Cabiria

Pagina Bianca, pagine delle Notti Bianche.

Non quelle antiche notti insonni e festose della Capitale, non le illusorie oniriche drammatiche notti di Cabiria o notti da incubo di Giuliette che amano davvero, confondendo letali gesti distruttivi di codardi invertebrati, senza dignità, con illusorie visioni di felicità; Donne filantropiche che sorridono lungo scogliere e mulattiere mostruose, che sanno e vogliono sorridere lungo cime tempestose, lungo rive procellose, incontrando Artisti di strada che regalano Cultura, in cambio di un po’ di gentilezza e di un pezzo di pane, buono però.

Rive brulicanti di folla, strade vicoli e piazze pacificamente invasi, assembramenti gioiosi, quando giocolieri maghi eteree danzatrici acrobatiche scalavano mura e torri di Castelli senza più Santi, né Angeli; Castelli incantati tra lampi di luci policrome, per abbagliare occhi menti fantasie in letargo, da secoli.

La Città Eterna (a momenti) intera compatta, senza ingiustizie, ma solo per una notte, accompagnava lo Spettacolo itinerante, la Città era allo stesso tempo palcoscenico e Attrice principale della Rappresentazione; che mai imita la Vita, semmai ne rivela oscuri, inconfessabili talvolta mirabolanti segreti.

Le prime luci dell’alba filtravano inaspettate, tra comitive comete quartieri antichi, come se quel miracolo potesse eternarsi e non fosse semplice passaggio terrestre mortale momentaneo: la magia e l’incanto, pudici, cedevano il passo alla ritualità del quotidiano incombente; il giorno dopo in quel Mondo Prima, agli inguaribili sognatori che non si arrendevano all’evidenza della realtà, ai sognatori che non volevano intendere ragioni e dirsi buonanotte (o buon nuovo giorno), mentre i bipedi (a)normali già si recavano al lavoro, sembrava solo una pausa, in attesa spasmodica e impaziente della successiva data della turné; cosa sono queste mani sempre flaccide? una vigorosa sciacquata con acqua fredda e sapone di Marsiglia, per ritrovare presa solida, scacciare torpore riattivare circolazione e moto diagonale e ondoso delle sinapsi.

Attendevamo un autobus che ancora oggi non passa; terremoto e blackout improvvisi, appoggiati a un muro scrostato e corroso dall’umidità, per non scivolare, per non piombare a terra, sulla Terra. Il balzo dimensionale dal regno magico è sempre traumatico. Temporale fortunale nubifragio, assenza di mezzi pubblici, di fortuna, di sfortuna, né piroghe, né zattere, da escludere a priori Arche di Salvataggio o di una qualche Alleanza. Pioveva il Cielo sulla città, cadeva sulle teste e sul Lungotevere la festa appena nata, era già finita, prima che la notte fosse giunta al termine, o a Termini.

Ieri Oggi Domani… Forse mai, cosa importa? Il surrealismo, tra le Nuvole, con o senza bombetta, non è comunque di questo Mondo?

Abbracciare una Donna che nel buio illumina la piazza più grande, impedirle di addormentarsi per scongiurare conseguenze; su un tappeto di Aladino uscito misteriosamente da una inesistente bottega di rigattiere, riaccompagnarla a casa sua in volo radente su mura antiche e inestricabili abominj contemporanei; abbandonarla prima che Oberon e Titania chiudano il varco, adagiarla sul suo letto intatto, per non gettarla in pasto ai demoni dalle mura diroccate di un acquedotto pre moderno, per non trafugare la sua borsetta e i suoi trucchi speciali, arti muliebri non replicabili;

Beata Ingenuità, anche Tu decrepita, chanson d’amour, souvenir d’Italie e viaggi mentali, telefoni e guanti bianchi, occhi cerchiati di nero, Pierrot metropolitani che vagheggiano ormai solo cornetti apotropaici e cappuccini con creme di latte rigenerante, nei artificiali di bellezze sbarazzine nelle vetrine delle boutique, niente più campanelli, solo volgari trilli, assordanti e dozzinali.

Nemmeno una Greta con un po’ di Garbo, cui porgere avanches di ardite conversazioni tra sconosciuti.

Cabiria non cedere, non credere alle fatue promesse degli Sceicchi Bianchi, non salire sulle loro altalene. Trova il Tuo, solo Tuo angolo in questo nostro presente che si dissolve come foglia secca d’acero sotto la suola di un gigante distratto.

Divino Amore, carnale spirituale metafisico, sei vero, umano o sei solo un santuario?

