse la propria energia cinetica poco oltre l’ostacolo utilizzato per l’occasione come porticina) tutti interdetti e senza parole; ma forse proprio perché davvero rammentava un po’ troppo un idolo che era stato in fondo uno dei simboli storici degli odiati cugini, non scatenò moti di disperazione o estremi tentativi di convincerlo a mutare decisione tra le fila dei dirigenti del Diavolo presenti alla partitella.

Così, davvero così, sfumò quell’incredibile opportunità, e non si ripresentò mai più, perché sappiamo che il microcosmo calcio è come un piccolo villaggio tradizionale, con i suoi riti, con le sue regole che per convenzione comune mai devono essere infrante, né messe in discussione, pena il crollo di tutto il circo, compresi tendone spalti e carrozzoni.

BradHypo era quello fortissimo, lento e soprattutto troppo bislacco per fare il calciatore professionista.

“Non ha la testa giusta”, dissero di lui nell’ambiente, quasi a giustificare “uno spreco scellerato di talento”.

O forse, ma la mia è solo un’opinione da profano del ‘calcio industria’ dello spettacolo e, soprattutto, da amico, aveva troppa testa.

“Voglio solo divertirmi, se devo concentrarmi su altro mi distraggo e la magia muore”.

Tutto qui, non c’erano altri segreti.

Forse.

Non raccontò mai, neppure a me, perché alcuni anni dopo, all’improvviso, decise di non giocare più, di non allietare più con le sue invenzioni compagni, spettatori e perfino avversari.

Non furono le sconfitte, perché vi ho già spiegato, credo, che non badava in modo particolare al risultato (era felice se ci vedeva felici); ma vi posso garantire che alcune batoste lasciarono invece il segno sul morale e sull’entusiasmo di alcuni di noi, suoi compagni.

Non quindi la maledizione che sembrava aleggiasse sulle nostre teste e che sempre ci impedì di vincere il campionato fu la causa del suo addio al calcio. Collezionammo risultati incredibili con prestazioni fantasmagoriche, riempimmo comunque la nostra bacheca sociale con coppe e supercoppe, ma il campionato ci sfuggì sempre, come una sorta di primula rossa o di fantasma inafferrabile. Ci furono incredibili battaglie campali, rimonte impensabili in condizioni improbabili (improbabili condizioni fisiche nostre, improbabili condizioni meteo per disputare qualcosa che somigliasse vagamente ad una partita di calcio), ma come fossimo, debite proporzioni sempre presenti, una piccola Olanda (Arancia Meccanica…) dei dilettanti, nonostante il nostro gioco spesso brillante e emozionante (soprattutto grazie a Lui), la Vittoria finale restò per noi un traguardo troppo lontano, altissimo, impervio, irraggiungibile. Una Fortezza inespugnabile nel deserto dei sogni irrealizzabili.

Senza averne coscienza, eravamo entrati nella leggendaria enciclopedia calcistica delle grandi squadre rivoluzionarie senza vittoria…

Prima puntata: Vi presento… BradHypo

Seconda puntata: Salgari, la Nonna e la Briscola

CONTINUA?

Bambini perduti

Pagina Bianca, Pagina delle Domeniche mascherate: domeniche che hanno sostituito e cancellato per sempre Carnevale. Brighella Ballanzone Arlecchino Colombina, siete superati obsoleti inutili, siete fuori, fuori dal Tempo, dalla Storia, dalle storie sui social.

Domenica è solo l’ennesimo involucro vuoto, un suono che si spegne nel silenzio, senza alcuna identità. Abbiamo scelto di fabbricare giorni senza nome, giorni senza sostanza, giorni senza quotidianità, non giorni per travisare e mimetizzare non umani.

Nella scintillante società tecnologica senza confini, aboliti per legge suprema tutti i limiti e le regole della Natura, avevamo creato dal nulla della stessa sostanza del Nulla, i famigerati non luoghi; fisici materiali impersonali al cubo. Dove annegare nell’anonimato in mezzo ad un oceano di invisibili sconosciuti alieni. Un abominio (a)sociale, strutture sofisticate eppure surreali, monadi stipate rinchiuse in bolle artificiali, rinchiuse ermeticamente in bolle virtuali e indistruttibili, edificate con grigi mattoncini di ego senza L; finte emozioni sovrastrutturali per annientare passioni naturali di lacrime sangue e sudore, estensioni tecnologiche e rozze propaggini cibernetiche (clave chiodate del contemporaneo), algide, spurie di umanità, acuminate per ferire mortalmente gli altri concorrenti nella ruota dei criceti, per abbattere nemici perfidi, astutamente travestiti da fratelli di Pianeta.