Non lasciamo ai poster ai posteri ai posteriori l’ardua (ir)responsabile sentenza.

Fratello Martin

Pagina Bianca, Pagina dello stormo di Rondini che contro il cielo bianco di nuvole o contro la pagina senza parole si stagliano perfette nella loro armonia circolare, ala curva, curvatura del nostro sistema solare.

Pagina del C’era una volta, depurata dalle nostalgie sovrastrutturali. Fiabe, favole, racconti, cicli narrativi, canzoni celebrative di gesta eroiche e amorose, romanzi di ogni genere e tipo, pupari artisti di strada saltimbanchi giullari di corte (unici a permettersi il lusso sfacciato della Verità, in quanto bislacchi per vocazione e corredo genetico), cantastorie fattucchieri imbroglioni da osteria e da contrada, improvvidi improvvisatori caratteristi da commedia grottesca certo, ma sempre dell’Arte; filtrati da un setaccio magico per separare pietre preziose da pietre senza nobiltà, come esistesse poi davvero anche solo un granello di Terra privo di valore.

Quelle Rondini, nel Mondo Prima, eravamo noi; capaci di solcare il Cielo in solitaria per giocare con il Vento, per tingerci d’oro (ancora) sfiorando agili albe infinite, capaci di rinnegare la nostra quota congenita di egoismo e narcisismo, per volare in formazione compatta, pattuglia alata depositaria dei reconditi codici del Cosmo, rotte incomprensibili mai casuali, traiettorie velocissime e imprevedibili, disegnate da secoli di istinto pratica immaginazione.

Il Popolo delle Rondini è migrato, la nostalgia in questo caso non è fatuo rimpianto, ma imperativo categorico, richiesta di soccorso per ogni tessera perduta del mosaico della Bellezza.

Eravamo noi – noi? – quando ancora sapevamo rinunciare a declinare tutto in prima persona, sapevamo osservare orizzonti nuovi attraverso lo sguardo degli altri, sapevamo camminare sui sentieri sconosciuti indossando calzature aliene, eravamo ancora convinti che formare comunità dialogiche, ma cooperative, fosse la più importante preziosa inestimabile dote peculiare di quegli incomprensibili bipedi che si sono auto definiti uomini.

Le Rondini autentiche sono tornate, dono divino, dono superbo e supremo.

Noi? Non sappiamo, non vogliamo più raccontare, raccontarci senza veli nella locanda dei sette peccati.

Rondini bianche con impeccabile livrea nera. I fucili non hanno mai smesso di sparare contro le anime, colpevoli di essere bianche, senza colore, summa tavolozza caleidoscopio di tutti i Colori intergalattici. Abbiamo ucciso le Rondini, trucidato le Anime.

Ci stiamo velocemente cancellando anche dalla Pagina Bianca, non siamo più nemmeno piccoli sgorbi d’inchiostro sulla superficie cartacea, solo monadi moleste che hanno obliato il significato, il senso della momentanea presenza e del passaggio sul globo di fango.

La finestra del mio studio è spalancata e si affaccia su un piccolo spicchio di Mondo (Marco Polo vorresti prendermi a bordo per un nuovo Milione?), eppure capto più Vita in quel modesto rettangolo dell’Universo che nelle lunghe silenziose meste fila in attesa all’esterno e nei parcheggi di aridi supermercati. Tra museruole tossiche guanti in plastica letale carrelli arrugginiti che infetteranno sempre più noi stessi e la nostra Casa Comune.

Fratello Martin, sacerdote, monarca non per sedicente, falso diritto divino, ma per pensieri parole opere terrestri, terribilmente concrete, così concrete da inoculare panico e terrore tra i potenti: anche Tu, Re delle Rondini nere, per tutti coloro che alzano testa e sguardo verso il Sole, abbraccia con il Tuo Spirito l’Umanità desolata e dispersa , insegnaci ex novo a volare, partendo dalla Prima Pietra, balbettando dalla Prima Pagina di una realtà incomprensibile.

Insieme.

Meazza

Pagina di Peppin fu Meazza G., un calciatore o un uomo? Una figurina, un balilla, un Italiano da raccontare? Pagina di un sogno con le fattezze del centravanti.

Pagina degli uomini sportivi, belli come divi di Hollywood, attori a loro modo, eroi delle domeniche popolari, perché un popolo, in catene o liberato (schiavo di altre, nuove, modernissime invisibili catene) ha sempre bisogno di eroi e dei; da acclamare e poi tradire, distruggere, annichilire con violenza, nella polvere dell’oblio o in quella di cruenti fuochi ormai spenti.

Chiedi chi era Meazza e non troverai risposte. Un uomo elegante, amante della vita e delle passioni, raffinato ballerino di tango e impareggiabile seduttore, giocatore di pallone e soprattutto d’azzardo, perché i dribbling più difficili e più spettacolari sono sempre quelli al proprio destino, alla propria vita, perfino a Dio: se ti credi fenomeno paranormale, prova a uccellare il Creatore con un tunnel o con un pallonetto!

Pagina del pallone, sgonfio, lacerato, abbandonato. Sfera senz’anima, predata della gioia, dispersa nel grigiore di un tetro cortile d’asfalto; privato il cortile, privato il pallone di imprevedibili rimbalzi, orbato da traiettorie magiche, incapace ormai di scovare spazi insondabili dalla percezione umana, là dove non esistono spazi, né rotte plausibili. Giardino desolato e brullo, sfera desolata, senza moto naturale, nostalgica perfino di quei calci ricevuti, nostalgica di quelle voci che incitano alla vita e al gioco, si inseguono e seguono partiture invisibili, forse inesistenti, forse metafisiche, voci che sono cassa di risonanza e eco per altre, infinite voci. Tutto immobile, tutto spento. Il pallone che non rotola, il cortile senza più i Bambini, nova suprema Lex.

Ho sognato, forse deliravo, i piloni dello Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro, a Mediolanum.

Sindrome di Stendahl davanti alla cattedrale laica del balun, come la prima volta che la vidi e la visitai, un senso di spaesamento al cospetto del gigante, ebbrezza, timore reverenziale e ammirazione per un luogo che dai racconti dei miei familiari e dai filmati d’epoca, nella mia percezione e nella mia immaginazione si era tramutato in un castello fiabesco, in un teatro leggendario di gesta pedatorie, da tramandare alle future generazioni, profane e ree, non per colpa o dolo, ma per crudeltà d’anagrafe, di non aver vissuto le epoche epiche.

Stadio vuoto, senza squadre schierate sul prato, né ululanti masse di tifosi; partigiani e campanili, massa e potere, massa è potere (?), potere alla massa, o potere carnefice delle masse?

Stadio Meazza, anche Tu appartieni ormai al Mondo Prima, relegato davvero in un universo mitologico, non più reale, non più disponibile, non recuperabile neppure attraverso l’invasione degli ultrafilmati, caricati carichi d’immagini a bizzeffe su youtube; nel Mondo Prima del prima, senza rete né imbarcazione né Nautilus, navigavi e vogavi su oceani di fantasia: le enciclopedie, tutti per una Utet per tutti, per i rari fortunati possessori o nelle rare occasioni di consultazione, fornivano indizi, spunti; il resto, il mancante, i dettagli più interessanti e ghiotti, le coordinate, omissioni opere parole missioni, venivano elaborati e aggiunti copiosamente lavorando d’immaginazione. Immaginando di lavorare.

Meazza Titanic, condannato a restare inabissato per sempre nell’oscura fossa delle Marianne – non floride campagnole, né ardite rivoluzionarie – ma ostili dee delle profondità, regine dei recessi inviolabili, del Mondo e della Memoria; condannato, non sappiamo ancora se si tratti di una maledizione o dell’ultima occasione per l’Umanità, a scivolare con lentezza inesorabile sempre più giù, verso l’epicentro e l’origine stessa della Tenebra.

E quel cortile intanto seguita a restare un deserto d’asfalto con un mesto pallone squarciato…

Manuale nazionale di pensieri superficiali

Pagina Bianca, Pagina dei Pensieri irrilevanti. Pensieri come baloon, magari! – fumetti nuvole pesanti, passanti, pensanti; loro sì.

Pagina bianca di troppe notti nero cristallo, notti maledette del Mondo Prima, affollate da infinite domande; come scriveva e cantava il Poeta Maledetto, sarebbe stato vitale non porsi mai.

Domande non inevase, di cui a monte e a valle, erano note la fine e soprattutto le risposte.

Pagina Bianca dell’Uomo che si illudeva di possedere e dominare una vita, indipendente dalla sua ombra (The Phantom, l’Ombra che cammina in mezzo agli uomini, senza prodigi della tecnica).

Ombra che forse, senza nemmeno troppe masturbazioni malversazioni mala elucubrazioni pseudo mentali, è l’unica sua vera, forte, concreta Identità.

Io non sono. Non vivo quindi non esisto. Penso? Penso di pensare, le conclusioni al termine della giornata e dell’ennesimo webinar ad minchiam, traetele Voi, se ancora avete voglia voglie testa e cuore.