Per la legge mai scritta del ‘contrabbasso’, ottone ammaccato e stonato, siamo stati relegati (rilegati, non come preziosi codici miniati, ma come neo schiavi inconsapevoli) nella risacca tossica dei non giorni, mucillagini e meduse radioattive da far impallidire il reattore di Chernobyl, sommersi da gusci acuminati di conchiglie vuote, conchiglie di plastica, vuote di senso, foriere di soffocanti infinite parole vuote che bruciano le ultime particelle di ossigeno e azoto.

Parole sussurrate, parole urlate, terribili parole delle ataviche paure, voci metalliche impersonali, voci senza volto, toni calibrati del Padre Supremo che acriticamente e draconianamente ammonisce e soprattutto punisce, ma si astiene dall’insegnare;

rigido maestro ex cathedra (hey teachers, leave the Kids alone), che impartisce lezioni senza costrutto senza memoria a stuoli di adulti ragazzini, adulti imprigionati per sempre in un’adolescenza senza vie di fuga, senza oblò da cui gettarsi in mare aperto o lanciarsi nel vuoto di porti industriali, cuori neri e morti di stantie civiltà.

Pagina bianca delle Voci bianche, Pagina bianca delle Voci infantili; avrete notato anche voi che i Bambini sono spariti dalle città, come in M mostro di Dusseldorf (Peter Lorre dove sei? Vuoi diventare segretario generale dell’Unicef?);

dai cortili, dalle finestre aperte, dalle terrazze condominiali, echeggiano ancora le Voci dei Bambini perduti, bollati, marchiati con scarlatti marchi d’infamia, untorelli manzoniani dell’illusione chiamata Futuro, sicari al soldo e servizio del Necromante finale.

Voci vere o illusioni sonore registrate?

Quelle voci definite un tempo argentine con manierismo stereotipato, come il coro delle Rondini, o quello degli Alpini, percorsi indefinibili di inusitata Libertà, tra Cielo e Montagne emerse dagli abissi;

Cielo, Montagne, Mare, sono davvero esistiti?

I Bambini, dove sono andati tutti i Bambini?

Pagina Bianca della Colpa, Pagina della Condanna eterna, Pagina dell’Espiazione impossibile, delle impossibili assoluzioni e prescrizioni per tutti i crimini che abbiamo commesso e perpetriamo senza posa contro i Bambini.

Divano (nido?) vuoto

Pagina di quelli che parlano con se stessi, parlano con la Luna e si confidano con il suo volto nascosto.

Tutti gli altri interlocutori sono mimetizzati, in rotta strategica, in fuga o esiliati?

Chissà se almeno Astolfo e l’Ippogrifo si sono salvati; o saranno stati costretti a recitare in telenovelas e talk show (o nell’ennesima serie virale su Moonflix???);

confido nelle truppe di Re Vega, la loro base di sicuro esiste ancora e resisterà, non può essere stata espugnata, non da noi; nemmeno l’avamposto terrestre su Selene che ora e sempre dal 1999 veglia su di noi e sulle nostre traversie può essere caduto nell’argentea polvere satellitare…

Ama il tuo nemico come e più di te stesso, perché lui è il tuo cuore di tenebra, ma è comunque un cuore che diffonde vita; ogni avversario è un simbolo, ogni antagonista deve essere reale, necessario per mantenere viva vegeta reattiva l’Umanità – anche senza soccorso Atlas – , per illudersi ancora che una salvezza sia possibile.

Parlo con il Silenzio, dopo averlo invitato a entrare, accolto con gli onori dovuti e meritati, auscultato attentamente, senza interruzioni di insopportabili pause caffé o pause reclame.

Parlo con la Coscienza, anche se dubito che Lei abbia voglia di rivolgermi volto e parola, afono per troppi anni – io – , mai davvero riscattata per intero, nemmeno con grida dal e nel silenzio o con grida d’aiuto; gride imperiali che hanno imposto la cessazione della società civile, dei gesti di civiltà minima e umanità di base.

Parlo con Dio, poi in un raro momento di lucidità, noto che la teoria di quelli che parlano (a sproposito) con Lui, di Lui, per Lui… è già lunghissima, affollatissima, infinita.

Abdico e abiuro me stesso.

Parlo con i miei colleghi, gli dei dell’Olimpo o di un pantheon anche minore, anche più umano, anche proletario e di periferia disagiata, esterno ad ogni sacro GRA (Grande Raccordo Analgesico).

Vorrei parlare con la Grande Anima Mundi, con la Natura, con Pangea, con il vero nucleo ontologico di ogni essere vivente, animale o vegetale, terrestre o extraterrestre, perché se appartengo all’Universo, nessuna anima o cosa di questo Universo può essermi aliena.

Condivido la mia sorte (ria o attraversando il rio che scorre eternamente?) cercando sinceramente empatia e comprensione con gli Universi, presenti, paralleli, obliqui, ubiqui.

Parlo, parlo, parlo; parole fitte come nebbia padana, per ore, come ventriloquo a energia solare, ciarliero come mai in vita mia, né prima né dopo.

Parlo anche senza divano, senza divano rosso, senza divano dello psicanalista. Senza necessità di ipnosi, solo per desiderio di gnosi, di sofia. Di catarsi verbale mentale spirituale.

Attendo l’ora fatale, esiziale, quella delle rivelazioni ultime, i segreti di famiglia, inconfessabili anche al cospetto della fine del Mondo, anche in camera caritatis di fronte alla cattedra dei Reggitori Supremi.

Attendo senza respiro, anzi, con il respiro interrotto, quell’unico decisivo, fondamentale momento, come un goal da cineteca in zona Cesarini (dei Cesari, minori), attendo il rigore, calcistico e morale, finalmente vincente, capace di spezzare le catene delle colpe, vere o presunte, della stasi della vita, nella vita, dalla Vita.

Attendo me stesso: impostore magno, fuggiasco infingardo, travisato con i panni lisi del solito appassito Godot; attendo la Vita che scorreva impetuosa come fiume galattico, mentre restavo inerte, identico a me stesso, inutile burattino senza fili.

Eppure, sempre seduto sulla stessa riva dello stesso fiume, abbarbicato al saggio Salice che si specchia e piange per tutte le Ofelie fluttuanti, canto senza pudore inni stonati alle meraviglie del Cosmo, osservo, parlo con me dentro di me, attendo con fiducia.

Sperando che la prossima Ofelia in transito fluviale non sia me.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.

SALGARI, LA NONNA E LA BRISCOLA

Ogni tanto, molto di rado, qualche anima bella, qualche scriba dei quotidiani locali, tirava fuori la trita storiella: per carità, bravo è bravo, ma non corre, nel calcio moderno nessuna squadra può permettersi giocatori fermi…

BradHypo tra le varie caratteristiche caratteriali non annoverava la permalosità: – Nel calcio c’è chi corre e io lo ringrazio, di cuore; e c’è chi pensa: io penso.

Le sue risposte somigliavano ad aforismi filosofici (o a certe battute dei film di Sergio Leone) e di solito avevano il potere di disarmare gli interlocutori più critici e polemici. In fondo, alla fine, tutti o quasi gli volevano bene e cominciavano a prenderlo in simpatia.

Solo una volta in effetti lasciò tutti noi interdetti esclamando una specie di simil blasfemia: – Zio Canaco, ho sbagliato carico!

Durante una finale del torneo annuale di briscola tra le osterie locali, si lasciò sfuggire, conscio dell’imminente disfatta, questa imprecazione che sembrava più una citazione geo letteraria: lo era. Con umiltà e senza sfoggio, raccontava che era stato dai tempi dell’infanzia un salgariano doc, anzi docg; quindi l’esclamazione era da ritenersi un omaggio al popolo dei Canachi, a Sandokan, ai Tigrotti della Malesia. Al Sandokan letterario, protagonista del ciclo malese (per Brad, la nostra squadra era una sorta di romantica Mompracem del calcio) e a quello cinematografico, l’unico: quello impersonato da Kabir Bedi nei lungometraggi – per il nostro fuoriclasse ‘accuratissime ricostruzioni storiche’ – dirette da Sergio Sollima.

Per le sconfitte sul campo di pallone, non si arrabbiava, mai: – E’ solo un gioco, Ragazzi…

Quella volta però al tavolo da briscola, sembrò, non potrei definirlo turbato, ma pacatamente contrariato, sì: – Come diceva mia Nonna Epifania (ennesima Figura mitica, da lui considerata eterna fonte d’ispirazione) chi ha una strategia vincente con le Trevigiane, ha una strategia vincente per la Vita.