Io non sono qui, non posso esserci. Un Sole obliquo dardeggia incontrastato su agglomerati grigi, spenti, assenti come l’Umanità che dovrebbe per sua natura brulicare, deambulare, brucare.

Le frecce incendiare trafiggono, peggio di specchi ustori archimedici, molto ustori poco taumaturgici, anche se talvolta un falò delle vanità e dei vanesi può essere catartico, trafiggono e ardono pupille serrate e pensieri senza via di scampo. Quali riflessioni possono sorgere da una mente deragliata. spiaggiata, rottamata da tempo immemore?

Nemmeno sulle pagine incartapecorite di vetusti quaderni delle Elementari, erano mai stati vergati pensierini così esausti, ombra stinta e scollata della Luce, repliche imperfette, corrotte da letali conformiste abitudini, plagi ciclici millenari, amari sudari volgari di parole vere forti creattive vitali.

In fondo, un novello, come patate novelle, San Sebastiano trafitto e rosolato dai dardi di Elio, potrebbe assurgere a simbolo non di martirio, ma compassione suprema.

Il quesito principale resta, galleggia nell’aria, sospeso come guru in grado di levitare, con veri trucchi o con tante verità artificiali, in saldo. Come sono giunto in questa piazza se da eoni sono rinchiuso nel mio Alcatraz – senza nemmeno samaritano Alka Seltzer – personale?

Piazza Sghemba, circondata da edifici sghembi, piazza nata da mente contorta, da menti di architetti invasori dell’urbe, affetti da tracotanza, baldanza incontrollata, delirio di onnipotenza, illusi convinti da droghe sintetiche auto prodotte di poter impunemente sfidare e vincere la competizione finale con gli Dei della Natura. Auguri e buon pro Vi faccia.

Onnipotenza – impotenza: il passo è breve, come quello che ci divide dall’orlo dell’abisso e dalla trama convulsa del noir chiamato esistenza umana. Più o meno. Meglio non compiere quel passo in avanti… è un attimo, tutto in un attimo. Piccolo passo, piccolo uomo, grande balzo, ma per chi e soprattutto, verso dove?

Confinato in casa, recluso domestico. Qualcuno sosteneva che i confinati dai fascisti fossero solo turisti in vacanza… Casa mia (?), casa mia, per prigione che tu sia… Fosse anche il domicilio di altro da me, cambierebbe qualcosa? Questioni minime, oziose. Come Juan Salvo, tutto è stravolto, travolto anche senza neve aliena, anche senza Grande Onda di Hokusai.

Focolare domestico, vade retro: voglio un’isola, uno scoglio appena. Non pretendo Mompracem, un piccolo, anonimo brandello litico e sabbioso, circondato da psicosi, marosi, terrori seminati a piene mani da astuti fattucchieri, morte, ché quella tanto non fugge mai dagli scaffali di supermercati e centri commerciali mastodontici.

Patetici peripatetici Robinson senza Venerdì, ormai spuri di tutti i venerdì, si riflettono senza immagine su pareti di specchi neri che rimandano al mittente solo tenebre, le nostre amate tenebre personali.

Un uomo è davvero tale (Talete talento talismano) senza possibilità di dialogo e confronto con un altro uomo? Può mai imparare apprendere rapprendere arti e sofia senza incontro/scontro energico con suoi simili, diversi da lui?

Molecole malate all’esterno, nel cielo sopra la casa, foriere e spargitrici di virus (quali? quanti?), contagiano Popoli da tempo condannati a loro insaputa.

Isolato ermeticamente (chi meglio di me?), mi nutro avidaMente di fobie, da solo creo e richiamo in servizio i mostriciattoli dell’altro H.P. – Lovecraft – li allevo con amorevole cura paranoica, anche fuori e lontano dall’Emilia.

Un’immensa ruota panoramica come quella del Prater viennese (ma va là, sul tagadà) un’immensa roulette (roulotte per Nomadi eterni, sarebbe meglio) russa senza sovietico piano quinquennale, una gigantesca partita a dadi con il Dottor Destino, decreterà in diretta mondiale via streaming, i fortunati vincitori di Salvezza&Libertà…

fino al prossimo concorso reality!

Trips&Tricks (occhio a Kundalini)

Pagina del Viaggio Immaginario, Pagina dell’evasione, Pagina delle Esplorazioni interiori (o nelle interiora, aruspice e cerusico di Te stesso?).

Viaggi nell’inconscio inconsapevoli di attraversare mondi spesso più insidiosi e brutali di quello esterno. La reclusione è chic, se puoi permetterti lussi e privilegi divagatori. Divagazioni sul tema, dal tema, nel teorema. Evasioni innocenti, non troppo, un po’ filibustiere, Fratelli della Costa e della Corsa.