Fu così che per un punto Martin BradHypo non perse la cappa, né la capa, ma la partita e l’ambita confezione da 6 bottiglie di Ribolla Gialla, messa in palio come premio finale per i Campioni di Briscola, sì.

BradHypo era questo e molto altro. Un tipo straordinario, ma che non lo dava a vedere; un tipo unico e originale, senza averne l’aria, senza darsi arie, senza farlo pesare sugli altri.

(Continuerà???)

GIOCARE (AMARE) CON LENTEZZA

“Nel calcio e in amore che fretta c’è? L’importante è giocare bene

Questa la massima che gli ho sentito pronunciare più spesso durante la sua vita, la sua filosofia esistenziale.

Era il giocatore più tecnico che avessi mai visto, ma anche il più lento. Giocava poi con un piede solo. Nooo, intendiamoci: ne aveva due come quasi tutti noi, solo che il destro gli serviva giusto per salire e scendere dai mezzi pubblici o come base d’appoggio quando si concedeva un cicchetto ricreativo, prima delle partite più importanti: – Mi rilassa i nervi, sosteneva serafico con allenatori e compagni che non capivano come poi potesse essere lucido e scattante  – certo, scattante a modo suo… – sul rettangolo di gioco.

Credo che nessuno, nemmeno tra le mura di casa sua, abbia mai notato in lui impercettibili segnali di turbamento.

In campo, quando caracollava ondeggiando in mezzo agli avversari, utilizzava solo il piede mancino, per condurre e carezzare il suo amico più fidato e fedele: il pallone. Non gli ho mai visto infliggere un calcio all’oggetto fondamentale del football a 11, mai visto calciare di potenza o, peggio di una bestemmia in chiesa, con la punta dello scarpino.

Era come, permetterete l’audacia, se facesse l’amore con il pallone.

Dicevo della sua lentezza leggendaria. Una sorta di Socrates, ma più flemmatico!

Noi della vecchia guardia lo chiamavamo BradHypo, per una vaga somiglianza somatica con Brad Pitt, molto vaga, e per la peculiarità, quella sì identica, al simpatico bradipo delle foreste pluviali del Sud America: la lentezza più volte menzionata.

A Roma, nei rioni popolari, lo avrebbero soprannominato Er Moviola, noi lo sfottevamo chiamandolo FermoImmagine o FilminStopMotion (come The Nightmare Before Cristhmas di Tim Burton), ma la diapositiva seguente era spesso il pallone che inspiegabilmente si accomodava placidamente nella porta avversaria o qualcuno dei suoi compagni che, ululando in modo scomposto tipo licantropo in notti di Luna piena, si precipitava ad abbracciarlo, dopo aver ricevuto un assist perfetto.

Su quasi tutti i suoi passaggi, sembrava fosse scritto con inchiostro simpatico: – Basta spingere in rete…

Dopo una marcatura personale o un servizio illuminante ai suoi compagni, la massima espressione di gioia di BradHypo si estrinsecava attraverso un sorriso sornione, uguale appunto a quello del bradipo, sazio in seguito a un lauto pasto a base di ramoscelli di Cecropia.

Placido e tranquillo.

Lento eppure quasi immarcabile, lento eppure quasi inafferrabile per i difensori antagonisti. Come se grazie a qualche strana magia, con la pacatezza dei suoi gesti tecnici e della sua (pseudo) corsa riuscisse a ipnotizzare gli avversari o a fermare per qualche secondo il tempo.

Quando i più arcigni e vigorosi avversari si innervosivano, frustrati dall’impossibilità di carpirgli la sfera, cominciavano a picchiarlo non visti dagli arbitri o tentavano di abbatterlo con entrate assassine: BradHypo, dopo ogni colpo ricevuto, si rialzava da terra con flemma maggiore, si riavviava la frangetta biondo platino, arrotolava ancor di più i calzettoni sotto i polpacci nudi e martoriati dalle tacchettate nemiche, commentando imperturbabile:

– Fa parte del gioco…

(Romanzo virtuale, romanzo multimediale, racconto, esperimento meta letterario???) …

Continua???

Il Mercato!