Divagare, vagare, negare e annegare contro e dentro ogni bisbetica, banale evidenza. Brancolare tra bracieri spenti, spigoli improvvisi in agguato nelle tenebre. La ragione assopita genera mostri o i veri adorabili mostri della Laguna Nera si sono dati alla macchia per evitare di condividere con noi un finale inglorioso e indecoroso?

L’orologio della piazza ha battuto la sua ora (in assenza di campane e sacrestano, ci accontentiamo), un orologio fermo da un’eternità, ma, fortuna sua, nostra ennesima somma vergogna, due volte al giorno indovina quella giusta. Indovini da baraccone Barnum? Magari. Indovini indottrinati indottrinano masse ignare per conto dei Neo Leviatani e non si tratta di un gruppo rock post moderno.

Due volte al giorno non puoi bagnarti nello stesso fiume, ma sprecare il doppio dell’acqua in docce inadatte a mondare anime lorde, al netto dell’assenza di cervelletti verdi fritti alla fermata del treno; ma se il fiume non scorre più, arido come la nostra giustizia, arido più della nostra petrosa solidarietà (se sei povero e/o ultimo, ti tirano le pietre, aguzze) posso almeno deambulare nel suo stesso letto?

Balie per i Popoli, balie per le menti, balie e balle asciutte, per Tutti! Latte artificiale artificioso per noi eterni poppanti di Verità Equità Realtà. Confusi e infelici nei nostri girelli con cupola in plexiglass, connessi h24 a catene virtuali, più pesanti degli antichi piombi della Serenissima.

Oh, come vorrei evadere, da Sant’Elena, da Spielberg, dal Castello d’If (per correre a perdifiato e perdigiorno e perdisogni in If di Kipling), evadere da me stesso, liberando anche l’abate Faria(s).

Ancora oggi mi chiedo se fosse un mozzo poliglotta giunto dal Sud America, spacciatosi per immarcabile centravanti, o un astuto porporato capace di insinuarsi alla corte degli imperatori, con occultato nel breviario il suo losco catalogo, per Madamine annoiate e agiati Madamini.

Il Razzo di Melies per raggiungere e accecare la Luna, renderla un Polifemo satellitare, nell’occhio del Ciclope e per correttezza istituzionale anche in quello del Ciclone (grossa bicicletta mono ruota?); pareti del cervello con troppe finestre ormai murate, calce viva per le anime morte; libiamo, in alto i calici, brindiamo, spumeggianti più che mai, perché non siamo mai stati meglio di così, anche se dopo, andrà comunque tutto bene. Garantito al limone!

L’ultimo imperatore – del mattone e della monnezza – si è trasferito, satollo di karma placcati oro e zen di platinorum, sul suo satellite artificiale, a bordo del suo shuttle privato; progettato in esclusiva per lui e per la sua corte dei miracoli dai suoi scienziati personali, nei suoi laboratori, personali anche quelli (come cantava il Molleggiato: possiedi… personalità!). Satellite artificiale, vero paradiso fiscale.

Pagina del Buon Viaggio immaginario a quei pochi miliardi (non miliardari) di proletari rimasti, con o senza prole.

Un’oncia di peyote non si rifiuta a nessuno: Buon volo Pindarico senza rete, non svegliate Kundalini che poi s’incazza!

Attenti al ritorno, è sempre quello il momento più insidioso!

A meno che la vostra traiettoria di ammaraggio non sia stata precedentemente calcolata da Katherine Johnson o non vi abbia fornito uno strappo cosmico Valentina Tereskova.

Dissolvenza

(post multimediale)

Pagina Bianca, Pagina della Dissolvenza.

Come in quei vecchi film del Cinema Muto, pagina dell’immagine che lentamente si diluisce fino a scomparire, passaggio dolce da racconto a nuovo racconto o a capitolo successivo, passaggio di consegne e testimone tra sequenze di una stessa storia o tra storie che vogliono essere raccontate, che vogliono dialogare; pagina dei personaggi che senza frenesia perdono definizione, sfumano come avvolti in una nebbia improvvisa generata misteriosamente, poi all’improvviso scompaiono come se ci fosse un Deus ex Machina (da presa) di nome Houdini, fagocitati dentro una dissolvenza al nero o in qualche gradazione di grigio, fagocitati dentro un solo minuscolo punto luminoso, pulviscolo di Luce bianca.

La Luce Bianca e la Pagina Bianca rappresentano la fine della pellicola e della narrazione? Alfa e/o Omega? Incipit o epilogo? Salvezza o dannazione?

Un Gabbiano maestoso plana veloce sotto il Ponte di Ferro, sfiora appena le acque limacciose del fiume un tempo, molte ere fa, biondo e eterno (finché è durato), afferra e ghermisce con il becco qualcosa che solo la sua vista e il suo istinto gli hanno segnalato (alga, pesciolino o ennesimo rifiuto di plastica?), con destrezza armoniosa, senza perdere il suo bottino, riprende quota; in piena apertura alare sale quasi in verticale, si staglia contro il tramonto che solo qui, nonostante la deturpazione dell’uomo. continua a offrire e offrirsi generosamente alla vista con ogni gamma dell’oro e dell’arancio, sapientemente miscelati dalla mano divina di un Van Gogh metafisico.

Il Gabbiano, tornando monarca del Cielo, lancia agli umani il suo monito più stridulo, il suo sgraziato, ma incontrastato inno alla Vittoria.

Sopra e sotto quel ponte, nel Mondo Prima, estati infinite. Il Fiume scorreva, ma lasciava scorrere bipedi, concedeva loro di organizzare sulle sue rive, feste e momenti di gioia senza atti di contrizione e penitenza.

Una ragazza, Emily Dickinson di Trastevere, percorreva silente argini e ponti, l’ingovernabile traffico inquinante si bloccava e dai finestrini aperti su nubi tossiche di smog, aspiranti vitelloni sgranavano pupille incredule: “Ma è Winona Ryder? Massì, quella de Edward mani di forbice e de Giovani carini e disoccupati…”.

Enigma mai risolto. Dilemma senza soluzione.

Raggi cosmici, Raggi Fotonici, nelle tiepide indolenti dolci notti stellate.

Cori di rane che nello stagno combattono per la Libertà. Batracomiomachia e Eros, Eros e Thanatos, ranocchi di fiume o Demetan & Ranatan che sognano girini del Domani?

Luminose fanciulle che ballano cantano e nelle loro teste belle fabbricano pensieri come coriandoli pancromatici.

Dove sei oggi Pat ragazza del baseball? Hai modificato regolamenti e inique usanze?

E Tu, Sugar, hai realizzato i tuoi sogni depurati dalla rabbia?

Mademoiselle Anne, avete infine rinvenuto il Vostro destino in fondo alle tazze di profumato te?

Una Donna che vede oltre muri e barriere piange, ha percepito per la prima volta, dopo anni di ascolto in lunghi viaggi e concerti itineranti, le parole di Stella d’Oriente.

La Notte qui scende piano, l’accompagna un ricordo lontano…

Seguo con gli occhi quell’eterna corrente, amo quelle visioni fluviali; anche se non ci sarai, tornerai: dal Fiume tornerai. Non è importante che Tu ci sia, o no, ma che T’amo e T’amerò.

Fade to Grey, Fade Out, Dissolvenza incrociata, Dissolvenza al nero.

Nero di seppia, parole eleganti, mondo anticato.

Bambini perduti

Pagina Bianca, Pagina delle Domeniche mascherate: domeniche che hanno sostituito e cancellato per sempre Carnevale. Brighella Ballanzone Arlecchino Colombina, siete superati obsoleti inutili, siete fuori, fuori dal Tempo, dalla Storia, dalle storie sui social.

Domenica è solo l’ennesimo involucro vuoto, un suono che si spegne nel silenzio, senza alcuna identità. Abbiamo scelto di fabbricare giorni senza nome, giorni senza sostanza, giorni senza quotidianità, non giorni per travisare e mimetizzare non umani.

Nella scintillante società tecnologica senza confini, aboliti per legge suprema tutti i limiti e le regole della Natura, avevamo creato dal nulla della stessa sostanza del Nulla, i famigerati non luoghi; fisici materiali impersonali al cubo. Dove annegare nell’anonimato in mezzo ad un oceano di invisibili sconosciuti alieni. Un abominio (a)sociale, strutture sofisticate eppure surreali, monadi stipate rinchiuse in bolle artificiali, rinchiuse ermeticamente in bolle virtuali e indistruttibili, edificate con grigi mattoncini di ego senza L; finte emozioni sovrastrutturali per annientare passioni naturali di lacrime sangue e sudore, estensioni tecnologiche e rozze propaggini cibernetiche (clave chiodate del contemporaneo), algide, spurie di umanità, acuminate per ferire mortalmente gli altri concorrenti nella ruota dei criceti, per abbattere nemici perfidi, astutamente travestiti da fratelli di Pianeta.