Pagina Bianca, pagina dei titoli da romanzo, pagina di romanzi senza titolo;

pagina dei romanzi che sono solo titolo e copertina, pagina dei romanzi che resteranno in eterno senza pagine.

Quante sono le Verità? Quante le Realtà? Infinite (almeno per gli Umanoidi), pari agli anni di programmazione dell’Universo, summa delle vite che lo hanno attraversato come Oceano senza tempo e senza approdi, flotta totale delle vite che continuano a solcarlo.

Non solo Leviatani, oppure sempre loro con divisa alternativa: i Filantropi, capeggiati dal Filantropo Supremo, quello che mentre “il morbo infuria, il pan ci manca” annuncia al Mondo con megafono virtuale: “L’elisir magico, traumaturgico, prodotto dai miei alchimisti di fiducia all’interno dei miei gabinetti ex Caligari, allevierà i vostri sintomi, ma inoculerà in voi 100 nuovi morbi”.

Non è mai signorile sbandierare i propri meriti, per questo i media restano silenti con eleganza sovrannaturale.

Un fantastico Elisir, solo per il bene e la salvezza dei Popoli, solo per stimolare la loro auto immunità e la passività totale.

“Ti inoculo i miei germi, in tutta sicurezza, al miglior prezzo garantito (100 al costo di 1!), in cambio mi cedi mente e anima; ma il mio nome resterà inscritto a futura memoria (damnatio memoriae!) nei sacri annales della Storia disumana, cesellato nel Cielo con caratteri siderali”.

Pagina Bianca, Pagina dell’Apocalisse in accezione etimologica, pagina di pasque anomale, epifanie aliene alienanti: nuove verità o insulse pellicole da tin age hollywoodiana?

Il Vairus vagabondo, il Meteorite affetto da gigantismo e l’Aracnide killer con violino…

Catastrofi socioculturali, catastrofisti da bancarella pronti a vendere il meglio del loro campionario all’offerente peggiore;

catastrofismi varj e assortiti ne abbiamo ancora, anche nella dispensa d’emergenza dentro il bunker di salvataggio (o tumulazione definitiva)?

Tranquilli, sta andando tutto bene, anzi, sempre meglio!

Ci salverà, come sempre, il Mercato, finalmente libero da ogni residuo vincolo, da ogni stramaledetta stupida legge – lacci e lacciuoli obsoleti e antiDiluviani in barba a Noé, anacronistici – rinvigorito, in quanto affrancato da ogni insulsa barriera e/o limite terrestre.

Pagina Bianca, Pagina delle teste (de) cadute;

gaudeamus, ne resterà soltanto Uno, per sua immensa grazia:

Nostro Signore, il Mercato!!!

Ottavo giorno

Al settimo giorno il Gran Sarto Facitore dell’Universo considerò equo abbandonarsi ad un sano ristoro. Lui. E., pensò che sarebbe stato irriguardoso non attendere almeno un giorno in più. All’ottavo quindi la sua decisione fu irrevocabile: smettere di pensare.

Pensare a cosa? Alla vita del Mondo Prima? Quale vita? Quale prima? Un vago concetto anche poco filosofico del prima, presuppone come conseguenza non necessariamente logica o dialogica, un dopo. Teorie aliene. Si sentiva anche lui alieno, a partire da se stesso, un corpo estraneo da debellare e allontanare, una pianta infestante aggressiva da sradicare,

All’ottavo giorno, si rese conto, o rese conto a qualcuno; ebbe la sensazione che Kronos, annoiato dal proprio incedere lento ma costante e inesorabile, avesse abdicato al proprio ruolo; in fondo, nella breve storia umana, molti intellettuali e filosofi, anche quelli in voga nei mercatini rionali tra la scelta del guanciale e del pecorino per la Gricia perfetta, avevano sostenuto che il Tempo (clemente o indifferente) fosse solo una delle innumerevoli convenzioni create dall’uomo per un necessario armistizio e compromesso con i propri limiti insormontabili.

Eppure, il tarlo continuava a tormentare, come una carie notturna: la vita di prima.

Invischiato, cristallizzato nella resina dell’eterno Presente, come uno sventurato e soprattutto inconsapevole moscerino della frutta, non avrebbe saputo, né potuto rispondere a dilemmi troppo più grandi di lui e delle sue limitate facoltà.