Per la legge mai scritta del ‘contrabbasso’, ottone ammaccato e stonato, siamo stati relegati (rilegati, non come preziosi codici miniati, ma come neo schiavi inconsapevoli) nella risacca tossica dei non giorni, mucillagini e meduse radioattive da far impallidire il reattore di Chernobyl, sommersi da gusci acuminati di conchiglie vuote, conchiglie di plastica, vuote di senso, foriere di soffocanti infinite parole vuote che bruciano le ultime particelle di ossigeno e azoto.

Parole sussurrate, parole urlate, terribili parole delle ataviche paure, voci metalliche impersonali, voci senza volto, toni calibrati del Padre Supremo che acriticamente e draconianamente ammonisce e soprattutto punisce, ma si astiene dall’insegnare;

rigido maestro ex cathedra (hey teachers, leave the Kids alone), che impartisce lezioni senza costrutto senza memoria a stuoli di adulti ragazzini, adulti imprigionati per sempre in un’adolescenza senza vie di fuga, senza oblò da cui gettarsi in mare aperto o lanciarsi nel vuoto di porti industriali, cuori neri e morti di stantie civiltà.

Pagina bianca delle Voci bianche, Pagina bianca delle Voci infantili; avrete notato anche voi che i Bambini sono spariti dalle città, come in M mostro di Dusseldorf (Peter Lorre dove sei? Vuoi diventare segretario generale dell’Unicef?);

dai cortili, dalle finestre aperte, dalle terrazze condominiali, echeggiano ancora le Voci dei Bambini perduti, bollati, marchiati con scarlatti marchi d’infamia, untorelli manzoniani dell’illusione chiamata Futuro, sicari al soldo e servizio del Necromante finale.

Voci vere o illusioni sonore registrate?

Quelle voci definite un tempo argentine con manierismo stereotipato, come il coro delle Rondini, o quello degli Alpini, percorsi indefinibili di inusitata Libertà, tra Cielo e Montagne emerse dagli abissi;

Cielo, Montagne, Mare, sono davvero esistiti?

I Bambini, dove sono andati tutti i Bambini?

Pagina Bianca della Colpa, Pagina della Condanna eterna, Pagina dell’Espiazione impossibile, delle impossibili assoluzioni e prescrizioni per tutti i crimini che abbiamo commesso e perpetriamo senza posa contro i Bambini.

Divano (nido?) vuoto

Pagina di quelli che parlano con se stessi, parlano con la Luna e si confidano con il suo volto nascosto.

Tutti gli altri interlocutori sono mimetizzati, in rotta strategica, in fuga o esiliati?

Chissà se almeno Astolfo e l’Ippogrifo si sono salvati; o saranno stati costretti a recitare in telenovelas e talk show (o nell’ennesima serie virale su Moonflix???);

confido nelle truppe di Re Vega, la loro base di sicuro esiste ancora e resisterà, non può essere stata espugnata, non da noi; nemmeno l’avamposto terrestre su Selene che ora e sempre dal 1999 veglia su di noi e sulle nostre traversie può essere caduto nell’argentea polvere satellitare…

Ama il tuo nemico come e più di te stesso, perché lui è il tuo cuore di tenebra, ma è comunque un cuore che diffonde vita; ogni avversario è un simbolo, ogni antagonista deve essere reale, necessario per mantenere viva vegeta reattiva l’Umanità – anche senza soccorso Atlas – , per illudersi ancora che una salvezza sia possibile.

Parlo con il Silenzio, dopo averlo invitato a entrare, accolto con gli onori dovuti e meritati, auscultato attentamente, senza interruzioni di insopportabili pause caffé o pause reclame.

Parlo con la Coscienza, anche se dubito che Lei abbia voglia di rivolgermi volto e parola, afono per troppi anni – io – , mai davvero riscattata per intero, nemmeno con grida dal e nel silenzio o con grida d’aiuto; gride imperiali che hanno imposto la cessazione della società civile, dei gesti di civiltà minima e umanità di base.

Parlo con Dio, poi in un raro momento di lucidità, noto che la teoria di quelli che parlano (a sproposito) con Lui, di Lui, per Lui… è già lunghissima, affollatissima, infinita.

Abdico e abiuro me stesso.

Parlo con i miei colleghi, gli dei dell’Olimpo o di un pantheon anche minore, anche più umano, anche proletario e di periferia disagiata, esterno ad ogni sacro GRA (Grande Raccordo Analgesico).

Vorrei parlare con la Grande Anima Mundi, con la Natura, con Pangea, con il vero nucleo ontologico di ogni essere vivente, animale o vegetale, terrestre o extraterrestre, perché se appartengo all’Universo, nessuna anima o cosa di questo Universo può essermi aliena.

Condivido la mia sorte (ria o attraversando il rio che scorre eternamente?) cercando sinceramente empatia e comprensione con gli Universi, presenti, paralleli, obliqui, ubiqui.

Parlo, parlo, parlo; parole fitte come nebbia padana, per ore, come ventriloquo a energia solare, ciarliero come mai in vita mia, né prima né dopo.

Parlo anche senza divano, senza divano rosso, senza divano dello psicanalista. Senza necessità di ipnosi, solo per desiderio di gnosi, di sofia. Di catarsi verbale mentale spirituale.

Attendo l’ora fatale, esiziale, quella delle rivelazioni ultime, i segreti di famiglia, inconfessabili anche al cospetto della fine del Mondo, anche in camera caritatis di fronte alla cattedra dei Reggitori Supremi.

Attendo senza respiro, anzi, con il respiro interrotto, quell’unico decisivo, fondamentale momento, come un goal da cineteca in zona Cesarini (dei Cesari, minori), attendo il rigore, calcistico e morale, finalmente vincente, capace di spezzare le catene delle colpe, vere o presunte, della stasi della vita, nella vita, dalla Vita.

Attendo me stesso: impostore magno, fuggiasco infingardo, travisato con i panni lisi del solito appassito Godot; attendo la Vita che scorreva impetuosa come fiume galattico, mentre restavo inerte, identico a me stesso, inutile burattino senza fili.

Eppure, sempre seduto sulla stessa riva dello stesso fiume, abbarbicato al saggio Salice che si specchia e piange per tutte le Ofelie fluttuanti, canto senza pudore inni stonati alle meraviglie del Cosmo, osservo, parlo con me dentro di me, attendo con fiducia.

Sperando che la prossima Ofelia in transito fluviale non sia me.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.

Il Mercato!

Pagina Bianca, pagina dei titoli da romanzo, pagina di romanzi senza titolo;

pagina dei romanzi che sono solo titolo e copertina, pagina dei romanzi che resteranno in eterno senza pagine.

Quante sono le Verità? Quante le Realtà? Infinite (almeno per gli Umanoidi), pari agli anni di programmazione dell’Universo, summa delle vite che lo hanno attraversato come Oceano senza tempo e senza approdi, flotta totale delle vite che continuano a solcarlo.

Non solo Leviatani, oppure sempre loro con divisa alternativa: i Filantropi, capeggiati dal Filantropo Supremo, quello che mentre “il morbo infuria, il pan ci manca” annuncia al Mondo con megafono virtuale: “L’elisir magico, traumaturgico, prodotto dai miei alchimisti di fiducia all’interno dei miei gabinetti ex Caligari, allevierà i vostri sintomi, ma inoculerà in voi 100 nuovi morbi”.

Non è mai signorile sbandierare i propri meriti, per questo i media restano silenti con eleganza sovrannaturale.

Un fantastico Elisir, solo per il bene e la salvezza dei Popoli, solo per stimolare la loro auto immunità e la passività totale.

“Ti inoculo i miei germi, in tutta sicurezza, al miglior prezzo garantito (100 al costo di 1!), in cambio mi cedi mente e anima; ma il mio nome resterà inscritto a futura memoria (damnatio memoriae!) nei sacri annales della Storia disumana, cesellato nel Cielo con caratteri siderali”.

Pagina Bianca, Pagina dell’Apocalisse in accezione etimologica, pagina di pasque anomale, epifanie aliene alienanti: nuove verità o insulse pellicole da tin age hollywoodiana?

Il Vairus vagabondo, il Meteorite affetto da gigantismo e l’Aracnide killer con violino…

Catastrofi socioculturali, catastrofisti da bancarella pronti a vendere il meglio del loro campionario all’offerente peggiore;

catastrofismi varj e assortiti ne abbiamo ancora, anche nella dispensa d’emergenza dentro il bunker di salvataggio (o tumulazione definitiva)?

Tranquilli, sta andando tutto bene, anzi, sempre meglio!

Ci salverà, come sempre, il Mercato, finalmente libero da ogni residuo vincolo, da ogni stramaledetta stupida legge – lacci e lacciuoli obsoleti e antiDiluviani in barba a Noé, anacronistici – rinvigorito, in quanto affrancato da ogni insulsa barriera e/o limite terrestre.

Pagina Bianca, Pagina delle teste (de) cadute;

gaudeamus, ne resterà soltanto Uno, per sua immensa grazia:

Nostro Signore, il Mercato!!!