Insistere con questioni esistenziali dilanianti e dilaniate? Perseverare con quelle domande carsiche che scorrevano comunque sotto la pelle e sarebbe stato meglio non formularsi mai, per evitare che riaffiorassero all’improvviso in un momento di apparente requie, a tormentare e recare supplizio all’anima e all’inconscio?

Guardava allo specchio un volto sconosciuto, in teoria il suo; non aveva ravvisato grandi mutamenti esteriori, né interiori, eppure ogni cosa era oscura e oscurata alla comprensione. Nessuna nube radioattiva da Chernobyl o Fukushima, nessun cinematografico rimando a The Day After o al nipponico mondo di Ken (Sette vaghe Stelle dell’Orsa Maggiore); nel Mondo Prima una Donna importante lo gratificava chiamandolo Ragazzo del Futuro, come Conan (previa immancabile catastrofe nucleare), ma non lo era più; o forse mai era stato, né ragazzo, né futuro.

Si era allenato con puntiglio per tutta la sua irrilevante vita a restare a prudentissima e ossequiosa distanza dalla Vita. Ora raccoglieva i frutti, le reminiscenze (alcune di dubbia autenticità), miraggi e ancoraggi ad una quotidianità banale, indossando il niente con noncuranza, con esponenziale flemma. Le immagini più tormentose erano solo sostanza evanescente, aleatoria più di una mano ai dadi con il proprio destino.

Saggiamente, all’Ottavo Giorno della Grande Reclusione globale, eliminò la connessione con il cervello centrale.

E fu subito sollievo.

Infanzia perfetta

Pagina Bianca, pagina della quotidianità ristretta (“Oh Mamma mia, mi si è ristretto il quotidiano!”), della quotidianità che credevamo libera e disponibile, sempre e per tutti, invece era un calessino senza cavalli, né storni né vidal; libertà stretta ristretta stringente, libertà feticcio o feticcio di libertà, elemento soffocante, palliativo, surrogato – come patriottico caffè di cicoria! – di una Vita Libera.

Pagina Bianca, pagina dedicata alle giornate di color, di calor Bianco.

Le conoscevo bene, quelle giornate. Giornate liquide che annegavano in sé stesse, in una luce bianca, lattiginosa, indefinibile. Quotidianità catatonica, onirica, ipnotica, senza necessità di sostanze alteranti, senza insalate di Peyote.

Giornate infinite, senza inizio senza conclusione che faccesse male, giornate indolenti, inconcludenti, oltre la semplice pigrizia fisica e mentale.

Finestre! Spalancate sul mondo, in apparenza in fermo immagine, fermo per un giro causa penalità, infrazione lieve non sanzionabile; aperte su un’umanità comune, rarefatta, refrattaria a ogni azione abituale, a ogni suono o rumore; finestre come cancelli, senza catene rugginose né lucchetti con combinazione astronomica, dai quali fluivano profumi dell’incipiente estate, inarrestabile travolgente estate di sogni e illusioni, canti gioiosi e festanti di rondini in volo, vibrazioni lontane (cinema all’aperto!), echi misteriosi portati dal Vento, brezze tiepide e gentili, talvolta mielose talvolta malmostose, per alimentare fantasie delicate e confortanti.

Pagina Bianca, pagina delle emozioni bianche, summa dell’intera tavolozza mentale di Van Gogh, pagina dedicate a Sorelle e Fratelli sparsi persi dispersi in ogni Continente, rimasti immaginari, eppure con il potere di suscitare nostalgia pungente e reale.

Pagina Bianca dedicata alla Bianca Infanzia, Infanzia Perfetta: tra avventure letterarie, sceneggiati televisivi, giochi collettivi, mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco per noi Cosmonavi degli Ufo Robot, esplorazioni pericolose in giardini condominiali, trasformati in foreste del Borneo: nelle quali voci di Madri affacciate a quelle finestre trovavano sempre il pertugio nell’intrico della vegetazione, voci per richiamare in approdi domestici sicuri, voci più autorevoli di un editto del Rajah Bianco di Sarawak, voci che riportavano nei ranghi della disciplina, le prime timide goffe ingenue ribellioni, i primi rudimentali voli di Libertà, mai più così vera.

Al mio Pantheon di riferimento vorrei chiedere la concessione di pieni poteri, per un giorno solo: oh Dei, concedetemi la facoltà di nuotare a ritroso nell’oceano silenzioso del Presente del Prima, concedetemi la facoltà di rivivere uno solo, solo Uno di quei Giorni Perfetti.